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Umma (Mamma)
di Voikom Muhammad Basheer
trad di Silvia Merialdo

 

La madre scrive al figlio che a fatica sbarca il lunario in mezzo alle difficoltà di una città lontana. Scrive col dolore nel cuore.
"Figlio, voglio solo vederti".
Non è finita qui. Molte altre parole sono messe insieme in frasi sgrammaticate e buttate giù come scarabocchi. Eppure il dolore nel suo cuore è chiaro senza alcun dubbio. È da tanto che non si vedono.
Il figlio sa che sua madre lo aspetta ogni giorno. Ma cosa può farci? Non ha soldi per intraprendere il viaggio. Sopravvivere ogni giorno è un problema. Devo partire domani, in qualche modo; devo andare a trovare mia madre, si consola così. Ma i giorni diventano settimane, le settimane si trasformano in mesi e i mesi in anni.
La madre aspetta il figlio ogni giorno.
Dico questo a proposito di mia madre. Qualsiasi cosa io dica qui di seguito è su mia madre. Ogni figlio avrebbe cose simili da dire su sua madre in quest'India dove viviamo. Parlerò ora della lotta per la libertà. Non ha alcuna relazione diretta con mia madre. A parte il fatto che io sono figlio di mia madre. In tutta l'India ci sono madri che hanno partorito figli come me. Cosa hanno fatto quando i loro figli furono chiusi in prigione nel nome della causa della libertà della loro madrepatria?
I giovani uomini e donne dell'India furono perseguitati e picchiati e gli furono rotte le ossa dai lacchè del governo straniero. Furono ammassati nelle prigioni. Cosa fecero le loro madri nelle migliaia di case là fuori? Non lo so dire con certezza. Ma so bene cosa fece mia madre.
Sto buttando giù quello che successe senza uno scopo preciso. Leggendo la lettera di mia madre mi sono venuti in mente alcuni vecchi ricordi. La storia di come andai da Vaikom a Calicut per partecipare al satyagraha del sale.
Ho qualcosa da dire prima di riportare questo fatto. Non rivelo nessun segreto quando dico che sto scrivendo questo nel 1937 o che l'India non è ancora libera. Devo comunque rivelare il segreto che ho ricevuto delle botte e che sono stato perseguitato nel nome di Gandhiji . Comunque, se mia madre non mi avesse messo al mondo niente di tutto ciò sarebbe successo. Mia madre non avrebbe patito nessuna agonia mentale a causa mia. Perché mia madre mi ha portato in questa terra di schiavitù, povertà e indescrivibile sofferenza? Forse tutte le madri d'India si sentono chiedere la stessa domanda dai loro figli. Oppure questa domanda deve rimanere inespressa nelle menti di uomini e donne. Perché l'India è così povera? Non posso dire con orgoglio "Io sono indiano". Non sono altro che uno schiavo. Odio il paese schiavizzato che è l'India. Ma… non è anche l'India mia madre? Proprio come la madre che mi ha messo al mondo ha delle aspettative su di me, anche l'India non si aspetta qualcosa da me? La terra d'India si aspetta di ricevere il mio corpo morto proprio come mia madre si aspetta di vederlo vivo.
Aspettative!
Ora ricordo.
Mia madre mi ha partorito. Mi ha allattato al suo seno e mi ha fatto crescere. Ha fatto di me un uomo. Mia madre dice che sono nato dal suo desiderio. "Tu sei nato da me dopo tenera attesa e intenso desiderio." Ogni madre dice ciò alla sua prole. Non so riportare qui i sentimenti che mi riempiono il cuore. Come le catene che mi legano le mani, mi vedo davanti celle della polizia, prigioni, forche e davanti a loro poliziotti, soldati, guardie carcerarie!
"L'India è una grande prigione con alte mura che rinchiudono la mente e il corpo!" Gandhiji disse questo. Non so quando. Ricordo bene però le botte che ricevetti a causa di Gandhiji. Fui picchiato da un bramano di nome Venkateshwara Iyer. Era il preside della scuola superiore inglese di Vaikom. Sette colpi secchi con un bastone. Questo accadde durante i giorni del satyagraha di Vaikom.
C'era molta eccitazione e commozione in città perché Gandhiji doveva arrivare.
C'erano grandi folle sulle rive del canale e sul molo delle barche. Mi spinsi fra la folla con altri studenti e raggiunsi la prima fila. Vedemmo da distante Gandhiji sulla barca. Un ruggito come proveniente dal mare si
alzò da migliaia di gole. Si alzò come una sfida alle regole straniere, "Mahatma… Gandhi…ki…jai !"
Il fachiro mezzo nudo mostrò le gengive, da cui mancavano due denti e sorrise quando approdò al molo con le mani piegate in saluto. C'era un forte rumore tutto intorno. Entrò in una macchina scoperta. La macchina avanzò attraverso la folla, dirigendosi verso l'ashram del satyagraha. Un numero di studenti si appese ad un lato della macchina. Io era fra loro. In tutta quella confusione avevo un desiderio! Toccare il Mahatma, adorato del mondo! Sentii che sarei caduto morto se non lo avessi toccato. Metti che qualcuno tra le centinaia di migliaia di persone mi vedesse?… Ero spaventato e ansioso. Toccai leggermente Gandhiji sulla spalla sinistra!
Nessuno lo seppe.
Quella sera quando tornai a casa lo raccontai a mia madre con orgoglio. "Umma, ho toccato Gandhi".
Mia madre che non aveva idea della natura di questa cosa chiamata Gandhi tremò di paura e costernazione. "O figlio mio…!" disse mia madre, guardandomi a bocca aperta.
Ora ricordo.
Il nostro preside era contro il satyagraha. Era anche contro Gandhi. Così aveva proibito angli studenti di indossare il khadi grezzo tessuto a mano . Aveva anche ordinato di non visitare l'ashram.
Io indossavo il khadi in quei giorni; e andavo all'ashram. Un giorno, come entrai in classe, il preside mi chiamò. Disse ridendo crudelmente, "Accipicchia! Guarda che vestiti!"
Non dissi niente. Mi chiese di nuovo, "Mascalzone, tuo padre si è mai vestito così?"
Io dissi, "No."
Un giorno entrai in classe circa tre minuti dopo il suono della campana. Lui era in piedi nella veranda con una bacchetta in mano.
Quando mi chiese perché ero in ritardo, risposi che ero andato all'ashram.
"Chi ci hai portato?" Si mise eretto e mi diede sei colpi sul palmo con la bacchetta.
"Non andarci mai più! Capito, mascalzone?" Mi diede ancora un colpo sul dorso.
Ma ci andai ancora.
Ricordo.
In quei giorni possedevo una camicia e un dhoti di khadi. Solo una camicia e un dhoti. Allora il khadi era un simbolo di protesta. Giurai che non avrei mai indossato tessuti stranieri. Dicevo che se fossi morto avrei dovuto essere sepolto avvolto in un lenzuolo di khadi.
Mia madre chiedeva, "Dove hai preso questo tessuto grezzo che fa prudere?" Credeva che il khadi sulla pelle facesse prudere!
Io dicevo, "Questo tessuto è fatto nella tua terra, in India."
E così - Gandhiji, i fratelli Ali, l'autogoverno, la dominazione britannica - questi erano gli argomenti di conversazione.
I vecchi nella nostra città avevano solo due giovanotti a cui potevano chiedere di chiarire i dubbi sull'Inghilterra o sulla Cina. Uno era il signor K.R. Narayanan. L'instancabile Narayanan era il corrispondente speciale della maggior parte dei giornali. E se qualcuno mi faceva qualche domanda su qualche argomento io raramente dicevo "non lo so". Ma una volta fui incapace di rispondere.
Mia madre mi chiese, "Bene, questo Kanthi metterà fine al nostro morir di fame?"
Era un grosso problema. Riguardava l'intero paese. Io non ne sapevo niente. Ma dissi, "Quando l'India diventerà libera, smetteremo di morire di fame!"
Era l'anno 1930. Penso che fosse l'anno in cui Gandhiji mandò dall'ashram di Sabarmati la lettera con i suoi famosi undici punti al viceré, Lord Irwin. Penso che fosse stato un giovane inglese di nome Reynolds che recapitò la lettera. Ma non fu data nessuna risposta soddisfacente. Come menzionato nella lettera, Gandhi iniziò il suo programma di satayagraha. Gandhi partì con settanta seguaci verso il mare vicino a Dandi per infrangere le leggi sul sale. Il governo britannico aveva imposto una tassa perfino sul sale usato da migliaia di poveri nel paese. Prima di iniziare la marcia su Dandi che scioccò l'intero paese Gandhiji annunciò, "O torno all'ashram dopo esser riuscito a ottenere le nostre richieste, o il mio cadavere galleggerà sul mare arabico."
Gandhi morto? La questione echeggiò dall'Himalaya a Kanyakumari e l'intero paese fu in una ribollente confusione. Il governo britannico usò tutti i suoi poteri per opporsi agli indiani disarmati. I militari, la polizia, le prigioni - il governo non era altro che questo. Gandhiji e i suoi seguaci furono arrestati sulla riva del mare vicino a Dandi.
Come altre parti del paese, anche il Kerala era in agitazione. Le persone che infransero le leggi del sale sulla spiaggia di Calicut furono trattate brutalmente secondo le istruzioni del sovrintendente della polizia. Furono presi a calci con pesanti stivali e picchiati con dei lathi . Anche questi in mano a soldati e poliziotti indiani!
Kelappan, Muhammed Abdur Rahiman e altri capi furono arrestati. Altre persone contravvennero alle leggi e vi furono ulteriori arresti. E violenza della polizia. La cosa che più lacerò il cuore, comunque, fu il trattamento inflitto agli studenti sulla spiaggia di Calicut. Studenti così giovani! I futuri cittadini del Kerala. Furono battuti e atterrati dai poliziotti. Centinaia di studenti giacevano sanguinanti sulla spiaggia di Calicut, con le teste rotte. Questa dichiarazione, fatta da uno dei capi, è stata pubblicata nel Mathrubhumi :
"I poliziotti hanno dovuto alzar le mani e picchiare i poveri studenti che si erano radunati sulla spiaggia di Calicut per fare il loro dovere verso la patria! Erano solo ragazzi, disarmati e innocenti. Le loro teste e le loro braccia e gambe furono rotte da poliziotti che sostengono di essere nati da donne Malayali! Quando so che gli uomini ricchi e di prestigio in questa città rimangono in silenzio di fronte a tali avvenimenti, perché dovrei incolpare i poliziotti ignoranti che obbediscono ciecamente agli ordini degli ufficiali superiori?"
Quelli erano giorni in cui gli uomini di prestigio rimanevano in silenzio. Ma l'uomo comune non stava in silenzio. Uomini e donne fecero marce di protesta cantando canzoni di sfida.
Anch'io ci andai. Senza chiederlo a nessuno. Lasciai i miei studi e andai a Calicut con un compagno di nome Bavo. Bavo prese un gioiello d'oro da casa sua. Lo vendemmo a Vaikom. Quella sera mia madre cucinava in cuciva. Non sapeva niente. Chiesi a mia madre un bicchiere d'acqua come una specie di addio. Lo bevvi, la guardai e me ne andai.
Avevamo paura che qualcuno ci seguisse. Scendemmo a Ernakulam e camminammo fino alla stazione di Edapalli. Era buio, già un bel po' dopo il tramonto. Il treno era molto in ritardo. Poi alcuni poliziotti entrarono. Tremavamo di paura. Chiamarono uno ad uno e fecero delle domande. Noi fingemmo di dormire. Uno di loro mi colpì in pancia con un lathi e mi chiamò. Mi puntò una luce in faccia e chiese: "Tu dove vai, mascalzone".
Cosa dire? Avevo paura a dire che andavo a Calicut per unirmi al Congresso. Mentii. "Vado a Shoranur".
"Perché?"
Ancora una bugia. "Mio zio ha un negozio di tè".
Per fortuna non mi fece più domande. Stavano cercando un ladro. Comprammo i biglietti per Shoranur, scendemmo qui, camminammo fino a Pattambi e prendemmo di nuovo il treno per Calicut. Lì soggiornammo alla Pensione Al-Ameen. La prima cosa che feci fu quella di scrivere a una persona che era venuta da un posto vicino al mio villaggio. Era Syed Mohamed che allora era nella prigione di Bellary. Gli scrissi dicendo che avevo deciso di dedicarmi al servizio della patria. Avrei usato tutto il mio potere per rompere la catena di schiavitù che la legava. Sarei subito andato incontro all'arresto.
Mi rispose, "Ho più solo pochi giorni. Poi sarò rilasciato. Potrai unirti al Congresso solo dopo che ci vediamo e parliamo." All'epoca era coeditore del giornale Al-Ameen e un capo importante. Lui, insieme a E. Moidu Moulavi e altri, era stato duramente picchiato dal sovrintendente di polizia, Amu. Io non avevo la pazienza di aspettare fino al suo ritorno. L'India stava per diventare libera il giorno seguente: anch'io dovevo avere una parte nella lotta per la libertà! Molti che appartenevano alla mia religione non avevano partecipato alla lotta per la libertà. Dovevo rimediare a questo squilibrio.
Il mio compagno però non voleva entrare nel Congresso. Provò a dissuadermi in molti modi. Suo padre arrivò e mi disse di tutto per aver indotto suo figlio a scappare di casa. Capii che l'incidente aveva causato un gran subbuglio a casa sua. Mi sentii scoraggiato. Non ero io che ero scappato di casa con suo figlio. Ma nessuno mi avrebbe creduto, in quanto ero io il più grande. Ero in una situazione critica. In quel momento anche mio padre arrivò. Mentii di nuovo. "Non sono entrato nel Congresso. Né tornerò a scuola. Sto cercando lavoro. Lo troverò presto." Riuscii a calmare i sentimenti di mio padre e lo rimandai indietro. Andai direttamente all'ufficio del Congresso. Anche qui rimasi deluso. Sospettavano che fossi pagato dal C.I.D ! I loro dubbi furono rafforzati dal mio diario. Avevo annotato cose in diverse lingue - inglese, malayalam, tamil, hindi e arabo. Lo avevo lasciato su una panchina mentre andavo in bagno. Quando tornai trovai che il Segretario lo aveva raccolto e lo stava leggendo. Non poteva averci capito molto. Ma gli aveva dato adito di dubitare di me. Gli mostrai la lettera di Syed Mohamed. Anche allora i suoi dubbi non si chiarirono. Cercarono di giudicarmi dall'aspetto e dal mio comportamento. Fotografie di capi nazionali erano appese alle pareti. Vidi la foto di un uomo con baffi sottili sul labbro superiore e uno sguardo di discreta dignità. Portava un cappello di feltro inclinato in modo disinvolto e una camicia bianca con un largo colletto. Provai sdegno nei confronti di questo capo vestito con abiti stranieri e chiesi chi era.
Il segretario disse, "Bhagat Singh."
Mi venne un colpo al cuore quando lo sentii. Il grande avventuriere Bhagat Singh! Non era ancora stato impiccato. Avevo letto sui giornali di tre rivoluzionari implicati nel caso della cospirazione in Punjab - Bhagat Singh, Rajguru e Sukhedev. Avevo sentito dei loro tentativi di lanciare una bomba all'Assemblea e di far esplodere il treno del viceré. Guardai la fotografia attentamente. Il Segretario disse, "Hai la stessa fisionomia di Bhagat Singh. I baffi e il colletto sono identici. Ti serve solo un cappello di feltro!"
Non dissi niente. Anch'io stavo pensando alla somiglianza fra me e Bhagat Singh. Il Segretario mi chiese di nuovo, "Sei veramente musulmano tu?"
Io dissi, "Perché dubita?" Gli raccontai la storia della mia vita fino a quel momento. Finalmente mi chiese, "Sei pronto ad andare alla spiaggia domani e a fare il sale?"
"Sono pronto!" accettai.
Così ci alzammo presto al mattino. Ci stavamo preparando ad iniziare con le pentole di fango e le bandiere e altre cose quando udimmo un thud-thud nelle scale. Fummo sorpresi nel vedere qualcosa come sei o sette poliziotti che entravano con un ispettore in carica. Tutti noi undici fummo arrestati e portati via.
Era una domenica mattina. Nessuno di noi aveva mangiato niente. Ero debole e in debito di sonno. Una folla ci seguì. Quando raggiungemmo la stazione della polizia tutto il mio coraggio svanì. Era la prima visita ad un posto del genere. Spade, baionette e manette erano appese alla parete e luccicavano in modo funesto. Fui completamente intimidito dalle armi luccicanti e dalle facce crudeli dei poliziotti. Il posto mi ricordava la mia concezione dell'inferno.
Fummo allineati nella veranda. L'Ispettore con sottili occhi grigi entrò dentro. Un poliziotto robusto con le braccia lunghe marciava avanti e indietro davanti a noi. I suoi occhi rossi e rigonfi guardarono a turno ognuno di noi. Il suo numero era il 270. Prese il nostro capitano per il collo e lo spinse dentro l'ufficio. Udimmo rumori di colpi, calci e forti grida. Tremai. Ero il quarto della fila. Dieci minuti dopo il secondo fu portato dentro.
Rabbrividii al sentire le sue urla che laceravano il cuore. Decisi che avrei chiesto perdono. Ma solo per un minuto. Perché mi dissi nuovamente, perché chiedere perdono? Non ho fatto niente di male. Quanti uomini e donne hanno corteggiato la morte in nome della libertà. Pensai a Bhagat Singh e ai suoi compagni. Lasciatemi morire. È il mio dovere!
Il poliziotto numero 270 chiedeva ad ognuno di noi da dove venivamo. Gli altri rispondevano: Cannanore. Tellicherry. Ponani. Mi chiese, "E tu?"
Io dissi, "Vaikom!"
Vaikom. Mi guardò con sorpresa. "Il tuo nome".
Gli diedi il mio nome. Il numero 270 alzò la testa e mi chiese, "Travancore ha un autogoverno? "
Risposi, "No. Gandhiji ha detto che non ci devono essere lotte negli stati indiani."
"Hm". Grugnì ferocemente. Phut-phut! Due colpi violenti caddero sulla mia nuca! Poi mi prese per le spalle e mi fece piegare giù. Iniziò a picchiarmi. Sembrava che stesse picchiando su una pentola di rame. Contai fino a diciassette. O forse era ventisette. Dopo smisi di contare. Perché mai continuare a contare?
Picchiato malamente, fui in fine scortato dentro con l'aiuto di due poliziotti. Vedendo lo stato in cui ero, l'Ispettore chiese, "Hm?".
Un poliziotto disse, "Nambiar si è fatto un giretto".
L'Ispettore grugnì come se non fosse niente, "Hm".
Un altro poliziotto mi tolse la camicia e gli altri vestiti e registrò la mia altezza, circonferenza e segni identificativi.
Alla fine mandarono noi undici in cella.
Era una piccola stanza di cemento. Nell'angolo c'era una pentola piena di urina che emanava una puzza fortissima. Non ci diedero niente da mangiare quel giorno. La notte fu estremamente fredda. Non c'era nessun tappeto su cui sdraiarsi. Al mattino avevamo tutti la faccia gonfia. Riuscivamo a malapena a camminare. Ci ammanettarono e ci fecero camminare attraverso il bazar fino alla corte con una scorta della polizia con le baionette in mano.
Fummo trattenuti per quattordici giorni e ci mandarono alla sotto-prigione di Calicut. Qui, i miei compagni mi dissero in un secondo tempo che quando il numero 270 si stancò di picchiarmi con il pugno chiuso, si mise ad usare i gomiti. Un volontario mi massaggiò con l'olio. Mi disse che c'erano nove posti, ognuno della dimensione di una moneta da una rupia, dove il sangue era congelato e l'olio non aveva fatto effetto.
Ricevetti nove mesi di imprigionamento rigoroso. Fui portato alla prigione centrale di Cannanore. Qui c'erano seicento prigionieri politici, compresi T. Prakasam e Batliwala.
Il mangiare in prigione era pessimo. Nel pastone di riso che ci servivano appariva uno strato galleggiante di vermi. Li toglievamo prima di mangiare. Avevamo notizie del mondo di fuori quando arrivavano nuovi prigionieri. Quando venimmo a sapere che Bhagat Singh e i suoi compagni erano stati impiccati facemmo uno sciopero della fame per tre giorni.
C'erano prigionieri da tutte le parti dell'India. C'erano persone di ideologie diverse - rivoluzionari, anarchici, socialisti e comunisti. Tutti comunque avevano un obiettivo in comune, la libertà per l'India. Dopo alcuni mesi fummo rilasciati come risultato del patto Gandhi-Irwin. Io non sapevo dove andare. C'erano molti volontari come me. In molti non avevamo neanche un biglietto del treno.
Avevo due desideri. Uno era di possedere uno scialle. Il signor Achuthan mi comprò uno scialle di kadhi con l'orlo ricamato. Però, il mio primo desiderio era di uccidere il numero 270! Ma non avevo armi. Se solo potessi avere un revolver! Desideravo possederne uno. Lo vidi a dirigere il traffico all'incrocio di Palayam. Un demone alto sei piedi. Se lo avessi colpito a man nude se ne sarebbe a malapena accorto. Devo pugnalarlo al petto con un coltello! Rubai un coltello dalla Pensione Al-Ameen. Mentre lo stavo portando via vidi Achthan. Era sorpreso di vedermi.
"Non te ne sei ancora andato?"
"No", dissi.
"Non vuoi andare a casa a rivedere tuo padre e tua madre?"
Io dissi, "Devo fare una cosa prima". Gli raccontai tutto. Mi portò in un posto vicino alla cisterna di Mananchira parlandomi molto gentilmente. "Sei un satyagrahi…?" Mi raccontò la storia di come Gandhiji perse i denti incisivi. "E se vuoi uccidere, ricorda che non c'è un solo poliziotto che meriti di vivere. Il poliziotto è una parte indispensabile del governo. Le povere creature sono solo degli strumenti. Qual è lo scopo di incolparli? Sii paziente. Vai a rivedere tuo padre e tua madre."
Achuthan mi mise sul treno. A Ernakulam rimasi un mese all'Hotel Musulmano. Ero pieno di insoddisfazione, dolore e senza voglia di fare niente! Alla fine una notte raggiunsi Vaikom. Da lì camminai fino a Thalayolaparambu. Era mezzanotte passata, circa le tre di mattino. A casa, quando entrai nel cortile, mia madre chiese: "Chi è?". Inciampai nella veranda. Mia madre accese una lampada, e chiese, come se nulla fosse successo, "Figlio, hai mangiato?"
Non dissi niente. Ero scosso, non riuscivo a respirare. L'intero mondo dormiva! Solo mia madre era sveglia! Mia madre mi portò un recipiente d'acqua e mi disse di lavarmi mani e piedi. Poi mi mise davanti un piatto di riso.
Non mi chiese niente.
Ero sbalordito. "Come facevi a sapere, Umma, che sarei venuto oggi?"
Mia madre rispose, "Oh, cucino il riso e ti aspetto ogni sera."
Era una frase semplice. Ogni notte non tornavo, ma lei stava sveglia da aspettarmi.
Gli anni sono passati. Molte cose sono successe.
Ma le madri aspettano ancora i loro figli.
"Figlio, voglio solo vederti…"

di Vaikom Muhammad Basheer
Traduzione a cura di Silvia Merialdo - woshisilvia@hotmail.com

 

Note del traduttore:
Il racconto qui proposto, Umma, è uno dei primi e dei più popolari: fu scritto nel 1937 ed è estremamente genuino nel descrivere lo slancio e l'entusiasmo di un ragazzo, Basheer stesso, che scappa di casa e intraprende un viaggio per unirsi alla lotta per l'indipendenza dell'India.

La mia traduzione deriva dalla traduzione in inglese di V. Adbulla.

RINGRAZIAMENTI
Vorrei ringraziare Shahina e Anees Basheer, figli dell'autore, che hanno consentito la traduzione e la pubblicazione del racconto qui proposto.
Un grazie di cuore a Prem Kumar, per avermi fatto conoscere i racconti di Basheer e la letteratura malayalam e per il suo aiuto nella traduzione. Un ringraziamento ad Andrea Barletta per i suoi suggerimenti sulla traduzione.

 


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