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Michele Pierri (1899-1988)
a cura di Paola Bisconti
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Biografie

Di certo non è semplice raccontare una vita quando questa è molto più di un'esistenza poetica, politica o religiosa. Si tratta di una biografia che racchiude in sé l'emblema dell'uomo il quale combatte tra reale e ideale, amore e passione, religione e trascendente, legislatura e anarchia.

Scrivere di logica, etica e cuore in tal caso è come ammazzare un'anima di santo di che in realtà non lo è stato. Michele Pierri rappresenta un intellettuale sui generis non solo per la produzione poetica ma per l'esempio lampante delle scelte che ha compiuto in vita.

Nacque a Napoli nel 1898 e sembra essere avviato nel settore della magistratura dove ne fanno parte il padre, lo zio e il nonno. Michele Pierri, tuttavia, dichiarò di non essere giudice di nessuno e sulla scia di un carattere forte forma la personalità di uomo. A diciotto anni si arruolò come volontario nell'esercito e in Dalmazia partecipò al primo conflitto mondiale, memorabile è la scelta di combattere disarmato. Il gesto derivante da profonde convinzioni pacifiste indicò il suo essere ben saldo ai propri ideali.

La decisione di laurearsi in medicina altro non era che un modo per aiutare il prossimo e l'esperienza vissuta durante gli studi effettuati a Napoli è caratterizzata dalla presenza del professore Giuseppe Moscati, santificato da diversi anni, la quale acuisce le attitudini di Pierri.

Coltivando la cultura intesa come alimento per la mente e per l'anima, Pierri si soffermò su filosofi come Shopenhauer e Nietzsche i quali affrontano temi come la libertà.

Egli però ragionò sull'idea che tale concetto è un disperato sogno terreno. Secondo Pierri tutto verte su una trascendenza divina la quale dona un senso alla vita. Affidandosi alla potenza di Dio l'uomo affronta il male tramite le proprie forze altresì terrene ma è ugualmente consapevole di essere vittima di angosce e paure.

"E credo/nel perdono possibile/che a te tutto mi dona/in tutto per smarrirmi/verrà manifesta".

Sulla base di ciò affrontò dei viaggi in Brasile e in Argentina, come assistente di Moscati, dando il proprio contributo come medico di bordo sui piroscafi. Esemplari sono gli interventi eseguiti con estrema povertà di strumenti.

Il dottore poeta si impegnò nell'aiutare i suoi simili ma era cosciente che qualunque azione egli facesse non potrà mai liberarli dal dolore della morte così sostenne che occorre agire non in senso orizzontale ma in quello verticale. "Umile non mi levo/più in alto della croce/dalla terra".

In tal modo si avvia un'azione sacrificale che ricongiunge l'uomo a Dio. Quando l'uomo opera nel suo mondo si riduce ad una dimensione tutta terrena ciò limita il potere stesso di Dio creato e immaginato secondo i nostri pensieri.

Nel 1925 incontrò la sua futura moglie Aminta Banfi della quale se ne innamorò perdutamente grazie anche alla condivisione dei presupposti spirituali.

Aminta studiava medicina a Taranto, città nella quale si sposarono e dove Michele svolse l'attività di chirurgo per quarant'anni, professione acuita dalla singolare capacità diagnostica e d'intervento.

Nel 1936 Pierri sentì la necessità di portare il suo contributo in Etiopia dove giunse come medico ufficiale volontario. Con il finire della guerra Pierri si avvicinò alla politica aderendo negli anni 30, al partito comunista clandestino il quale operò contro la politica totalitaria.

Le idee di Pierri si basarono su un pensiero libertario che lo indussero all'arresto presso il carcere di Bari. Prigione per il corpo ma non per la mente dalla quale fiorirono straordinarie idee come il principio di un marxismo purificato.

Coniugando le dottrine di Marx con il Vangelo Pierri affrontò un passo culturale innovativo che parlava di un marxismo idealizzato come forza redentrice. Marxismo e religioni tolemaiche convergono nell'intento di trasformare il mondo a uso totalitario da parte dell'uomo, tutti lottano con lo scopo di costruire il paradiso in terra. L'urgenza della realtà ci assedia con una sorprendente forza fisica e da ciò ci si può liberare solo attraverso la parola.

Con sguardo attento verso gli operai - Pierri non dimenticò la sua esperienza giovanile che lo vede lavorare come meccanico in Francia - istituì una piccola biblioteca clandestina composta da testi sull'anticapitalismo. Egli stesso scrisse un libro dove nella figura di Bruto concentrò gli ideali di libertà.

Nella versione del 1951, infatti, Bruto muore ma viene esaltata la vittoria della speranza come se la morte rappresenti un gesto sacrificale esattamente come Gesù che muore per la nostra salvezza, quindi la rinascita dell'uomo. Con la morte della moglie, avvenuta nel 1980, Michele Pierri visse in una prospettiva a ritroso ovvero in funzione del ricordo.

Nell'arco di quattro anni produsse duemila liriche basate sul tema della coppia. Qui la parola diviene torturante, violenta, costringendo Dio a manifestarsi. L'esasperazione dell'uomo lo condusse ad un logorio interiore che tuttora il lettore non ha potuto conoscere. La produzione resta ancora in gran parte inedita. E a tal proposito esprimo un sincero ringraziamento al dottor Giuseppe Pierri nonché figlio di Michele il quale ha contribuito ad arricchire la mia ricerca. Con umiltà ho apprezzato di cuore la possibilità di consultare gli scritti inediti di Michele Pierri e per questo fornisco alcuni versi selezionati.

AMINTA INFERMA Non è la nebbia o la stessa/ lontananza a isolarci,/ non eri e in ogni volto/ti vedevo al confronto./ Al mutamento fatto/ d'astuzia di ritocchi/ semplici malattie,/ non vedo che dovunque l'altro/ finché nella disperazione/ d'amore contro tutto/ è lui il nostro rifugio -/ una grotta per due./Da inedite, 1980.

Non solo poesie inedite ma siamo, insieme al figlio, custodi di un importante carteggio di lettere con i più grandi intellettuali dell'epoca. Fra questi spicca il prof. Donato Valli il quale scrive al caro Pierri nel 1981 una lettera. Il periodo in cui Pierri si soffermò, attraverso la perdita della moglie, al senso della coppia. Sono pensieri che commuovono ed esaltano Valli il quale gli scrive "la vita dello spirito purificato ed essenzializzato aderisce all'immagine nella forza della sua inerzia sublime".

Sappiamo bene che il rapporto fra i due era nato in occasione della fondazione della nota rivista del poeta Girolamo Comi insieme a Corti, Macrì ed altri già citati in precedenza. Senza dubbio le liriche apparse su L'Albero sono state molto più diffuse. Fra queste: I MURI DI CASA/ I tuoi baci ai muri di casa/ nella gioia e i colpi di testa/ nella sventura (io ne diedi/ occasioni con fughe carcere/ e liberazione) - credevano/ i muri di conoscerti e si chiedono/ perché nel liberarti dalle cose/ del mondo non li hai insieme travolti,/ guardano me stupiti.

Da Per un Ritratto di Donna, L'Albero, 1982.

Le poesie come Alba e Motivo del mandorlo comparse rispettivamente nel 1953 l'una e nel 1954 l'altra trattano il tema religioso seppur non in maniera esplicita. I versi in Alba acquisiscono dolcezza attraverso termini come alba religiosa, purezza resistita o ancora bianchezza inamidata. Accennato è il senso angoscioso con promessa di calvario. "[...] alla salita angelica, a quel fiorire sottile, chiaro, troppo chiaro, puerile...si libera l'oblio, e fugge,[...].

La seconda lirica è composta da un'unica strofa di quindici versi nei quali il mandorlo stesso evoca l'inizio di una nuova primavera che tenta di cancellare il gelido freddo dell'inverno. L'immagine di un colore chiaro, bianco, puro persiste in una salita angelica la quale riprende il concetto di un viaggio in verticale. Riporto l'ultima strofa "Purezza resistita/ tra i lini come polvere/ che amorosa cadendo/ ci sveglia e, se non piove,/ ancora incendia.

Di maggiore consistenza poetica narrativa è il libretto Chico ed io, qui l'autore descrive una bellissima gazza blu con striature bianche che apparì ai suoi occhi libera e felice in grado di coinvolgere il poeta stesso in tali sensazioni. Il poemetto è la descrizione di una presa di coscienza più consapevole da parte di un uomo che attraverso l'affetto per tale animale suggerì un sentimento di amore universale, "allargare la cognizione del dolore extra-umano non è conquista inferiore a quella degli spazi". L'introduzione, infatti, altro non è che un ringraziamento a favore della bestiola che gli allietò i giorni beccando il legaccio della sua scarpa, rubando dalla mano le briciole, saltellando nelle stanze su ogni cosa. Ed erano proprio quei voli tondi a procurarli la pace nell'animo rabbuiata però dalla successiva scomparsa. L'animale forse venne avvelenato.

Pierri che ogni qualvolta si esaltava dinanzi ad un volo era quasi certo che tanta felicità fosse presagio di una imminente assenza. I commenti a quest'opera la quale si può consultare, in quanto edita su l'Albero, fu letta e apprezzata dal Betocchi che da Firenze gli scrive, nel 1971, "Chico ed io ha influssi misticamente francescani, freschi d'umori terrestri e vertiginosamente spirituali".

Successivamente le poesie del libretto Preghiera e vanità furono segnalate dalla giuria al premio Saint Vincent al quale Pierri vi partecipò su insistenza dell'amico Spagnoletti.

Ungaretti, apprezzò in particolar modo le sue poesie, e le lesse in pubblico. Ma Ungaretti espresse il suo consenso anche in merito al libretto Contemplazione e rivolta tanto da scrivergli da Roma nel 1959 sorpreso dall'equilibrio che si cela tra le pagine fra un sentimento vivo della verità e un sentimento dell'odio al male, ciò ritiene Ungaretti, la ritiene conquista di perfezione e libertà.

Attento al libretto fu anche Oreste Macrì il quale, da Parma nel 1950, definì, su una lettera indirizzata al Pierri, Contemplazione e rivolta un libro dolce e astuto, mistico e crudele. Rintraccia simbolismo e surreale così come nota influenze di mistica francese e di metafore russe.

Seguono le pubblicazioni di De consolatione, Poesie, Realtà oppure, Ritratto di donna. Quest'ultima opera fu definita dal Betocchi nel 1982, la nuova divina commedia del novecento. Lo ritienne un libro nel quale l'uomo ha il sopravvento sul divino e il divino vi occorre a generarsi uomo. Ed è proprio tale aspetto che caratterizza la poesia di Pierri, così intima e spirituale. La stessa Corti nel 1950 gli scrive dicendo di essere commossa dinanzi alla dolcezza dei suoi versi che ricevono echi da un cerchio interiore di un uomo che vive un dualismo tra umanità e cristianesimo. "Tutto è aggrappato ad una realtà interiore violenta".

La fede e questa sorta di intimo misticismo vengono ripresi nell'ultima opera intitolata Taccuino Mariano così come Madonna del duemila.

Nel 1907 Chiappini, da Firenze, lo commenta così: "Taccuino Mariano è una prova umana e teologica perchè esatta nella sua storia e nella sua intimità, così come intensa e partecipata alla vita del Figlio è la figura della madre. Mi sembra che il libretto circoscriva questo ricercarsi. Nella scrittura si sente l'aderenza totale dell'anima alla materia che è vita".

Entrambe le opere sono state scritte in un periodo molto particolare della vita del poeta in quanto si unì in matrimonio religioso con la poetessa Alda Merini. Il sodalizio fu preceduto dall'incontro avvenuto per merito dell'amico di entrambi ovvero Spagnoletti. Pierri accolse Merini nella sua casa più come una sorella che come una paziente. Tra i due c'erano vent'anni di differenza ma l'unione permise alla grande poetessa di riprendere a scrivere, dedicando al compagno, nel 1983 la raccolta Rime Petrose, Per Michele Pierri e Le satire delle ripe. Il loro rapporto testimonia come il genio della poesia abbia avuto la meglio sul mostro della follia permettendo ad Alda Merini di riprodurre in versi sentimenti sopiti col tempo.

Michele Pierri muore nel 1988 e a distanza di vent'anni il figlio Giuseppe Pierri ,il quale lo ringrazio nuovamente a nome di tutta la redazione e dei lettori della nostra rivista, pubblica settantacinque esemplari di due raccolte Breviario di mattina e Poesie riprese.

La morte di Pierri ha senza dubbio lasciato un vuoto incolmabile nel mondo letterario e non solo. Non è mio intento cadere in smielate melanconie né in retoriche già dette. Perciò mi affido alle parole di Betocchi che nel 1957 scriveva "il tuo ordine è di quelli segreti che non si moltiplicano come i francescani ma restano nel centro necessario di una chiesa sepolta, arcana e che i disegni di Dio vogliono sia consacrato per sé e in terra per pochi".

Saranno allora i prediletti a conoscere e comprendere tutto l'influsso poetico di Pierri il quale ancora attende di essere antologizzato nelle catacombe future, nelle future Tebaidi che saranno richieste agli uomini come pegno del loro amore di Dio, scrive nell'analoga lettera l'amico Betocchi.

Ma è difficile accettare le vere intenzioni di Pierri il quale dichiarò "Non intendo far la ruota intorno a me che letterato non sono e a letteratura che non sia materia da incenerire non ambisco".

Ecco allora che non lo ricorderemo come un letterato ma come un uomo che ha saputo compiere un volo in verticale diventando cenere egli stesso. Non le poesie, quindi, non i versi o le parole ma la carne umana che in polvere divina si presenta al cospetto di Dio, unica sua vera ambizione.

>>Intervista a Giuseppe Pierri, figlio di Michele Pierri. A cura di

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