E con grande piacere che presentiamo questa intervista a Tullio Avoledo, brillante romanziere e giornalista (part time), che molto cortesemente ha acconsentito a rispondere alle nostre domande. Quanto trovate qui di seguito è il risultato, piuttosto notevole, della nostra conversazione virtuale.
Nei tuoi libri, è evidente un grande gusto per l'avventura. C'è qualche legame con la grande tradizione dei romanzi di avventura italiani (da Salgari a Motta)? Oppure si tratta di una predisposizione, per così dire, personale per l'avventura, vissuta o anche solo sognata?
Mah. Quando andavo alle medie la biblioteca della nostra scuola di paese comprendeva l'opera completa di Salgari e Verne. Io e un mio amico facevamo a gara nel leggere quanti più libri di Salgari era possibile. Ricordo ancora l'emozione dello sfogliare quelle pagine un po' ingiallite... Credo di aver letto tutto, ma proprio tutto Salgari, comprese certe storie minori ambientate a Cartagine. Il dio Moloch ritorna a volte nei miei romanzi.... Ho ritrovato le stesse emozioni quando ho letto "Congo" di Michael Crichton, un libro che non mi stancherò mai di consigliare, anche se poi l'autore è andato continuamente in calando. Altri autori che mi danno, in varia misura, le stesse emozioni, sono Clive Cussler e Wilbur Smith. Storie becere e assolutamente implausibili, ma terribilmente intriganti. Credo che le letture avventurose della mia infanzia - e anche di adesso, se è per questo - si siano fuse nel mio genoma di scrittore, sì.
Quanto c'è di te nel personaggio di Giulio Rovedo (al di là dell'assonanza anagrafica)? Ti riconosci nel suo cinismo e sarcasmo ?
Mi riconosco molto di più in Alberto Mendini, il protagonista de "Lo stato dell'unione". D'altra parte il benessere ti spinge inevitabilmente ad essere meno cattivo. Può sembrare un paradosso, ma secondo me è così. Se guadagni molto puoi vivere lontano dalla gente comune e dalle sue miserie, puoi viaggiare in un'auto di lusso con l'aria filtrata e condizionata. Non è che diventi più buono, è che hai meno occasioni di essere cattivo. I poveri sanno essere molto cattivi. Rovedo è un povero. Lavora in banca, è laureato, ma in realtà appartiene ai nuovi poveri. Per questo è così cattivo e incazzato col mondo. Siegfried Kracauer in un saggio degli anni '30 ha descritto benissimo la piccola borghesia impiegatizia, di allora come di adesso: le sue paure, le sue tentazioni di ordine con la O maiuscola... Comunque il sarcasmo di Rovedo è mio. Ma non credo lo si possa definire cinico. In realtà è un moralista deluso. Niente di peggio di un moralista deluso. Lo sono anch'io, e posso assicurarti che non è un bel vivere. Sono un intollerante, e probabilmente non vivrei male in un posto come Singapore, dittatura tecnologica, versione edulcorata del mondo del Grande Fratello in cui ti frustano se butti per terra una cartaccia. Sempre meglio che venire ammazzati a un incrocio perché hai guardato storto un altro autista. Rovedo, che sembra tanto sovversivo, vivrebbe benissimo a Singapore.
Una curiosità, l'ambiente bancario è davvero così terribile come lo descrivi ne "L'elenco telefonico di Atlantide ?"
Sì e no. La violenza che ho descritto nel romanzo è grottesca, esagerata. Quella che respiri ogni giorno nell'ambiente lavorativo è più sottile ma molto più insidiosa. E' come un agente chimico velenoso ad azione lenta. Ma non è una caratteristica esclusiva delle banche. Succede lo stesso in qualsiasi grande azienda in cui le persone sono diventate "risorse umane", "costo aziendale".
Nel tuo romanzo Mare di Bering, descrivi un convegno di "cape" di Stato, con gli uomini a fare da first ladies. Si tratta di una visione quantomeno curiosa, è una provocazione o pensi davvero che, in un futuro più o meno lontano, le donne possano diventare le uniche detentrici del potere politico?
Era solo un gioco, un'ipotesi scherzosa, ma secondo me non troppo lontana dalla realtà. Fra Bill Clinton e quella sputafuoco di sua moglie chi comandava veramente, secondo te? E guarda la famiglia Bush jr.: un uomo e tre donne. Guarda una loro foto di gruppo e dimmi chi comanda, in quella famiglia. Per trovare maschi in posizione veramente dominante devi uscire dall'occidente.
Il tuo ultimo lavoro, "Lo stato dell'unione" è stato da poco pubblicato ed, a quel che sappiamo, sta giù vendendo piuttosto bene. A questo punto, inizi a considerarti uno scrittore professionista? Se sì, che effetto fa stare dall'altra parte della barricata? Quali sono i pro... e quali i contro?
Nessuno scrittore sincero ti dirà che il suo libro vende bene. Vogliamo sempre di più. Puntiamo alle stelle. Comunque il libro sta andando bene, le critiche sono state positive. Ho una bella immagine da rovinarmi coi miei prossimi libri. "Scrittore professionista" continua ad essere un'etichetta che non mi sento ancora di incollarmi addosso, prima di tutto perché il mio lavoro vero è un altro, e poi perché mi angoscia l'idea di dover dipendere, per vivere, dai capricci del pubblico e delle case editrici. Dato che non devo scrivere per guadagnarmi da vivere, per ora (e spero per sempre) posso scrivere quello che mi piace.
Com'è nata la collaborazione con "Il Giornale"? E' solo una collaborazione occasionale o stai valutando la possibilità di intraprendere la carriera giornalistica?
E' nata da un'intervista telefonica che mi fece Vittorio Macioce, un bravissimo giornalista di quella testata, dopo l'uscita del mio primo libro. Finita l'intervista continuammo a parlare per quasi un'ora. E per come me la ricordo io fu una gran bella conversazione. Vittorio mi disse che sapeva del mio interesse per la letteratura anglosassone e mi propose di collaborare con loro. Comprai qualche numero del quotidiano e mi resi conto che le pagine della cultura erano davvero buone. Così inviai la mia prima recensione. E poi la seconda, e così via. Quello che mi piace della mia collaborazione con quella testata è l'estrema libertà che mi lasciano nella scelta dei temi e lo spazio assolutamente esagerato che mi riservano. Mi rendo conto, col senno di poi, che certe articolesse di una pagina (che ora evito di proporre...) su altri giornali sarebbero state potate fino a ridursi a un articolo-bonsai. Infine al "Giornale" ho conosciuto gente simpatica, per niente spocchiosa, curiosa come me in fatto di cultura e meno pronta a farsi "incartare" dalle case editrici come succede ad altre testate che godono di maggiore fama. Quanto alla carriera giornalistica, sono già stato iscritto per diversi anni all'albo dei giornalisti pubblicisti, e non è detto che in futuro non decida di saltare il fosso. Ma per il momento non se ne parla. Non ho tempo per scrivere più di tre o quattro articoli al mese. In futuro si vedrà...
Pensi mai di lasciare il lavoro in banca per dedicarti completamente alla scrittura ?
Stai scherzando? Ci penso in continuazione. E' solo che non lo faccio. Non è mica così semplice, sai? Non a 47 anni e con due figli piccoli.
So che è una domanda un po' scontata, ma data l'attualità dell'argomento (c'è un certo fervore sul tema, anche a seguito della recente uscita di "Quasi quasi faccio anch'io un corso di scrittura" di Gordiano Lupi) vuoi dirci cosa pensi dei corsi di scrittura creativa? Ritieni che si possa insegnare il mestiere dello scrittore, o è una questione di talento?
Il libro di Lupi (che però è tutt'altro che recente) mi ha fatto davvero incazzare, non tanto per le cose che scriveva gratuitamente contro di me ma per il fatto che ammetteva di non avermi mai letto. Mi è sembrato un atteggiamento stupido. Chiuso lì, non voglio più nemmeno nominare quel signore. Che oltretutto è un bancario, il che spiegherebbe molte cose. Non conosco le scuole di scrittura. Sono stato invitato a tenere un paio di "lezioni", ma mi sono talmente vergognato delle mie performance che ho rinunciato ad ogni altro invito, compreso quello della più prestigiosa scuola di scrittura italiana. E non mi sono ancora pentito. Non insegnerò mai più. A me è servito frequentare un corso che però, più che una scuola di scrittura, era una scuola di lettura. E costava poche decine di euro. So che certe scuole di scrittura pretendono cifre ben più elevate. In quel caso mi chiedo se ne vale la pena. A parte il fatto che vale sempre la pena di imparare qualcosa. Quanto al talento, a volte vince, a volte perde.
Altra domanda non particolarmente originale (ci scuserai, ma in questo caso, siamo parte in causa!). Come saprai certamente, c'è un gran proliferare su Internet di siti dedicati, in vario modo, alla letteratura. Dalle homepage di aspiranti (o autoproclamati) "scrittori" alle webzine/fanzine come Progetto Babele. Tu sei un frequentatore di questo microcosmo pseudo-letterario? Se sì, sei tra quelli che credono che i nuovi talenti della nostra narrativa emergeranno proprio da questo magma ribollente... o tra quanti ritengono che l'eccesso di offerta e la mancanza di selezione - con il conseguente abbassamento della qualità media - impediscano alle poche opere valide di essere notate?
Credo che l'abbondanza d'offerta sia sempre una cosa buona e giusta. Del resto non trovo una qualità complessiva più scadente dell'offerta di narrativa sul Web rispetto a quella dei cataloghi editoriali. La selezione delle case editrici spesso non è tarata sulla qualità del prodotto ma sul gusto (ipotizzato) dei lettori target. Con risultati a volte esilaranti. Devo dire però che sono deluso dal Web. Quando internet non era ancora un fenomeno di massa speravo potesse diventare uno strumento di comunicazione alternativo alla carta stampata. Diciamo che gli esiti sono stati inferiori alle attese.
Mi pare di capire che ci sia da parte tua una notevole diffidenza nei confronti di Internet...
Sono deluso da internet per la progressiva invasione della pubblicità e del commercio in genere. In questo momento, mentre scrivo dalla mia casella di posta elettronica in remote, la finestra della mia mail è circondata da loghi aziendali. Non mi pare normale. E poi ascolto i ragazzi, che usano internet soprattutto per scaricare film e musica o chattare di cazzate, non certo per dialogare e scambiarsi idee. Internet poteva essere un'agorà politica, un'occasione di confronto globale sia per tematiche che per partecipazione di persone di tutto il mondo, invece i siti interessanti sono davvero pochi, e sommersi da un mare di merda. Una scrittrice americana di fantascienza, Ursula K. LeGuin, ha scritto una frase che mi ha molto colpito. In un suo romanzo un giovane scienziato inventa l'Ansible, uno strumento di comunicazione più veloce della luce, che mette in comunicazione istantanea pianeti ai capi opposti della galassia. Tutti gli fanno i complimenti, gli dicono quanto sia straordinaria la sua invenzione, al che lui risponde: "Sì, ma ora cosa vi direte?" Cosa ci stiamo dicendo, usando quel gioiello che è internet? Quante potenzialità stiamo sprecando? Secondo aspetto: internet non avvicina le culture. Su internet finiamo per cercare solo ciò che ci interessa, è uno strumento solipsistico, masturbatorio. Quale appassionato italiano di musica sa dirmi qual è in questo momento la canzone più ascoltata dai giovani in Germania, o in Russia? Quali sono i libri più letti in Francia? Internet doveva essere il regno dell'avventura, la nuova frontiera della conoscenza, invece sta diventando un parco giochi sorvegliato dai governi e dalle multinazionali. Ovviamente potete togliere la parola masturbatorio.
Penso proprio che la lasceremo, invece... decisamente rende lidea! Andiamo avanti, sappiamo che da anni sei in corrispondenza con scrittori molto famosi, da Ludlum a Clarke, a Bellow (sì, so che in tutte le interviste che ti vengono fatte, prima o dopo, si arriva a questo punto, ma devi ammettere che non è cosa da poco!), hai mai incontrato qualcuno di loro di persona? Quali sono i consigli più utili che hai ricevuto? Chi sono stati il più simpatico ed il ... meno simpatico? Chi, in qualche modo, ti ha deluso?
Ho incontrato di persona solo Joseph O'Connor, ma ne è valsa la pena. Ah, sì, anche Michael Cunningham, John Banville, Mo Yen e qualcun altro. Non i Grandi Miti. Non ancora. A settembre, a Mantova, però, ho in programma di incontrare Chuck Palahniuk, di cui sono un fan sfegatato. Sono stato deluso dalla cortina di ferro che circonda Stephen King: la segretaria, sua moglie Tabitha... Neanche parlarne di scrivergli una lettera: tutto quello che potevo fare, secondo loro, era spedire un libro ("uno solo!") che col tempo (molto tempo) sarebbe stato autografato ("ma niente dediche!") e rispedito al mio indirizzo. Ma vaff...! I corrispondenti più simpatici sono stati Saul Bellow e John Updike (due sagomacce), i più gentili John Irving e Mordecai Richler, il più assiduo John le Carré, autore cui di questi tempi mi sento molto vicino. Il meno simpatico è stato forse Michael Crichton, che mi ha mandato una sua foto autografata, come un divo del cinema. Ma definirlo meno simpatico per questo mi sembra esagerato. Diciamo che anche le sue recenti prese di posizione antiecologiste mi aiutano a farmelo sembrare "meno simpatico", appunto.
Due domande difficili... Chi è il miglior scrittore italiano (vivente), in questo momento? Tre scrittori che farebbero meglio a cambiare mestiere .... Ovviamente, senza obbligo di rispondere!
Ho appena recensito per "Il Giornale" il romanzo "Atomico dandy" di Piersandro Pallavicini, che secondo me è il miglior libro italiano dell'anno. Non mi pronuncio su chi sia il miglior scrittore italiano vivente perché leggo pochissima narrativa italiana. E dato che leggo solo i libri che mi piacciono, non posso indicare col dito questo o quello scrittore che dovrebbe cambiare mestiere. Diciamo che di solito dovrebbero essere i lettori a indirizzare un autore in questa direzione, non comprando i suoi libri. Ma non sempre è così. Come diceva una mia vicina di casa, "il mondo è bello perché è avariato."
Per gentile concessione di Tullio Avoledo, A cura di Federico Guerrini e Marco R. Capelli
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Tullio Avoledo nasce a Valvasone, in Friuli, il 1° giugno del 1957, di famiglia per tre quarti friulana e per il resto tedesca. Laureato in giurisprudenza, bancario, vive a Pordenone con la moglie Anny ed i due figli Francesco ed Elisa. Si è affermato all'improvviso nel 2002 con L'elenco telefonico di Atlantide, uscito presso Sironi, romanzo il cui spunto è stato suggerito da una lettera dello scrittore inglese Arthur G. Clarke, uno degli scrittori anglosassoni cui Avoledo scrisse nel 1998, accumulando dopo quest'esperienza una raccolta di lettere, autografi ed altri ricordi, oltre che di "contatti umani e di preziose informazioni". Successivamente ha scritto Mare di Bering e Lo stato dell'Unione, pubblicati sempre da Sironi. Avoledo si situa in un'interessante contaminazione tra fantascienza e realtà, in bilico tra vicende che potrebbero rientrare nel possibile e sviluppi inaspettati. (Carlo Santulli)