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Achille Campanile
(1899-1977)


Ho letto il primo libro di Achille Campanile a dodici anni. Mi ricordo vagamente che le scuole erano finite, doveva essere giugno, e come purtroppo capita, i primi giorni di vacanza li avevo trascorsi a letto con l’influenza, e proprio con quel libro tra le mani.
Conservo ancora quel “primo libro” di Campanile, che era poi il suo secondo in ordine di pubblicazione, “Se la luna mi porta fortuna” (1927): l’edizione che avevo io era uno dei primi libri della nuova BUR, sto parlando della metà degli anni ‘70, e poi era preceduto da un saggio di Umberto Eco, di cui allora non sapevo molto, tranne che era un professore ed aveva studiato nello stesso liceo di mia mamma, ma qualche anno prima (il che non mi diceva molto, in realtà, di perché Eco si occupasse di un’umorista).
Del saggio ci capii francamente poco, non ero preparato ad una discussione sulle strutture umoristiche, ma poi ci sono tornato nel corso degli anni, e ho ritrovato molti dei suoi concetti in una conferenza di Eco su Achille Campanile che fu pubblicata anni dopo. Però apprezzai le moltissime citazioni campaniliane, in particolare del suo primo periodo di attività (1924-1933), che evidentemente Eco prediligeva. Ce n’erano di divertentissime, specie da “Ma che cos’è quest’amore” (1924), primio libro di Campanile, che, svolgendosi a Capri, giocava lungamente sull’idea dell’”uomo in mare” che invece si stava tranquillamente facendo un bagno e viene soccorso come se stesse per morire. Un tema caro a Campanile, quello della suspense creata inutilmente (climax e anticlimax credo lo definisse Eco), come anche nell’apertura di “Se la luna mi porta fortuna” dove il giovane Battista che (nota bene) non è un cameriere, ma solo un giovane timido, viene introdotto con un tono da romanzo poliziesco, per poi constatare che in realtà è a casa sua e logicamente può fare quel che gli pare.
Mi affascinò il fatto che lunga parte di “Se la luna mi porta fortuna” e, da quanto Eco citava, anche “Ma che cos’è quest’amore” si svolgessero in uno scompartimento ferroviario, pretesto, in ambo i casi, per far incontrare una serie di personaggi piuttosto incompatibili, anche prevalentemente con lo stesso nome, nel caso di “Ma che cos’è quest’amore”, dove in uno scompartimento ci sono quattro Carlo Alberto, un Filippo ed una signora, che (siamo negli anni ‘20) qualcuno, non si sa chi, bacerà, approfittando del tratto in galleria. I treni e le stazioni tornano spesso nei romanzi di Campanile, dai pipistrelli che volteggiano sotto la galleria della vecchia stazione Termini in “L’avventura di un’anima” alla giovane donna morta nella sala d’attesa della stazione di Trastevere in “Agosto moglie mia non ti conosco”.
Già: umorista... E cosa ci fa la morte che compare così spesso, anche nei primi romanzi, sotto una forma quasi comica, che serve forse ad esorcizzarla? La morte del bimbo, del nipotino del protagonista, che chiude quasi come un brivido “L’avventura di un’anima”, la morte, poi risurrezione, poi di nuovo morte del protagonista de “Il povero Piero”. Mi colpì nel “Povero Piero” il bridge del Tempo, della Giovinezza, dell’Amore e della Vita, che, non avendo i punti per l’apertura, passano tutti e quattro, il che può essere una freddura, ed infatti lo è, ma è anche una malinconica riflessione in quattro battute.
Mi ricordo che Campanile diceva in un’intervista qualche anno prima di morire, che da ragazzo amava scrivere tragedie in versi, talmente piagnucolose che, con concretezza romanesca, fu invitato dal maestro a dedicarsi a qualcos’altro: così decise di far ridere, ed in effetti ci riusciva facilmente, fino ad essere considerato uno dei più promettenti umoristi della “scuderia” del Corbaccio, poi di Treves, allora uno dei maggiori editori italiani.
Tuttavia, la vena umoristica, sentimentale e malinconica si sono sempre intrecciate in Achille Campanile, in particolare era capace di parlare d’amore in modo estremamente pudico e riservato, nascondendosi dietro le sue “digressioni”, che sono quasi sempre funzionali allo svolgimento dei suoi romanzi, anche se non appare subito. Ricordo un esempio in “In campagna è un’altra cosa (c’è più gusto)” dove l’autore parla a lungo in prima persona di una ragazza di cui si era invaghito, che portava a spasso un cagnetto “epilettoide”, poi la ragazza sparisce dietro una digressione in cui si parla di cose perfettamente futili, tra cui un portafrancobolli, poi, dopo una serie di asterischi, il capitolo si conclude con la frase, secca: “Si chiama Francesca”. Folgorante.
Ho amato anche il Campanile ultima maniera, quello de “Gli asparagi e l’immortalità dell’anima” per esempio, che si avventurava sul surreale, nell’episodio delle statue che si animano, con quella di Agostino Bertani, che per inciso è un politico ed un filantropo di fine Ottocento, con in mano la targa del piedistallo che si chiede disperato, o forse solo perplesso: “Chi ero?”, e l’altro episodio in cui un possibile raccomandato schiaffeggia il raccomandante, solo per “L’attrazione del vuoto”. Beh, a conti fatti, è vero che capiti di desiderare di schiaffeggiare qualcuno che ci vorrebbe aiutare, solo perché ci sembra tronfio ed eccessivo, o forse solo per “l’attrazione del vuoto”, per vedere cosa succederà (non sto consigliando che schiaffeggiate il vostro datore di lavoro, per carità, anche se a volte...). Oppure il Campanile delle “Vite degli uomini illustri” con quel capolavoro che è la disquisizione sul Tasso (poeta) e sul tasso (albero), a partire dalla quercia del Tasso, e passando per il Tasso (altro poeta, padre del precedente), per il tasso barbasso (altro albero) e naturalmente per il tasso (animale). Geniale.
Era un po’ un ritorno alle origini, al teatro delle Tragedie in due battute, alla locomotiva che dice all’altra “Le dà fastidio il fumo?” e l’altra risponde “S’immagini, fumo anch’io”, ed a”L'inventore del cavallo”, dove uno scienziato illustra la sua fantastica invenzione, il cavallo, destando stupore presso il severo consesso, finché dalla finestra aperta non giungono rumori di un reggimento di cavalleria al passo per la strada, con le conseguenze che è facile immaginare (ehm, non sono sempre sicuro che quanto a capacità di autocritica si siano fatti molti passi avanti nel mondo scientifico...).
Campanile fu un autore teatrale ferocemente fischiato, al livello, fatte le debite proporzioni, del Pirandello dei “Sei personaggi in cerca d’autore”, e l’esperienza lasciò traccia nei suoi libri: in “In campagna è un’altra cosa, ecc” gli spettatori gridano “Autore, autore” brandendo lunghi bastoni... Non gli andò meglio col cinema, scrisse un film nel ‘39 “Animali pazzi”, interpretato tra gli altri da Totò (secondo film di Totò, per inciso), ma non fu un successo, anche se l’idea di un manicomio per animali non era male ed il film, diretto da Carlo Ludovico Bragaglia, da quel che me ne ricordo, era nel complesso più controllato e riuscito di molti altri di Totò.
Negli ultimi anni, Campanile, che aveva esordito col monocolo e con l’orologio con la catenella, si era fatta crescere una barba da santone indiano, e si era ritirato anche lui dalle scene pubbliche, come un santone di solito fa, anche se più modestamente a Velletri. Era una personalità molto più complessa di quel che apparisse a quel ragazzo di dodici anni che leggeva “Se la luna mi porta fortuna”, ragazzo che nel frattempo, oltre a leggere altre due o tre cose di Campanile, ha anche, forse, capito buona parte di quel che Eco voleva dire nel suo saggio. Quel che non è cambiata è l’immensa simpatia umana che provo per questo scrittore, e che me lo fa sentire ancora vivo e capace di fornire saggezza (ricordate la barba da santone) col sorriso.

© Carlo Santulli

 

L'incipit di "Ma che cos'è quest'amore", Corbaccio 1992, p.XXXII-237.

Alle 7 del mattino Carl'Alberto entrò nella stazione di Roma e gridò:
"Facchino!"
Un facchino si voltò risentito:
"Dice a me?" fece "Facchino sarà lei!"
"Ma non è lei che porta i bagagli?"
"Ah, per i bagagli? Pensavo che m'insultasse"
"Ma le pare?"
Il facchino l'accompagnò al treno di Napoli.
"Veramente " osservò il giovane "io debbo andare a Firenze"
"Salga!" disse il facchino.
"Sempre prepotenze" mormorò Carl'Alberto "Bisogna far sempre come vogliono loro"


Opere di Achille Campanile

Ma cos'è questo amore?, Milano, Corbaccio, 1927.
Se la luna mi porta fortuna , Milano, Treves, 1928.
Giovanotti, non esageriamo!, Milano, Treves, 1929.
Agosto, moglie mia non ti conosco , Milano, Treves, 1930.
In campagna è un'altra cosa (c'è più gusto) , Milano,Treves, 1931.
L'amore fa fare questo e altro, Milano, Treves, 1931.
Battista al Giro d'Italia, Milano, Treves, 1932.
Cantilena all'angolo della strada, Milano, Treves, 1933.
Amiamoci in fretta, Milano, Mondadori, 1933.
Chiarastella, 2a ed., Milano, Mondadori, 1934.
La Gifle du km. 40, Parigi, 1940.
Il diario di Gino Cornabò, Milano-Roma, Rizzoli, 1942.
La moglie ingenua e il marito malato, Milano, Rizzoli, 1942.
Avventura di un'anima, Roma, De Luigi, 1945.
Viaggio di nozze in molti, Roma, Garzanti, 1946.
Il giro dei miracoli, Milano, Sera, 1946.
Trac Trac Puf - Fiaba per adulti e per piccini, Milano, Rizzoli, 1956.
Codice dei fidanzati, Milano, Elmo, 1958.
Il Povero Piero, Milano, Rizzoli, 1959.
Trattato delle barzellette, Milano, Rizzoli, 1961.
Manuale di conversazione , Milano, Rizzoli, 1973.
Gli asparagi e l'immortalità dell'anima, Milano, Rizzoli, 1974.
Vite degli Uomini Illustri, Milano, Rizzoli, 1975.
L'eroe, Milano, Rizzoli, 1976.

Teatro

L'inventore del cavallo, Roma, 1924.
Erano un po' nervosi, in "La Lettura", 1936.
Visita di condoglianze, in "La Lettura", 1937.
Uno Sciagurato, in "Il Milione", 1938.
Un esperimento riuscito, in "Gazzetta del Popolo", 1938.
Delitto a Villa Young, in "La Lettura", 1939.
Aeroporto, in "La Lettura", 1940.
La Spagnola, in "La Lettura", 1940.
Il Povero Piero, in "Sipario", 1961.

Saggi su Achille Campanile

E. Serretta, in "Comoedia", n. 11, 1930
A. Gargiulo, "L'umorismo di Campanile " in "Letteratura italiana del Novecento", Firenze, Le Monnier, 1940
P. Pancrazi, "Scrittori d'oggi", I, Bari, Laterza, 1946
G.C. Castello, in "Teatro-Scenario", n. 23, 1951
N. Garrone, in "Paese Sera", 29 giugno 1973.
U. Eco, "Ma che cosa è questo Campanile " introduzione a "Se la luna mi porta fortuna", BUR- Rizzoli, Milano, 1975.
G. Pampaloni, " Modelli ed Esperienze della prosa contemporanea ", in Storia della Letteratura Italiana, Tomo II, Garzanti, 1987.
E. Siciliano, " Achille Campanile, o l'inutilità del riso " introduzione a "Agosto, moglie mia non ti conosco", BUR-Rizzoli, Milano, 1974-1985.
C. Bo, "Il Manuale senza regole " introduzione a "Manuale di Conversazione", BUR- Rizzoli, Milano, 1973-76.
U. Eco, "Il sorriso di Campanile" introduzione a "Ma che cos'è quest'amore" Corbaccio 1992.
Barbara Silvia Anglani, "Giri di parole", Piero Manni Editore, 1999, pagine 214.

Altri testi (possibile minore rilevanza):

(16) Agosto, moglie mia non ti conosco, Tragedie in due battute, L’Eroe: in una parola, Achille Campanile a cura di Andrea Coco - ARTICOLO
(4) Due articoli su Pasolini (1922-1975)
Pasolini, storia d’una morte violenta (1) a cura di Stefano Merialdi
- ARTICOLO
(1) Ghigo e l'ora legale di Carlo Santulli - RACCONTO
(1) Nodo al pettine Confessioni di un parrucchiere anarchico di Gianluca Mercadante - RECENSIONE
(1) Punto, punto e virgola, un punto e un punto e virgola. Meglio che abbondiamo. di Stefano Lanuzza - RECENSIONE
(1) Quando Monteforte Irpino diventò Strongmountain di Vincenzo Manna - RACCONTO

Vedi inoltre:

www.campanile.it (sito ufficiale, curato dal figlio Gaetano)
web.tiscali.it/Campanile
Materiale su Campanile disponibile anche presso: Associazione Franco Fossati – Museo del fumetto e della comunicazione via Montegrappa 35, Muggiò (Milano),



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