LE INTERVISTE DI PROGETTO BABELE Un'intervista di Marisa Napoli
La professoressa Marisa Napoli - presente nelleditoria scolastica con numerose pubblicazioni di saggistica, nonché di didattica dellitaliano e del latino, uscite per Rizzoli, Zanichelli e Laterza - interroga a fondo il nostro caporedattore per la poesia, Pietro Pancamo, su una lunga serie di argomenti piacevoli e ariosi che spaziano da Internet allironia, dalla scrittura alla critica, dalla letteratura alla psicoanalisi. Linteresse comune per la comunicazione telematica (di conseguenza per i nuovi linguaggi e le nuove modalità di scrittura) ha suscitato il mio interesse per Pietro Pancamo nellambito della redazione de «La Mosca di Milano. Intrecci di poesia, arte e filosofia» periodico di cui siamo entrambi redattori. In particolare lui cura la rubrica fissa nella Rete. Poi lho scoperto poeta. E la poesia, si sa, suscita domande, voglia di conoscere, curiosità. Da qui questa serie di ulteriori domande.
La tua attività di giornalista soprattutto on-line a mio avviso propone una nuova figura di operatore culturale, capace di superare difficoltà spazio-temporali, di comunicazione, di selezione di target, di editori ecc. Un operatore, dunque, più libero, autonomo, responsabile in tutto e per tutto dei messaggi che lancia. È così o è unillusione?
Penso proprio che non sia unillusione. Se ti addentri allo sbaraglio nel mondo della cultura, quella a stampa, subito impari sulla tua pelle (o meglio, e in ogni senso!, a tue spese) quanto sia bella ed economica lautonomia completa di Internet. Perché un sito letterario abbatte i costi di pubblicazione, in effetti, e svincola chiunque lo curi dallavidità dei piccoli editori. Allistante, dunque, si smette di pagare, né bisogna attendere ancora (con pazienza infinita, cioè sfinita) che il tipografo di turno si decida - con comodo, magari lentezza (e in capo a tempi di lavorazione, spesso arbitrari) - a consegnarti le copie della tua balda rivista. Che invece, una volta convertita in e-zine, ti rende indipendente, tanto che, senza sborsare, puoi farla uscire quando e come lo desideri. Allora per quale ragione molti (fra coloro che tentano la ventura e si lanciano nellimpresa di fondare un periodico) continuano a preferire la carta? Semplice: questultima, rispetto alla Rete, vanta al momento una maggior tradizione e, quindi, più prestigio. Ma non appena tutti avremo capito che la libertà dazione batte di gran lunga, in importanza, il fastoso e vacuo luccichio della tradizione - da alcuni (io ad esempio) soprannominata altresì banale convenzione -, il futuro delleditoria si trasferirà inevitabilmente nel Web (dovè inoltre possibile, a mio parere, raggiungere un pubblico assai più vasto e composito).
Parliamo di te come poeta: quando sei approdato alla poesia? E perché? È stato per gioco, per passione, per necessità o per... altro?
Per la verità sono un prosatore precoce, che ha iniziato presto a buttar giù (per gioco, vale a dire per propensione naturale) piccole novelle. E siccome il loro obiettivo principale è sempre stato quello di lavorare intensamente sul linguaggio (e non di brillare per lastuzia della trama o la costruzione psicologica dei personaggi), ecco che intorno ai quindici anni si è originato spontaneo, in me, il passaggio alla poesia. Adesso comunque, dopo un periodo piuttosto lungo durante il quale mi son dedicato quasi esclusivamente alla stesura di liriche e versi, ho ricominciato a scrivere anche racconti, badando a permearli tutti (dal momento che la realtà attuale e la razza umana in genere mi convincono prepotentemente poco) di una spiccata ironia. Sì, nelle mie storie ho spesso labitudine di prendere in giro la società e i suoi costumi; senza dimenticare però di basare ogni narrazione su un sostrato costante dindulgenza e sorriso didascalico: perché così vuole lautentica ironia! Da non confondere mai (come invece, nel commentare i miei testi, alcuni hanno fatto) con il puro sarcasmo (che essendo in ultima analisi lironia degli ottusi e dei maligni, è capace soltanto di astio e rancore).
Certo i primi riconoscimenti e premi ti hanno incoraggiato.
È in pratica da ventanni che porto avanti la mia attività di microautore, per cui la considero ormai il mio vero lavoro. Ne deriva che se - pur non essendo riuscito ad inserirmi nei circuiti maggiori della patria editoria - proseguo ugualmente a scrivere con impegno indefesso, senza avvilirmi o arrendermi, è perché a spingermi (dopo tutto questo tempo) non è tanto lambizione o la passione per la letteratura, quanto invece il senso del dovere (che costituisce, almeno secondo me, lo stimolo più forte e luminoso al mondo). A ogni modo (ed è ovvio) contribuiscono in maniera notevole a infondermi coraggio e voglia di continuare, anche i riconoscimenti che mi succede per fortuna di ricevere: e se da un lato mi riferisco in particolare al Premio Città di Torino (riservato principalmente alla poesia e che ho vinto nel 1999), dallaltro penso al Premio Rosario Piccolo, che mi sono aggiudicato nel 2003 con una fiaba umoristica dal titolo «Serafino preposto al coraggio». Senza contare poi che nel 96 ero già arrivato secondo al Trofeo Medusa Aurea (bandito e organizzato, allepoca, dallAccademia internazionale darte moderna di Roma).
So che sei stato tradotto: hai personalmente esperienza di bilinguismo?
Sebbene le mie origini, ormai lontane, siano iberiche e greche insieme, io non posso dirmi bilingue. Per quanto riguarda invece le traduzioni, alcune mie liriche sono comparse in inglese su riviste cartacee come «Filling Station» (quadrimestrale con sede a Calgary in Canada) e «Snow Monkey» (periodico statunitense, fra i più vivi dellarea di Seattle). Inoltre, dun pot-pourri di miei versi assortiti, esiste una stesura in catalano, redatta da Pere Bessó i González (dal 70 figura di spicco - fra le maggiori, anzi - della poesia valenciana). Né certo dimentico che a marzo del 2006 la webzine «El Ghibli» ha pubblicato in arabo, spagnolo e francese un mio testo, o che altri due usciranno a breve in inglese su «Gradiva» (semestrale a stampa di New York).
Mi piace questa tua posizione di decentramento periferico (Terni, la piccola provincia) ma nello stesso tempo lapertura multiculturale, le grandi autostrade telematiche, il sito «L()abile traccia» con i suoi vasti interessi e le sue belle rubriche che cercano di scandagliare il reale per intero: ha dellaffascinante tutto ciò. Parlamene.
«L()abile traccia» (il sito aperiodico che ho inaugurato in Rete di recente, allindirizzo www.labileabile-traccia.com, e che si prefigge di esplorare il mondo affidandosi agli strumenti della poesia, dellars rhetorica, dello sport, della scienza, della sociologia, delle discipline dello spettacolo), sottrarmi allo stato verbale della voce studiando il canto lirico (che secondo il mio maestro è la lingua che può essere compresa da tutti, perché non ha bisogno di parole), il treno (a volte, per partecipare alle riunioni redazionali delle riviste con cui collaboro, compio infatti lunghi viaggi, per esempio a Venezia, Milano o Zurigo) sono i miei antidoti contro la piccola provincia - anche se, magari, è dalle piccole persone che ci dovremmo guardare -, nella quale risiedo per tradizione di famiglia.
Marginalità e forte disponibilità allincontro, riservatezza e propensione allascolto, privilegiare la parola scritta piuttosto che la parola detta mi erano apparsi sin dallinizio i tuoi caratteri distintivi, che per me sono valori. Scopro adesso che eserciti il canto lirico. Dai tuoi versi, comunque, avevo apprezzato già la forza della tua voce. Sai che, leggendo la tua silloge poetica «Manto di vita», sono rimasta affascinata da «Gioachino»: da dove nasce questo componimento?
Da una malattia di cui ho sofferto svariato tempo fa e che aveva inciso notevolmente sulle mie forze vitali, riducendole (o quasi) alle energie (fievoli) di un vecchio. Già: per quanto venga definito il nonno, il protagonista di quella poesia (anche nel nome: mi chiamo Pietro Gioachino) sono semplicemente io. Son guarito, certo; ma dato che per un anno e mezzo sono stato (per così dire) il nonno di me stesso, ho cercato di rendere in versi questesperienza dolorosa, che - come credo, o meglio mi auguro di cuore - mi ha aiutato a comprendere un po di più gli anziani e la loro condizione.
Lesperienza di dolore acutizza sguardo e sensibilità, detta situazioni, seleziona le parole. Ma leducazione linguistica (del linguaggio della poesia), a mio avviso passa anche attraverso la lettura. A me piace dietro al poeta, intuire il lettore che è stato e che è: quali i tuoi poeti preferiti e perché?
Ho sempre amato molto le poesie di Federico García Lorca, per il tono immaginifico che le anima. E fra i versi che mi piace ogni tanto ripetere a memoria (magari perché mi facciano da propellente nei momenti difficili) annovero sicuramente questi: Morte, a troncar lobbrobrïosa vita,/ che in ceppi io traggo, io di servir non degno,/ che indugi omai, se il tuo indugiar mirrìta?//. Li ha scritti Vittorio Alfieri e sono, se vogliamo, piuttosto retorici e pomposi. Eppure a renderli preziosi (e adatti a risollevare energicamente il morale), quel sentimento di dignità ferita (e perciò ruggente o leonina, se non eroica addirittura) che sanno indubbiamente esprimere.
Ho azzardato a definire la tua poesia per un certo aspetto cosmica. Ti senti più vicino per questo aspetto a Leopardi o a Pascoli? O a nessuno dei due?
Pascoli e Leopardi sono due grandi autori che apprezzo enormemente (è giocoforza, data la loro statura e considerata la loro importanza). Però credo che la componente fiabesca, e quindi universale, a volte riscontrabile nei miei testi, provenga forse da Italo Calvino o, magari, dallironia cosmica di Luigi Pirandello.
Giorgio Linguaglossa contesta lespressione idillio metropolitano o antidillio che io uso per definire quei desolanti quadretti metropolitani della tua poesia delloggi, presenti in «Manto di vita». Fermo restando che sarai certamente contento che i tuoi versi suscitino dibattito e linteresse di tanti illustri critici (oltre a Giorgio Linguaglossa, Domenico Cara, Giancarlo Pontiggia, Roberto Carifi, Walter Mauro, Gianmario Lucini, Antonio Desantis, Beno Fignon, Carlo Santulli) che cosa ne pensi della questione?
I versi che scrivo si configurano come antidillici innanzi tutto perché (pur rivolgendosi talora alla quotidianità, per ritrarne con le parole due o tre rapidi aspetti) si guardano sistematicamente, e ben bene, dallidealizzare la vita campestre e pastorale (o un qualsiasi altro genere di vita). In secondo luogo, non si prefiggono certo come obiettivo principale quello di spandere allintorno unatmosfera sentimentale, magari pregna di serenità. Capita anzi che a dominarli (in determinate circostanze) sia la cruda desolazione, cioè il vuoto catatonico (aggiungerei cinereo) che segue al dolore. E che un dottissimo critico (critico?), nel commentare la mia raccolta, ha scambiato per banale, usurata malinconia. Evidentemente questuomo (uomo?), che non vale nemmeno la pena di nominare, non ha mai conosciuto o incontrato (beata ottusità!) la sofferenza autentica. Meglio per lui: la superficialità (vuoto anchesso catatonico, che però di norma affligge non il morale ma il cervello) lo ha sempre salvato e protetto, a quanto pare... Ah, niente da dire: un vero privilegio!
Sono convinta che grave è la responsabilità del critico quando legge i versi appiccicando etichette preconcette, piuttosto che ridurre il suo io, farsi da parte, porre domande sensate ai versi e ascoltare le risposte che il testo gli dà: lui non deve far altro che registrarle. In tante poesie parli del tuo fare poesia. Vuoi citarne qualcuna di queste che io chiamo poesie metalinguistiche o aggiungere qualcosa sulla genesi o (se preferisci) sullispirazione?
Secondo alcuni lispirazione sarebbe in sostanza una facoltà quasi paranormale e medianica, attraverso cui i romanzieri, i poeti (o comunque gli artisti in genere) pescano nel cosiddetto immaginario universale. Ma a queste fole (per me infatti lispirazione, soprattutto quando scrivo racconti, è semplicemente un lavoro di riflessione dura, sostenuta dalla fantasia) non ho mai dato retta minimamente. So a ogni modo che a metterle in circolazione contribuiscono persino i più biechi e ambigui fra gli esemplari di una ben nota e sciagurata razza di scienziati (ovvero gli psicoanalisti, sorta di moderni indovini sempre intenti a far loroscopo o le carte allinconscio collettivo e che per giunta, a differenza di quelli semiclandestini che divinano il futuro dalle tv locali, sono ufficialmente accreditati dalla società).
Altre pubblicazioni?
Che dire... nel 2005 i miei versi son piaciuti a ben due case editrici: la LietoColle - che ha sede a Faloppio in provincia di Como e che ha pubblicato, per lappunto, la mia silloge individuale «Manto di vita» - e la Giulio Perrone di Roma, che ha incluso quattro mie liriche in «Geografie poetiche», ovvero unantologia collettiva comprendente quattordici autori e uscita un anno fa circa a cura di Walter Mauro (il quale, oltre ad essere fra i più noti rappresentanti della critica militante, contribuisce dabitudine alla realizzazione di programmi e trasmissioni Rai). Il 2006, infine, mi porterà in dono una seconda antologia che, intitolata «La felicità è una piccola cosa», vedrà la luce in Svizzera, dopo lestate, e conterrà sette miei componimenti.
È un piacere parlare con te, anche se a distanza. Ti ringrazio.
Marisa Napoli (per gentile concessione)
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Pietro Pancamo (1972) è giornalista e redattore professionista. Ha fondato e coordina il sito culturale aperiodico «L()abile traccia» (www.labileabile-traccia.com). È il caporedattore per la poesia del trimestrale elettronico «Progetto Babele»; è redattore del semestrale cartaceo «La Mosca di Milano»; scrive per un quotidiano: il «Corriere dellUmbria». È stato direttore editoriale della webzine internazionale «Niederngasse Italian». Compare nellantologia «Geografie poetiche» (a cura di Walter Mauro, Giulio Perrone Editore, Roma, 2005); ha pubblicato una raccolta di versi: «Manto di vita» (LietoColle, Faloppio, 2005). In campo letterario ha ottenuto in particolare il primo posto assoluto al Premio Città di Torino ed il secondo al Trofeo Medusa Aurea (organizzato e patrocinato dallAccademia internazionale darte moderna di Roma). Suoi testi (ovvero articoli, racconti e poesie) sono usciti su svariate riviste, anche internazionali. Fra quelle cartacee sono da ricordare «Poesia» (Crocetti Editore), «Nel Racconto» (dispensa svizzera di narrativa libera in lingua italiana), «La Biblioteca di Babele», «Le Colline di Pavese», il «Notiziario dellAccademia internazionale darte moderna di Roma», «Filling Station» (quadrimestrale con sede a Calgary in Canada), «Snow Monkey» (periodico fra i più vivi dellarea di Seattle, Usa); fra quelle telematiche, invece, «Cinema Studio» (giornale gestito da alcuni docenti dellUniversità La Sapienza di Roma), «Sagarana», «Fonopoli.net», «Fucine Mute», «FaM», «I Vedovi Neri», «Rotta Nord-Ovest», «El Ghibli» e «Scriptamanent» (mensile della Rubbettino Editore). Sue liriche sono state tradotte in arabo, inglese, spagnolo, catalano e francese.