Doppia intervista esclusiva per questo numero di Progetto Babele, grazie alla penna Infaticabile di Roberta Mochi sono graditi ospiti delle nostre pagine Loriano Macchiavelli e Nicoletta Vallorani, autori di spicco del panorama giallistico Italiano (e non solo). Approfittando della loro cortesia, abbiamo fatto quattro chiacchiere parlando di detective, libri ed omicidi, tutto, come sempre, per la saziare la curiosità inesauribile dei lettori di Progetto Babele. MRC
Per prima cosa Ti ringrazio per il tempo che mi stai dedicando. Il Tuo esordio è datato 1981, anno della Tua tesi sulla fantascienza americana femminile. Di lì a poco le collaborazioni con Mondadori e i primi racconti, fino al Premio Urania del 1992, con Il cuore finto di DR. Quello che proponi ai lettori è una narrativa atipica, ricca di linguaggi diversi. Pensi che le contaminazioni offrano molteplici possibilità di comprensione, livelli diversi da analizzare e quindi adatti a un pubblico quanto mai eterogeneo? No, non è esattamente così. Credo semplicemente che le contaminazioni siano inevitabili. La purezza che si poteva tentare di sostenere una volta, nella vita come nella letteratura e nella cultura, è un anacronismo che richiederebbe una forzatura, e non è questo che penso debbano fare gli scrittori. Occorre essere capaci di leggere la realtà, il presente assoluto, e farne qualcosa di narrativo, un esperimento interessante. Questo in assoluta libertà creativa e con l'intenzione di comunicare qualcosa che ci preme. Almeno, è la mia idea di scrittura, e concepita così non può che essere contaminata, nei temi come negli stili. E c'è un altro dato: sono una lettrice appassionata e onnivora, e mi innamoro di cose diverse, spesso difficilmente catalogabili. Molto di quello che leggo, o meglio delle 'sensazioni' di queste letture tornano in quello che scrivo: è un modo di presentare un omaggio a un testo/autore che mi ha regalato un'emozione o più d'una. Non metto paletti, non definisco in anticipo i percorsi, non voglio avere altre regole a parte il rispetto per l'intelligenza e il tempo del lettore. Quindi, come vedi, alla fine non posso non contaminare: non per scelta ma perché sforzarmi di evitare di farlo non mi interessa.
Anche in Le sorelle sciacallo c'è uno studio molto sottile sul linguaggio, ad esempio quello del rap. Si tratta di un esercizio stilistico, di un gioco o di una reale immedesimazione? Le sorelle sciacallo sono state il romanzo per me meno 'pilotato', il più 'bastardo' come genesi e realizzazione, il mio figlio preferito. Se qualcuno dovesse mai chiedermi com'è il processo della scrittura per me - la fase immediata e magmatica, quella fuori controllo - non potrei che dargli quell'esempio. E' stato scritto d'un fiato, in tre settimane, ed è forse l'unico in cui non mi sono mai preoccupata di aiutare il lettore a capire. Credo che si veda. Una volta, Luigi Bernardi ha detto che quel romanzo è un atto di libertà: credo sia la definizione in cui mi riconosco di più. Il che non ne fa di necessità un buon libro, anche se per me lo è. Dunque, per rispondere alla domanda, non ho fatto alcun ragionamento e non vi è alcuna consapevole volontà di sperimentare. Ci sono però tutti i miei amori e le mie paure. Rap compreso.
Parlaci dell'importanza del colore nella tua narrazione. Le figure che descrivi sono leggere come velature eppure il colore si fissa nella memoria del lettore e rimane aggrappato per un tempo molto più lungo della lettura stessa. Forse perché lo spazio che lasci all'immaginazione di chi accetta le tue pagine è molto sì molto ampio ma anche dotato di appigli, ricordi e suggestioni a cui fare riferimento? Il colore è la vita e il mio aggancio al linguaggio. Dunque sì, lo uso come codice, forse perché non so disegnare, forse perché c'è una nostalgia e una forma di invidia per chi dipinge. E' un codice condiviso e diretto, che funziona, mi pare, nel comunicare le emozioni. O almeno, è così per me, e spero che le cose stiano nello stesso modo per i lettori
Il tempo nelle tue trame è lento, una distensione dell'anima, per dirla alla Sant'Agostino. Lento come la noia, come la stanchezza, come la resa o lento come una riflessione che procede inesorabilmente in avanti? Be', spero che questo non risulti nella noia dei lettori! A parte gli scherzi, credo ci voglia tempo a capire le cose, tempo a lasciare che crescano e prendano la loro strada. Le storie sono come le persone, e si sviluppano attraverso la scansione di momenti. E' un processo che sta dentro i personaggi: nel senso che ognuno ha il suo ritmo e il suo modo per vivere. In parte, poi, c'è anche un aspetto più prosaico. Io sono, credo, una scrittrice di personaggi, e faccio fatica a costruire gli intrecci. A volte, lo sviluppo che costruisco funziona, a volte rallenta troppo e perde tensione. Proprio perché il mio tempo - il tempo della narrazione cioè - è lento e pensato. Di profondità invece che di lunghezza.
Il diverso ti attrae molto. Ma più che come sfogo per la tua grande creatività sembra una carezza di solidarietà, una denuncia passiva... distopia, come la definisci, ma con qualcosa in più...magari una speranza timida e impalpabile? Siamo tutti diversi, e non è una banalità, credo: è piuttosto qualcosa di cui sono profondamente convinta. Credo di questo abbiano consapevolezza di più le donne, e i diversi di ogni tipo: quelli cioè che sono visibilmente, storicamente e culturalmente alieni. Capire come funzionano mi aiuta a comprendere qualcosa della vita. La solidarietà è per così dire un effetto collaterale, che mi piace, ma non è primario. Non fraintendermi: è importante, nella vita più che nella narrazione. Ed è importante che sia solidarietà e non tolleranza: dove c'è qualcuno che tollera c'è sempre anche qualcuno che viene tollerato. Non è una bella cosa.(...continua...)
Per gentile concessione di Nicoletta Vallorani Intervista a cura di Roberta Mochi tyrell@katamail.com
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Nicoletta Vallorani è nata a S.Benedetto del Tronto nel '59 ma vive a Milano da una quindicina d'anni, ha una laurea in lingue, traduce e insegna inglese. Il primo romanzo è del '93 (Il cuore finto di DR, premio Urania nel '92) e avrà un sequel qualche anno dopo, cioè nel '97, con DReambox. Nel'95, invece, esce il primo noir per Luigi Bernardi di Granata Press. La fidanzata di Zorro è invece del '96; il sequel di questo giallo, pubblicato dalla Marcos y Marcos, è uscito con il titolo di "Cuore meticcio". Dedicati ai bambini sono i minigialli pubblicati con El (Luca De Luca detto Lince, Pagnotta e i suoi fratelli, Un mistero cirillico), e per ragazzi più cresciuti invece è pensato il Corto Ahab Azul. In progetto, sempre per piccoli, storie terrificanti in combutta con Barbara Garlaschelli. I suoi testi sono pubblicati in Francia da Gallimard.
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