UN'INTERVISTA A... Francesco Gazzè A cura di Pietro Pancamo
Autore del mese di PB9 è Francesco Gazzè, scrittore, poeta e paroliere, che ha gentilmente concesso a Pietro Pancamo, responsabile della sezione poesia di Progetto Babele, la lunga intervista che segue.
Caro Francesco, nell'aprile del 2002 lei (che è anche fratello e paroliere del noto cantante Max Gazzè) ha esordito ufficialmente come novelliere pubblicando (per i tipi della casa editrice Baldini & Castoldi) un volume di racconti poetici e suggestivi, tutti all'insegna della fantasia, dei sentimenti, della fiaba: "Il terzo uomo sulla luna". Come giudica l'accoglienza che la critica ha riservato a questa sua opera prima? Direi che la critica ha colto con inaspettata precisione l'intenzione che ha mosso la scrittura dei racconti: vale a dire il tentativo di fondere insieme poesia e narrativa con lo scopo di ottenere un risultato appagante dal punto di vista della forma e da quello della sostanza. Particolarmente apprezzata è stata la singolare brevità di ogni brano per il fatto, a detta di molti, che ciascuno di essi esprime grandi potenzialità attrattive nei confronti soprattutto dei lettori giovani, i quali sembrano mediamente intimoriti da letture classiche e non, che di norma si presentano ai loro occhi come inaccessibili, lunghissimi e complicati fiumi di parole (cito fonti statistiche). A proposito di parole, le note positive riguardo il volume sottolineano anche la particolare cura nella scelta dei periodi, della punteggiatura e degli spazi bianchi, con l'effetto piacevole di un ritmo sempre dinamico ed intrigante. Discorso a parte anche per i finali, giudicati a più riprese icastici e spiazzanti. A conferma di quanto detto sopra, ho avuto il piacere di confrontarmi direttamente con il giudizio di svariati studenti di alcune scuole medie e superiori, i quali hanno ribadito al sottoscritto l'immediata curiosità indotta loro dal semplice fatto di sfogliare le prime pagine del libro ed accorgersi di poter provare anche piccole emozioni nell'ambito di così poche righe.
In un'epoca in cui il pubblico italiano, condizionato anche dalle scelte delle TV statali e private, sembra affamato soltanto di realtà, più o meno contraffatta e prosaica (vedi ad esempio le fiction varie e i reality show), lei - sia come poeta che come narratore - ha deciso di dedicarsi invece alla fantasia lirica e pura. È una reazione? Una protesta? In effetti, come si evince dallo stesso titolo del libro, la serie di racconti che vi albergano in ordine strettamente alfabetico non sono altro che vere e proprie fughe dalla realtà con destinazione però più che reale: quindi la descrizione letteraria onirica e fantasiosa serve per esprimere concetti e filosofie molto aderenti allo stato delle cose. La differenza sta nel mezzo: in tv molto spesso si tende a manifestare quello che si pensa in modo troppo scialbo, grossolano e approssimativo, anche se questo è il prodotto che richiede chi ha ridotto il televisore ad un mero elettrodomestico di compagnia: il telespettatore. Per fare un esempio, è come se una favola per bambini contenesse al suo interno delle divagazioni filosofiche sulla crescita dell'uomo in età infantile: non è colpa né dei bambini né delle divagazioni filosofiche. La colpa è di chi vuole sposarle a tutti i costi. Dunque la mia "evasione" non scaturisce da un sentimento di reazione o di protesta, proprio perché forse in questo caso non c'è niente per cui protestare, anzi ognuno vive felicemente con la realtà che si merita.
Quali episodi della sua vita hanno influenzato di più il suo modo di essere e, dunque, di scrivere? Non ritengo di aver vissuto finora episodi capaci di influenzare il mio modo di scrivere e forse anche il mio modo di essere. Credo di aver costruito in modo lento ma regolare nel corso dell'esistenza una personalità tale da resistere a qualunque tipo di intrusione esterna, preferendo decisamente cercare le risposte importanti dentro di me. Se però devo rimarcare un periodo caratterizzato da grandi contrasti interni ed esterni, devo farlo a proposito degli anni in cui ho lavorato in una banca: in quel frangente mi sono trovato costretto a difendere le mie propensioni da fattori estranei alla filosofia che mi apparteneva, fattori che però erano anche parte integrante del mio vivere quotidiano e, in quanto tali, determinanti riguardo l'equilibrio nella gestione degli affari personali, senza cui non si può avere la lucidità necessaria per tentare di ottenere dalla vita qualcosa di costruttivo. A distanza di tempo ho realizzato di avere trasformato un periodo potenzialmente negativo ai fini della crescita artistica in una tendenza continua alla rivalsa che è poi servita a posteriori per superare con più determinazione altri ostacoli che via via si sono frapposti tra me e i miei obiettivi.(...)
Per gentile concessione di Francesco Gazzè Intervista a cura di Pietro Pancamo pipancam@tin.it
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La notte fra il 17 e il 18 giugno del 1966, in una piccola clinica del quartiere Aurelio a nord-ovest del centro di Roma, nacque cesareo un piccolo calamaro olivastro che talune infermiere maltrattarono subito a schiaffoni. ( ) Ingoiato il malinteso non senza recriminazioni, tentò d'ingoiarne un altro a distanza di circa un anno, trangugiando una biglia di vetro rossa e grande, appunto, come una ciliegia. Fu salvato dal giovane ed attento papà, che lo capovolse a testa in giù afferrandolo prontamente per le caviglie, scotendolo come un sacco pieno di cianfrusaglie, colpendolo a più riprese sulla schiena e urlandogli contro di sputare il rospo. Così fece, allora. Restituì l'oggetto con riluttanza, e quello rotolò sul parquet fra applausi soddisfatti. Entrambi i genitori allora festeggiarono l'evento concependo la sera stessa Max, che in futuro sarebbe diventato il suo prezioso compagno di merende. Ma nel frattempo il buon Francesco maturò in sé la convinzione che in quel periodo, evidentemente, qualcuno doveva davvero avercela con lui. Forse per una sorta di espiazione, egli fu rinchiuso tre lunghi anni dentro un asilo di suore anziane. In seguito fu trasferito, per motivi di sicurezza, in una scuola elementare situata nei pressi del comando di Polizia, dalla quale alcuni preti importanti avevano deciso di bandire per sempre il genere femminile. Nacque, così, nel bambino Francesco la passione per il calcio, destinata a durare fino al giorno in cui Michel Platini annunciò alle televisioni la fine della sua carriera agonistica. Radiato da quella scuola per aver molestato una bidella, egli concordò con il fratello di seguire i loro vecchi in una grande città belga oltre le Ardenne per assecondare le velleità diplomatiche dell'uno e le capacità organizzative dell'altra.
A Bruxelles il calamaro scoprì l'amore non platonico, frequentando la neonata Scuola Europea del quartiere Woluwe-St. Lambert e le decine di ragazze bionde che ci sculettavano dentro tra i corridoi, con i libri sottobraccio ed i loro irresistibili nasini lentigginosi e lucidi come rifiniture di lusso, verso le quali l'ex-chierico dirottò gran parte delle responsabilità che gli vennero affibbiate in occasione della secca bocciatura che dovette incassare d'incontro al termine del primo anno scolastico. Compiuta la missione in trasferta, il neodiplomato si convinse di provare la lotteria dell'università tornando nella sempre più sovraffolata capitale, dove la Dea Minerva in persona lo accolse immobile nel grande piazzale della Sapienza con una freddezza statuaria, come se essa avesse assorbito negli anni l'espressione della perpetua minaccia intrinseca alla condizione di chi dovrà essere comunque giudicato in base ai metri cubi di memoria issati a forza sul proprio capo. Fu fisico, matematico ed avvocato, ma non poté mai dimostrarlo alla comunità, poiché il suo libretto si riempì ben presto di poesie a rima interna ed appunti liberi per racconti brevi, non di numeri e lodi. Venne, dunque, il giorno di affrontare a petto in fuori l'impatto violento con lo spietato mondo del lavoro: divenne bancario, poi bancario, ancora bancario e di nuovo bancario, finché non entrò in banca, un inverno. Fece freddo.
Intanto, però, il contabile aveva raccolto quarantasei tra racconti e rime in un piccolo libro dal titolo "Piovve su Emilia", la cui stampa fu curata dalla editrice Totem nel 1992, e non contento riunì altre ventisei poesie in "Delirio minimo" con l'aiuto della Aetas nel 1994, venticinque in "Scorribande lineari" (Libroitaliano) nel 1995 e ventotto in "Frammento e fragile" (Il calamaio) nel 1996.Soltanto allora Max, che nel frattempo preparava il suo primo album, si accorse del talento racchiuso nelle viscere del fratello maggiore.
Dal sito: WWW.FRANCESCOGAZZE.IT