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Fumetti, che passione!
di Giorgio Goldoni



In famiglia rappresento la terza generazione di accaniti lettori dei sopracitati.
Cominciò mio nonno, che per rilassarsi dalla sua frenetica attività di propinatore di dolcezze squisite si leggeva le favolose pagine del Corriere dei Piccoli anni 20, pagine che nel tempo erano destinate ad essere ricordate dai collezionisti fanatici come le reliquie del sancta sanctorum: MioMao (l’americano Felix), Fortunello e la Checca, Bibì e Bibò (gli americani Katzenjammer Kids), l’autarchico Arrigo, primo esempio di abbinamento tra fumetto e pubblicità commerciale (la mai dimenticata Arrigoni). Tanta è la preziosità di queste pagine che esse nelle biblioteche specializzate, tra polverosi incunaboli, giacciono microfilmate lontane da occhi profani.

Poi la genovese produttrice di dolciumi Elah decise il primo abbinamento pubblicitario con una società straniera e Topolino fu scelto per immortalare una squisita caramella , era il vecchio Topolino con le braghette rosse al ginocchio. Tra l’altro mio nonno era il distributore locale dei prodotti Elah e il mondo Disney entrò così prepotentemente in casa nostra negli anni trenta.

Mio padre – la pecora nera - era un lettore quotidiano della Gazzetta dello Sport, ma i suoi fratelli e sorelle furono subito affascinati dalle nerbiniane e mondadoriane collane di personaggi Disney, che cominciarono a raccogliere in volumi rilegati (ahimè, scomparsi durante la guerra): tutto ciò che c’era di valido veniva rilegato, riviste di moda, di cinema.

I miei giovani zii con nomi fantastici, Elfo ed Elvezio, erano anche provetti disegnatori, e si ridisegnarono a colori tutti i personaggi di “Biancaneve e i Sette Nani”, nonché la loro casetta nel bosco, e questi vivaci quadretti facevano bella vista lungo le pareti della nostra spaziosa magione.

La guerra, le stupide ed ipocrite sanzioni antiamericane (il “Capoccione “ era un divoratore di fumetti ed amico personale di Disney) rallentarono soltanto per un po’ l’ondata crescente : i miei zii, di ritorno dai campi di prigionia, corsero freneticamente all’edicola per rifornirsi di nuovo materiale, mentre attendevano l’imminente sbarco dei film agognati da più di un lustro (capeggiava tra tutti il mitico “Fantasia”; per esso si organizzarono viaggi in pulmann fino al lontano capoluogo di provincia).

Il trapasso dalla seconda generazione alla terza, la mia, fu senza scosse : io , in fasce, ero già circondato da giornalini a fumetti di marca disneyana ovunque. La nostra era una famiglia di stretta ortodossia, e solo poche eccezioni si facevano al rigore dei personaggi di oltreoceano, optando per qualche mondadoriano Albo disegnato da disegnatori italiani (ottimi), per lo più narranti storie di avventura: questi ultimi sono ancora, nella loro misera carta ingiallita e negli scialbi colori , il mito dei collezionisti: nelle loro menti ossessionate non cè Modigliani o De Chirico che possano sostituire un Ispettore Wade del 1946.

Si sa, la mia fu una generazione fortunata, crescemmo con il crescere del nostro paese e con il boom delle produzioni disneyano-mondadoriane. Io cominciai il primo giorno di scuola tenendo tra le mani il Topolino –libretto (da non confondere con il Topolino-giornale degli anni precedenti) numero uno: il suo formato originale avrebbe condizionato non solo miriadi di concorrenti ed imitatori, ma anche i di-là-da-venire diari scolastici. Forse vi ricordate la copertina rossa , e il simpatico topo nella veste di “capo banda”.Ad esso si affiancavano i già esistenti Albi d’Oro, con gli impagabili Almanacchi, e gli Albi Tascabili. Mia zia comprava il tutto all’edicola e poi passavamo lunghe ore a leggere e commentare, sempre nella più stretta ortodossia (“non devi leggere storie esaltate” mi diceva, e questo significava che Intrepido, Jim Toro, Capitano Black e altri erano proibiti nel nostro cenacolo; persino il confessionale “Vittorioso” non faceva capolino, dato il rigido laicismo di casa mia, per non parlare del rosso “Pioniere” che veniva distribuito la domenica mattina alle famiglie di sicura fede stalinista).

Fu così che entrai di fatto inavvertitamente in contatto con uno dei più grandi geni narrativi del ventesimo secolo, il Dickens degli anni cinquanta, l’enorme e sconosciuto Carl Barks (il contratto capestro con Disney gli proibì, fino alla fine della collaborazione a metà degli anni sessanta ,di comparire in prima persona: Disney era bravo negli affari!).

Barks è già presente nel summenzionato Topolino-libretto numero uno.
Barks trasforma i paperi disneyani: da macchiette essi diventano corposi personaggi.
Barks inventa di sana pianta Uncle Scrooge (Zio Paperone) e la Banda Bassotti.
Barks ci apre una scorciatoia alla società americana, al calvinismo del lavoro e del dollaro.
Barks ci mostra che nel suo paese si può anche non avere successo.
E io potrei parlare di Barks per ore.

Ho tutta la collezione, in varie lingue, delle sue storie (tra brevi e lunghe sono più di cinquecento).

Barks fu finalmente scoperto dai suoi fanatici (me compreso) seguaci ,che lo osannarono fino alla sua morte (centenario, con un perenne sorriso di felicità sul viso).
Il nostro patto di sangue fu chiaro fin dagli albori: evangelizzare il mondo su Barks e i suoi personaggi, a costo di passare per insopportabili scocciatori.
Ormai anche la quarta generazione di fanatici disneyani (le mie figlie) si appresta a passare il testimone alla quinta generazione, e io mi appresto , come un falco sulla preda, a passare loro questa eredità che ci lega.

(c) Giorgio Goldoni


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