Pronunciate il nome di Pérez-Reverte in Spagna, o in qualsiasi paese dellAmerica Latina, ed otterrete immediatamente, in risposta, uno sguardo affermativo. Non sarebbe esagerato definirlo il più importante (oltre che il più famoso) romanziere spagnolo vivente. Considerando poi che proprio la Spagna ha dato i natali al romanzo moderno (ed, ovviamente, mi riferisco al Don Quijote), non è cosa da poco. E forse anche per questo, ma non solo per questo, che confesso senza esitazioni di aver provato una certa emozione quando, nella confortevole e lussuosa reception dellHotel Colonna, nel cuore della Roma papalina, ho avuto loccasione di stringergli la mano. Tra laltro, amici spagnoli mi avevano messo in guardia nei confronti di una certa,supposta... spigolosità del suo carattere. Devo invece dire di essermi trovato di fronte un professionista estremamente cortese senza, tuttavia, essere per questo freddo o distaccato. Un uomo abituato a mettersi in discussione ed difendere le proprie opinioni, indubbiamente. E si tratta di opinioni molto forti, frutto di profonde riflessioni e dellesperienza di una vita. Un grande costruttore di storie, costantemente consapevole della transitorietà dellesistenza e determinato a lasciare traccia del suo passaggio. Perchè alla fine, lo sappiamo, vincerà lei: la morte, ma Reverte non mi sembra deciso a darle partita vinta o a facilitarle il compito. Una visione della vita da vecchio soldato che, in buona misura, mi sento di condividere e questo, forse, spiega perchè lintervista si sia, lentamente, trasformata in una conversazione non strettamente letteraria. Anche senza divisa - cantava Fiorella Mannoia - il ragazzo è pur sempre un soldato...
LE INTERVISTE DI PROGETTO BABELE Il soldato e la morte Un'intervista di Marco R. Capelli
1 -MRC: La verità è che essendo, come sono, un suo ammiratore, avrei moltissime domande da rivolgerle... ma, visto che sono un dilettante che tenta di apparire quanto più professionale possibile, credo dovremmo iniziare parlando del suo nuovo libro: Il pittore di battaglie. Fin dalle prime pagine ci si rende conto di come sia un romanzo molto diverso dai precedenti, sia come stile che come struttura. E stata una decisione cosciente quella di lavorare ad un libro tanto diverso dai diciotto che lo hanno preceduto oppure, piuttosto, una sorta di necessità? APR: I libri sono come le donne: scelgono loro, e questo libro è arrivato nel momento giusto, psicologicamente e cronologicamente, perchè ogni libro corrisponde ad un momento della vita. Questo libro doveva essere scritto per ragioni personali. Non mi sono detto: voglio scrivere un libro che sia diverso, più complesso, più profondo. No, questo è un libro che si è sviluppato nel corso di tutta una vita, ed era giunto il momento di scriverlo. Se un libro lo si scrive prima del tempo, può essere un libro sprecato e se si aspetta troppo, può capitare di non riuscire a scriverlo, così, questo era il momento giusto per farlo. Avevo bisogno di mettere ordine nella mia memoria, di regolare un conto con me stesso, avevo dentro dolori che desideravo eliminare o attenuare, e questo libro ha avuto su di me un effetto analgesico per molte ragioni. E un libro speciale, singolare, dovevo scriverlo, lho scritto e sono felice di averlo fatto. MRC: Si percepisce chiaramente, leggendo queste pagine, che cè molto di personale (senza per questo che ci sia qualcosa di autobiografico). La verità è che ci sono cose che non si possono nè raccontare nè comprendere davvero, se non le si è vissute. Per questo motivo mi chiedo se questo libro non sia, in certa misura, difficile da capire per il lettore italiano, per il quale la guerra (per fortuna) è generalmente qualcosa di lontano, o almeno così ci piace pensare... APR: Credo che, in realtà, ci sia un errore di fondo: è vero, crediamo che la guerra sia qualcosa di lontano, però, in realtà, io non parlo della guerra, io parlo dellorrore, dellorrore della guerra, e lorrore è lo stesso in una camera da letto, nel pronto socorso di un ospedale, in un carcere, in qualsiasi luogo in cui la durezza della vita si manifesti con più chiarezza. Anche se è vero che la guerra è il simbolo più evidente di questa durezza, io non parlo della guerra, io parlo della condizione umana, del dolore, dellorrore della morte, della solitudine e queste sono cose che riguardano tutti quanti. Anche se la gente pensa che... ascolta, facciamo lesempio delle torri gemelle, quando vidi laereo che si schiantava contro le torri (in quel momento mi trovavo a Buenos Aires, in Argentina) la gente attorno a me diceva: che orrore, che spavento, è incredibile... e io dicevo, incredibile? Perchè deve essere incredibile? Questa storia laveva già raccontata Omero, parlando della guerra di Troia. Loccidente ha alle spalle novemila anni di storia documentata e tutto questo è già accaduto infinite volte. La verità è che non abbiamo imparato nulla... è tutto lì, è sempre stato tutto lì. Io ho trascorso ventuno anni di vita raccontando che stava lì, tuttattorno a noi. Ma la gente ha continuato a pensare che queste erano cose che solo capitavano altrove, che non avevano niente a che vedere con noi. Ed ecco che, allimprovviso, ci si rende conto che non è vero. Questa è la stupidità dellessere umano moderno occidentale che non impara mai, che costruisce hotel su spiagge dove ci sono sempre stati tsunami, che sale sul Titanic pensando che non possa affondare, che costruisce le torri di cui abbiamo detto. Torri che per arrivare in cima ci vogliono cinque ore, però possono resistere al fuoco solo per tre ore... E la guerra ci ricorda esattamente questo: abbiamo dimenticato, o meglio abbiamo cercato di dimenticare, che siamo mortali.
MRC: Ci piacerebbe dimenticarlo, perchè non è un pensiero piacevole... APR: Precisamente. Ci piacerebbe dimenticare di essere mortali, di essere vulnerabili.
MRC: Questo libro sarà un colpo allo stomaco per tutti quelli che, quando lorrore della vita cerca di afferrarli attraverso locchio azzurro della televisione, cambiano canale come se questo bastasse a cancellarlo, a renderlo ireale. APR: Però non è un libro che ho scritto per risvegliare coscienze. No, questo libro è un atto personale, egoista. Ho scritto questo libro come consolazione personale, per convincermi che non vale la pena di provare compassione. Perché la compassione pone un problema fondamentale: quando uno vede lorrore, il dolore della gente, vede un terremoto, uno tsunami, chiaro che ti fa male al cuore, chiaro che dici povera umanità però se uno ci riflette, e scrivere è un modo di riflettere, si accorge che nessuno è innocente, in realtà, che lumanità non è innocente, sta pagando il prezzo della propria stupidità, della propria incapacità di apprendere. Un tempo sì, un tempo non cera informazione, luomo medievale, luomo del secolo XVIII, il napoletano degli anni venti o trenta erano innocenti, perché non sapevano però oggi tutto il mondo sa, cè la televisione, la radio, internet. Cè molta informazione, tutti sappiamo. Il problema, adesso, è che non vogliamo sapere. Perché la conoscenza implica responsabilità. E questo, di non voler sapere, ci ha reso peggiori, e colpevoli.
MRC: Concetto interessante unumanità ormai resa maggiorenne dallarrivo delletà dellinformazione che però si rifiuta di assumere le responsabilità che a questa maggiore età sono collegate. Il chè anticipa la mia prossima domanda. In tutti i suoi libri, o quasi, si nota un forte interesse per il passato. Quasi una forma di nostalgia, o di amore nostalgico. Però il passato non era migliore del presente, anche se possedeva questa forma di innocenza che, possiamo dire, giustificava quelle che erano le azioni degli uomini. APR: Non intendo dire che il passato fosse migliore, era senzaltro peggiore. Sì, il passato era peggiore. Però luomo era più innocente. Mi intenerisce luomo medievale aggredito dalla peste, però non mi intenerisce luomo moderno che vive l11S. Ho visitato gli Stati Uniti e mi sono reso conto che non hanno imparato nulla. Si comportano come prima dell11S. Continuano a chiedersi: perché non ci amano? Perché ci odiano?
MRC: Questo è molto americano APR: Ma noi (europei) non siamo affatto migliori. E questo che rende luomo moderno peggiore dei suoi antenati: la perdita dellinnocenza. E la sua colpa è proprio il fatto di accettare tutto quanto come se fosse normale, inevitabile.
MRC: E per lei, scrivere questo romanzo, è stato un modo per dimenticare le cose che ha vissuto o, al contrario, di accettarle? APR: Non è cambiato nulla. Però, sì, vedo le cose più chiaramente. La verità è che io sto morento. Come te, come tutti.
MRC: Chiaro, tutti moriamo a poco a poco, giorno per giorno APR: Ho visto morire molta gente nel mio lavoro. Li ho visti morire piangendo o senza piangere, gridando o in silenzio, con le budella fuori o con le budella dentro li ho visti morire in molti modi. Ed ho imparato una cosa: che è necessario morire con serenità, con lucida serenità.
MRC: Sempre, sfortunatamente, ci tocca di accettare quel che non possiamo cambiare APR: Precisamente. E questo romanzo mi aiuta a prepararmi a morire.
MRC: Parliamo del romanzo, allora, in chi si identifica di più Pérez-Réverte: Faulques o Markovic? APR: Credo che siano due diversi aspetti della mia personalità. Avrei potuto costruire questo romanzo in forma differente. Avrebbe potuto essere un romanzo onirico, in cui il protagonista si sdoppia nella notte e si vede riflesso in uno specchio. Però, alla fine, ho preferito la forma classica, la stessa forma del dialogo socratico. Faulques e Markovic sono due aspetti complementari dellanimo umano.
MRC: La parte contemplativa e la parte attiva? APR: Chiaro. Due elementi complementari, come dicevo. E una struttura narrativa che serve per raccontare la storia. Non cè molta differenza, anche perché nel finale le due parti convergono.
MRC: E Olvido? APR: Olvido è lunica salvezza possibile. La cultura e lamore. Sono gli unici elementi che ci salvano. Cultura e amore.
MRC: Però Olvido è anche un sibolo: Olvido come olvidar (dimenticare). APR: Certo. Tutto è un simbolo, nel romanzo come nella vita.
MRC: E quando, alla fine, muore la capacità di dimenticare, non rimane nulla. Non cè più nessuna consolazione. APR: Esattamente. Però Olvido, soprattutto, è la cultura. La cultura che ci permette di continuare a vivere normalmente, a vivere sorridendo senza perdere la lucida consapevolezza che la morte ci sta aspettando. E poi cè, ovviamente, lamore. E per amore intendo solidarietà, carità, amicizia, compassione, tutti i sentimenti più nobili delluomo. Però la cultura è la spiegazione. Se domattina i barbari entrassero nella città di Roma, luomo che ha cultura capirebbe che è una legge storica, che è successo prima, molte volte, che succederà di nuovo. Che è un ciclo che deve compiersi. Chi non ha cultura grida I barbari, i barbari, che orrore. Che sfortuna!. Luomo colto sa che succede ogni dieci secoli, ogni venti secoli. E soltanto la storia dellumanità destinata a ripetersi. E la cultura è lunica forma di consolazione.
MRC: Una consolazione molto terrena. Cè un punto, nel romanzo, in cui Faulques dice: Lasciamo Dio fuori da tutto questo . APR: Si, Dio non ha niente a che vedere con queste cose. Lascio Dio a quelli che ne hanno bisogno. Ma che sia chiaro: non ho niente contro Dio o contro quelli che credono in Dio. Però il tema del romanzo è non ha niente a che vedere con la religione. Dio è per coloro che ne hanno bisogno. Io ho la cultura, i miei ricordi, il Mediterraneo, se ho anche una mia Olvido non ho bisogno di Dio (sorride).
MRC: Cè unaltra considerazione molto interessante nel libro: vivimos en un mundo que tiene leyes pero nunca podremos saber quales son (Viviamo in un mondo che ha le sue leggi, ma non ci è dato sapere quali siano). Come a dire, in fondo, che non ha senso chiedersi Perché a me?, visto che ci si potrebbe chiedere, con la medesima valenza logica, Perché non a me?. E la prima domanda non ha più valore della seconda. APR: Esatto. Questo romanzo lho scritto come consolazione. Ho visto molte cose che non avrei voluto vedere, e queste cose che ho visto mi hanno lasciato impronte dure da cancellare. Adesso che tutto questo è stato esposto, ordinatamente, sotto forma di libro, anche le impronte che porto dentro sono diventate più sopportabili.
MRC: E per questo che ha abbandonato la professione di inviato di guerra? Perché non ne poteva più di battaglie, morte, tragedie? APR: Non poterne più è una espressione troppo drammatica. Diciamo che ero stanco, per linutilità di quel che facevo, e per il senso di impotenza. Quando avevo venti anni e facevo linviato, tutto era perfetto: belle ragazze, paesi esotici, avventure. A trenta, quarantanni sei un professionista, hai soldi, un buon lavoro, prestigio. Però, a cinquantasei anni, che senso ha? Perché dovrei continuare a raccontare di guerre di cui non importa niente a nessuno? Il senso di impotenza è la sensazione più difficile da sopportare. Come quando parlavo della Guerra del Golfo o della Bosnia.
MRC: La Guerra di Bosnia, già. E incredibile come la gente abbia potuto restare così indifferente. La Bosnia è qui a lato. Cento chilometri di un mare che è praticamente un lago. Quasi si poteva sentire il rumore degli aerei e delle bombe. Quanti anni sono passati? Dieci? Dodici? Nessuno parla della Bosnia. Nessuno si ricorda di Sarajevo. E come se cercassimo di dimenticare per non ricordarci del male che abbiamo dentro. E questa guerra, qui, alle porte di casa, ha dimostrato che il male non si è estinto con la caduta di Hitler o con la fine del nazismo. Che il male non è sempre qualcosa di lontano, che riguarda gli altri. Il male è nel cuore degli uomini. Tutti. Incluso il nostro vicino di casa. Inclusi noi stessi. APR: La verità è che lessere umano è molto pericoloso, è un bastardo molto pericoloso. Basta metterlo nelle condizioni adatte e può tirar fuori tutto il male che ha dentro. Se domattina chiudessimo questo Hotel (N.d.MRC: Hotel Colonna, Roma ), isolassimo gli ospiti dal mondo esterno, lasciandoli senzacqua, senza luce, senza cibo, senza nulla, allora tutti quelli che stanno qui dentro si comporterebbero come animali molto pericolosi. Perché è questo che siamo: animali molto pericolosi.
MRC: Quindi, quello che è successo in Bosnia, quello che è successo fra Hutu e Tutsi in Ruanda (quasi un milione di morti, per lo più fatti a pezzi allarma bianca) non sono cose lontane, aberrazioni della natura umana, si tratta di qualcosa che dorme nel cuore di tutti gli uomini, attendendo le giuste condizioni per mostrarsi. APR: E la natura umana. Lessere umano moderno lo nega. No, no, no, dice. Non lo vuole ammettere.
MRC: Stiamo divagando, lo so. Ma è molto difficile parlare di questo libro limitandosi a parlare di letteratura. APR: Questo libro non è solo letteratura.
MRC: No, non lo è infatti. Ed è una buona cosa. Perché questo libro è qualcosa di più di un semplice romanzo. E unoccasione per riflettere. Anche in questo senso, si tratta di un libro differente dagli altri suoi romanzi. Comè stata la reazione del suo pubblico abituale, abituato a romanzi più avventurosi e più classici nella forma e nei contenuti? APR: Da questo punto di vista ho un vantaggio. Ci sono alcuni scrittori, ed io sono fra questi, che possono contare su un pubblico di lettori fedeli. Certo, alcuni romanzi piacciono di più, altri di meno, però il pubblico li compra comunque. Alcuni dei miei lettori sono rimasti molto sorpresi leggendo questo libro, ad altri è piaciuto più dei precedenti. Ho attirato nuovi lettori e, forse, ho perso qualcuno di quelli vecchi. Però, da un punto di vista editoriale, ha funzionato allo stesso modo dei titoli precedenti. E questa non è cosa da poco, trattandosi di un lavoro molto più complesso.
MRC: Si, è vero. Si tratta di un libro molto più complesso e forse non lo consiglierei ad un lettore che non avesse mai letto nulla di Arturo Pérez Reverte. APR: No, non è il libro giusto per incominciare.
MRC: Ci sono però punti di contatto con gli altri suoi libri. Per esempio con il ciclo di Alatriste. APR: Chiaro, la mirada - lo sguardo come dite voi italiani dei miei personaggi è lo stesso.
MRC: Alatriste potrebbe essere visto come la fusione di Faulques e Makovic... Anche lui è un veterano, ed ha elementi in comune con tutti e due i personaggi del Pintor de batallas. APR: Ne El pintor de batallas ci sono molte chiavi per comprendere gli altri miei libri. Per capire perché i miei personaggi sono come sono.
MRC: Anche Olvido... premetto che sono assolutamente affascinato dai suoi personaggi femminili. Perché hanno beh, sono difficili da spiegare, esattamente come le donne vere! APR: Bueno è esattamente così che vorrei che fossero! (sorride)
MRC: Sono donne affascinanti, misteriose, passionali e pericolose. Ed ovviamente quasi incomprensibili per gli uomini che stanno loro intorno. In Olvido vedo un riflesso di Nikon (da El club Dumas n.d.MRC) e molti elementi in comune anche con Tanjer Soto (da La carta esferica n.d.MRC), che per me è una delle meglio riuscite tra le sue donne di carta. La migliore, ed anche la peggiore, se vogliamo, perché è davvero cattiva! APR: La più cattiva di tutte (ride). Hai letto La reina del Sur?
MRC: No, non ancora. APR: Bene, ne La reina del sur cè una narcotrafficante che, a quanto pare, è piaciuta tanto ai lettori che in Messico stanno scrivendo canzoni su di lei. Canzoni dedicate al personaggio di un romanzo! Ma è davvero un personaggio ben riuscito, ed anche un po diverso dalle altre.
MRC: In America Meridionale, oltre che in Spagna (e non solo!) i suoi libri sono molto popolari. Fatico invece a capire come mai, nonostante tutto, in Italia non siano ancora conosciuti come meriterebbero. Le nostre librerie sono stracolme di spazzatura nordamericana, con tutto il rispetto per gli autori, che ci viene presentata come se fosse letteratura immortale, mentre, invece, avremmo molti più punti di contatto con la cultura spagnola. APR: Direi che in Italia ci sia la tendenza a non fidarsi di tutto quello che ha un nome latino. Siete più abituati a riferirvi alla cultura anglosassone.
MRC: Molto vero, daltra parte capita la stessa cosa con gli autori italiani, spesso più famosi allestero che qui da noi (uno per tutti, il caso di Valerio Evangelisti che in Francia è un autore cult). E qualcosa su cui dovremmo lavorare, tutti noi che ci occupiamo di libri... Però, con le mie chiacchiere, sto davvero abusando della sua pazienza (e dagli sguardi che vedo attorno direi anche di aver sforato il tempo previsto!). La verità è che è stato anche troppo cortese APR: Certo che no. E stato un piacere.
MRC: Diciamo allora che proseguiremo questa interessante conversazione quando tornerà in Italia per presentare il suo prossimo romanzo? APR: Certamente. Alla prossima volta, quindi. Adios!
Per gentile concessione di Arturo Pérez-Reverte A cura di Marco R. Capelli (marco_roberto_capelli@progettobabele.it)
dal 09/09/2008 VISITE: 2445
Questa intervista non sarebbe stata possibile senza la gentilezza, la professionalità e la competenza di Cristina Ricotti della casa editrice Marco Tropea Editore. A lei, ed alla casa editrice che rappresenta, i miei più sentiti ringraziamenti, sperando che, in futuro, sia possibile collaborare nuovamente.
Arturo Pérez-Reverte nasce a Cartagena il 25 Novembre 1951. Romanziere e giornalista è, dal 2003, membro della Real Academia Español (occupa la poltrona T, che era vacante dal 2001 dopo la morte del filologo Manuel Alvar Lòpez (1923-2001)). Laureato in giornalismo, ha lavorato per più di venti anni come reporter di guerra (1973-1994) occupandosi dei principali conflitti (Cipro, Líbano, Eritrea, Sáhara, Malvinas, El Salvador, Nicaragua, Chad, Libia, Sudán, Mozambico, Angola, Golfo Pérsico, Croazia, Bosnia) in qualità di inviato per conto di numerosi periodici e della radio-televisione spagnola (RNE e RTVE). Dal 18 Febbraio 2004 è dottore honoris causa presso la Universidad Politécnica de Cartagena. Personaggio controverso, ideò e presentò allinizio degli anni 90 il programma radiofonico notturno La ley de la calle (La legge della strada) per conto della RNE (Radio Nazionale Spagnola). Il programma, che presentava con estrema crudezza e senza concessioni alla consueta ipocrisia mediatica, la vita di personaggi emarginati, venne chiuso dal direttore dellente radiofonico dopo pochi mesi. Tra il 93 ed il 94 condusse il programma di cronaca nera Código Uno per la televisione spagnola. Almeno fino al momento in cui se ne dissociò apertamente presentando le sue dimissioni con una lettera aperta indirizzata al direttore dellente: è solo spazzatura, affermò durante una polemica conferenza stampa. Durante la Guerra di Eritrea (1998-2000), rimase isolato e scomparve per diversi mesi, riuscì a sopravvivere unendosi alla guerriglia e difendendo la propria vita con le armi. Ciò che vide e sofferse in quella ed in altre occasioni simili, lo ha costretto a riflettere profondamente sulla natura degli esseri umani e sul senso della vita, queste riflessioni si concretizzano ne El pintor de batallas (2006 Il pittore di Battaglie) in una narrazione che è, assieme, romanzo e confessione. Lesperienza di reporter di guerra, comunque, influenza lintera sua produzione e si manifesta attraverso temi come: la stanchezza delleroe, la morte e la vita intese come viaggio, la cultura e la memoria come uniche forme di salvezza e unici strumenti per sopportare il dolore della vita. In generale, Pérez Reverte si propone come estraneo allumanesimo cattolico ed adotta una filosofia quasi pagana del mondo, culminante in una visione pessimistica, cupa e crudele della vita che però non nega lesistenza di valori quali la cultura, lamicizia, lonore e lavventura. La carriera di romanziere di Reverte inzia con il romanzo El húsar(1986 LUssaro), seguito nel 1988 da El maestro de esgrima (Il maestro di Scherma) grazie al successo del quale, nel 1994, decide di abbandonare il giornalismo per dedicarsi esclusivamente alla carriera di scrittore, anche se la sua firma continua occasionalmente a comparire sul supplemento domenicale de El Pais: El Semanal. La sua produzione narrativa può essere divisa in due filoni principali: il ciclo di Capitan Alatriste ed i romanzi davventura. Fa eccezione El pintor de batallas romanzo filosofico di difficile collocazione, come spiegato dallautore stesso nellintervista qui a fianco. Il ciclo di Alatriste è costituito, al momento, da sei romanzi storici ambientati nella Spagna del XVII secolo e caratterizzati da una originale commistione tra letteratura ed avventura. Alatriste è un soldato, reduce della campagna di Fiandre la cui personalità è caratterizzata da un bizzarro alternarsi di cinismo, disincanto e senso dellonore. Comprimari della storia sono il giovane Inigo de Balboa, sorta di figlio adottivo e biografo, bizzarri veterani di guerra, dame belle e crudeli, il crudele spadaccino italiano Gualterio Malatesta (da notare che non è lunico cattivo di origine italiana che si possa incontrare nella produzione letteraria di Reverte...) ed un complesso corollario di personaggi storici, dal conte di Guadalmedina a George Villiers duca di Buckingham (1592-1628), da Carlo I Stuart (1600-1649), erede al trono dInghilterra, fino ai poeti e drammaturgi Don Francisco de Quevedo y Villegas (1580-1645) e Lope de Vega (1563-1635). Un affresco brillante e sorprendente della corte spagnola nel momento del suo massimo splendore e decadenza, dipinto con i toni cupi e profondi di un Velasquez ed inframmezzato da inserti poetici. Nobiltà e splendore, miseria ed intrighi, lungo le strade tortuose della Madrid de Los Austrias. Il personaggio di Capitan Alatriste è stato portato sul grande schermo nel 2006, la pellicola si intitola semplicemente Alatriste ed è interpretata da Vigo Mortensen (che molti ricorderanno come Aragorn nella trilogia de Il Signore degli Anelli diretta da Peter Jackson) per la regia di Agustín Díaz Yanes. Si tratta di una delle realizzazioni cinematografiche più costose della storia di Spagna, lanciata con grande clamore mediatico in patria ma che, purtroppo, non ha avuto il successo che meritava nel resto dEuropa. Per chi volesse noleggiarlo, il titolo italiano è: Il destino di un guerriero.
Tra i romanzi di avventura, oltre al già citato El maestro de esgrima (1988), ricordiamo, Territorio Comanche (1994 - ispirato dallesperienza di reporter in Bosnia), La piel del Tambor (1995 La pelle del tamburo), La Reina del Sur (2002 La regina del Sud), La carta Esferica (2000 La carta sferica, bel romanzo di mare e davventura, adattato per il grande schermo da Imanol Uribe nel 2007) ed El club Dumas (1994 Il club Dumas). El club Dumas (o La sombra di Richelieu) che, secondo molti (incluso lo scrivente) è il miglior romanzo scritto ad oggi da Pérez-Reverte, è stato adattato per il cinema da Roman Polanski con il titolo di La nona porta (The Nine Gate USA 1999). Linterpretazione inquietante di Johnny Depp nei panni del protagonista, Dean Corso, sostiene una trama che, probabilmente per esigenze cinematografiche, si allontana un po troppo da quella orginale perdendo parte della carica iniziale. Bel film, comunque, ma certamente il libro è migliore: consigliato a chi ama i romanzi davventura, il mistero, i libri e le storie ben strutturate con personaggi deccezione (di quelli che restano nel tempo) e frasi da copiare sul proprio taccuino di viaggio. Da leggere, se possibile, in lingua originale. (a cura di Marco R. Capelli)
BIBLIOGRAFIA (in corsivo l'edizione italiana)
Romanzi d'avventura
* El húsar (1986, editorial Akal - L'ussaro 2006 Tropea) * El maestro de esgrima (1988, Editorial Mondadori - Il maestro di scherma 1999 Tropea) * La tabla de Flandes (1990, editorial Alfaguara - La tavola fiamminga 1999 Tropea) * El club Dumas o La sombra de Richelieu (1993, editorial Alfaguara - Il club Dumas 1997 Tropea) * La sombra del águila (1993, editorial Alfaguara - L'ombra dell'Aquila 2002 Tropea) * Territorio comanche (1994, editorial Ollero y Ramos - Territorio Comanche 1999 Tropea) * Un asunto de honor (Cachito) (1995, editorial Alfaguara - Una questione d'onore 2004 Tropea) * La piel del tambor (1995, editorial Alfaguara - La pelle del tamburo 1998 Tropea) * La carta esférica (2000, editorial Alfaguara - La carta sferica 2000 Tropea) * La Reina del Sur (2002, editorial Alfaguara - La Regina del Sud 2003 Tropea) * Cabo Trafalgar (2004, editorial Alfaguara) * El pintor de batallas (2006, editorial Alfaguara - Il pittore di battaglie 2007 Tropea) * Un día de cólera (2007, editorial Alfaguara)
Ciclo di Capitan Alatriste
* El capitán Alatriste (1996 - Capitano Alatriste 2001 Salani) * Limpieza de sangre (1997 - Purezza di sangue 2002 Salani) * El sol de Breda (1998 - Il sole di Breda 2002 Salani) * El oro del rey (2000 - L'oro del re 2006 Tropea) * El caballero del jubón amarillo (2003 - Il cavaliere dal farsetto giallo 2008 Tropea) * Corsarios de Levante (2006)
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I ROMANZI DI ARTURO PEREZ-REVERTE SONO PUBBLICATI IN ITALIA DA MARCO TROPEA EDITORE www.marcotropeaeditore.it __________________________
Adattamenti cinematografici: *La carta Esferica (SPAGNA 2007 regia Imanol Urribe basato sul romanzo omonimo); *Quart. El hombre de Roma (SPAGNA 2007 regia Jacobo Rispa - serie TV basata sui personaggi dei La piel del tambor); *Alatriste (SPAGNA 2006 regia Agustin Diaz Yanes basato sui romanzi del ciclo omonimo); *The ninth gate (USA 1999 regia Roman Polansky basato su El Club Dumas); *Territorio comanche (SPAGNA 1997 regia di Gerardo Herrero); *Cachito (SPAGNA 1995 regia di Enrique Urbizu basato sul romanzo Un asunto de honor); *La tabla de Flandes (SPAGNA 1994 regia di Jim McBride basato sul romanzo omonimo); *El maestro de esgrima (SPAGNA 1992 regia di Pedro Olea basato sul romanzo omonimo);
Altre Pagine collegate (possibile minore rilevanza):
(2) pittore di battaglie;Il di Arturo Pérez-Reverte - RECENSIONE