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Il ciclo di Surk e Mahalabrint
di Paolo Durando



A cura di Carlo Santulli

Idealmente, la letteratura fantastica, che si tratti di fiaba, fantasy o fantascienza, vuole assolvere il compito, non modesto né semplice, di chiarire i principi che fanno muovere ed agire il genere umano (la morale altro non è, se non un insegnamento, spicciolo quanto si vuole, ma spesso onesto e limpido, anche se non privo di implicazioni psicanalitiche, come si sa). Non mi riferisco semplicemente ad una visione didascalica della letteratura che credo Paolo Durando troverebbe riduttiva. Penso piuttosto che, nel momento in cui si parla prepotentemente di crisi della fantascienza, scientifica od umanistica che sia, opere come questo romanzo doppio ci riportino un po' alle premesse che hanno fatto sì che gli scrittori, interrogandosi sul progresso e sulla vita umana, concepissero di spiegare l'uno e l'altra con la propria capacità di immaginazione e di predizione del futuro, in una parola con la fantasia.
La fantasia è un po' estrapolazione, dai progressi della chirurgia e della genetica si riesce per esempio a prefigurare i successivi stadi che saranno raggiunti dalla bionica, come dalla mongolfiera si potevano immaginare i viaggi interplanetari. L'estrapolazione è un procedimento semplice (basta prendere una curva e continuarla fino oltre i bordi del foglio, della stanza o della mente, a nostro piacimento), ma va applicato con premesse rigorose per dare risultati credibili. Invece, quel che è successo nel campo della fantascienza, specie cinematografica, è che si siano spinti dati scarni (o, se preferite, punti molto dispersi) fino alle estreme conseguenze, senza curarsi del fatto che le estrapolazioni fatte avessero senso, punto per punto, cioè affermazione per affermazione, esercizio pignolo, ma necessario alla riuscita dell'operazione.
Tuttavia, la fantasia è anche introspezione: in questo caso, come nel libro di Durando, il principio che muove l'elaborazione fantastica dei dati reali parte dall'interno dell'uomo, dalle conoscenze antropologiche. Potremmo essere, e forse siamo, nel campo di quella fantascienza, che alla scuola antropologica di Poul Anderson, per fare un nome, ha trovato una nuova ragione di esistere, ma il sincretismo romanzato che ci offre Durando ha anche altri ingredienti.
Mahalabrint è la storia di Almina, un nome che suggerisce un'ingenuità non infantile, ma poetica, e della sua presa di coscienza del mondo fantastico che la circonda, un mondo senza tempo, fatto di tecnologia, ma anche di poesia, di filastrocche, ma anche di macchine complesse per usi antichi, anzi atavici. Qui gli stucchi floreali e la coloritura mitologica si confondono in una natura non soltanto rigogliosa, ma ispiratrice e filosoficamente descritta.
E' il continuo divenire della natura di Empedocle e di Lucrezio, un divenire che ispira la prosa di Durando, dove le parole sono scelte per sovrapposizioni diacroniche, che non sono mai casuali, ma indicano la volontà e la necessità di andare a fondo, di immergersi in una spiegazione unitaria, ma flessibile e perfino volubile, se non capricciosa, dell'evoluzione del mondo.
Capire dove va il mondo ci porta, forse inevitabilmente, a discutere di una possibile fine del mondo, quell'apocalisse rappresentata infinite volte dagli scrittori di fantascienza, spesso in verità con esiti discutibili. Riflettere sulla Fine della Storia porta invece Durando, con voluta e consapevole sublimazione letteraria, a meditare sul silenzio, un concetto che ricorre, e può essere ancestrale, profondo, perfino normale (aggettivo insolito in un mondo che tende al caos), ad indicare che la sorte necessaria del mondo è di seguire un proprio ciclo di Surk, mentre il destino, o forse la maledizione della maggior parte degli esseri umani è quella di ignorarlo e di confondersi fino a stordirsi in illusioni di progresso. Nel Ciclo di Surk il positivismo appare per quel che tragicamente è, una metafora del mondo atta ad acquietare le incertezze filosofiche e le pulsioni verso la conoscenza, più che ad aiutare l'introspezione ed il riconoscimento di sé nel cosmo.
La capacità di linguaggio di Durando sono fuori discussione, come è accurata, anche filologicamente, la scelta dei nomi di persone e cose, senza il quale non c'è ricostruzione, fattuale o mitologica, che tenga. Volevo soltanto notare la capacità di contaminazione da diversi generi dell'autore, con la possibilità di spaziare da registri di fiaba a sottintesi psicologismi un po' landolfiani fino alla disperata allegria di certa letteratura sudamericana, a volte nel corso della stessa frase (trovo emblematico un periodo come "L'amica preferita di Larospa era una donna piccolissima, dallo sguardo perso in una felicità insensata, che ad ogni parola reagiva come se la facesse ridere un sacco e piegava il volto radioso verso mondi interni e stupiti; Larospa era sua padrona e le teneva la mano e le parlava"). Dove però il gioco si fa duro, come in certi luoghi del ciclo di Surk, dove l'Olocausto si affaccia come sterminio programmato originato dal totalitarismo, Durando sa essere distaccato, ma partecipe, anche al limite della commozione. Il suo stile è ben lontano dal cinismo di certa letteratura contemporanea, e vuole non solo descrivere gli incubi, ma spiegare il processo mentale e storico che li produce, in un testo solido e costruito con robustezza, ma non privo di gradevolezza ed anche di apprezzabili spunti poetici, i grandi assenti (purtroppo) di molta fantascienza di oggi, che con l'ingenuità di Almina, ci fa piacere riconoscere e salutare uno ad uno in quest'opera.

Carlo Santulli
csantulli@progettobabele.it


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