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GABRIELE D'ANNUNZIO
(1863-1938)


di R.M.L.Bartolucci

Alzando gli occhi verso l'architrave, vi avreste potuto notare questa scritta: "Io ho quel che ho donato". Parole d'atmosfera francescana, un'atmosfera confermata dall'apparizio-ne di un giovane frate, che, facendo un leggero inchino, vi avrebbe accolto all'interno. Avreste allora attraversato il parco e sareste stati introdotti in un edificio su cui si poteva scorgere la scritta: "priorìa" . Una volta varcatane la soglia, però, vi sareste trovati davanti a uno spettacolo che di francescano non aveva proprio niente: arazzi, tappeti, statue, incensieri, ninnoli di giada, cuoi intarsiati, naiadi d'oro dall'abbigliamento discinto, e via di seguito, come se ci si trovasse in una lussuosa, fantasmagorica fiera del paganesimo. Avreste ben presto scoperto che il proprietario di quella strana dimora era nientemeno che il grande Gabriele D'Annunzio, il quale, poiché stava vivendo una crisi mistica, aveva fatto travestire da frate il suo cameriere e faceva chiamare con epiteto francescano "sirocchie" le sue domestiche. In realtà questo grande scrittore, famoso per la straordinaria musicalità dei suoi versi e per la sua incredibile abilità nell'uso della parola, era fatto così: aveva bisogno di circondarsi sempre di una "scenografia" corrispondente allo stato d'animo che viveva in ogni particolare momento della sua esistenza, non importa se con manifestazioni esteriori esagerate o di cattivo gusto. Chi avesse voluto giudicarlo, si sarebbe trovato in una terribile difficoltà, e lui stesso sembrava ostinarsi a non far capire fin dove arrivava la sua voglia di recitare e dove invece cominciava a manifestarsi il suo senso artistico. Per i suoi detrattori era solo un esibizionista, un ciarlatano privo di qualsiasi moralità; tutti gli altri invece, subivano il suo irresistibile fascino e ne rimanevano soggiogati, lo vedevano come un uomo eccezionale ed "inimitabile" che avrebbe potuto permettersi qualsiasi cosa. Del resto, anche lui stesso pensava così di sé, altrimenti non avrebbe potuto sentirsi tanto vicino al genio del grande Michelangelo da parlare di lui chiamandolo semplicemente "il Parente". Questi suoi atteggiamenti, che rivelavano il suo profondo sentirsi pieno di sé, probabilmente erano stati causati da una troppo rapida conquista del successo, senza tutti quegli sforzi e quei sacrifici che hanno caratterizzato la vita di molti altri grandi artisti. La sua famiglia di origine era agiata e apparteneva all'alta borghesia di Pescara. Suo padre, orgoglioso della sua spiccata intelligenza e della sua precocità, gli fece frequentare il più prestigioso collegio di quei tempi, il "Cicognini" di Prato, dove studiavano i figli dei52 nobili. Fu proprio lì che il grande poeta scrisse la sua prima raccolta di versi, intitolata "Primo vere", che lesse alla famiglia durante le vacanze estive del 1878. Il padre ne fu così entusiasta da pagargli le spese di pubblicazione, e in realtà anche il consenso della critica letteraria, all'apparire del volume, fu unanime. Concluso il liceo, due anni dopo, ormai divenuto famoso, volle andare a Roma per iniziare la carriera letteraria. Era sempre elegantissimo, spigliato e pieno di fantasia, e non gli fu difficile fare colpo nei salotti dell'epoca, riuscendo ad introdursi negli ambienti più raffinati, dove fece anche una vera e propria strage di cuori femminili, nonostante non fosse esattamente un Apollo. A vent'anni, innamoratosi della giovanissima Maria Hardouin, duchessa di Gallese, fuggì con lei e la sposò. Ma il matrimonio, evidentemente, non gli si addiceva, e ben presto le sue avventure galanti ricominciarono a pieno ritmo. Addirittura la vita di D'Annunzio potrebbe essere raccontata suddividendola in periodi diversi secondo le donne che ebbe al suo fianco. Ma la sua preferita, quella che esercitò un'influenza determinante sulla sua opera di scrittore e di poeta, fu senz'altro la "divina" Eleonora Duse, la più grande attrice dell'epoca. Egli le rimase accanto dal 1896 al 1904 (un vero record per lui!) e durante tutto questo tempo abitò a Firenze nella lussuosa villa "La Capponcina", per descrivere la quale l'aggettivo "principesca" sarebbe solo un eufemismo. La sua situazione irregolare e i suoi sperperi enormi gli procurarono critiche spietate. Ciò però non gli impedì di scrivere proprio in questo periodo parecchie delle sue opere più belle, e in particolare molte di quelle "Laudi" che rappresentano l'espressione più alta della sua poesia. Le enormi ricchezze accumulate, comunque, non gli bastavano a coprire le ingenti spese per mantenere tutto lo sfarzo di una tale abitazione. A un certo punto dovette fuggire per scampare alla furia dei creditori e andò ad abitare in Francia, ad Arcachon, dove per quasi cinque anni visse modestamente. Fu qui che scrisse alcune opere direttamente in francese, dimostrando grande versatilità. Il suo francese mescolava con disinvoltura parole moderne con vocaboli arcaici, ma egli riusciva a fondere le parole così sapientemente e armonicamente, con squisita raffinatezza, che la sua affermazione anche in Francia fu clamorosa. La prima opera che scrisse in francese, il testo teatrale "Le martyre de Saint Sebastien", fu addirittura musicata dal più illustre compositore "d'avanguardia" dell'epoca, il grandissimo Claude Debussy. Intanto D'Annunzio continuava a scrivere anche in italiano e pubblicò proprio in quel periodo in Italia "Le faville del maglio", una raccolta di scritti vari in prosa che riconfermavano la sua abilità e gli spianarono la via del ritorno in patria. L'occasione per la rimpatriata si ebbe con l'invito a pronunciare l'orazione di commemorazione dell'impresa dei Mille il 5 maggio 1915. La Prima Guerra Mondiale divampava e in Italia la maggior parte dell'opinione pubblica era favorevole all'intervento in guerra per strappare agli austriaci i territori ancora irredenti. D'Annunzio pronunziò dallo scoglio di Quarto un appassionato discorso interventista, e ottenne il "perdono" ufficiale per i suoi trascorsi. Subito dopo il poeta entrò direttamente in azione, partendo per il fronte e compiendo imprese leggendarie. Ma fece anche ciò nel completo disprezzo delle regole: infatti, pur essendosi arruolato come ufficiale di cavalleria, non tenendo in alcun conto gli ordini degli Alti Comandi, rivestì a suo piacere il ruolo di marinaio, fante e aviatore. Le sue imprese, tuttavia, furono tali che gli si perdonò tutto, tanto più se si considera che il Comando austriaco aveva messo una fortissima taglia sulla sua testa. Nel frattempo continuava a dedicarsi instancabilmente alla sua opera di scrittore con un successo travolgente, riuscendo sempre a rimanere sulla cresta dell'onda. Alla fine della guerra, però, era ormai stanco e provato: lo invase l'assurdo terrore di essere dimenticato, e cercò di costruirsi un'immortalità al di là della sua opera di poeta e scrittore. Per i suoi meriti lo Stato gli aveva concesso una lauta pensione e regalato una vecchia villa sul lago di Garda. Egli la ampliò e l'arredò lussuosamente con uno sfarzo malinconico, trasformandola in un mausoleo in onore di se stesso, a cui diede il nome di "Il Vittoriale degli Italiani". Lì condusse tristemente gli ultimi anni della sua esistenza, che ebbe termine l' 1 marzo 1938. Con lui morì un grande, inimitabile artista, insieme all'ultima delle sue ingannevoli illusioni: quella di sopravvivere alla sua stessa poesia grazie alla sua tanto spettacolosa quanto assurda dimora.

Rossella Maria Luisa Bartolucci
rbart@ciaoweb.it

 

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