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Annemarie Schwarzenbach
(1908 -1942)


Mi chiamo Maria Francesca Fisichella. Ho conseguito la laurea in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi di Catania (2001) con la tesi sull’autrice svizzera Annemarie Schwarzenbach, riscoperta dopo oltre quarant’anni dalla sua morte. Purtroppo in Italia è ancora esiguo il materiale disponibile nella nostra lingua sulla suddetta autrice di madrelingua tedesca, limitato alle pochissime traduzioni di sue opere, e solo due biografie, di cui una romanzata.
Dunque, al momento del mio lavoro di ricerca per la tesi (2000), mi recai in Svizzera (in Engadina) per reperire materiale. Ebbi modo di constatare che in generale le pubblicazioni sulla vita e l’opera dell’autrice erano in ogni caso ancora limitate, ma già più numerose di quelle disponibili nel nostro Paese. Ciò non ha impedito che ella diventasse ben presto un’autrice di culto in Francia, in Germania e negli Stati Uniti.
Grazie ad una borsa di studio offerta dall’Università di Berna (2002/03), ho avuto modo di studiare il lascito dell’autrice conservato presso la Biblioteca Nazionale Svizzera di Berna - dove attualmente é conservata una copia della mia tesi - e dunque prendere visione del corposo scambio epistolare, delle opere letterarie, degli articoli giornalistici e del materiale fotografico ancora inediti. Dopo una visione d’insieme del lascito, ho rivolto la mia attenzione sul viaggio in Afghanistan (1939) dell’autrice, sulle opere letterarie e sugli articoli inediti ad esso risalenti, sul significato del viaggio; ciò ha richiesto uno studio della letteratura di viaggio e in particolare sui viaggi delle donne. In questa circostanza, come già al tempo della mia tesi, ho potuto constatare l’attualità dei temi trattati dall’autrice, sia mentre scrutava il proprio animo, attraverso le opere letterarie, sia mentre affrontava le problematiche della vita politica e sociale di quelle terre lontane, attraverso l’attività giornalistica.

Afghanistan 1939

Perché mai due donne (sole!) avrebbero scelto, nell’estate del 1939, di spingersi in terre tanto lontane, e porsi come meta l’Afghanistan? Ebbene fu proprio ciò che realizzarono Annemarie Schwarzenbach (1908 -1942), scrittrice, viaggiatrice, giornalista e fotografa, ereditiera di una delle più ricche e facoltose famiglie della Svizzera - amica di Erika e Klaus Mann - e l’amica, la ginevrina Ella Maillart, anch’ella scrittrice, giornalista e antropologa. Le due donne non erano nuove a simili avventure. Ne potevano vantare entrambe di straordinarie. Viaggi favolosi o eterne fughe, videro Annemarie Schwarzenbach raggiungere mete quali l’Europa del Nord (1934; 1937; 1938), la Persia, nella quale ritornò più volte (1933-1934; 1934-35), gli Stati Uniti con Barbara Hamilton-Wright (1936-37), l’Afghanistan con Ella Maillart (1939), e l’Africa (1941-42), l’ultimo grande viaggio. Ma i suoi non furono solo “viaggi nello spazio”. Più volte, durante la sua breve vita, si perse nei labirinti della droga, o - nel 1940 a New York - nella follia, che la portò tra le mura di una clinica psichiatrica, il Bellevue Hospital. Questo ,,verödeter Engel“ (angelo devastato), o ,,ange inconsolable“ (angelo inconsolabile), dimenticato per quarant’anni dopo la sua tragica morte e riscoperto, anche come autrice, solo nel 1987, ha ben presto alimentato una sorta di mito, che dalla Svizzera, la sua madre patria, si é propagato in Francia, Germania e negli USA. Anche in Italia la fama della Schwarzenbach ha ispirato il libro, dal titolo Lei così amata, di Melania G. Mazzucco,vincitore del superpremio alla V edizione del Premio Vittorini. Affascinante per via del suo aspetto efebico e per la bellezza, ammirata per le attitudini intellettuali e il talento - che ebbe modo di esprimere tanto attraverso l’opera letteraria, quanto attraverso l’attività giornalistica, che portò avanti per un decennio – Annemarie entrò ben presto in disputa con la propria famiglia e il proprio ambiente, a causa della sua passione per la scrittura, la letteratura, e soprattutto per la sua omosessualità vissuta apertamente nella vita privata che emergeva dai suoi scritti autobiografici, e ancora a causa della sua vita sregolata e anticonformista, che la resero uno dei simboli della schiera di “Frauenrechtlerinnen”, ovvero donne emancipate, che cominciarono a sperimentare e affermare la propria presa di coscienza dopo la Prima guerra mondiale. Ebbene le due amiche attraversarono l’Italia, i Balcani, Istanbul, il Mar Nero, la Turchia, l’Iran, ed infine l’Afghanistan, che secondo quanto scrisse Annemarie Schwarzenbach in un articolo inedito dal titolo Daily life in Afghanistan (Vita quotidiana in Afghanistan), <<é ancora il paese degli iurta e delle tende nere>>. Questo suo vagare, questa sua Odissea, fu il filo conduttore della sua esistenza. All’inizio ci siamo chiesti perché un viaggio in Afghanistan. In realtà, le due donne giunsero alla conclusione che il caos che regnava in Occidente alla vigilia della Seconda guerra mondiale dipendesse dal caos che era in loro. Solo costringendosi ad ordinarlo potevano arrivare a capire meglio se stesse, mentre studiavano l’altro da sé, quel mondo e quelle popolazioni orientali sulle quali avrebbero dovuto scrivere articoli, per diverse testate giornalistiche e resoconti di viaggio.
Di questo viaggio è rimasto anche un film-documentario, oggi conservato presso la Cinématique Suisse di Losanna che racconta la meravigliosa avventura alla scoperta di cose, persone e paesaggi am Ende der Welt (alla fine del mondo) per usare un’espressione di Annemarie Schwarzenbach, che vide luoghi e monumenti, ormai perduti per sempre a causa del dissidio sempre aperto tra Occidente ed Oriente, come ad esempio le splendide statue dei Buddha giganti, nella valle di Bamiyan! Il viaggio in Afghanistan della nostra autrice fu occasione di un intenso lavoro sul piano giornalistico, corredato sempre da splendide immagini. <<Io so (…) sempre perché scrivo un articolo, perché proprio questo, non un altro.>> scrisse l’autrice. Negli scritti della Schwarzenbach emerge - accanto ad una scrittura d’impatto, rapida ed efficace, come richiedono i tempi della carta stampata - l’attualità dei temi trattati, verso cui la condussero la sua estrema sensibilità votata a puntare il riflettore su ombre e vergogne. Riportiamo di seguito due articoli ancora inediti, Da Occidente ad Oriente (Vom Okzident zum Orient) e Tende nere in Afghanistan ( Schwarze Zelte in Afghanistan), scritti in occasione del viaggio in Afghanistan e conservati nel lascito dell’autrice, custodito presso l’Archivio svizzero di letteratura, presso la Biblioteca nazionale svizzera di Berna. Il primo é l’intervista della nostra autrice ad un giovane ingegnere turco, durante la prevista tappa in Turchia, in cui colpisce la consapevolezza del giovane rispetto al fatto che il suo popolo ha tanto da insegnare all’Occidente che sta perdendo i veri valori, mentre giunge in queste terre con la sua aria di onnipotenza tipica di chi ha solo da insegnare, nulla da imparare. Il progresso, però, di cui si pregia é messo miserabilmente in ridicolo da un aneddoto finale! Mentre in Tende nere in Afghanistan si affronta il problema dei nomadi, che proprio il progresso rischia di privare della propria identità.

In Da Occidente ad Oriente leggiamo: <<[Ingegnere] “La Turchia ha bisogno d’intelligenza, conoscenze e denaro, affinché i suoi mezzi e le sue esigenze possono essere armonizzati. I nostri antenati ci hanno lasciato in eredità le moschee, ma niente strade, (…) condutture, (…) ospedali. L’,,intellettualità” che io intendo, inizia con il lavoratore specializzato. Tutto questo ci manca ancora. Dal canto suo il vostro Occidente non sa più come smaltire la sua produzione, non sa più come distribuire i beni. Noi vi superiamo in qualcosa: il più povero contadino dell’Anatolia, ha ancora la sua dignità, perché é il re nella sua capanna. Forse noi sfuggiamo alla vostra crisi dell’equilibrio sconvolto, impegnandoci ad utilizzare e suddividere meglio i nostri beni. O semplicemente perché noi abbiamo ancora radici…”
[Schwarzenbach] “Che cosa ha intenzione di dare al suo contadino anatolico grazie a questo progresso?”
<<[Ingegnere] “Noi lavoriamo per sviluppare più possibilità di felicità nel nostro popolo, il piacere per il godimento di tipo morale, intellettuale. Sappiamo bene che questi concetti sono relativi: il cetriolo del contadino e il pollo al tartufo del gaudente si controbilanciano. (…) Ma la base del nostro lavoro resta: la fede nella felicità e il diritto alla felicità.” (…)
[Schwarzenbach] (…) A Meshed, poco prima della frontiera irano – afghana un giovane iraniano mi disse, quando sentì che noi volevamo continuare il viaggio con la nostra Ford: ,,Un cammello é più lento di un cavallo, ma arriva più sicuro alla meta”. Due giorni più tardi restammo nella sabbia vicino al posto di frontiera, dove non c’era in giro alcuna traccia d’automobile.>>.


In Tende nere in Afghanistan leggiamo: <<(…) In breve tempo, quasi da un giorno all’altro, là si è cambiato profondamente il solitario paesaggio asiatico, il piccolo villaggio è sparito nella confusione di baracche di argilla e lamiera ondulata, sale da té e chioschi pieni di roba economica dalla Russia e dal Giappone si dispone in fila l’una accanto all’altra, ci sono (…) fornai e barbieri (…) aumentano autocarri, si popolano i vicoli (…). Al fiume gli ingegneri tedeschi costruiscono una diga, una centrale elettrica, una filanda di cotone, una fabbrica di zucchero. L’intera valle è sul punto della sommossa, - lì bruciano altiforni per mattoni, là viene mescolato il calcestruzzo, là dal terreno crescono bianche abitazioni, là lunghi muri di fabbriche, macchine vengono dall’Inghilterra e dalla Cecoslovacchia, cemento dalla Russia, ghiaia dal fiume, - e laggiù i ponti di Gengis Khan verranno presto demoliti.>>. (…) <<”E da dove reperirete i lavoratori?” – Il giovane architetto fa un movimento improvviso con la spalla. – “Nomadi”, egli risponde, - “”il governo recluterà i nomadi (…), sarà felice, di rendere in questo modo una parte di questa gentaglia incivile sedentaria e sbarazzarsene. – Nomadi! Queste orgogliose, belle e libere persone, che sono abituate a dire: “noi amiamo il disordine, noi amiamo il pericolo, noi amiamo il sangue, ma non ameremo mai un padrone!, - i migliori guerrieri dell’Asia, i figli dell’Hindukusch e del Khyber, in celle unifamiliari, con un giardinetto antistante, otto ore giornaliere e paga settimanale!...
Non potevamo fare a meno di domandare se i tedeschi che sono lì all’opera, e si sentono come signori, temano una qualche insurrezione della classe operaia?
La risposta quasi compassionevole fu: “Contro fucili, polizia e frustino”?>>.
(…)<< Le loro tende si trovano, durante i mesi invernali, nei pressi dei paesi delle province di frontiera indiane , - le stesse tende di feltro di lana nere, che vedemmo in Anatolia, presso i beduini del deserto siriano e dell’Iraq, sugli altopiani della Persia, nelle valli dell’Afghanistan. – E sempre guardandoli si percepisce il soffio di libertà e il grande respiro dell’Asia! – (…) Ma la sedentarietà dei nomadi è uno dei punti del programma del moderno stato afghano, l’orgoglioso senso di indipendenza delle sue stirpi é uno dei suoi difficili problemi, ancora insoluti. E sono le stesse stirpi imparentate, che dall’altra parte del confine dell’India tengono col fiato sospeso le autorità inglesi e mezzo esercito indiano. Essi non riconoscono alcuna autorità statale, non amano nessun governo centrale, non capiscono alcuna legge all’infuori della loro tradizione, la lealtà vale solo verso i loro fratelli di stirpe, il loro unico vincolo é il potere dell’Islam. (…) Agenti tedeschi hanno tentato durante la guerra mondiale di indurre le stirpi afghane all’insurrezione e di indebolire l’Inghilterra a questo delicato punto. La Russia dovrebbe, per attaccare l’India, scegliere la via sull’Hindukusch o su Herat fino alla classica porta d’ingresso del Khyber. L’Afghanistan ha un posto nella rete della grande politica. Il governo di Kabul e dell’India britannica hanno una preoccupazione e un compito comuni: il controllo delle stirpi. E poiché una gran parte delle stirpi sono ancora nomadi, questo significa per Kabul la soluzione del suo problema dei nomadi, la sedentarietà dei nomadi, - la fine delle tende nere.>>

Se in questo discorso trionfa la schiettezza dell’interlocutore (il giovane architetto), certo non emerge il buon senso di cui l’Occidente si faceva portavoce e sostenitore, ma ben altro: una miserabile rappresentazione del vecchio imperialismo. Ecco dunque popolazioni, usi e costumi calpestati, fasti di un antico glorioso passato (i ponti di Genghis Khan) perduti per sempre. Nell’identità delle civiltà nomadiche é insito il concetto di spostamento, dunque esse erano private dei riferimenti culturali e destinati a soccombere, a cercare di sopravvivere. Queste popolazioni che all’autrice evocavano “l’ultimo respiro di libertà” erano destinate prima o poi a perire. Molti altri furono i temi affrontati dall’autrice nel corso di questo viaggio, ad esempio la condizione delle donne, che lei e l’amica Ella Maillart definivano … sagome succubi della legge del Tschador. Ed ancora il difficile tentativo di apertura a nuove riforme da parte del paese e così via. Potremmo dire che i temi sono numerosi quanto lo sono ancora gli articoli inediti, presenti nel lascito, e quelli pubblicati, di cui ancora non si é a conoscenza.

Maria Francesca Fisichella

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