LE INTERVISTE DI PROGETTO BABELE Un'intervista di Pietro Pancamo
I lamenti non costruiscono niente Intervistato da Pietro Pancamo, lo scrittore Davide Rondoni ci rivela che la poesia devessere innanzi tutto lavoro, cioè amore pratico, se non concreto, per la vita e la realtà.
Come nascono i suoi versi? A partire da quali dinamiche interiori del suo animo? E queste ultime, poi, che cosè ad innescarle? Eh nascono un po come vogliono loro, come un tendersi, un accendersi del linguaggio e delle parole di fronte agli inviti e ai colpi della realtà Più che di dinamiche interiori credo si tratti di una risposta, una sorta di obbedienza, di ob-audire, di superascolto del mondo e di ciò che in esso intende aver voce, e anche voce così, precaria
Fra coloro che lei ha assunto a modelli di riferimento, bisogna di certo annoverare tanto Mario Luzi quanto Giovanni Testori. Che cosa ricorda e apprezza maggiormente di questi due importantissimi autori? Innanzi tutto la disponibilità e la pazienza che hanno avuto con un pistola come me. E poi lardore nel mettere a fuoco la realtà con larte e larte con la realtà, fino a vedere di entrambe le crisi, le seduzioni, le ferite, le insufficienze, le pietà
La critica ha scorto in lei un simpatizzante dello sguardo, ossia un poeta mosso da una costante volontà di vedere. Reputa questo identikit attendibile e somigliante? Simpatizzante della realtà e quindi dello sguardo. Cè un bel saggio, in cui C. S. Lewis ha definito Omero un cagnetto affamato di realtà, che annusa, mira, percorre con il muso il reale E perciò scrive di eroi e di morte, di gloria umana e di potenza del mistero E io pure sono un simpatizzante dello sguardo di fronte alla potenza del reale: insomma sono un patito della visione e del rivelarsi.
Di Baudelaire e Rimbaud (due maestri che lei ha tradotto in italiano) che cosa la affascina maggiormente? Come giudica il loro stile? Sono due autori grandiosi e diversi. Di entrambi mi ha colpito che si giocano lanima scrivendo. Dello stile, certo la vastità e la forza. E la dolcezza vicino al tremendo.
Essere autori in proprio (di liriche e prose), aiuta a meglio tradurre i testi altrui? Non è che aiuti. Scrivere e tradurre coincidono. Nei tuoi testi devi mettere a fuoco il segreto, il ritmo del mondo che ti chiede voce, e lo stesso devi fare anche con le opere altrui, in cui il mondo e lessere ti parlano.
La televisione, secondo lei, quanto ha inciso sul linguaggio comune, sullitaliano che siamo abituati a parlare ogni giorno? Tanto, ma più che sul lessico, direi sulla sciatteria e sullo spegnimento dellesperienza della parola, del parlarsi. La poesia può aiutare, però. Nelle mie trasmissioni, ci prova... Ad esempio ne farò una per bambini intitolata «Parolà» e tutta dedicata al sapore delle parole.
Da noi, il grande pubblico ha bisogno di essere educato (e come, eventualmente?) alla poesia? Oppure nei confronti di questultima lattenzione e linteresse sono già vivi a sufficienza, qui in Italia? Non concepisco la categoria di pubblico per la poesia. È unesperienza diversa da ciò che ha pubblico. Ci sono molte persone che vivono, e cercano lesperienza della poesia, o meglio delle poesie, in Italia. Possono e devono aumentare, e ciò può avvenire grazie a una minor pigrizia fisica e intellettuale dei poeti innanzi tutto. Poi - sì certo - di insegnanti, giornalisti, editori
In unintervista che mi ha gentilmente rilasciato, il direttore di una rivista culturale piuttosto conosciuta, ha dichiarato apertamente: Lunico vero problema della nostra letteratura oggi è il vittimismo! Si legge sempre - e costantemente - di ritardo, di crisi, di provincialismo, di problemi... Ma non cè niente di tanto provinciale quanto lamentarsi della propria situazione provinciale. Lei è daccordo con queste affermazioni? Io non mi sono mai lamentato dello stato della poesia né del mio stato di poeta. La vita è dura per tutti. E i lamenti non costruiscono niente.
Attualmente, in Italia, si sta facendo abbastanza per scoprire e valorizzare i nuovi poeti o narratori? Oppure si dovrebbe fare di più? E che cosa? Si può fare di più in tanti modi. Io ne ho scoperti e valorizzati un po fondando sia una rivista («clanDestino») che il Centro di poesia contemporanea dellUniversità di Bologna; scrivendo; favorendo i concorsi (tipo Subway Letteratura, che ha come sfondo privilegiato le metropolitane di Milano, Roma e Napoli); dirigendo collane Insomma, lavorando. Come ho visto fare a mio padre, mio nonno e a tanti vicino a me.
Chiunque sia afflitto dalla vita può sul serio trovare conforto, come alcuni dicono, nelle parole di un poeta? Dipende da cosa dice il poeta. Se non sovrappone il proprio lamentio al grande coro dellesistenza, del suo dono misterioso e drammatico, e della domanda che si rilancia in tutte le cose, allora sì: la poesia diviene conforto, o meglio carburante.
per gentile concessione di Pietro Pancamo caporedattore sez.poesia di Progetto Babele
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Davide Rondoni, nato nel 1964 a Forlì, ha pubblicato diversi libri di poesia tra cui «Il bar del tempo» (Guanda, Milano, 1999) e «Avrebbe amato chiunque» (Guanda, Milano, 2003) con i quali ha ottenuto i più importanti premi di poesia in Italia. Sue liriche sono presenti nelle migliori antologie italiane di poesia contemporanea. È stato tradotto in Francia, Spagna, Russia, Stati Uniti. Dirige le collane di poesia de Il Saggiatore e Marietti. Ha curato importanti volumi fra cui lantologia «Il pensiero dominante. Poesia italiana (1970-2000)» (Garzanti, Milano, 2001). È autore di teatro e di programmi televisivi di letteratura. Ha fondato e diretto la rivista «clanDestino». Dirige il Centro di poesia contemporanea dellUniversità di Bologna.