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Introduzione


Introduzione a cura di Marco Roberto Capelli

"Alla fine del secolo XIX si aveva l'impressione che i principi fondamentali che governano il comportamento dell'universo fisico fossero sufficientemente noti ". La maggior parte degli scienziati era convinta che lo studio della fisica fosse giunto alla sua naturale conclusione, che mancassero, insomma, soltanto pochi dettagli ancora da codificare.
Sebbene verso la fine degli anni novanta venissero scoperte alcune curiosità quali i raggi Rontgen capaci di trapassare la maggior parte delle sostanze, e che, proprio in virtù del mistero che costituivano, furono chiamati "X", o la capacità dell'uranio di impressionare, misteriosamente, una lastra fotografica senza venirne fisicamente in contatto , gli ambienti accademici non si scomposero e si limitarono a considerare questi fenomeni come "curiosità" o stranezze che avrebbero potuto, in qualche modo, essere ricondotte nell'ambito delle leggi fisiche allora note.
Probabilmente nessuno di loro arrivò neppure ad immaginare come queste scoperte avrebbero condizionato lo svolgimento del secolo che stava per iniziare. Si trattava di una situazione sostanzialmnte stabile, che non lasciava intravvedere nessun mutamento radicale ed il sentimento comune era di fiducioso ottimismo verso un futuro che si presentava privo di fondamentali incognite e caratterizzato da un lento e continuo miglioramento.
Ovviamente, sbagliavano.

Nessun secolo ha generato tanti mostri, aberrazioni e paure come quello che si è appena concluso. Mai, nelle epoche precedenti, la nostra conoscenza si era dimostrata così incompleta e fallace. Ogni nuova scoperta ha generato un nuovo terrore, ogni passo compiuto nel cammino della conoscenza ha rivelato la nostra sostanziale inadeguatezza e la nostra totale impossibilità di controllare gli eventi. Ogni scatola cinese ne ha rivelata al suo interno una nuova, più piccola, più complessa, più impenetrabile, nella fisica come nella medicina ed in ogni possibile campo dello scibile umano mentre, per contro, le tradizionali cosmogonie religiose o filosofiche sembrano aver perso tutto o quasi il loro potere consolatorio.
L'uomo, nudo ed esposto per la prima volta al vento gelido della realtà si è rivelato essere piccolo, miserabile, ignorante e crudele.
Eppure, anche oggi, cento anni dopo, alle soglie di un nuovo secolo, qualcosa di simile c'è. Ci sono, oggi come allora, scrittori visionari che tentano di guardare al futuro che ci attende. Di immaginare e di sognare. Hanno gli stessi occhi di un Jules Verne, di un Wells (pure, già più disincantato e cinico) o di un Burroughs ma ciò che vedono è assai differente.
Letteratura d'anticipazione, così la chiamavano agli inizi, SF, cioè science fiction per gli anglofili. Con Verne ci si allontana di poco, il suo è un futuro possibile, anzi probabile, in cui l'uomo diventa, finalmente, padrone dei cieli e dei mari, concretizza il proprio dominio sul mondo per prepararsi infine, ma senza fretta, al salto verso le stelle, partendo dalla Luna. Burroughs si spinge più in là, questione anche di temperamento, e ci trasporta sul suolo marziano, catapultandoci in un mondo fantasmagorico popolato da incredibili ed affascinanti creature in guerra perenne che, ovviamente, non attendono altro che un condottiero terrestre per trovare pace e civiltà.
Sono E.E.Smith ed i suoi emuli a compiere il grande balzo, con loro iniziano le avventure intergalattiche, rocambolesche divagazioni in un cosmo trasformato in una sorta di frontiera infinita. Un Far West senza limiti, dove la tecnologia è un deus ex machina dal sapore di magia, dove il bene vince sempre sul male ed, a pace fatta, lo sceriffo solitario cavalca in cerca di nuove avventure dirigendosi verso una stella ad Ovest del Rio Grande. Dalla Skylark all'Enterprise fino al Millenium Falcon, la storia si ripete con poche variazioni.

Molto bene, ora, scordatevi tutto questo. Perchè le visioni di fine millennio che vi presentiamo in questo Speciale Progetto Babele, ci portano da tutt'altra parte. Aattraverseremo periferie infinite, brulicanti di moltitudini devastate dalla povertà e dalla malattia, società disumanizzate (A hard day di Roberta Mochi) dove gli uomini, per tentare di restare tali, sono costretti a nascondersi da macchine governative onnipresenti che desterebbero l'invidia del Grande Fratello orwelliano ( Occhi di Andrea Franco ). Mondi in cui perfino esistere è un reato. Non a caso il novecento è stato il secolo che ha visto il tramonto delle ideologie, tutte, siamo più vecchi, signori, fortunatamente più esperti, sfortunatamente più cinici. Predomina la paura, ma anche un'attitudine al fatalismo e alla rassegnazione che non ha precedenti nella storia della letteratura, salvo risalire, forse, agli ultimi testi della romanità. Testi scritti da uomini che sapevano di vivere in un mondo che era già storia e che guardavano alle masse barbariche ribollenti di ignoranza, di rabbia e di violenza sapendo che loro erano il futuro. Nei racconti inclusi in questa raccolta, con poche eccezioni, il domani non che un'inevitabile degradazione del presente. Ne accentua i vizi, le storture, le assurdità. La paura di fine millennio si è trasformata in una generale mancanza di fiducia nel futuro, o meglio, nelle possibilità del genere umano di migliorare se stesso. Genere umano che non cambia nemmeno quando, finalmente, si stabilisce su Marte, almeno stando all'omaggio bradburiano di Vittorio Baccelli: Secondo intermezzo. E' come se l'esperienza del secolo crudele che si è appena chiuso avesse prodotto una generazione incapace di confidare nel futuro. E, del resto, si è davvero trattato di un secolo che ha conosciuto la guerra nella sua forma più crudele, stragi ed eccidi di massa quali mai erano stati concepiti, che ci ha abituato a vivere seduti sul margine di una logorante incertezza, nell'attesa di un cataclisma certo, ma indefinito, di una tragedia che potrebbe iniziare in ogni momento, annunciata dal sorriso di circostanza di un presentatore televisivo. Anche ora. Viviamo nella consapevolezza di una fine imminente, poco importa avrà la forma di un conflitto nucleare o un attacco terroristico, o se, piuttosto, si tratterà di un virus mutante, di un asteroide impazzito, della rivolta delle macchine (Evoluzione di Scapola) o dell'inevitabile catastrofe ecologica. Non bastasse questo, dove l'ottocento era stato il secolo della "scienza prodigiosa" che lasciava intravvedere infinite possibilità, il novecento è stato il secolo della scienza traditrice, sempre meno infallibile e sempre più pericolosa. Incapace, non solo di migliorare le condizioni di vita degli uomini ma anche di rimediare ai guasti che essa stessa produce. Incapace soprattutto, ed è un duro colpo per l'immaginario fantascientifico, di aprirci la porta del cosmo e di tutti quei mondi promessi che oggi pare certo che non vedremo mai. Ed ecco che questo pianeta sovraffollato si trasforma sempre più in una prigione dove l'umanità è condannata a marcire tra i rifiuti che essa stessa produce, simile, sempre più ad una massa brulicante di larve. E dove la scienza, sorta di demone sfuggito al controllo, si trsforma da promessa di un futuro mogliore a generatrice di sempre nuovi orrori. Tema assai comune nell'immaginario cinematografico degli ultimi trent'anni (a parte le solite rivolte di insetti, rane e pipistrelli, possiamo citare il recentissimo "The core", discreto b-movie con effetti speciali di lusso) che viene trattato, con leggerezza soltanto apparente, anche nel racconto Risonanza di M.R.Capelli, dove, a conti fatti, la fine del mondo non sembra poi una soluzione così terribile ai problemi dell'umanità ed in La rivolta dei Kibben di Carlo Santulli. Ma già lo sappiamo, gli incubi del millennio sono radioattività, inquinamento, virus mutanti ed armi batteriologiche... cloni. Cloni, che ciascuno può immaginare a modo suo, esseri perfetti ed incomprensibili, come nel racconto di I cloni di Francesco Tosatti, o patetiche copie quasi umane come nella bellissima storia di Luca Rulvoni E se... o, ancora, semplici sostuti cui dovremo giocoforza cedere il passo, quasi un memento mori, per ricordarci che, orgoglio a parte, siamo destinati a svanire nel nulla (Due! Di Emiliano Bussolo).
Discorso a parte, ma non troppo, per il musicale Il Rapporto di Simone Fregonese e Xeres, eccezionale racconto di Paolo Durando, a tratti filosofico, comunque sorprendente. Ma neppure per Durando, sia chiaro, l'umanità merita molto più di un pietoso oblio.

Un modo di scrivere duro, dunque, che non fa promesse e non regala comode illusioni, eppure, forse, non è che un modo per esorcizzare la paura, un monito per ricordarci cosa accadrà "se non" e per darci la forza di prendere la decisione giusta.
Perchè in fondo, il futuro, per quanto si possa cercare di immaginarlo, resta sempre e comunque un futuro inatteso.

Buona lettura
Marco R. Capelli


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