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Terra in bocca
di Brunetto Salvarani e Odoardo Semellini
   
Recensore:
Ricevuto:
Recensito il:
Carlo Santulli
01/06/2009
01-06-2009
Rec.pubblicata
   
Anno 2009 - Il Margine
Prezzo € 20 - 272 pp.

ISBN 978-88-6089-042-9

 

Nella vita, si sa, ognuno ha i suoi debiti: ecco, io, lo confesso, ne ho più di qualcuno verso i Giganti, lo storico gruppo milanese, il cui successo durò in particolare dall'estate del 1966 (anche se già una canzone estremamente interessante come “Giorni di festa” uscì l'anno precedente), che fu l'estate di “Tema”, uno dei loro più grandi successi, fino allo scioglimento nell'agosto 1968, poi, con minore successo (si sa, la gente dimentica presto) dal 1970 agli inizi del 1972. Il gruppo era costituito nella formazione più classica da Enrico Maria Papes (batteria), Checco Marsella (tastiere), Sergio (basso) e Mino De Martino (chitarra). Quattro voci soliste di tutto rispetto ed anche quattro personalità (anche in conflitto in più di un'occasione) di altrettanto rispetto.

Alcune canzoni dei “Giganti” sono rimaste nell'immaginario collettivo, da quella “Ragazza in due”, che è ancora nei repertori delle feste di piazza (anche se quanti ricordano chi la cantava in origine?), a “Tema” appunto, dove si riesce a discettare sull'amore in modo disincantato ed innovativo, a “Proposta” (“Mettete dei fiori nei vostri cannoni”, ecc.), che doveva chiamarsi “Protesta” (si era alla vigilia del '68, in ogni modo), a “La bomba atomica” (“Noi non abbiamo paura della bomba atomica” con efficace quadruplicamento della voce, tipo scoppio). C'è poi anche il resto, le incredibili cover di “Summertime” e di “Sixteen tons” dove pazienza che Papes pronunci “muscle” come “maskel” allorché sarebbe (proprio al massimo) “mas:l” con appena l'ombra di una “e” tra la “s” e la “l”, tanta è la convinzione e la pregnanza tecnica del gruppo, condita sempre dalla loro splendida autoironia. Eh sì, perché i “Giganti” non sarebbero loro, se non si ricordasse quel modo disincantato, intelligente e mai volgare, di stare in scena, e di porgere la musica, dove entra la commistione delle più interessanti esperienze vocali della nostra musica leggera, dal “Quartetto cetra”, al cabaret dei “Gufi” (ma meno cupo, e più solare) col pop ed il rock anglosassone, metabolizzato più che semplicemente interpretato.

L'ironia, si sa, consente di dire cose che viceversa la timidezza, oppure un certo ritegno, renderebbe impronunciabili: nel caso dei “Giganti” era la loro cifra d'insieme. Non erano il gruppo che si presentava con una sigletta, “Arrivano i Giganti”, la cui strofa inizia con “Sono brutti, pelosi e si vestono male”? Papes (Don Papes, come direbbe mia figlia, pensando a “Giorni di festa”, dove fa le veci di un prete) il più visibile dei “Giganti” ai giorni nostri (Sergio è purtroppo morto nel 1998), anche per indole caratteriale, qualifica qualunque cosa collegata col gruppo con l'aggettivo “gigantesco”, che è, devo dire, un altro esempio di citazione autoironica. Tra l'altro il nome sembra derivi dalla bassa statura di un gruppo che Sergio aveva formato prima di unirsi ai Giganti, oppure alle smodate ambizioni di classifica, come sostiene anche Papes, in un'intervista che gli facemmo qualche anno fa.

Il bellissimo, chiaro e documentato, libro di Brunetto Salvarani e Odoardo Semellini, “Terra in bocca”, edito dal Margine, parla del secondo breve periodo di celebrità dei “Giganti”, ma dà uno sguardo d'insieme sul complesso della loro produzione e del fenomeno musicale e vocale legato a questo gruppo.

“Terra in bocca” è un concept album, una via di mezzo tra un LP e un'opera rock, del genere anni '70 che in Italia vanta dei campioni di vendite in “Questo piccolo grande amore” e “Burattino senza fili”, ma anche produzioni più impegnate: mi viene in mente per esempio “Ho visto anche degli zingari felici” di Claudio Lolli, e poi De André, le Orme, ecc.

“Terra in bocca” parlava di mafia e di disponibilità di acqua potabile nel contesto siciliano del 1936, con una copertina di un uomo steso a terra, s'intende ucciso, di cui si vedono in primo piano i piedi, ma con una scarpa sola, a cui è appesa una piccola foto dei Giganti in grigio, e c'è una margherita (non so se per rappresentare fiori e cannoni...): fu boicottato, il che non è strano affatto (l'Italia da certi punti di vista non cambia mai...), passato solo una volta per radio (all'epoca c'era solo la RAI). Sui Giganti, la critica è sempre stata divisa, non per motivi tecnici e musicali (è difficile contestare un gruppo dove ci sono quattro voci soliste, e quattro musicisti che suonano davvero, e con inventiva continua e spesso vibrante). Tuttavia una certa critica molto orientata politicamente per l'”impegno” (whatever that means, come direbbero gli anglosassoni) riprese a lungo un giudizio sferzante on the spot di Luigi Tenco, a precisa domanda del grande Giorgio Gaber (a proposito, dovrò trovare il modo di parlare di Gaber prima o poi...). Tenco parlava dei Giganti come lanciatori di cioccolatini e non veri “contestatori”, così li ha sempre un po' guardati con un certo disdegno (Gianni Borgna docet), come una specie di contestatori da ambone parrocchiale. Paradossalmente, nocqueoro, in un'epoca in cui suonare “sporco” e “male” era quasi un segno di modernità (strani anni '70...), la notevole pregnanza tecnica ed il perfezionismo, la cura fino dei dettagli, che consentì per esempio alla Ri-Fi di pubblicare nel 1969 “Mille idee dei Giganti” (perché, scioltosi temporaneamente il gruppo, il fenomeno non era esaurito tuttavia), con registrazioni di prove, alcune vere e proprie improvvisazioni semi-goliardiche, come “Lasciati baciare col Letkiss”: prodotto non destinato al pubblico, eppure vendibile e didifatti venduto non male..Questo fa capire che la qualità era alta anche negli spezzoni e nei ritagli che i quattro consideravano “venuti male” (a Papes è stata sempre attribuita l'ideale palma del perfezionismo, ma quanto a questo nessuno dei Giganti scherzava).

Devo ammettere, per onestà, che a me non danno fastidio (tutt'altro) i lanciatori di cioccolatini di origine parrocchiale. E, comunque la si veda, “Terra in bocca” nasce con collaboratori di alto livello (addirittura una frase musicale è attribuibile ad un giovane Franco Battiato), oltre ai Giganti, specie a Mino De Martino, che è in fondo l'artefice di molti dei pezzi di successo del gruppo. Tra i nomi ancora in attività oggi, c'è per esempio un giovane Vince Tempera: i testi sono di Piero De Rossi, cantati e recitati, oltre che dai quattro Giganti, anche da Maria Sgroi, laddove serviva una voce femminile. Non posso nascondere che c'è una certa ingenuità in certi versi, ma la volontà di denuncia sociale, quella, c'è tutta. Certamente, essendo un concept album, quasi un'opera rock (sembra che questa fosse la meta finale, cui non si arrivò, come accade, per mancanza di fondi), estremamente corale, c'è da dire che, come nessuno ne può rivendicare l'ispirazione in modo esclusivo, così anche nessuno prese le difese di quest'opera, quando ce ne sarebbe stato bisogno. In ogni modo, l'impressione è che, censura o meno, l'esecuzione, che se arriva ad impasti sonori di notevole fascino e si muove in ambito vicino al rock progressivo più che alla ballata cantautorale, e la tentata oggettività e quasi ingenuità dei testi, al di fuori di qualunque forte caratterizzazione politica, non fossero il miglior viatico per la propagazione di “Terra in bocca”.

Comunque la si guardi, è una bellissima storia, narrata con passione, e corredata da un enorme materiale documentario, tra interviste ai vari artefici, tra cui i tre Giganti ancora in vita, discografia completa, supporto fotografico, bibliografia estremamente accurata sul gruppo (sia cartacea che su Internet). Sono di parte, e si sa, parlando dei Giganti, ma lo stile mi sembra perfettamente adeguato e vivace e l'interesse del lettore corre sicuro fino al termine, che, come capita, sembra arrivare troppo presto.

(Carlo Santulli)

Carlo Santulli



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