LE INTERVISTE DI PROGETTO BABELE Un'intervista di Carlo Santulli
1.Il tuo nuovo romanzo, African Inferno, parla tra l'altro di immigrazione, in particolare di immigrati africani, di varia origine (camerunesi, nigeriani, ecc.) a Pavia. Alcuni personaggi di origine africana sono anche presenti in Atomico Dandy, ma mi sembra di poter dire che in African Inferno il tema dell'immigrazione e dell'Italia che si scopre razzista è molto più centrale. Nel frattempo sono passati alcuni anni. Come ti sembra sia cambiata la percezione dell'immigrazione tra gli italiani in questo periodo e che cosa ti aspetti (o temi) che succederà nel prossimo futuro?
In Atomico esaminavo soprattutto la percezione, o meglio il trattamento riservato agli africani in unottica di approccio erotico. Stigmatizzavo il loro ruolo di nuovi soggetti deboli del mercanteggiare sessuale, e allo stesso tempo stigmatizzavo il luogo comune sulla spregiudicata e presunta esuberante sessualità dei neri. Qui, in African Inferno, la visione si allarga al tutto. I neri, immigrati, sono inquadrati nella loro quotidianità a 360 gradi. E infatti un romanzo centrato proprio su questo: sui pregiudizi degli italiani, sul razzismo (se poi tale è) degli italiani verso chi ha la pelle palesemente diversa dalla nostra. E, di conseguenza, anche su pregiudizi e razzismo degli africani verso di noi. La percezione dellimmigrazione è cambiata un po (non moltissimo) nel giro degli ultimi 3-5 anni. I media, i governi, le forze di certa destra (non tutta, va detto!) spingono verso unimmagine dellimmigrazione (africana o altra che sia) negativa, oscillante tra la clandestinità criminale e un poveraccismo che ci fa provar pietà e senso di protezione. Quindi stiamo distorcendo sempre di più la nostra percezione degli africani: ci allontaniamo dalla percezione normale, che dovrebbe essere quella che ci porta a riconoscerli semplicemente come colleghi, amici, vicini di casa, compagni di scuola. Che è quello che, al 95%, sono. Come mi aspetto che cambierà? La vedo male. Mi aspetto che questa distorsione aumenti, che generi odio, cioè vero razzismo, e che questo diventi reciproco, e che si creino grandi zone dodio silenzioso (stranieri verso italiani), grandi zone insondabili dinsoddisfazione e rancore. Pronte a esplodere, magari travasate nelle prossime generazioni. Comè successo nelle banlieues francesi.
2.Ad un certo punto del romanzo, il protagonista, Sandro Farina, dice: "Bisogna aiutare gli immigrati anche a costo di entrare nell'illegalità. Questa è la Resistenza del nuovo millennio. Niente armi in pugno, ma contratti pronti in mano". La frase mi ha colpito molto e penso che tu abbia espresso in poche parole quel che molti di noi sentono. Secondo te, questa frase è soltanto il frutto di una visione ingenua della vita da parte di Farina, o è veramente la strada da seguire?
Dunque, per Sandro è qualcosa che oscilla tra la romantica versione rammodernata della lotta di classe anni 70, e unautoironica constatazione della propria ingenuità. In realtà, se vogliamo tutto il libro è un ragionare su questo. Gli immigrati sono i nuovi soggetti deboli, sono oggetto di vessazioni superiori a quelle che le nostre stesse leggi stabiliscono (è come se, per loro, le nostre leggi valessero un po di meno...), passano attraverso esperienza talvolta faticose e traumatiche per migrare, e di certo, anche quando migrano con tutti i comfort (per dire: aereo, borsa di studio, lavoro...), comunque vivono unesperienza di sofferenza che è quella intrinseca al distacco, alla rottura con gli affetti di casa, alla ricostruzione di un habitat affettivo. Ma tutto questo dovrebbe far sì che gli si perdoni tutto? Gli consegna un lasciapassare ideologico per una adesione più lasca ai principi della democrazia, del sereno e civile convivere per cui loccidente ha lottato per 50 anni? Direi di no. Direi che, anzi, questidea di consenso allillegalità per aiutare limmigrazione costi quel che costi sia unidea fuorviante, sia un malinteso, sia una remissione di quei principi di moralità e onestà che dovrebbero essere validi sempre: in qualsiasi situazione e qualunque sia il fine ultimo dellagire. Perché, in ultima analisi, se gli immigrati devono essere uguali a noi, non vale alcuna deroga alle leggi che, tutti noi, dovremmo rispettare.
3.Come rivista letteraria on-line, ci interessa capire se effettivamente Internet sia utile, o magari anche essenziale, per divulgare le novità letterarie ed anche la cultura letteraria in generale, in un paese che nel complesso legge poco e compra spesso i libri solo grazie ai suggerimenti presenti su altri media, come la TV. Tu, che utilizzi spesso Internet come mezzo di promozione, anche nelle sue opportunità più recenti, come quelle offerte da Facebook, che idea ti sei fatta? Vale la pena di fare tanta fatica per comparire su Internet, o se non si va in TV non si muove niente, nelle vendite e nell'interesse dei lettori?
Se tu andassi in TV, anche in una sola trasmissione di peso, potresti spostare le tue vendite di un ordine di grandezza o due. Se tu fossi dappertutto in internet, potresti forse spostare del 10 % le tue copie vendute.
4.Mi hanno colpito molto il personaggio di Mantegazza, al servizio di una giunta tutto sommato di sinistra, come ripeti più volte nel romanzo, ma che sembra, personalmente, tutt'altro che di sinistra (ammesso che oggi come oggi, questo voglia ancora dire qualcosa). Ed in effetti, non sarebbe l'unico esempio, a livello locale, di una sinistra conservatrice ed arroccata nella difesa di privilegi acquisiti. Che scopi politici pensi che abbia uno come Mantegazza (per meglio dire: ne ha, o si muove per riflesso condizionato)?
Mantegazza è rappresentativo dellimpiegato o funzionario comunale, che resta perché ha un contratto statale a tempo indeterminato, che si adatta a convivere, con piaggeria imbarazzante, alle diverse giunte che si susseguono. Mantegazza è fascista ma, al di la delle personali sparate razziste, fa poi quello che gli ordina il suo assessore di sinistra. E una situazione che ho visto spesso dal vero, nelle mie tante peregrinazioni, collaborazioni, presentazioni fatte in giro per lItala (anche ribaltata: giunte di destra e impiegati comunali di sinistra pronti a genuflettersi e a dire cose imbarazzanti pur di ingraziarsi lassessore). Ed è una situazione-simbolo della pochezza, del lassismo, della piccolezza che sono, ahinoi, la regola in quel tipo di ambiente, e la cui corda, la cui trama si mostra in tutta la tristezza quando amministratori pubblici e dipendenti pubblici giocano la loro collaborazione in campi poco pragmatici come la cultura. Dove, spesso, ad assessori bestie e ignoranti si aggiungono mezze calzette impiegatizie, e il disastro, per la cittadinanza, è compiuto.
5.All'inizio del romanzo, precisi che alcuni personaggi sono reali, ma che "il loro coinvolgimento nella vicenda narrata e le affermazioni loro attribuite sono frutto dell'immaginazione e non costituiscono una ricostruzione di fatti reali. Analoga frase mettevi in Atomico Dandy, ma alla fine. Sembri come preoccupato che qualcuno si riconosca, magari a torto, in qualcuno dei tuoi personaggi. Ma c'è veramente ancora qualcuno che si offende per le parole scritte in un libro di narrativa (che è un'opera di fantasia, anche se ha inevitabilmente una certa relazione con la realtà)? E in fondo, se qualcuno se la prendesse, questo non ti darebbe una maggiore visibilità?
Guarda, una volta sono stato denunciato per un libretto di critica letteraria perché dicevo che una certa rivista letteraria era di qualità meno buona di altre sue concorrenti e perché (era un dato di fatto!) esisteva per fini di lucro e non era invece (come altre) basata sul volontariato. Poi è finita, come logico, in unarchiviazione, ma è stato sgradevolissimo sentirsi telefonare da carabinieri, ricevere una visita a casa con la consegna dellingiunzione a presentarsi a un interrogatorio, trovarsi un avvocato, farsi interrogare (surreale, per di più, visto che si parlava di critica e riviste letterarie...). Ma insomma: gradirei non dover ripetere lesperienza.
6.Ancora più che in Atomico Dandy, le vicende sono perfettamente situabili geograficamente, anzi direi topograficamente, a Pavia, ed in certi luoghi particolari della città. Riesci a pensare ad un tuo romanzo che non sia ambientato nella città dove lavori, o è uno scenario necessario per lo sviluppo della trama?
No, certo che riesco a pensarlo. Madre Nostra per esempio è un romanzo milanese, con puntate frequenti nella riviera ligure. Milano la conosco un po, Camogli lho vista una volta in vita mia. African Inferno è un romanzo che doveva essere ambientato in provincia, e in questa provincia qui, il nord lombardo, acculturato e borghese, quello che non ti fa scattare immediatamente la reazione: nord=razzismo di bassa lega. Pavia era la città perfetta: colta, tranquilla, appartata. Eppure piena ugualmente di preconcetti.
7.In "African Inferno" esce fuori molto la tua attività di "recensore" di ristoranti e di appassionato di cucina. In particolare, mostri una conoscenza invidiabile e di prima mano sulla cucina africana. Trovi che in Italia ci sia realmente un forte interesse per la cucina etnica, o siamo, anche da questo punto di vista, un paese chiuso?
No, non trovo che ci sia un grande interesse, e sono convinto anche che vada bene così. Linteresse è scarso, riguarda più che altro un pubblico di nicchia, spesso quello stesso pubblico che va a i festival, che va agli incontri, quindi in un certo senso schierato, se vuoi terzomondista, solidale così, in senso generico. In Italia, invece, cè in grande interesse per la cucina, i materiali, gli stili, la ristorazione. Abbiamo una tradizione immensa, forse seconda solo a quella francese, abbiamo un patrimonio di prodotti tipici che ci invidia il mondo (p.es. pasta, pesci, salumi, vini, olii doliva, formaggi, verdure) e abbiamo una nuova cucina di ricerca che su questa tradizione lavora facendo cose spettacolari, avvicinando fasce di clienti sempre più larghe alla ristorazione intelligente (al mangiare come piacere, gioco di palato e intelletto, intrattenimento). Francamente, cè così tanto da scoprire e valorizzare nel patrimonio culinario-gastronomico italiano che non sento alcun bisogno di più cucina etnica. Se penso poi alla cucina etnica che sin qui abbiamo potuto sperimentare, trovo solo esempi di qualità limitata, se non bassa. I ristoranti cinesi e i kebab, cosa sono se non i nuovi Mc Donald? Sono cucina povera, di bassa qualità, con ingredienti massificati, identici in ogni ristorante e punto vendita che si possa sperimentare. Sono i nuovi fast food, e uno dei tanti nuovi prodotti deteriori della globalizzazione. Il mediocre kebab che trovo a Milano, lo trovo anche a Pavia, a Roma, a Parigi o a Zurigo. Così come trovo lo stesso mediocre Crispy McBacon e gli stessi McNuggets di pollo. Sai che non trovo così scandaloso che lamministrazione di Lucca abbia chiuso il centro storico a nuovi ristoranti etnici? In quella famosa ordinanza, io credo che abbiano sbagliato con il vocabolario: la parola etnia scatena subito lidea che si stia facendo del razzismo. Avessero detto: solo nuovi ristoranti tradizionali in centro, penso che nessuno nemmeno concettualmente avrebbe avuto da eccepire.
8.Parlando sempre di attività extra-letterarie, io trovo che come ricercatore universitario (e non in un campo vicino alla letteratura), tu mostri un approccio più libero nei confronti della letteratura, come di un gioco che può essere occasione di scoperte importanti, e questo si riflette secondo me nella tua capacità di saper utilizzare l'umorismo per introdurre questioni cruciali e tragiche, come il razzismo, la cui trattazione altrimenti potrebbe sembrare angosciante e specialmente poco incisiva. Secondo te il tuo essere ricercatore in chimica contribuisce in qualche modo al tuo "modo di essere" (o se vuoi, alla tua personalità) di scrittore?
Si, alla fine ci credo anchio: prima era chi mi leggeva a dirmelo, adesso me ne sono convinto. E vero che lavorare con la scienza, che essere guidato da una spinta razionalizzante, ti porta a unimpronta diversa nella narrazione. Da un lato tecnica: racconto sempre per verifica sperimentale. Cioè ho idee di base, una struttura in mente, una situazione (la teoria e le condizioni dellesperimento, se vuoi) e poi mi ci metto in mezzo, con i miei personaggi, e lascio che le cose accadano. Detto in altre parole racconto per frammenti di storie minime, per accadimenti brevi, e ne giustappongo tanti con scansione cronologica spesso regolare. E come se stessi campionando delle storie, delle vite, dentro allambiente in cui si svolgono, per trarne poi un succo: uninterpretazione, una teoria (che tendo a non enunciare mai). Laltro lato: non investo troppa emotività, troppo entusiasmo nella bella idea, nellilluminazione, nel fascino del mistero, nella suggestione del poetico. Non ci credo, semplicemente. Credo che invece dietro ogni cosa comportamenti, accadimenti, sentimenti ci siano meccanismi individuabili, scarni, quasi meccanici, che sono la realtà, e che vanno raccontati. E per questo che racconto spesso sentimenti e drammi, ma non posso evitare di farlo sorridendo, ironizzando, spruzzando tutto di understatement: perché non ci credo fino in fondo, perché la vita, il mondo, purtroppo non sono regolati e dominati da quelle cose lì. Posso, per dire una cosa, rendermi conto anchio della bellezza dello svegliarsi una mattina di prima estate in una capanna in mezzo ai boschi, lavarsi con un secchio dacqua e un pezzo di sapone di Marsiglia, far colazione col caffè scaldato sul fuoco e mangiando un pezzo di pane nero tagliato col coltello da cercafunghi. Bello. Ma se lo racconto alla fine ci rido su: perchè chi ci crede, chi ci costruisce un romanzo o una poetica intorno, su queste cose, vive nellillusione, nella convinzione che una malintesa idea di poesia e sentimento possa cambiare la vita.
Per gentile concessione Piersandro Pallavicini e Carlo Santulli
dal 01/06/09 VISITE: 1418
Piersandro Pallavicini (Vigevano, 1962) è scrittore e ricercatore universitario. Ha iniziato scrivendo racconti che sono stati pubblicati su riviste online negli anni '90. Tra queste "Fernandel", che ha curato anche la pubblicazione della sua prima raccolta "Anime al neon" nel 2002.
I romanzi pubblicati ad oggi sono: "Madre nostra che sarai nei cieli" (2002), "Atomico Dandy" (2005) e "African Inferno" (2009), tutti editi da Feltrinelli.
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