Conoscendola solo di vista, io amo Milano per quella sensazione d'aria e di potenza che regolarmente provo, entrando nella piazza del Duomo (magari dopo essere "uscito" dalle rampe della metropolitana). Però nell'intervista che segue, Gabriela Fantato - poetessa e autrice affermata, forte di pubblicazioni importanti (ad esempio con l'editore Crocetti) e di bei testi teatrali già rappresentati in tante e varie città italiane (Trento, Verona, Bologna) - ci descrive il capoluogo lombardo in chiave più fosca e, soprattutto, come ritratto compiuto di un'umanità in lotta con se stessa che, pur di sfuggire ai valori di scarto oggi "promulgati" da politica e TV, mira a fondare una "comunità inattuale", in grado di resistere alla mentalità vigente e di sentina. Una comunità il cui primo germe e nucleo è senz'altro da identificare nei redattori de La Mosca di Milano, semestrale cartaceo di livello che viene considerato una delle più significative, al momento, fra le riviste italiane di poesia (ma persino arte e musica), e che conta fra i propri direttori - Aldo Marchetti, Laura Cantelmo, Elena Petrassi - la stessa Gabriela. (Pietro Pancamo)
Cara Gabriela, quali episodi e circostanze hanno contribuito alla tua formazione, alla tua anima di poetessa e scrittrice? Lo studio della filosofia all'università è stato un momento formativo per me, grazie ad alcune figure di docenti, tra cui ricordo Momolina Marconi (che insegnava storia delle religioni), Luciano Parinetto e i suoi corsi sulla stregoneria e il corpo, Giovanni Piana che mi fece conoscere il pensiero di Gaston Bachelard e la teoria della rêverie. Poi sono stati anni di letture appassionate di poesia. Ho letto prima soprattutto poetesse (Anne Sexton, Adrienne Rich), ma anche le italiane: Fernanda Romagnoli, Antonia Pozzi, Daria Menicanti, Patrizia Cavalli, Patrizia Valduga (Medicamenta era un libro straordinario e sapiente). Importante per me l'esperienza all'Associazione Culturale "Melusine", dove con Luisella Veroli - che si occupava di archeologia dell'immaginario - ho avuto modo di dare spazio al mio amore per la poesia, tenendo per diversi anni Laboratori di Poesia ch'io stessa ho ideato, continuando poi anche in altre sedi. Nel corso del tempo, alcuni poeti sono stati importanti. Penso a Giancarlo Majorino che ho conosciuto nel 1990: da subito ho apprezzato la sua intelligenza e il suo sguardo "obliquo" sul mondo che emerge anche in poesia; poi Maurizio Cucchi: ricordo che quando lessi Donna del gioco pensai che era davvero un libro fondamentale. Ma soprattutto Milo De Angelis che, conosciuto nel 1997, è un incontro centrale per la mia poesia e per la mia vita. La sua poesia è potente: tragica e carnale. Ha radici antiche e sa dirci del presente. È grande poesia. Ho avuto modo di leggere alcune tue poesie inedite, i cui temi portanti sembrano essere la memoria e la solitudine. A dominare è una sorta di pessimismo descrittivo che culmina, a mio parere, in considerazioni amareggiate come questa: "Nessuno qui si divincola / a guardare più in su. //". Perché noi uomini non sappiamo alzare lo sguardo o elevarci? Semplicemente per pigrizia? O è, la nostra, un'incapacità "congenita"? Ci sono tutti e due i motivi: da un lato, credo che l'umanità sia davvero tra l'animale e il divino. Sta a ciascuno di noi scegliere: innalzarsi o inabissarci. Ognuno segue il suo percorso e fa anche ciò che può - certo a volte, anche per pigrizia, non fa neppure ciò che potrebbe. In più, oggi il messaggio diffuso dai mass-media e dalla politica è : "cerca solo ciò che è "divertente" e fai ciò che ti fa guadagnare"! - Ed ecco che si guarda la televisione per vedere il cabaret e si pensa solo alla carriera. L'arte, la filosofia e tutto ciò che è ricerca e sguardo "verticale" sul mondo non va in questa direzione. Quasi mai la ricerca e il pensiero sono facili e divertenti, quasi mai fanno diventare famosi e ricchi.
Anche nelle tue raccolte già pubblicate, si parla di memoria e solitudine? O sono altri i motivi conduttori e "maestri"? Ci sono questi motivi ma anche molto il tema dello straniamento e dell'esilio nel proprio tempo, sorretti solo da attimi, da momenti di incontro con qualcuno e qualcosa che permettono di entrare in contatto con una parte di sé dimenticata o con il mondo in modo più ampio. La città, anche, è un mio topos: soprattutto Milano, dove sono nata e vivo. Milano, per me, è un luogo essenziale, anche spietato e così compare in molti miei testi. È una città che ci svela a noi stessi senza pietà e che ci rispecchia la solitudine come nessun'altra città italiana. La folla ci confonde, ma svela anche la nostra solitudine: si va come alla ricerca di non si sa cosa magari dentro al tunnel della metropolitana e quello diventa il luogo buio dell'inconscio e della paura. Milano è la metropoli. Io ne sono il flâneur che la guarda e la attraversa, come scriveva Baudelaire di Parigi. Questi temi sono presenti soprattutto in Moltitudine, la mia raccolta edita nel 2000 da Marcos y Marcos, presente nel Settimo Quaderno di Poesia Italiana e poi anche in Northern Geography, del 2002, libro che ho avuto la gioia di vedere edito in America con la bella traduzione di Emanuel Di Pasquale. In questi lavori, la città, gli incontri, le facce e i corpi delle persone sono centrali nella mia poesia. Mi interessa dire ciò che vivo, ma non tanto come storia autobiografica, bensì tentando di trovare l'essenza e mostrare quello spossessamento e dolore che accomuna gli umani, così come il desiderio di amore.
Che grado di parentela intercorre fra la tua poesia e il tuo teatro? Anche in quest'ultimo, come già nei tuoi versi, analizzi insaziabilmente il quotidiano sulla scorta di un linguaggio "cangiante" che, fatto di immagini continue, trascolora dall'una all'altra con una rapidità lucida e pensosa? Il teatro mi appassiona da sempre, ma la mia è stata un'esperienza teatrale particolare, legata alla scrittura di testi per il teatro musicale: penso a Messer Lievesogno e la Porta Chiusa, sorta di favola per adolescenti sul rapporto tra la mente e il corpo, tra il pessimismo della ragione e la speranza del cuore. Questo mio lavoro teatrale è andato in scena in vari teatri italiani: Milano, Trento, Verona e Bologna. Diverso Ghost café, libretto teatrale scritto nel 2001, per il Teatro Donizetti di Bergamo: un'opera che mette in scena fantasmi che esprimono i valori del sogno, la grandezza di figure del passato, come Edith Piaf che io amo molto. Nel teatro la parola si fa azione e gesto: questo mi appassiona (...)
Per gentile concessione di Gabriela Fantato Intervista a cura di Pietro Pancamo pipancam@tin.it
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Gabriela Fantato, nata a Milano, insegna Lettere in un Istituto Superiore.
Suoi testi compaiono su varie riviste tra cui: Gradiva american poetry; Poesia; Galleria; Atelier; Confini; Schema; Hebenon; ClanDestino; La Clessidra.
Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: Fugando (Book editore, 1996); Enigma (DialogoLibri, 2000); Moltitudine in Settimo Quaderno di Poesia Italiana, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2001); Northern Geography, testo bilingue, traduzione di E. Di Pasquale (Gradiva-New York University, 2002).
I saggi critici: L'incontro con lo straniero, note su A. Pozzi, D. Menicanti, C. Campo, F. Romagnoli e M. L. Spaziani in Annuario di Poesia 2000 (Crocetti editore) e Una geografia spirituale, note sulla poesia di Cesare Pavese in Annuario di Poesia 2002 (Crocetti editore).
Ha scritto per il teatro: Salomè Saltatrix (Teatro di Villa Reale, Monza, 1999); Messer Lievesogno e la Porta Chiusa (Teatro Comunale, Bologna, 1997); Ghost Cafè (Teatro Donizetti, Bergamo, 2000); Enigma (Piccolo Teatro di Milano, 2000).
Co-dirige la rivista di poesia, musica e arte La Mosca di Milano. Alcune notizie sulla rivista: prende nome da un coleottero cangiante, denominato "cantaride", il cui nome in versione vulgata è appunto "mosca di Milano". Secondo gli Orientali, la cantaride essiccata e ridotta in polvere, ha poteri afrodisiaci e si usa nei Paesi orientali aggiunta a cibi e bevande. Rifacendosi alla cantaride, la rivista vuole alludere al fatto che intende unire cultura e eros, piacere della vita e curiosità intellettuale. Inoltre, alludendo ad un insetto comune come "la mosca", vuole sottolineare che la cultura e l'arte in generale sono parte della vita quotidiana e stanno "vicine alla terra": ci sono quindi "compagne" in ogni momento come presenza curiosa, tenace e anche un po' fastidiosa invitandoci a non addormentarci e a stare all'erta, curiosi e attenti al mondo che ci circonda. La redazione è composta da poeti, filosofi, artisti, giornalisti e romanzieri, ma vi sono anche un antropologo e uno psicoterapeuta. Collaborano inoltre alcuni tra i più noti poeti milanesi, tra cui Giancarlo Majorino, Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Giampiero Neri e altri. Oltre a musicisti di fama, come Carlo Galante e artisti visivi di ampia esperienza, come Roberto Plevano. Dal nuovo numero, la rivista sarà edita dalla prestigiosa Libreria Bocca, sita in galleria Vittorio Emanuele a Milano.