Uno dei risultati indubbi di Urania, nel corso di oltre cinquant'anni di storia, è stato quello di aver proposto la fantascienza anche come genere di interesse del lettore colto ed intellettuale, senza per questo perdere di vista il pubblico degli appassionati del genere. Quale pensa sia il posto di Urania nell'attuale panorama editoriale, che è forse ancora più ricco di realtà importanti di quanto fosse agli inizi della collana?
Avete ragione sul lettore colto: ho conosciuto giornalisti, critici e professori che sono stati avidi lettori di "Urania", soprattutto negli anni Sessanta e Settanta. La leggevano volentieri perché era il momento in cui una certa letteratura popolare, intelligente e non ancora massificata, andava incontro a esigenze che il romanzo, fattosi improvvisamente anemico, non era più capace di soddisfare (soprattutto nella sua versione provinciale/italiana). Carlo Fruttero e Franco Lucentini erano due scrittori essi stessi: quindi "Urania" era redatta con criteri umanistici, pur senza arrivare all'amore per il sofisma e il cavillo. Era fresca e stimolante, ma restava una lettura per tutti. Questo miracolo, abbinato alla sua diffusione capillare e al prezzo basso, ne ha fatto la fortuna quando l'edicola era quasi una succursale della libreria. Oggi la situazione è diversa perché la fantascienza stessa è diventata più consapevole di sé e qualche volta più pretenziosa, una situazione in cui non è sempre facile sceverare il grano dal loglio. Ma non solo questo: il pubblico è ingrassato, è nutrito a bestseller, gli hanno dato gli anabolizzanti; l'edicola è diventata una succursale della videoteca. In queste condizioni "Urania", pur muovendosi con maggiore difficoltà, rimane la collana dal prezzo più accessibile e dalla diffusione più immediata anche per chi viva in provincia, dove librerie non ce ne sono. Ha un solo, grosso difetto, per i nostri tempi: non è venduta su Internet. Ma il suo ruolo, nonostante la tiratura più bassa, è quello di sempre: attrarre un pubblico giovane e appartenente a tutti i ceti, non solo i collezionisti del genere.
Gli appassionati ricordano ancora nel tempo le copertine di alcuni numeri di Urania, in particolare molte di quelle disegnate da Karel Thole. Allo stesso modo, c'è chi ancora rimpiange l'impaginazione su due colonne. Quanto pensa che lo "stile" riconoscibile (copertina, impaginazione, impostazione generale) abbia contribuito al successo di Urania?
Non penso che l'impostazione grafica sia stata determinante (a parte le copertine di Thole, quelle sì una vera anima della collana) perché, diciamocelo francamente, per quasi tutta la sua lunga carriera "Urania" non ha goduto di uno stile maturo, di un "look" all'altezza della situazione. La sua veste era quella dei gialli da edicola riesumata in bianco: una scelta ultrapopolare che tutti ricordiamo con affetto, ma siamo lontani da un discorso grafico coerente. Karel Thole, da quel genio che era, ha ovviato alla situazione per quasi venticinque anni, producendo illustrazioni di una tale qualità che la grafica nel suo complesso pareva salva. Almeno, il più delle volte. Quanto all'impaginazione del testo su due colonne e al formato fascicolo, è indiscutibile che sui lettori abbia fatto presa e sia stato amato: da un punto di vista pratico era più comodo, ma c'è anche da dire che i romanzi erano lunghi la metà di adesso. Quando abbiamo cominciato a pubblicare romanzi veramente lunghi (vedi L'orlo della fondazione, Gli immortali di Poul Anderson o il ciclo degli Chtorr), anche il fascicolo è sembrato sul punto di scoppiare. In ogni caso, quella vecchia gabbia teneva più battute dell'attuale: da quel punto di vista abbiamo perso qualcosa in spazio e carta.
Dei suoi predecessori nel ruolo di curatore di Urania, chi ha conosciuto personalmente? Ce ne può offrire un breve ricordo?
Ho conosciuto tutti tranne Giorgio Monicelli che è morto nel 1968, quando avevo quindici anni e per giunta non abitavo a Milano. Con Carlo Fruttero ho avuto un rapporto discontinuo ma durato negli anni: l'ho incontrato per la prima volta nel 1972, insieme a Lucentini, e la nostra ultima chiacchierata risale all'autunno 2004. Ad un certo punto avrei dovuto curare un'antologia dei loro testi fantascientifici, poi non se n'è fatto niente. Fruttero è uno scrittore che amo, anche se come uomo ne ho un ritratto per forza di cose parziale: quello di una persona ben consapevole di sé, del proprio valore, un po' sdegnosa ma capace di autentico trasporto quando si sia rotto il ghiaccio. Di Franco Lucentini ho due bei ricordi: uno a Ferrara nel 1977, durante un convegno di fans al quale era stato indotto a partecipare obtorto collo, l'altro di molti anni più tardi, quando ci siamo incontrati a casa di Carlo Fruttero per discutere il progetto del libro. A Ferrara ricordo la sala del Palazzo dei Diamanti, dove si svolgeva il convegno, e all'interno un Lucentini piegato in due, voglio dire con il busto proteso in avanti, le dita delle mani intrecciate, come se pregasse per uscire da quella situazione. A Torino, nel 1999, è stata tutta un'altra cosa: prendevamo il tè, chiacchieravamo con Fruttero, eravamo rilassati ed è stato il nostro incontro migliore. Per quanto riguarda Gianni Montanari, l'ho incontrato per la prima volta a Trieste durante l'Eurocon del 1972. Al ristorante "La Marinella" siamo capitati allo stesso tavolo e io gli ho fatto i miei complimenti per essere un "curatore democratico". Lui mi ha smentito con una battuta: "No, porto la cravatta!" Ricordo un invito a pranzo nella prima casa di Piacenza, insieme alla moglie Wanda, pochi anni dopo l'episodio triestino. In seguito ci siamo visti poco, anche se recentemente è capitato di incontrarci, a Piacenza e Milano, in diverse occasioni. Montanari è il prototipo del serio professionista: qualche volta appare crucciato, forse perché ha tante idee per la testa. E' sempre stato anche uno scrittore e so che ha appena finito un romanzo.
E' molto difficile per gli scrittori esordienti emergere, in generale e specialmente nel nostro paese. Pensa che concorsi come il Premio Urania potranno avere anche in futuro un ruolo nello scoprire nuove leve della letteratura fantastica. Cosa ritiene si potrebbe fare di più per portare gli scrittori promettenti all'attenzione dei lettori?
Ritengo che la situazione non cambierà fino a quando gli scrittori migliori non verranno pubblicati con costanza e continuità, anche al di fuori del premio. Noi l'abbiamo fatto negli anni Novanta e stiamo pensando di ritentare in quel senso, ma all'atto pratico ci sono delle difficoltà. Tranne pochissime eccezioni, nessun editore italiano pubblica con regolarità gli autori suoi connazionali, almeno in questo campo. E' un paradosso che nemmeno il caso Evangelisti è riuscito a esorcizzare (e c'è voluto uno scrittore che inventasse un genere nuovo, per uscire dalle pastoie del dilettantismo o delle pubblicazioni "una tantum"). Parte del problema, purtroppo, risiede nel fatto che la fantascienza non gode di buonissime vendite, in questi ultimi anni. Anche quella americana stenta a decollare, e allora
Ha l'occasione di seguire "professionalmente"ciò che accade nella galassia degli scrittori "internettiani"? Pensa che dall'attività di siti come "Corriere della Fantascienza" o "Club Ghost" (ed anche "Progetto Babele"), solo per citarne alcuni, potranno uscire i talenti della prossima generazione di scrittori di fantascienza italiani?
Penso senz'altro di sì, anche se non sarà Internet l'editore ideale dei futuri scrittori. Quello è lo strumento adatto per rompere il ghiaccio e farsi notare, ma poi occorre un editore professionale che intervenga con la dovuta sensibilità e capacità.
La fantascienza internazionale sembra attraversare una fase di profonda trasformazione. Finita forse per sempre l'epoca d'oro delle "space opera", degli Asimov e dei Dick, il primato della narrativa d'anticipazione nelle simpatie dei lettori è oggi seriamente insidiato dalla letteratura fantastica-horror. Autori come King o Barker (per citarne due soli), monopolizzano le vendite nel mondo anglosassone ed anche scrittori come Dean Kontz, che avevano iniziato la loro attività scrivendo fantascienza, sono oggi passati al fantastico. E' come se la parte "nera" della fantascienza (che era presente fin dalle origini, basta pensare agli orrori innominabili ed iperuranici di Lovecraft) stesse lentamente prendendo il sopravvento su quella più propriamente scientifica - o pseudoscientifica. Sappiamo che l'argomento è vastissimo ma, secondo lei, quali sono le cause principali di questo mutamento?
E' che oggi, ancora più di ieri, il gusto popolare viene stritolato dalle leggi di mercato, fatto a polpette dai gadget di cartone che, al cinema come in libreria, reclamizzano gli ultimi successi fantasy, coartato a suon di film sanguinari e giochi di ruolo "dark". Una volta l'aggettivo dark mi piaceva, ma si era negli anni Settanta. Dall'82 in poi, mese più mese meno, l'ho bandito dal mio vocabolario estetico. E sapete perché? Perché non sono più un teen-ager. Non sono nemmeno americano. Ho le mie paranoie, lo ammetto, ma di altro genere. La virata verso l'horror-fantastico c'è stata eccome, ma per i motivi sbagliati: anziché cercare di sfondare il déja vu, il parabrezza del noto e del già visto, l'industria ha cominciato a sfornare cloni. I romanzi di Stephen King e Clive Barker non mi piacciono: riciclano idee che i lettori di Matheson, Bloch, Leiber e Sturgeon conoscevano a menadito, anche se la dose di sangue e di orpelli è aumentata e se questi autori agiscono con indubbia perizia commerciale. Lovecraft, come Poe, è stato un rivoluzionario del fantastico perché guardava oltre, andava al di là di tutti gli schemi: ma gli epigoni? E poi il cinema, con la sua esasperante violenza grafica Quanto cattivo gusto, e quante poche perle in mezzo al ciarpame decerebrato! In definitiva, la corsa all'horror-fantastico non è stata altro che una scorciatoia (commerciale) per sfruttare la crescente paranoia del pubblico di massa statunitense e poi mondiale: un pubblico che "ama figurarsi sempre il peggio". Ma non solo: un pubblico, valutato in milioni e milioni di teste, che non ha sete di immaginazione quanto di ripetizione, serialità e semplificazione. Allora anche l'immaginario deve essere ridotto al minimo comun denominatore, a quello che tutti i bloke - i testoni, non i "Bloch" - sono capaci di afferrare. Lovecraft è troppo difficile, Poe è indecifrabile, Dick e Asimov sono per un'élite: ergo, non possono vendere milioni di copie. Ma gli elfi, i troll e gli orchi possono, se propinati al momento giusto. Il fenomeno Tolkien è un'eccezione perché si tratta di un autore serio, e del resto risale ormai a trentacinque anni fa; ma il vero motivo della corsa all'horror di massa resta la corsa all'oro. Come spremere denari a milioni di lettori assuefatti.
Qualche anno fa sembrava impossibile che un autore italiano potesse scrivere seriamente e professionalmente fantascienza. O, più precisamente, sembrava impossibile che un autore italiano di fantascienza potesse pubblicare e vendere i propri lavori. Poi qualcosa è cambiato e sto pensando ad autori come Evangelisti o Luca Masali, ma non solo. All'inizio del terzo millennio, è ancora vero, come dicevano Fruttero e Lucentini che "nessun UFO potrà mai atterrare a Lucca"?
A Lucca mai, concordo con i vati. Ma a Pescia, a Pistoia, a Livorno Chi può dirlo?
Si sono spesso accusati gli scrittori di fantascienza nostrani (forse a torto) di seguire più o meno pedissequamente le correnti d'oltreoceano. Questo è ancora vero o si sta affermando un filone di fantascienza "all'italiana"? Se sì, quali sono le caratteristiche che lo contraddistinguono e chi sono i rappresentanti più significativi?
Gli autori italiani imitano ancora, eccome. Del resto, come dar loro torto? Sono subissati dalle (cattive) traduzioni di roba USA-e-getta e il loro problema è che nella maggior parte dei casi non sembrano nutrire ambizioni proprie, alimentate da una cultura propria Molto è cambiato certo, ma molto resta da fare per dare voce a un'autentica sf nazionale.
Parliamo di "fantasy", genere riportato prepotentemente in auge dalla recente trilogia cinematografica ispirata al "Signore degli Anelli". C'è stato chi ha definito il fantasy come un genere in piena "decadenza", dopo gli inizi pioneristici di Lord Dunsany, le bizzare e fantasiose visioni di Howard e, soprattutto il capolavoro di Tolkien c'è stata in effetti una costante tendenza alla ripetizione, apparentemente infinita, di temi e situazioni (con alcune luminose eccezioni come il "Fafhrd and the Grey Mouser" di Fritz Lieber). Anche Urania aveva una collana dedicata al fantasy, pubblicò circa 80 numeri tra il 1988 ed il 2005, fu poi sospesa, se non erro, e resuscitata nel 2001 con cadenza aperiodica. Ci saranno novità in questo senso? Può anticiparci qualcosa? Pubblicherete anche opere di autori italiani (se ce ne sono, visto che stranamente il fantasy è sempre stato un genere disertato dagli scrittori di casa nostra)?
Per il momento ci limiteremo a ristampare i titoli già offerti in rilegato dalla casa madre, come ad esempio quelli di Licia Troisi. Ma la nostra collana di supplementi fantasy continua eccome, anche se con cadenza aperiodica. Vi sono sfuggiti i titoli di Ursula K. Le Guin e Robert E. Howard usciti nel solo biennio 2004-2005? E i romanzi di Sergio Valzania? E il fantasy orientale di Jordan Wong Lee? Non è vero, poi, che il genere sia disertato dagli scrittori nostrani: documentatevi, ragazzi! Abbiamo fior di autrici e autori, da Giuseppe Pederiali a Mariangela Cerrino, da Daniela Piegai ad Adalberto Cersosimo, da Donato Altomare a dei dell'Olimpo e del Valhalla, devo continuare?
Mille grazie per la sua cortesia e per averci dedicato un po' del suo tempo! C'è qualche "consiglio di lettura" che vuol dare ai nostri lettori prima di salutarci?
No, preferisco che ognuno di voi si alzi da questa sessione, meni il naso all'aria e corra verso il primo zefiro che gli porti un profumo di primavera.
Per gentile concessione di GIuseppe Lippi A cura di Sabina Marchesi, Carlo Santulli e Marco R. Capelli
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Nato nel 1953, Giuseppe Lippi vive a Milano e lavora nell'editoria dal 1977. Dopo aver collaborato con il Festival Internazionale del Film di Fantascienza di Trieste, è diventato redattore del mensile "Robot" (Armenia). Nel periodo 1980-1998 è stato consulente degli "Oscar" Mondadori, per i quali ha tradotto la narrativa completa di H.P. Lovecraft. Dal 1990 è curatore di "Urania", il mensile di fantascienza mondadoriano.
Per Approfondire: URANIA a cura di C.Santulli