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Il cielo sopra la Dalmazia di Drazan Gunjaca (estratto dal capitolo X)
traduzione a cura di Srdja Orbanic
Pubblicato su SITO



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Dal X capitolo del romanzo IL CIELO SOPRA LA DALMAZIA

Arrivò così la primavera del 1946, a rilento, quasi controvoglia, come se avesse voluto saltare quell'anno in attesa di un altro piú bello e sopprtabile. Come se nessuno l'avesse informata che la guerra era finita ed era arrivata la libertà… Con il primo germogliare delle piante e con gli odori primaverili della natura risvegliata a Belgrado si presentò la figura solare di Giovanni. Dopo essersi sentiti per telefono, Nikola propose di trovarsi da Jovica sabato sera quando tutti e tre sarebbero stati liberi da impegni. Per fortuna Nikola per nostalgia d'amore non aveva restituito le chiavi per cui potevano entrare in casa quando volevano, lo prendeva in giro Jakov. Nikola rispose corto che non andava da lei, ma dal suo amico Jovica, che per caso era anche il fratello di quella sgualdrina. A prescindere dalla ragione, stava di fatto che loro tre da Jovica si sentivano come fossero a casa loro.

Jakov era il piú vicino alla porta quando al tramonto di quel fresco sabato d'aprile suonò il campanello. Aprì la porta e finì nel forte abbraccio del medico.

„Se qualcuno mi avesse detto che sarei stato tanto felice a vedere un italiano, lo avrei strangolato,“ disse Jakov cordialmente mentre si salutavano.

„Un italiano dalmata,“ lo corresse Giovanni passando a salutare Nikola e Mile che si precipitarono verso l'entrata. „Cari i miei colonnelli, allora ve la siete cavata, siete vivi e vegeti. Grazie a Dio e a Sant'Antonio…“

„Questo è il santo al quale dobbiamo quel nostro liquore dalmato?“ gli chiese Nikola abbracciandolo.

„Il liquore è zaratino e i frati di Zara…“ cercò di spiegare Giovanni subbissato dalla calorosa accoglienza dei due. „ma voi due siete ancora cresciuti o cosa? Dio mio…“

„E tu, ci hai portato finalmente 'sto liquore dei frati?“ chiese Nikola.

„Maraschino, Nikola, maraschino,“ precisava Giovanni per l'ennesima volta i fatti della tradizione francescana a zara e nei dintorni. „Sì, l'ho portato, anzi ne ho portati alcuni litri. Dopo che lo provi puoi anche morire…

„Ma a voi succede qualcosa nella vita che non sia collegato con la morte?“ lo interruppe Nikola. „Bella da morire, morire d'amore... E così che dite, no? Insomma, gli altri facciano ciò che vogliono, ma voi siete sempre lì a morire di qualcosa o per qualcosa…

„Non puoi e non lo capirai mai,“ gli disse Jakov.

„E voi invece sì che lo capite,“ rise Nikola.

Poco dopo si unì alla compagnia anche Jovica, appena tornato dalle prove. Come c'era d'aspettarsi, Giovanni gli piacque a prima vista. Istruito, ragionevole e misurato, con alcuni litri di medicina, altrocché liquore, come non amarlo, sussurrava Jovica a Jakov mentre affettavano il prosciutto che pochi giorni prima Nikola aveva ricevuto dal Montenegro. Se Zara fosse un po' piú vicina, me ne andrei in convento e produrrei questo toccasana, continuava Jovica le sue lodi al maraschino. Jovica in genere era ammirato dai frati francescani. Raccontava a Jakov che qualche anno addietro era a Banja Luka ed ebbe l'opportunità di provare il formaggio prodotto dai locali frati cappuccini… Il miglior formaggio al mondo. E in combinazione con quel liquore… Tra tutti i servi di Dio, Jovica preferiva definitivamente i seguaci di San Francesco d'Assisi. Anche il loro motto gli era vicina. Pax et Bonum. Ovvero pace e bene. Che ci vuole di piú nella vita? Ed anche questi nostri comunisti, continuò Jovica, potrebbero studiarsi la biografia di San Cesco… Molto istruttiva per coloro che ci tengono agli oppressi. Imparerebbero molto di piú leggendo la vita di San Francesco che il Manifesto di Marx.

„Da dove salta fuori tanta tua inclinazione ai santi cattolici?“ gli chiese Jakov con interesse. Jovica però riteneva che i santi non potevano essere divisi in cattolici ed altri. Un santo è santo e basta… Inoltre, già che insisti, mia madre è cattolica, disse Jovica andandosene dalla cucina mentre Jakov lo fissava sorpreso. Per di piú, Jovica era in genere scettico nei confronti dei nuovi profeti della società aclassista. Tanto che in un'occasione arrivò allo scontro verbale con Mile in merito a un assessore belgradese e alla distribuzione degli aiuti ai piú bisognosi, accusando quel servitore dello Stato senza mezzi termini di ruberie. L'accusa turbò profondamente Mile.

„Non è possibile“, protestava. „Conosco a memoria il regolamento secondo il quale opera e so chi lo controlla…“

„E invece è possibile,“ controbattè Jovica. „Non mi è noto il regolamento, non so chi lo controlla quell'uomo, però so di che pasta è fatto…

La quantità del liquore diminuiva proporzionalmente alle ore che passavano. Brindavano ricordando gli avvenimenti degli anni passati. I ricordi piú numerosi erano quelli riguardanti la battaglia di Kozara. Quanto meno liquore c'era tanto piú vasto diventava il repertorio degli argomenti.

„Non ci hai mai raccontato fino in fondo come sei finito nell'esercito collaborazionista croato!? a un certo punto si rivolse Nikola a Giovanni.

„A causa della moglie,“ rispose Giovanni con voce brilla che non riusciva a nascondere la malinconia mentre stava pulendo gli occhiali con un pezzettino di tela. „Una croata. Dalmata. Una creatura meravigliosa. La dona piú bella del mondo. La piú splendida, piú… Dio mio, come era facile amarla. La maggior parte delle donne non è facile amarle. Ti innamori e cominci a voler loro bene, ma è difficile amarle. Continuamente esigono qualcosa, complicano inutilmente le cose, stancano se stesse ed altri con minuzie insignificanti, trasformano tutto in dramma per il solo gusto del drammatico, perché sono continuamente in cerca della soddisfazione perduta… Se mai sono state davvero soddisfatte. Lei invece, era così facile innamorarsi e amarla. Lei era… Ogni volta che sento la prima lettera di San Paolo ai Corinzi, quella sull'amore, mi ricordo di lei. Come direbbe Paolo, senza l'amore siamo davvero nulla. Ma l'amore che sopporta, che non invidia, che non esige. L'amore che crede, che spera, che protegge… Ah, l'amore. Beati coloro che hanno chi amare. E a cui l'amore viene corrisposto. L'amore vero… È morta nella primavera del 1941, tra le mie mani. Nell'ospedale di Spalato. Complicazioni durante il parto. Condizioni nell'ospedale da medio evo. Sepsi. Ho perso lei e il bambino… Dopo sono finito nella piú nera delle depressioni. Mi ci è voluto un anno per ritornare ad essere uomo. Ad avere di nuovo paura della morte. Tutto ciò è coinciso in pratica con l'inizio della guerra… È incredibile con che facilitá le cose peggiori della nostra vita vengano a coincidenza e distruggano le nostre vite patetiche. Così, di passaggio, per capriccio… Non dobbiamo neanche essere il bersaglio principale, spesso neanche lo siamo, ma comunque non c'è salvezza… Tra l'altro, non mi piacciono persone patetiche. A differenza del pathos, al quale sono incline… Comunque sia, per me faceva lo stesso dove e come avrei tirato le cuoia, mi bastava non stare con i fascisti e i loro alleati…

„Mi dispiace“, si scusò Nikola sinceramente scosso. „No lo sapevo. Non potevo neanche immaginare…“

„Nessuno lo sa,“ rispose Giovanni. „È piú facile per me. Non so relazionarmi con la compassione degli altri. L'ho raccontato solo a Jakov…“

„Jakov lo sapeva?“ sbottò Nikola.

„Non avevo sentito bene da tutte quelle esplosioni,“ si affrettò Jakov a rispondergli. „Ti ricordi, Nikola, di quelle esplosioni. Sono iniziate con Mile e i russi…“

„Sì!“ tagliò corto Nikola muovendo il capo e fulminandolo con lo sguardo. „ ne parleremo qunado resteremo soli noi due…“

„Cosa centriamo i russi ed io con i vostri ricordi?“ chiese Mile insospettito, ma nessuno dei due rispose.

„Una moglie così giovane, bella ed amata non è possibile dimenticarla, vero?“ intervenne Jovica.

„No,“ confermò Giovanni.

„E la morte l'ha resa insostituibile,“ proseguì Jovica.

„Sì,“ concordò Giovanni.

„Lo so,“ gli diede ragione Jovica. „Lo so per esperienza personale… Non è stata così drammatica, però ciononostante lo so…“

„Mi dispiace, amico mio,“ lo confortò Giovanni. „Ma, sarà meglio tornare indietro, alla situazione precedente all'aver menzionato l'esercito collaborazionista. L'unico vantaggio che ne ho tratto è quello di avervi incontrato…

Poco prima della mezzanotte Jakov accompagnò Giovanni, su sua richiesta, al suo alloggio provvisorio, che si trovava nel centro città. Mile e Nikola rimasero da Jovica. Uscendo di casa incontrarono Ceca che tornava da non si sapeva dove. A Ceca nessuno mai chiedeva dove andava, e quand'anche l'avesse fatto di sicuro non avrebbe ricevuto la risposta desiderata. Le presentazioni con il medico furono sbrigative, però ciononostante non puramente formali. Giovanni pur sempre era italiano. Fece un inchino, le baciò la mano e ammirò la sua bellezza… E per giunta si scusò perché non aveva neanche un fiore per rendere omaggio alla sua bellezza… O qualcosa di simile. Come che fosse, era palese che Ceca era affascinata da Giovanni. Battè le ciglia, restituì il complimento dicendo che una tale conoscenza a Belgrado quel giorno, quella sera, in quelle circostanze era molto di piú che una semplice novità… Ed entrò in casa mentre loro due continuarono per la loro strada. Passo su passo, entrambi assorti nei loro pensieri, muti.

„Bella donna,“ fu Giovanni ad interrompere il silenzio. „Ceca è un nomignolo, in verità si chiama Svetlana, giusto? Deriva da 'luce'. Bel nome. Carico di significati. Corrisponde alla nostra Lucia. È la traduzione italiana del nome. Svetlo – Svetlana, luce – Lucia. Capisci?“

„Lucia?“ lo squadrò Jakov con lo sguardo. „Beh, Ceca l'ho immaginata in svariati modi, però come Lucia no. Ma se lo dici tu… Però, visto che parliamo di donne, tutto il tempo evitiamo…“

„Sei tu che eviti, non io,“ lo interruppe Giovanni.

„Sì, hai ragione,“ ammise Jakov. „Dimmi allora, dove sta e cosa fa?“

„Milena è la più bella ragazza che in questi ultimi anni ha messo piede in terra d'Italia,“ disse Giovanni con orgoglio palese. „Gli alleati sono impazziti per lei. Per non parlare degli italiani… Dovevi vederlo… Perdevano gli occhi quando passava agitando quella sua lunga chioma nera. Però, non faceva moine come le altre. Neanche per sogno. Lei è così naturale… A lei la natura ha dato tutto ciò che le altre donne non hanno e sono pronte anche a uccidere per averlo. Per dirla in breve, Milena è diventata una bellissima giovane donna.“

„Ho capito,“ lo interrupe Jakov impazientito. „Tutti pazzi per lei eccettera. Ma adesso dove è?“

„Scusami,“ disse Giovanni. „Mi sono lasciato andare un po'. Milena è per me… Non so cos'è per me. La figlia che non avrò mai…“

„Perché non l'avrai?“ si oppose Jakov. „C'hai tutta la vita davanti a te…“

„Mio caro Jakov, alle porte della mia vita bussa la quarantina,“ rispose tranquillo Giovanni. „E non mi lamento. Il mio grido di dolore si alzerebbe fino al cielo se non avessi amato come ho amato e se ancora adesso non amassi mia moglie come l'ho amata. Ma tutto ha un suo prezzo. Però, torniamo a Milena. Milena è a Belgrado e studia medicina. Da un mese. Si è iscritta al secondo anno perché le hanno riconosciuto quanto fatto in Italia. Siamo stati dal preside della facoltà, il professor dottor Jevrem Nedeljković. È entusiasta di ciò che Milena ha raggiunto in meno di tre anni. Ha  ottime raccomandazioni e due diplomi. Un po' l'ho aiutata anch'io, ma non per farle ottenere qualcosa che non meritasse… La persone bisogna aiutarle in ogni modo affinché ottengano ciò che meritano, ma altrettanto bisogna rifiutarsi a dar loro una mano se vogliono ottenere ciò che non meritano perché se lo facessimo non faremmo loro un favore, a prescindere da come loro percepiscano tale rifiuto… Lasciamo stare le digressioni. Quando bevo un po'… Gli americani le hanno offerto una borsa di studio, una di quelle che non si rifiutano. E se l'è meritata. In quanto al sapere, già ora potrebbe funzionare come medico…“

„Beh, l'ha accettata la borsa di studio o no?“ lo interruppe nuovamente Jakov.

„No!“ rispose Giovanni. „L'ho pregata di accettare. Ho cercato di spiegarle cosa perde, l'ho supplicata… Purtroppo non voleva sentirne.“

„No?“ si sorprese Jakov. „E perché no? Se le cose stanno come dici…“

„Perché ti ama, Jakov,“ disse Giovanni. „Ho cercato di capirlo ma… Nessuno di noi capisce gli amori altrui. Ed è meglio così. Milena è una donna speciale per molti versi. Spero che di fronte a sé abbia un futuro felice. Dovrebbe averlo… Ha patito tanto… Mio piccolo angelo. Sai, ho paura. A volte tanta che sento di impazzire. Tutte le donne che per me significavano più della mia stessa vita sono scomparse da essa. Mia madre, mia sorellina Emanuela, mia moglie… Come se il mio destino fosse la sventura. Una maledizione. Lo so, lo so. Neanch'io sono superstizioso, specie quando si tratta del destino degli altri… È più difficile essere saggio e razionale quando il male tocca la tua vita… Non c'entra. Volevo dirti che ho paura per Milena. Non saprei spiegarti perché. Però so di aver bisogno di chiederti una cosa da amico. Da fratello.“

„Dimmi!“

„Se non la ami più di te stesso, lasciala stare,“ disse Giovanni. „Lei sa amare solo in questo modo ed è in questo modo che deve essere amata. Se tu non sei capace di tanto, le rovinerai la vita.“

„Non ti preoccupare,“ rispose Jakov. „Io sono l'ultima persona che le farebbe del male.“

„Jakov, quando c'è in giuoco l'amore, il male spesso nasce dai migliori intenti,“ lo ammonì Giovanni.

„Lo so,“ accettò Jakov. „Lo so, non ti preoccupare. Ma ora dimmi, sei stato in Dalmazia? A Zara?

„Sì, ma non voglio parlarne,“ rispose Giovanni.

„Perché?“ si incuriosì Jakov. „Scusa, se non vuoi parlarne…“

Giovanni inghiottì la risposta e Jakov per buona educazione non insistette. Se l'uomo non vuole parlare di certe cose, allora è meglio evitare l'argomento. Conoscendo Giovanni, doveva avere una buona ragione per ciò. Poi Giovanni si fermò per un momento, accese una sigaretta e sbottò indignato… Tanto che Jakov pensò come sarebbe stato se avesse avuto voglia di parlare. Tutta colpa di quel liquore… I freni non tenevano più… Giovanni iniziò con una considerazione sulla storia quale pessima maestra di vita, scienza che miratamente forma la persone quali nemici invece che amici. Se non mi credi, prendi i libri di storia e leggi, prosegiuva Giovanni sempre più infuocato. L'odio per l'altro e il diverso sgorga da tutte le pagine. La storia è scritta in modo tale da perpetuare in eterno l'inimicizia tra le persone. Anche oggi viene scritta nello stesso modo. E verrà scritta in tale modo ancora per lungo tempo. Forse fino alla fine dell'esistenza umana. Vengono glorificate le vittorie e i vincitori e si invoca la vendetta delle sconfitte e verso i vinti… Apertamente o latentemente. I contemporanei vengono sottoposti a manifestazioni per niente sottili e implacabili di intolleranza, escusivismo, odio… Il genere umano ha capito tutto in modo sbagliato, semprecché abbia capito alcunché. Jakov non si aspettava un tale discorso da Giovanni e non gli era del tutto  chiaro cosa avrebbe dovuto rispondere. Forse Giovanni aveva ragione. E forse la storia non è possibile scriverla in altro modo, pensò Jakov. In questo mondo in cui viviamo. Specie le storie dei popoli minori, come il mio croato, la cui storia è una collezione di sconfitte orrendamente sanguinose e di errori. Appena a quel punto Jakov si rese conto che non aveva datto una sola parola e che Giovanni aveva continuato con le sue considerazioni sull'abuso della storia e sulle inimicizie che tale abuso incoraggiava. Era convinto che perpetuando una tale storiografia il geenre umano nov avesse futuro. Che era condannato alle violenze e alle guerre finché la storia sarebbe stata scritta in tal modo. La storia è piena di questioni irrisolte e di incitamenti di usare qualsiasi occasione per dare loro una soluzione…

„Cosa ti opprime in concreto?“ lo interruppe Jakov.

Giovanni smise di parlare. Bene, pensò Jakov. Poteva anche accettare in linbea di massima le considerazioni che faceva Giovanni, ma non vedeva il fine pratico di un tale discorso… Eccetto che dopo si sentiva ancora peggio di prima. Poi Giovanni riprese a parlare. È umano sperare, pensò Jakov. Giovanni era in concreto straziato dall'immagine di Zara distrutta, che non gli dava tregua… Ogni notte sognava i bombardamenti aerei e se stesso che correva sotto la tormenta delle bombe… A peggiorare la cosa c'era il fatto che si sognava ancora bambino… E allora si svegliava tutto spasmodico, bagnato di sudore, e sveglio aspettava il mattino. Jakov cominciò a sentirsi imbarazzato. In effetti non sapeva che dire in risposta a quanto sentito.

„Jakov, Zara non c'è più,“ gli disse Giovanni. „Ci sono stato. Gli alleati l'hanno rasa al suolo. Il nucleo storico non c'è più. Guardavo e piangevo. Come un bambino. Non volevo credere. Una visione apocalittica. Una catastrofe. Non riesco a comprendere perché l'hanno completamente distrutta. Non è normale. Neanche in questa guerra. Non esiste un solo motivo ragionevole per una tale assurda distruzione fine a se stessa. E non riesco ad  accettare che si è trattato di un errore, di uno di quei bizzarri destini storici…“

„E la gente?“ chiese Jakov. „I cittadini di Zara? Finché c'è gente, ci saranno le città…“

„Neanche loro ci sono più,“ rispose Giovanni indignato. „La mia città non c'è più e non c'è più neanche la mia gente. La maggior parte è fuggita in Italia. Già prima. Dopo la disfatta dell'Italia. Quelli che non l'hanno fatto allora, lo stanno faccendo ora o si tanno preparando di farlo. Parlo degli italiani,“ precisò Giovanni. „Credevo che con la fine della guerra finiranno anche gli esodi… Però, a questi non c'è fine. In queste terre c'è sempre qualcuno che se ne va. Ora è il turno del mio popolo. Degli italiani. Mi è chiaro cosa hanno fatto i fascisti. E non solo loro. Non chiudo gli occhi di fronte alle loro misfatte…“

Jakov era confuso. Neanche lo sfiorava l'idea di giustificare gli alleati e i bombardamenti bestiali di Zara, ma non se lerano passata meglio neanche le altre città  dalmate. Glielo disse. E per quanto riguardava l'esodo degli italiani dopo la disfatta dell'Italia… Neanche ciò si poteva attribuire ai partigiani. Per quel che lui sapeva, gli italiani sono fuggiti dai tedeschi che avevano occupato la città. E dalle bombe alleate, chiaro…

„Qualcuno dei tuoi è stato vittima?“ chiese Jakov.

„Sì,“ confermò Giovanni.

„Chi?“

„Il mio popolo,“ ribattè Giovanni.

„Ah!“ sospirò Jakov. „Questo mi pare di averlo già sentito.“

„E sai quale è la cosa peggiore?“ continuò Giovanni. „Che non hai a chi dare la colpa…“

„Anche questo mi pare di averlo già sentito.“

„Beh, in verità io non do la colpa a nessuno,“ disse Giovanni. „Né agli alleati, né i partigiani e addirittura neanche i tedeschi… Io sto semplicemente dicendo che la mia città e il mio popolo non ci sono più, che dalla faccia della terra sono state cancellate le tracce della mia esistenza e dell'esistenza della mia famiglia… Non sono in grado di metabolizzare una cosa del genere. Ci sto provano però… Non ci sono persone con cui discuterne. E come si  è arrivati a tanto… In questo momento ciò forse non è neanche importante. Diventerà probabilmente importante quando un giorno qualcuno tenterà qualche losco mercimonio ricorrendo anche a queste vittime… Così come di solito succede nella storia scritta male… Le vittime sono la merce più ricercata nei mercimoni che precedono e che seguono alle guerre… Non riesco a sopportare i mercanti di vittime. Si tratta della parte più ville e indifferente del genere umano… In base alla frequenza dei loro affari puoi calcolare quando una guerra è finita e quando una nuova avrà inizio… Sono fuori di testa, eh?“

„Beh, non nego che…“ confessò Jakov.

„Ero fiero di essere italiano, dalmata e zaratino,“ disse Giovanni con voce più pacata. „E ora? Di che dovrei essere fiero ora?“

„Di tutto ciò, solo ancora di più,“ rispose Jakov abbracciandolo. „E prima di tutto devi essere fiero perché sei un buon uomo. Poiché tutto quanto hai detto finora non avrebbe valore se tu non lo fossi.“

Autore: Drazan Gunjaca
Traduzione a cura di Srdja Orbanic



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