LE INTERVISTE DI PROGETTO BABELE Un'intervista di Dario Alfieri
1 - A Modena il 4 giugno del 2005 lei ha premiato, congiuntamente agli altri membri della commissione, Aldo Nove e Giovanna Marmo per il premio di poesia Antonio Delfini, rispettivamente per le raccolte "La merce invenduta piange" e "Fata morta", cosa ha indirizzato questa scelta, in base a quale criterio avete scelto di premiare queste due raccolte? Risposta: Il premio è stato assegnato da una giuria composita, per cui la motivazione principale era la qualità dei testi. Aldo Nove è una scrittore già affermato, noto per le sue opere di narrativa, alla cui base però è sempre presente la sua esperienza poetica. Giovanna Marmo è una straordinaria performer e i suoi versi sono un tessuto di oralità e di gestualità, con tonalità garbatamente ironiche. 2 - Fin dal suo primo romanzo Tristano del '66, lei ha adottato una tecnica narrativa basata su "lasse", lunghi paragrafi staccati. Nei suoi romanzi successivi le lasse gradualmente si accorciano, e dal romanzo Gli invisibili uscito nell'87 la punteggiatura è completamente bandita. Lei ritiene che l'assenza di punteggiatura abbia influito sulla lingua che usa nei suoi libri? L'assenza di punteggiatura è solo una mancanza grafica ma che virtualmente persiste oppure la sua assenza influisce sulla costruzione linguistica delle lasse. R: Uno degli obiettivi dei miei romanzi è quello di rendere sulla pagina scritta la lingua parlata. La semplice trascrizione del parlato è inutilizzabile perché la mancanza della dimensione sonora abolisce ogni espressività, e lo scarso sintattismo, sostenuto dalle intonazioni, non si risolve nella scrittura. Ho cercato dunque una soluzione personale, che è quella del flusso verbale della lassa, che dia l'idea del parlato più che la sua rappresentazione mimetica. La mancanza di punteggiatura è anche una sollecitazione al lettore perché applichi mentalmente sul testo intonazioni personali, non costrette dalla gabbia sintattica determinata dalla punteggiatura nella lingua scritta. 3 - Nell'incontro del Gruppo 63 del 1965 a Palermo una parte di voi era convinta che per lo scrittore d'avanguardia il primo problema era quello di "sganciare l'istituto linguistico dalla sua dimensione puramente comunicativa", sono parole di Angelo Guglielmi. Lei sembra d'accordo tant'è che nel suo intervento va oltre, parlando del rapporto romanzo/realtà dice: "i fili spezzati con la realtà non si riannodano più e basta, non ce n'è più bisogno, il romanzo è un'altra cosa, non è più per niente conoscitivo, e ne farebbe un uso improprio chi volesse con esso toccare la realtà. Che cos'è allora? ... è un fatto artificiale ... un meccanismo puramente verbale". Il romanzo sperimentale quindi non aveva più la pretesa di comunicare qualcosa né di dipingere la realtà; il Tristano pare proprio costruito in questa maniera, sulla copertina del libro si legge che è un romanzo senza trama, senza personaggi e il suo è un non stile. Sono però molto curioso di sapere allora qual è il meccanismo che lo compone. Sono interessanti alcuni passaggi che possono dare l'impressione di essere metaletterari. Prendiamo ad esempio un brano del Sesto capitolo: "Prende a parlarle dolcemente. Insieme con i suoi compagni per mezzo di fosse catturava i mammut. Aveva camminato per ore e ore prima di raggiungere il fiume. Di qui la narrazione procede più spedita e sicura. Un giorno vide passare una barca con parecchi uomini a bordo che però scompare dalla sua vista prima che possa farsi scorgere." Perché ha scelto questi pezzi e perché li ha giustapposti in questo modo? R: Proprio per abolire trama, personaggi e stile. O meglio per metterli in crisi. L'incongruità dei pezzi e del loro accostamento doveva servire a sfatare la convinzione che il romanzo racconti la realtà, comunichi delle esperienze e delle idee. Il romanzo fa anche tutto questo, inevitabilmente, ma in modo arbitrario, creando universi immaginari, artificiali, anche quando si presenta come realismo. Altrimenti non si tratta di letteratura, cioè di una scrittura dove ciò che conta è essenzialmente la forma verbale. 4 - Fin dal romanzo immediatamente successivo al Tristano, Vogliamo tutto del '71, invece sembra che la comunicazione con il lettore e la voglia di fotografare esattamente la realtà siano ristabilite. Per non parlare dei romanzi successivi, da "L'editore" a "Una mattina ci siam svegliati" fino ad arrivare a "Sandokan storia di camorra" del 2004, l'intento di comunicare al lettore la realtà così com'è, pare essere centrale, o comunque molto importante. Sbaglio nel trovare una frattura con quanto detto a Palermo? I suoi romanzi successivi esprimono un diverso rapporto con la vita e la letteratura o sono un diverso modo di intendere la sperimentazione e l'innovazione? R: Tristano è stato un manifesto provocatorio per affermare il primato della forma nell'operazione letteraria. Ce n'era bisogno quarant'anni fa quando il romanzo era impantanato in un'orgia contenutistica e ideologica, convinto al tempo stesso di poter descrivere la realtà e anche di giudicarla. 5 - In molte sue opere come "Gli invisibili", "La violenza illustrata", "L'editore", si trova una grande variatio, sembra che provi un certo fastidio nei confronti della linearità, della continuità di contenuti tra due capitoli contigui, ma anche all'interno degli stessi capitoli e delle lasse. Anche dalla sua poesia si può trarre la stessa impressione, addirittura la sua poesia combinatoria sembra rispondere tra le altre cose proprio a questa esigenza. Per caso la mancanza di continuità logica delle parti e della linearità in molte sue opere risponde ad un fastidio, ad un'esigenza di cambiare spesso, ad una irrequietezza esistenziale o è la sua poetica che porta automaticamente a questo risultato? R: Penso che alla base di tutta l'arte moderna ci sia questa rottura della linearità, che corrisponde alla frantumazione dell'esperienza, del vissuto nel nuovo habitat umano che da poco più di un secolo è divenuto dominante: la metropoli. 6 - Giovedì 21 luglio 2005 l'allora ministro dei beni culturali Rocco Buttiglione durante un question time in parlamento ebbe a dire: "Non è pensabile sovvenzionare un'industria culturale che sfugge all'incontro col pubblico". Questa non le pare l'ennesima conferma del fatto che quando una persona intende con la sua opera gettare una luce su scenari futuri sia destinata alla precarietà, ad elemosinare l'attenzione di rari privati mecenati, dato che la comunità sembra aver stabilito che o l'artista parla il linguaggio che riesce a comprendere, quindi il linguaggio della pubblicità, dei telegiornali e della tradizione, oppure si arrangi. Voglio dire: un artista che ricerchi il nuovo non sfugge volontariamente all'incontro col pubblico ma è una conseguenza naturale. Lei cosa ne pensa, non le pare caratteristica tipica dell'italiano medio una certa pigrizia intellettuale? R: E' difficile pensare cosa può essere un italiano medio. Penso si debba piuttosto parlare di consumo della cultura e di creazione. Il termine "industria culturale" presuppone dei consumatori e dei ricavi, misurabili in quantità di pubblico. Da esso deve dunque trovare una risposta, adeguandosi ai suoi gusti o almeno alle sue aspettative. La creazione si svolge invece su un altro piano, quello della ricerca che, come per la scienza, non dovrebbe essere condizionata da immediati riscontri di mercato. Ma purtroppo questo non avviene quasi mai, e tanto meno in un paese così malridotto come è il nostro oggi. 7 - Il fervore innovativo che animava gli scrittori riuniti nel Gruppo '63 a che risultati ha portato? Voi vi proponevate di capire a che punto fosse arrivata la letteratura per sperimentare qualcosa di nuovo, per spingere più in là il confine. Secondo lei quali risultati avete ottenuto, come giudica quella stagione a quarant'anni di distanza? R: In sintesi possiamo dire che quella del Gruppo 63 è stata l'esperienza di una generazione di scrittori e intellettuali che si è trovata ad agire in un momento storico (la trasformazione dell'Italia da paese agricolo a paese industriale) che richiedeva una rottura nella tradizione letteraria. Cosa che era già avvenuta nell'arte e nella musica, grazie al fatto che questi sono linguaggi internazionali. Il risultato è stato semplicemente che gli scrittori delle generazioni successive si sono così trovati a disporre di una lingua letteraria e di strumenti stilistici in grado di misurasi con la contemporaneità. 8 - A tutt'oggi come giudica il panorama letterario italiano? La letteratura italiana ha fatto tesoro della vostra lezione? Quali forme ha assunto in Italia, sempre che l'abbia fatto, la vostra tensione nell'elaborare il presente per iniziare a conformare il futuro? R: Ritengo che, dopo la rottura nella tradizione operata dal Gruppo 63, la letteratura italiana abbia trovato un suo corso normale, pur con inevitabili parentesi di riflusso. In particolare mi sembra che l'attuale generazione dei quarantenni abbia prodotto ottimi risultati sia nella poesia che nella narrativa. 9 - Lei sembra animato da un vero amore nei confronti della parola in sé, tant'è che i suoi quadri e le sue sculture sono formate da parole mentre un poemetto come Blackout è costruito come un quadro, sbaglio a pensarla così? Se è vero a cosa è dovuta questa passione? R: Ho sempre cercato di muovermi nei confini tra la parola e l'immagine, tentando tutte le possibili intersezioni. Che sono infinite, e perciò è molto appassionante sperimentarle. 10 - A proposito di Blackout ha detto che quel libro voleva celebrare il definitivo funerale di un periodo che, sono parole sue: "Non è stato un periodo di sole stragi e violenza ma è stato anche un periodo di grande vitalità, energia e gioia di vivere." Il periodo sono gli anni '70 ovviamente. Lei quindi crede che l'Italia pacificata degli anni a seguire, fino ad arrivare ad oggi, sia in realtà un paese addormentato, narcotizzato? R: Credo che sia così, che il brutale annullamento di quel periodo abbia privato questo paese di vitalità, di energia, di voglia di un futuro migliore in cui impegnarsi direttamente. Credo che da allora sia iniziato un degrado intellettuale e morale (e naturalmente anche politico e economico) che ha portato l'Italia a essere un paese cinico e noioso, apatico, spento e sostanzialmente infelice. Temo che ci vorrà molto tempo perché si risollevi. Ciò non toglie che una simile situazione possa produrre buoni scrittori e artisti, ma è una magra consolazione.
Per gentile concessione di Nanni Balestrini e Dario Alfieri
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Poeta e romanziere, Nanni Balestrini è nato a Milano il 2 luglio 1935 e vive attualmente tra Parigi e Roma. Agli inizi degli anni '60 fa parte dei poeti "Novissimi" e del "Gruppo 63", che riunisce gli scrittori della neoavanguardia. Nel 1963 compone la prima poesia realizzata con un computer. E' autore, tra l'altro, del ciclo di poesie della "signorina Richmond" e di romanzi sulle lotte politiche del '68 e degli anni di piombo come Vogliamo tutto e Gli invisibili. Ha svolto un ruolo determinante nellaiascita delle riviste di cultura "Il Verri", "Quindici", "Alfabeta", "Zoooom". Attivo anche nel campo delle arti visive, ha esposto in numerose gallerie in Italia e all'estero e nel 1993 alla biennale di Venezia.
Altre informazioni sul sito: www.nannibalestrini.it