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La mia Landau (ed altre storie)
di Giuseppe Butera



A cura di Carlo Santulli

Fare lo scrittore, e cercare di farlo seriamente, anche divertendosi (le due cose non sono incompatibili, a nostro modesto parere), mentre nella vita si pratica un altro lavoro, è oggi la situazione più comune. Se poi l’”altro lavoro” è impegnativo e molto serio a sua volta, e non è connesso in alcun modo con la letteratura, la scrittura diventa una specie di evasione, ma ancora di più, di alterità, di vita differente, come se due nature si intersecassero, a volte dialogando (o forse altercando) tra loro.
Pensando a questo libro di racconti di Giuseppe Butera “La Landau azzurra ed altri racconti”, si nota che le alterità sono più di una: c’è quella tra la professione medica (che si affaccia qua e là) e la vita di scrittore, ma c’è una doppia natura più specifica, tra le origini siciliane dello scrittore, e l’approdo nel Brasile amazzonico.
Professionalmente e personalmente, è facile immaginare che un passaggio del genere possa essere pieno di difficoltà, ma anche di attrattiva e di sfide con se stessi. Letterariamente, richiede di ricostruire giorno per giorno la propria lingua natale dal confronto e spesso da una felice contaminazione con la lingua del paese ospite. E per un siciliano, questo può significare molto: molti scrittori siciliani, a cominciare da Verga, fino ai più recenti Bonaviri, e, perché no, Camilleri, hanno dovuto creare quasi ex novo una lingua che fosse in grado di aderire alle cose. I risultati sono stati spesso affascinanti e specialmente molto pregnanti: e la triplice combinazione portoghese/italiano/siciliano dei racconti di Butera non lo è meno. Alcuni termini che troverete qua e là, specie nei racconti di Giovanna, come “ammaccabàsole”, “avvossia”, sono indicativi di questa ricerca linguistica, e dimostrano il lungo lavoro di scrittura dei racconti. Invece, nei racconti della Landau si trovano termini di lingue indie che (sorpresa!) sembrano anch’essi agrigentini, sicché forse i due estremi si toccano.
L’interesse non si ferma al punto di vista linguistico, però: la caratterizzazione dei personaggi è estremamente interessante: si può facilmente identificare che i racconti della serie della Landau sono d’ambiente brasiliano (inteso nel senso più vasto: la commistione culturale è presente quasi ad ogni pagina), e la trovata di legare i racconti attraverso l’immagine della Landau azzurra (celebre coupé della Ford australiana) conferisce una coerenza ed un’unità interna siginificativa alla raccolta. Anche nei racconti della Landau ci sono riferimenti culturali “alti”, anche se sarebbe un peccato dire di più, perché sono parte integrante della trama di alcuni dei racconti, come in “Pamina e Tamino” ed aun certo punto spunta pure una cattleya, il fiore caro a Swann, il personaggio di Proust, ma in questo caso si tratta del fiore vero (di origine brasiliana) e non di quello dipinto su un vestito femminile, come nella “Recherche” proustiana. Si gira per l’Amazzonia, ma è come fare un periplo del mondo intero, tra ragazze madri (sarà proprio così), generali, capi tribù e...centauri agrigentini.
I racconti di Giovanna sono invece decisamente d’ambiente siciliano, anzi agrigentino: Giovanna è una di quelle popolane di pura intelligenza, magari poca cultura ‘’seria’’, ma imbattibile buon senso, e conseguentemente piena di successo (inteso come vuole lei, ovviamente: ognuno ha quel che desidera) nella sua vita. E, naturalmente, parlando di Agrigento, si incontra, almeno sotto forma di “gioco” coi titoli dei suoi drammi, il grande Pirandello (ma Giovanna altrove storpia, o forse rende più veri, anche i titoli dei brani swing del dopoguerra), cui è dedicato un altro breve scritto presente nella raccolta (e si vede chiaramente che Butera è, per quanto contenuto ed ironico come sempre, in fondo orgoglioso del suo illustre concittadino). In breve, Giovanna incontra la storia del secolo, sotto forma musicale, o drammaturgica, o sotto forma di passione per i motori.

In entrambe le serie di racconti, così come negli altri racconti e brevi scritti che seguono, Butera dà prova di umorismo, e di onestà letteraria, nel non prendersi mai eccessivamente sul serio: anche in questo l’origine siculo/brasiliana lo porta ad un piacevole ed a volte tenero disincanto. Questo non vuol dire che non voglia dare rilievo ai suoi caratteri, ma che non vuole prestar loro retoricamente un carattere falso, invece mostrandoli con un linguaggio ed in un contesto il più possibile vicino al vero. Non è però un’operazione alla Camilleri, nel senso che Butera mantiene un po’ di distacco amatoriale, nel senso migliore del termine, pur in una qualità di scrittura molto accurata ed “alta”, e compie una ricerca prima di tutto in se stesso e nel suo mondo. Ed è anche questo che assicura il divertimento, ed a volte la comicità, che deriva spesso dalla situazione amabilmente ed abilmente descritta.

Carlo Santulli


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