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Ci sono dei casi, e non sono necessariamente insoliti, in cui le note di presentazione e la quarta di copertina non rendono giustizia al libro. “Cambi di prospettive” di Ilaria Ferramosca è uno di questi casi: in particolare, c'è una nota dell'autrice, che serve un po' come malleveria per il lettore (o come excusatio non petita), e che sostiene, abbastanza umoristicamente (o almeno con una certa simpatica verve) che per amare questo libro, bisognerebbe avere una notevole opinione per i fumetti come mezzo espressivo o forma d'arte, ed essere disposti a vedere le cose da un'altra prospettiva, da cui il titolo. Ecco, il problema è che, prescindendo dalla considerazione per i fumetti (esistono buoni e cattivi fumetti, come esiste buona e cattiva letteratura), chi legge (e ce n'è talmente pochi, di lettori, in Italia) già è di per sé una persona che vuole vedere le cose da un punto di vista diverso (quello dell'autore/autrice del libro letto).
Ma evidentemente, la trasgressività fa vendere. Evidentemente, anche se devo ammettere di non avere prove. Come non ne ho del fatto che esista qualcuno che si scandalizzi davvero per un libro in fondo così classico e letterario (entrambe caratteristiche, secondo me, più che positive in letteratura). Sì, c'è qualche colpo di scena, ma mai gratuito, mai non ben preparato; e il leitmotiv di molti di questi racconti potrebbe essere che nulla è come appare: una considerazione perfettamente condivisibile.
Ecco, quel che le note di presentazione e la quarta di copertina non dicono (e francamente, non so perché) è che c'è una notevole qualità di scrittura in questi racconti, ed una grande sicurezza narrativa. L'autrice è versatile, sa far muovere i personaggi con mosse efficaci, anche in storie non sempre totalmente originali (le due gemelle che si fanno sostituire all'esame è per esempio un vecchio topos della chiacchiera universitaria). Personalmente, ho prediletto l'ultimo racconto sulle confessioni, rese all'amica del cuore, da un innamorato timido (e forse respinto), “E poi si ricomincia”: neanche questo è certamente un argomento nuovo, ma è esposto con freschezza e simpatia, in uno scenario presumibilmente di una cittadina pugliese. Certo, i dialoghi alle volte potrebbero essere più stringati e pungenti, alle volte si indulge in scambi di battute un po' da fiction televisiva, ma è peccato in fondo veniale. E non dimenticherei i teneri racconti sul Natale, e la sottile assurdità, un po' buzzatiana, del “Soggetto incompiuto”, come la capacità di Ilaria Ferramosca di virare al giallo (o al nero) il racconto, come ne “L'elemento nascosto”. Diciamo che la versatilità è la cifra che corre per tutta la raccolta, e la sua abilità di variare registro narrativo, tono e grado di enfasi è notevole: per esempio in “Mi mancherai fino a domani” (un titolo che dà un po' il segno della fretta e dell'agitazione con cui sono vissute tante vicende sentimentali, oggi e, temo, sempre: credo faccia parte della nostra natura umana) i due personaggi principali, Francesco ed Emi, parlano con voci evidentemente diverse tra loro, e molto ben caratterizzate: basterebbe probabilmente poco, a questo punto, per “rischiare” di renderli indimenticabili. L'autrice invece tende troppo a puntare sul finale a sorpresa, senza forse accorgersi appieno di aver costruito una storia unica, nella sua semplicità e forse banalità, giocando su tanti dettagli, e di averla esposta con coerente intelligenza, che è quanto fa di una narrazione, letteratura, anche se magari minore.
Concludo: quel che manca all'autrice è forse un po' più di fiducia in se stessa, non soltanto nel cercare di battere strade nuove (l'originalità è una via difficile), ma anche nella propria capacità di imbastire una storia, capacità che mi sembra questa raccolta confermi pienamente, il che ci consente di attendere con fiducia le successive prove dell'autrice, e lo sviluppo ulteriore della sua personalità letteraria. (Carlo Santulli) Carlo Santulli |