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Ghigo e gli altri
di Carlo Santulli



A cura di Valeria Francese

La letteratura contemporanea, sempre più ribelle al suo statuto di interfaccia didascalica fra soggetto e mondo, appare costretta a mercanteggiarsi fra il realismo mimetico della scrittura ed il relativismo scettico delle sue infinite interpretazioni. Ma esistono libri ed autori che si prestano bene a rimodularne lo statuto e rinominarne i percorsi, affinché una nuova narrativa possa sostituire, con nuove linee, le abusate etichette manualistiche.
Il libro composito di Carlo Santulli, nella sua eterogeneità di racconti lunghi e romanzi brevi, cifra della sua versatilità ed agilità narrativa, indica alla letteratura una suggestiva e valida alternativa al suo pendolarismo, a partire da una rinegoziazione della rappresentazione e degli stili narrativi.
Si tratta di un'accattivante proposta di descrizioni in prospettiva, affabulatoria, intensa, densa di forme e linee intrecciate, riconoscibile a prima vista per la sua lucida e salda resa visiva degli oggetti e delle vicende, tratto che rievoca la straordinaria sintassi narrativa dell'Ecole du Regard; similmente aperta e multiversa, la poetica di Carlo Santulli, svincolata dall'aggancio ad una trama cristallizzata, si apre al senso ed al flusso ininterrotto della vita reale, tanto da farsi tiranna nel catturare l'attenzione del lettore e generosa al contempo nel restituirgli un retrogusto soffuso di evocazioni palpabili, al limite del carnale. Le storie sono colorate da un accento realistico, ma solo se per realista non intendiamo dire mimetico, referenziale, atto di corrispondenza univoca fra le parole e le cose: il realismo di Carlo Santulli è qualcosa di profondamente diverso dalla fiera selvaggia del significato catturata nella gabbia del significante, ed è qualcosa cui egli ci abitua da subito, con la naturalezza convincente di un autore che vuole comunicare nell'immediatezza e dell'immediatezza.
Siamo ben oltre la referenzialità, perché il patto comunicativo si stabilisce fra due assenze, il soggetto ed il mondo. E quanto più gli attanti linguistici fissi mancano o sembrano sfumare, tanto più il dialogo si fa serrato e veloce, l'uno diventa icona dell'altro, interscambiabili, anticartesiani per sostanza, non frontali l'uno all'altro, ma immersi in una realtà reversibile e vibrante, in un chiacchiericcio composto ed ironico con le cose del mondo, in un assemblaggio equilibrato di temi e registri linguistici. Non rinunciando dunque alla descrizione del fenomeno, si tratta di comprendere la diversità delle modalità di questa descrizione; Carlo Santulli indirizza la sua lucida precisione analitica proprio sul momento di rottura epistemologica, nel punto in cui si palesa sia avvenuta la cancellazione del senso. Ma si è ben lungi dall'aprire le porte al disordine entropico e dal barattare il principio logico d'identità con un multiversum incostante e capriccioso di variabili ingestibili. L'autore sceglie infatti con coscienza la strada di un realismo originale e vivace, una spirale di fatti che si genera da sé per continue involuzioni ed evoluzioni, modificando e allo stesso tempo conservando pregiati riccioli di senso: è una narrativa che non soggiace alla metafisica della presenza e non teme il salto nel vuoto, quando connota il reale di una potenzialità mai prevedibile ma salda nel suo incedere semantico.
Santulli dunque preferisce salvare la letteratura, oltre che dal suo "precariato storico", anche e soprattutto dal parricidio ingrato commesso da certe avanguardie letterarie, che pur di denunciare la Grande Assente, la Verità, finiscono con il divorarsi fin nelle fondamenta e mettere in discussione il loro stesso statuto di scrittura. Al contrario, la sua, è una scrittura che s'arresta nel dentro della "conchiglia traslucida del sensibile", riporto qui un'intensa espressione dell'autore, uno schermo non oltrepassabile, pena la caduta nel non senso, tuttavia reso abitabile e meno opaco grazie ad una visione prospettiva multipla che si estende nello spazio e nel tempo.
Sembra che, trasponendone le caratteristiche sul piano della letteratura, il nostro autore abbia instaurato con le scienze un dialogo permeato da conflitti e rinvii, con il quale non teme confronto ma che anzi auspica, se ne ispira, lo insegue. Con facilità, interscambia strutture narrative con procedimenti di problem solving e rinnova la sua letteratura alla luce di paradigmi scientifici che diventano così i nuovi panorami di senso e di forte suggestione realistica.
Leggendo i testi, ci si accosta, senza imposizione e per sola suggestione immediata, alla logica dei sistemi viventi cosiddetti autopoietici delle moderne scienze, la cui caratteristica fondamentale è quella di possedere una struttura organizzata, capace di rigenerare nel tempo la propria autonomia, rispetto alle continue variazioni controllate dell'ambiente circostante.
Le vicende narrate in questi racconti, infatti, si specificano essenzialmente per la loro capacità ricorsiva del testo di generarsi a partire da un punto qualunque, ristrutturando l'intero sistema in cui sono comprese, attraverso una fitta rete di varianti e icone seriali. La rappresentazione che si ottiene, dunque, per nulla sottomessa al rispecchiamento con il reale ma capace di munirsi di una solida struttura semantica, si presenta complessa ma non complicata, caotica ma ordinata nel suo caos, vibrante ma non inquietante. Colorata, affascinante e perturbante come i frattali di Mandelbrot, la scrittura di Santulli si presenta come un sistema autoproducentesi, che sfugge in tal modo sia all'obbedienza strutture universali dell'a-priori, sia alle infinite interpretazioni relativistiche. In una sorta di operazione combinatoria che non teme confronti con le strategie oulipiane né tantomeno con l'indimenticabile narrativa calviniana, la poetica espressa in questo libro viene però edulcorata dagli istinti massimalisti e dalle forme algide di obbedienza alla regola istituita dal sistema. Si presenta perciò con morbidezza e con una loquacità forte ma non presuntuosa di dire il visibile espresso nelle traiettorie inverse. E infatti è l'ambiente stesso che sembra plasmarsi attorno alle parole ed alle associazioni di idee, così come sono controllate le variazioni di toni e forme nei testi prettamente "corali", come B.A, Gli Scettico Blu, L'amore nella città sommersa.
In questi racconti le spinte centrifughe attuate dai personaggi hanno il pregio di dilatare la struttura narrativa senza temere il disancoraggio dal centro. Sovrasta ma non satura l'ottima regia dell'autore che fa delle voci multiple pedine solipsistiche solo in apparenza, in realtà estremamente vitali nei movimenti, arricciamenti e rientri, tipici dell'unione variopinta dei frattali.
E con la struttura narrativa si autogenera dunque anche il suo senso: Come i cerchi nell'acqua, per riprendere il titolo di un altro racconto della raccolta e sfruttare così la ricca terminologia metaforica dello stile del nostro autore, il senso, morbido e liscio, si istituisce a partire della sua funzione ricorsiva, al pari dei cerchi generati nell'acqua. E' in questo modo che la letteratura accoglie in sé e nutre i "diversi scenari possibili", proposti dalle scienze esatte come la modellistica, presentata dal protagonista de Il clostridio dei Pirenei, come il paradigma di una potenzialità ininterrotta degli stati di vita vissuta, gli orizzonti infiniti che approdano dalle scienze direttamente sulle spiagge della letteratura. Il mondo dei personaggi di Carlo Santulli, dunque, diviene davvero solo uno degli infiniti mondi possibili leibniziani, nel quale vale il principio di ragion sufficiente, àncora fedele delle nostre presunte verità e dei nostri ragionamenti esatti, veritieri nell'hic et nunc, in questa che è la migliore delle infinite rappresentazioni possibili.
E allora davvero non può contare se C'è poca trama, quest'ultimo, racconto sottile e quieto che è chiara espressione autobiografica, perché la letteratura non dovrebbe raccontare fatti come nel puro realismo, né misconoscerli come nel decostruzionismo, ma piuttosto porgere i molteplici modi di descriverli, coerenti ed esatti qualunque sia il punto di vista da cui si sceglie di contemplarli.
"Andare avanti o tornare indietro, o riavvolgersi su se stessi, l'importante è ottenere lo scopo di dire ciò che si vorrebbe esprimere", in questa affermazione di Santulli, si esprime proprio una tale funzione ricorsiva e combinatoria che si mesce ad un irrinunciabile voglia di dire il visibile. Allora, infine, così può essere sintetizzata la sua poetica: mostrare pregiate monadi in movimento fluttuante, ma agganciate al senso di una convinta e convincente struttura di senso e di ordine.
Ed ecco adeguarsi alla spirale dei frattali, il linguaggio, avvolgente, eticamente ironico, spesso idiomatico e ricorrente di buon grado all'uso della citazione. Quest'ultima rappresenta il valore, a tratti metafisico, di un "succedaneo" della Quinta Arborea, che similmente cioè prevede la sostituzione, il richiamo a, il rinvio a. Il gesto della citazione include lo spostamento di senso ed allude chiaramente alla trasposizione semantica e temporale. A cosa si rinvia? E' un surrogato di gran pregio, se pensiamo che ciò che qui si richiama, ma solo per via di negazione e per nulla nostalgica, è la Grande Assente, l'inossidabile verità del testo.
Ma qui è proprio l'assenza stessa che si fa splendida diegesi, invocata per flussi temporali capricciosi e biforcazioni temporali umoristiche, come in Ghigo e l'ora legale e I baffi del Cavaliere. In questi due racconti, il tema del recupero storico, metafora di una ripresa del tempo nel tempo, tempo che fa gomitolo su se stesso, si accosta e si allinea agli altri temi portanti di questi racconti, quali lo spazio dei treni e dei cali di cemento nella riorganizzazione strutturale dei piani regolatori urbanistici. Nel loro insieme essi fungono da elementi ideali di un'esigenza di edificazione, costruzione, di una forma strutturale che consenta la vivibilità ed il movimento nello spazio narrativo, spazio che si vuole ordinare perché possa essere detto, oltre ogni ipotetico dubbio scettico, oltre ogni apparente disordine epistemologico.
A metà fra realismo ed intreccio combinatorio, la poetica di Carlo Santulli rivela, a sorpresa, che c'è ancora dell'altro, anzi che per sempre ci sarà dell'altro: la nota bianca del surrealismo, troppo timida e celata per chiamarla tale, forse, ma sempre lì sulle soglie del senso, pronta ad entrare anche solo attraverso il minimo spiraglio. Ma non c'è mai da temere la catastrofe, forse c'è solo tanto ancora da aspettarsi, aspettarsi sempre e costantemente dell'altro dalla spirale di senso messa in atto dalla scrittura. E' proprio perché nei racconti di questa raccolta, il punto e la chiusura non si ipotizza né a volte si giustifica per desiderio dell'ancora, che queste pagine respirano di una carica sensuale che non le farebbe mai smettere di parlare, ma le arresta sulle labbra ancora umide di cose da dire.
E se solo esse lo volessero, in qualunque istante, potrebbero ricominciare daccapo, belle e turgide, infinite di senso, come le costruzioni sorprendenti, barocche, dei frattali.

Valeria Francese


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