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La letteratura “della ricerca delle radici” in Cina
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n ricordo
racconto di Mo Yan

a cura di Francesca Bavecchi


Mo Yan

Mo Yan nasce negli anni cinquanta da una famiglia contadina dello Shandong, con il nome di Guan Moye, sostituito in seguito con l’eloquente pseudonimo traducibile come “Colui che non vuole parlare”. Cresce lavorando i campi, trascorre gli anni infuocati della rivoluzione culturale come pastore e come operaio in fabbrica. Nel 1976, all’età di ventuno anni, riesce ad entrare nell’esercito popolare di liberazione e a frequentare i corsi della facoltà di letteratura dell’università artistica militare .
La produzione di Mo Yan si dispiega attraverso un costante riferimento a ricordi di infanzia, alle esperienze di lavoro nei campi, e a una rielaborazione fantasiosa delle storie udite da bambino, restituendo al presente l’immagine suggestiva di una Cina rurale appartenente al passato e pressoché dimenticata. L’adesione immediata dell’autore alla corrente letteraria xungen xiaoshuo nasce proprio da quest’esigenza di raccontare la storia del popolo cinese restituendo alla luce un’intensa trama di vissuti ed esperienze, troppo spesso resa opaca dalle versioni ufficiali delle autorità. Dichiara Mo Yan in un’intervista: “La storia si può dividere in due: c’è la storia raccontata dalle autorità, e la storia raccontata dalle persone. La prima parla sempre male della parte che ha sconfitto; la seconda è una storia più oggettiva. La storia che racconto nel mio libro è quella che ha vissuto la mia gente”. E’ questo programma che lucidamente orienta la produzione letteraria di Mo Yan – è attraverso una visione nitida di intere esistenze, armonizzata abilmente sullo sfondo di vicende storiche e politiche, che l’autore tenta di raccontare la storia del proprio paese.
Mo Yan è autore di sette romanzi e numerosi racconti: il suo romanzo più celebre, “Sorgo rosso” (Einaudi, 1994), racconta l’intensa resistenza antigiapponese in un villaggio di contadini, l’orgoglio e la vitalità con cui gli esponenti di tre diverse generazioni hanno sopportato la durezza del conflitto, ed ha ispirato l’omonimo film di Zhang Yimou, vincitore dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino nel 1988.
Recentemente tradotti in italiano, anche i romanzi “Grande seno, fianchi larghi” (Einaudi, 2002), “Il supplizio del legno di sandalo” (Einaudi, 2005), e alcuni brevi racconti inseriti nella raccolta “L’uomo che allevava i gatti ed altri racconti” (Einaudi, 1995).

Il 9 settembre 1976 moriva Mao Zedong. Dopo un periodo di transizione durato circa due anni andava al potere Deng Xiaoping e, attraverso una nuova politica economica e una serie di riforme, si avviava un processo di crescita e sviluppo ancora oggi in atto, che ha prodotto enormi cambiamenti anche in campo culturale.
Alla strategia politica di apertura e confronto con nuovi interlocutori internazionali corrispose pertanto un’enorme diffusione nel paese di traduzioni di opere straniere, il cui studio ha garantito la nascita di una letteratura sperimentale e di evasione. Fra i fattori determinanti di questa rinascita culturale bisogna considerare una parziale (benché oscillante) diminuzione della censura, una maggiore indipendenza delle case editrici dagli incentivi statali, la diversificazione degli interessi e delle esigenze dei lettori, e non in ultimo l’abbandono definitivo del precedente modello di “arte rivoluzionaria”, che aveva puntato a garantire la coesione popolare e la diffusione di ideali e messaggi politici contrastando le idee feudali e reazionarie di cui erano intrise le forme d’arte classiche.
Nel panorama culturale sorto a partire dagli anni ottanta i tre filoni di spicco sono grosso modo quello della “della ricerca delle radici” (xungen xiaoshuo), della “generazione perduta” (shiluodai xiaoshuo), e della “letteratura d’avanguardia” (xianfeng xiaoshuo).
Mentre gli autori d’avanguardia tendono a descrivere, spesso attraverso vicende paradossali ed oniriche, una realtà la cui comprensione resta affidata alla libera interpretazione del lettore, quelli della generazione perduta forniscono una visione nettamente più nichilista della storia e della società, a cui si accompagna il deciso rifiuto di qualsiasi sistema di valori.
Diversamente, la corrente della ricerca delle radici unisce numerosi scrittori nel tentativo di riscoprire i tratti dominanti della propria cultura attraverso una riflessione sul passato del paese, rivissuto spesso grazie alle testimonianze dei suoi autentici protagonisti. E’ in questo filone di letteratura xungen xiaoshuo che si colloca l’opera di Mo Yan, fra gli autori più conosciuti ed amati della Cina contemporanea. (F.B.)

Il racconto

Il racconto breve Mai baicai, che qui presentiamo per la prima volta in traduzione italiana, è stato pubblicato in un volume edito nel 2003 dalla casa editrice “Liaoning renmin” nella raccolta “2002 zhongguo zuijia duanpian xiaoshuo” (“I racconti più belli del 2002”) e può ritenersi rappresentativo, nella sua sorprendente brevità, dello stile di Mo Yan. Il titolo originale, alla lettera “La vendita dei cavoli”, è stato qui tradotto come “Un ricordo” per avviare il lettore ad un’immediata comprensione della vicenda, ambientata nel 1967, durante la prima fase della rivoluzione culturale, e rimasta impressa nella memoria del narratore.
Protagonista della vicenda è il piccolo Shedou che, dopo aver coltivato per mesi dei cavoli, è poi costretto a venderli tutti, ma non vuole separarsi dagli ultimi tre ed in particolare dal più piccolo di quelli, “tondo come la testa di un monaco buddista”. L’intera narrazione è intrisa da un’intima e profonda sofferenza, dovuta alla separazione dal piccolo ortaggio con cui il bambino avrebbe voluto preparare i ravioli per la festa di primavera.
Non è la povertà o la rinuncia ad un pasto sognato per mesi a rendere doloroso il distacco, ma l’attaccamento nei confronti di una piantina piccola e delicata, simile ad un bambino cresciuto e “sopravvissuto ad un’infanzia piena di sofferenze”, che il piccolo Shedou umanizzava e difendeva come un fratellino, quasi identificandosi nelle sue foglie. Un’immedesimazione che si fa sempre più evidente man mano che la narrazione prosegue, fino a quando il cavolo non viene fatto a pezzi dalle mani “nodose come rami secchi” di una vecchia che neanche il gelido vento riesce a fermare – ed è allora che Shedou pare intuire che era la propria infanzia ad essere a rischio: la disperazione del bambino si trasfigura in un grido di rabbia contro la razionalità ‘adulta’, la stessa rassegnata razionalità che intrappolava anche sua madre.
Se poi l’ostinazione di Shedou riuscirà a salvare il piccolo “prezioso” cavolo, sarà al grave prezzo della fine dell’infanzia – sarà la scoperta, doppiamente traumatica, della fragilità della madre e del vero dolore, a segnare l’inizio della sua crescita. E dopo tanti anni, è proprio questo il ricordo che fa ancora male al protagonista della vicenda.
Lo stile ed il lessico sono semplici, non sono presenti sperimentalismi linguistici né una particolare ricercatezza formale. E’ una nuda e misurata semplicità narrativa, quella adottata nel racconto: espressione perfetta di uno stile letterario estremamente lontano dalla narrativa contemporanea delle grandi città cinesi, del lusso, dell’emancipazione, della ricchezza globalizzata e occidentale descritte dai giovani talenti di Shanghai - l’autrice di Shanghai Baby, Zhou Weihui, o Chun Shu, con il suo diario Ragazza di Pechino.
Qui, al contrario, il narratore è un uomo cresciuto in una realtà rurale, capace di descrivere perfettamente tutte le fasi del lavoro nei campi, e di raccontare a parole semplici sensazioni ed immagini percepite da bambino e rimaste esattamente identiche a sé stesse per molti anni. La stessa trama, tanto intensa quanto elementare nella sua breve linearità, non è altro che una struttura di fondo, in cui a contare non è la vicenda in sé bensì la cornice in cui si muovono i personaggi, resa con tratti essenziali e precisi: il sentiero interminabile verso il mercato, la casa con il letto di mattoni ed il piolo sul muro, il telo rotto di pelle di capra, le mani ruvide di una donna indebolita dal lavoro che è costretta a vendere anche l’ultimo frutto della propria fatica, a costo di privarsi del pranzo di capodanno. E’ la capacità di “far vivere” questi dettagli che spiega il successo di un autore come Mo Yan (oltre che la sua sconcertante attualità), in grado di aprire uno spaccato sulle condizioni di vita nelle immense aree rurali del paese e su una realtà ancora oggi molto diffusa, benché spesso offuscata dalle immagini ideologiche di uno sviluppo e di una modernizzazione capitalistiche affannosamente celebrate dai media occidentali. (Francesca Bavecchi)

Mo Yan
Un ricordo.

Era una mattina dell’inverno del 1967, avevo dodici anni e la festa di primavera1 era alle porte.
Mia madre camminava avanti e indietro per la stanza, aveva il viso segnato da un’espressione molto triste. Sembrava preoccupata. Ogni tanto sollevava un angolo della stuoia del kang2 tirando fuori il grano da sotto il tavolaccio, oppure apriva il cassetto del nostro vecchio tavolo ed infilava le mani fra brandelli di stoffa e fili di lana.
Poi, sospirando con gli occhi al cielo, cominciò a gettare occhiate furtive ai tre cavoli appesi al muro, fino a quando non si fermò ad osservarli attentamente.
Mi chiamò con la sua voce dolce.
- Shedou, vai a cercare un cesto.
- Mamma – chiesi sconsolato - Non vorrai mica…?
- Oggi è il giorno del mercato.
Era molto seria.
- Ma, avevi promesso… Questo è tutto quello che ci rimane per festeggiare il capodanno…
Neanche avevo finito la frase e già ero sul punto di scoppiare in lacrime.
Mia madre non pianse, ma i suoi occhi si fecero lucidi e dalla sua voce trapelava una sottile irritazione.
- Non sei un po’ troppo grande per piangere così?
- Abbiamo piantato centoquattro cavoli, ne abbiamo venduti centouno e ne sono rimasti solo tre, avevi detto che li avremmo conservati per il capodanno, avevi promesso che li avremmo tenuti per cucinare i ravioli!
Mia madre si avvicinò e mi asciugò le lacrime con il suo abito.
Le nascosi il viso in grembo e continuai a singhiozzare, convinto di aver subito un torto molto grave. Mentre mi accarezzava la testa con le sue grandi mani ruvide, potevo quasi sentire sul suo vestito il profumo dei cavoli.
Dall’estate all’autunno, e poi dall’autunno all’inverno, per tre intere stagioni, io e mia madre ci eravamo occupati dei nostri centoquattro germogli delicati, e avevamo aspettato che crescessero: avevamo fatto la semina, strappato le erbacce, catturato gli insetti, sparso il fertilizzante e annaffiato… poi era arrivato il momento del raccolto ed avevamo asciugato le piante al sole passando le mani su ogni piccola foglia… ma tutt’a un tratto mia madre aveva iniziato a venderli, uno dopo l’altro, e io non potevo fare altro che piangere e protestare.
Mia madre mi tirò su a forza. Con sguardo fiero e parole dure, mi disse – Non sono ancora morta, che hai da piangere?
Poi si asciugò gli occhi con il vestito e disse ad alta voce:
- Dobbiamo andare, non abbiamo scelta.
La vidi che stava per arrabbiarsi, e il mio dispiacere diminuì. Corsi in cortile e riportai in casa un cesto pieno di brina, che gettai ai suoi piedi con stizza.
- Come ti permetti di tirarmelo così?
Sentivo la rabbia crescere, ma mi morsi le labbra, non volevo rispondere con la voce rotta dal pianto. Fra le lacrime vidi mia madre prendere dall’asta di legno appesa al muro il cavolo più grande, poi il secondo, e alla fine anche l’ultimo, il più piccolo, che una volta tirato giù sembrava tondo come la testa di un monaco buddista. Li mise tutti nel cesto.

Conoscevo quel cavolo come se fosse una parte di me. Era nato lontano dagli altri, accanto al sentiero, calpestato spesso dai vitelli e dai ragazzini. Per questo era cresciuto poco: quando gli altri cavoli avevano raggiunto le dimensioni di un vaso, quello era grande appena come la cavità di una ciotola, e non appena avevamo scoperto quanto fosse piccolo e bisognoso di cure, cominciammo ad annaffiarlo di più.
Avevamo anche provato a spargergli intorno del fertilizzante, ma il giorno dopo quello aveva preso ad appassire. Appena se ne accorse, la mamma si era affrettata a cambiargli la terra intorno, ed era riuscita a salvarlo.
Anche se era ancora molto piccolo poteva comunque andare bene per cucinare i ravioli e così, al momento del raccolto, mia madre gli aveva dato qualche colpetto e mi aveva detto tutta compiaciuta – Guardalo, guardalo…! – Il suo viso si era riempito di gioia: era come se avessimo visto un bambino crescere e sopravvivere ad un’infanzia piena di sofferenze.

Mia madre mi chiese di aiutarla a portare i cavoli fino al mercato, che si trovava in un villaggio distante circa cinque chilometri da casa nostra, ma io non avevo voglia e cercai di oppormi.
- Devo andare a scuola!
Mia madre alzò la testa e gettò un’occhiata al sole.
- Stai tranquillo, non farai tardi.
Avrei voluto insistere ma non osai aprire bocca, mi caricai sulle spalle i tre cavoli in un cesto, avvolgendoli con un telo rotto di pelle di capra, e ci incamminammo per il sentiero che si snodava lungo l’argine meridionale del fiume e che portava fino al mercato.

Il vento era gelido e tagliente, e dal sole veniva una luce così debole che sembrava potersi spegnere da un momento all’altro.
Di tanto in tanto venivamo superati da altre persone dirette al mercato.
Dopo un po’ che camminavamo, le mie mani erano talmente ghiacciate che il cesto cadde a terra senza che me ne accorgessi, rovesciandosi rumorosamente. Alcune radici si spezzarono e il cavolo più piccolo rotolò fuori e scivolò vicino al sentiero, finendo in una fossa piena d’acqua ghiacciata.
Mia madre mi colpì la testa ed imprecò.
- Razza di disgraziato!
Poi, saltellando sui suoi piccoli piedi ed aiutandosi con le braccia, scese nella buca per recuperare quel cavolo nel modo più veloce e prudente possibile. Le radici si erano spezzate, ma il cavolo non aveva subito grossi danni, e lei rimise insieme i pezzi.
Sapevo di aver combinato un grosso guaio, e me ne restavo accanto al cesto a ripetere in lacrime che non lo avevo fatto apposta.
Mia madre rimise il cavolo nel cesto: all’inizio sembrava molto arrabbiata, ma quando vide che piangevo e che sulle mie mani livide erano comparsi dei geloni, si addolcì subito. Smise di colpirmi e di imprecare, e disse:
- Sei proprio inutile! Ma dove va a finire il cibo che mangi?
Poi si accovacciò, si passò sulle spalle un bastone di legno per reggere il cesto e l’aiutai a sollevarsi, non doveva essere semplice sopportare quel peso per lei, piegata dalle continue fatiche del lavoro e da una vita troppo dura. Mentre avanzava a piccoli passi, rimasi sempre dietro di lei, ascoltandola ansimare. Nei pressi del mercato avrei voluto darle il cambio ma lei rifiutò dicendo che ormai non serviva più, tanto eravamo quasi arrivati.
Finalmente giungemmo al mercato.
Attraversammo il reparto delle scarpe di paglia: i venditori ci guardavano con indifferenza, e se ne stavano ai lati del passaggio, vicino alla merce in esposizione.
Poi entrammo nel settore dei prodotti per la festa di capodanno, ai lati erano appesi dei portafortuna colorati per la porta di casa. In un angolo due signori vendevano petardi davanti ad una folla entusiasta. Il rumore degli spari faceva quasi immaginare di essere in battaglia, ma era il loro odore sparso nell’aria ad annunciare che il capodanno era alle porte.
Superammo il banco dei dolci ed arrivammo finalmente a quello della verdura, dove erano esposte in bella vista alcune rape verdi, delle rape rosse, spinaci e sedano.
Mia madre andava spesso lì a vendere verdura, e la conoscevano tutti.
Sistemò il suo cesto vicino a quello delle rape verdi, che apparteneva ad un vecchietto con cui iniziò a parlare.
Venni a sapere che quel signore era originario dello stesso villaggio della famiglia di mia madre, e che erano legati dallo stesso cognome e da un’antica parentela: per questo dovetti chiamarlo “zio”.
Lo zio aveva un colorito sano, il capo coperto da un vecchio cappello di paglia rotto e paraorecchi di pelle di coniglio da cui sporgevano dei peli bianchi; se ne stava con le braccia incrociate e le mani infilate nelle maniche, con un’aria un po’altezzosa.
Mia madre mi autorizzò ad andare a scuola, e l’avrei fatto molto volentieri se non avessi visto qualcuno avvicinarsi ai nostri cavoli.
La donna fu accolta da una folata di vento, che la fece barcollare.
Quando cercò di parlare il vento aumentò ancora e la scosse come una foglia secca. Come mia madre, anche quella donna aveva dei piedi molto piccoli. Si copriva la bocca con le ampie maniche dell’abito, per riparasi dal freddo. Appena giunta davanti al nostro cesto sembrava volersi fermare, quando il vento la colpì ancora una volta.
Spostò le maniche e scoprì la bocca avvizzita: a quel punto la riconobbi, era una vecchia vedova che avevo visto spesso al mercato.
Con un filo di voce domandò quale fosse il prezzo dei cavoli e quando mia madre glielo disse lei scosse il capo, come se fosse troppo alto; però non se andò.
Si chinò sui talloni, sollevò il coperchio di pelle ed iniziò a tastare i nostri tre cavoli.
Prese quello più piccolo tirandolo per la radice mezza rotta, poi ci fece dei buchi con le sue dita nodose, simili a rami secchi. Storcendo la bocca, protestò che con quel cavolo non avrebbe mai potuto cucinare i ravioli.
Mia madre fece, addolorata – Signora, se crede che questo cavolo non sia buono vada pure a cercarne uno migliore.
Ero davvero furioso: avevo già dovuto sopportare che quella donna toccasse i nostri cavoli, ma non potevo tollerare che li insultasse così. Ero tanto irritato che mi lasciai scappare una frase - Se continui a stringerlo in questo modo, diventerà duro come una pietra!
La vecchia si girò, mi lanciò uno sguardo stupito, e chiese a mia madre – E questo chi è, tuo figlio?
Mia madre rispose che ero solo un bambino, e mi rimproverò – Piccolo, stai parlando a sproposito.
La vecchia si infilò il cesto sotto il braccio per avere le mani libere e prese a strappare le foglie esterne del cavolo più piccolo, che erano un po’ rovinate.
- Non strapparle! – urlai in preda alla collera – Se le strappi come faremo a venderlo?
- Questo bambino parla come se avesse mangiato il veleno –. La vecchia borbottava senza interrompere la sua operazione.
Mia madre le indirizzò uno sguardo convincente.
- Signora, ha già tolto cinque strati di foglie ed è quasi arrivata alla fine, la smetta per favore!
Dopo tutto quello che aveva strappato, era rimasto solo il cuore tenero del cavolo. Intanto il vento spargeva il suo profumo nell’aria gelida: che sapore squisito avrebbe avuto quel piccolo cavolo, una volta cucinato!
La vecchia lo sollevò e lo passò a mia madre perché lo pesasse. Lei lo mise sulla bilancia e la donna incollò il viso all’asta, misurando attentamente il carico con lo sguardo.
Vedevo quel cavolo pelato e ridotto al nocciolo, e mi intristivo al pensiero del suo aspetto precedente.
- Non riesco a fare bene il conto.
Mia madre provò a fare il calcolo, ma non ci riusciva, aveva mal di testa, così mi invitò a farlo al posto suo.
Cercai un rametto, con cui avevo appena imparato a fare le moltiplicazioni, e tracciai i miei conti sul terreno. Appena dissi il risultato, mia madre controllò.
- Non è sbagliato? Chiese la vecchia lanciandomi un’occhiata diffidente.
- Controlla tu stessa. Risposi.
- Questo ragazzino è un po’ troppo permaloso! Bisbigliò la donna fra i denti, e tirò fuori dall’abito un fazzoletto lurido. Lo aprì e tirò fuori un biglietto piegato, poi si portò un dito alla bocca, lo inumidì con la saliva e iniziò a contare ad alta voce.
Alla fine, dopo aver finito i suoi calcoli, fece scivolare il foglio nelle mani di mia madre. Anche lei contò. Sentii lo sguardo pungente della donna trafiggermi e poi scivolare oltre. Ci lasciò il foglietto rovinato e se ne andò.

Quando tornai da scuola mia madre mi stava aspettando. La vidi dalla porta, immobile ed inespressiva. Al suo fianco c’era ancora il cesto con i tre cavoli, incluso quello più piccolo, congelato e spezzettato.
Mi sentii gelare il sangue. Era successo qualcosa di molto grave.
Mia madre sollevò la testa, fissandomi con gli occhi rossi di pianto per un momento che mi sembrò eterno. Ricorderò per tutta la vita il tono con cui mi parlò.
- Ma che razza di persona sei? Come hai potuto aumentare tanto il prezzo di quel cavolo, che valeva appena un mao3?
- Mamma… – risposi piangendo – Io….
- Oggi mi hai fatto perdere la faccia – Le colarono giù due lacrime.
Mia madre era una donna molto forte, e quella fu la prima volta che la vidi piangere. Questo ricordo mi fa star male ancora oggi.

Mo Yan
traduzione di Francesca Bavecchi

 

Nota sulla traduzione: abbiamo tentato senza esito di metterci in contatto con Mo Yan per ottenere il permesso di pubblicazione di questo racconto, che noi intendiamo come un omaggio al suo autore ed un tentativo per diffondere tra i lettori di lingua italiana uno scrittore (ed una cultura) ancora troppo poco conosciuti.
Se l'autore, l'editore o un loro rappresentante volessero mettersi in contatto con noi, sono pregati di scrivere all'indirizzo della redazione: redazione@progettobabele.it. Grazie.


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