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Venuto al mondo
di Margaret Mazzantini
PUBBLICATO su SITO


ROMANZO
Mondadori 2008
Prezzo € 15 - 468 pp.

ISBN 8022264778244
Una recensione di Carlo Santulli
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Venuto al mondo

Ci sono quarte di copertina che sembrano fatte apposta per non far comprare un certo libro, o almeno questo è l’effetto che mi fanno. Sull’ultimo romanzo di Margaret Mazzantini, “Venuto al mondo” (Mondadori, 2008) c’è scritto “La speranza appartiene ai figli. Noi adulti abbiamo già sperato, e quasi sempre abbiamo perso”. Mi spiego: diffido un po’ di quelli che parlano a nome di una generazione, o addirittura di un’età della vita. Il fatto che qualcuno abbia perso non lo autorizza a dire che siamo tutti dei falliti (vabbé, quasi): sono trovate tipiche per esempio di certi giornalisti nell’annunciare la morte di qualcuno “oggi siamo tutti un po’ più poveri” e così via. È retorica, e vale anche abbastanza poco, tanto è ormai abusata e scolorita: peccato, perché la frase di quarta è estrapolata da un romanzo che ha qualcosa da dire e nel complesso tanto male non è, pur con una serie di distinguo e di precisazioni che mi vien l’obbligo di fare.
Margaret Mazzantini mi aveva abbastanza colpito con “Non ti muovere”: la storia del chirurgo, della figlia caduta dal motorino e della sua antica storia con una donna ai margini, Italia, si faceva seguire molto bene, aveva suspense ed era costruita con bravura. Anche qui, i pregi evidenti sono che il romanzo si segue con una notevole tensione, anche se i periodi sono a volte complessi e la struttura non è lineare affatto, ma più che altro rimescolata: come anche in “Non ti muovere”, una parte delle conclusioni sono anticipate all’inizio ed in altri luoghi, ma questo non toglie il piacere della lettura e questo è senza dubbio un merito. L’abilità nel centellinare con sapienza i colpi di scena e nel frattempo costruire dei personaggi non facilmente dimenticabili come Gemma e il suo secondo marito Diego nell’inferno della guerra di Sarajevo, poi il croato Gojko, e poi i genitori di Gemma, specie il padre Armando, e Pietro il figlio adolescente di lei, che è il “venuto al mondo” del titolo (anche se a venire al mondo siamo un po’ tutti, quando resuscitiamo da un teatro di una guerra tanto insensata quanto feroce, ma di una crudeltà sottile e distillata, guerra che diviene di massa passando ad una ad una sopra i cadaveri delle persone colpite dai cecchini), Aska la trombettista e Giuliano un ufficiale dei carabinieri molto buono (forse troppo, ai limiti del credibile): sto mescolando tutto, come dicevo, perché tutto è frammisto e poi si dissolve ancora come in un’aria esageratamente carica di pensieri, quasi si nebulizza, e si arriva in fondo direi con piacere e con un minimo di angoscia, il che, considerata la mia esperienza di certa narrativa italiana presente, è un risultato apprezzabile.
Rispetto a “Non ti muovere”, ci sono però, a mio parere, delle zone d’ombra consistenti, che partono proprio da quella famosa quarta di copertina, di cui dicevo poco fa. È una frase che io ho trovato antipatica, ma che rende l’idea di una certa spigolosità del carattere di Gemma, che si traduce in snobismi eccessivi, a volte in una certa altezzosità, in una pretesa di giudicare, ma certo anche in una capacità di soffrire in silenzio o quasi. Ecco, mi sembra che Gemma si perda in un certo didascalismo, forse di sinistra, ma chiaramente riconoscibile, per cui, rispetto alla storia del chirurgo vista in “Non ti muovere”, e forse strizzando l’occhio ad un modo cinematografico di vedere le cose, Sarajevo è emblematica, ma anche i personaggi lo sono, Diego è il “tossico” di buon cuore, ma confuso, pieno di slanci ma anche di opacità: quasi tutto il romanzo si costruisce intorno ai motivi per cui uno così, già ultras a Marassi e ragazzo dei carruggi, finisca nel caos sarajevita: ci possono essere buone ragioni, cattive ragioni e ragioni così così, ma il lettore si avvolge più che nell’anima, nella valutazione di Diego, che cambia ad ogni istante, e che è di Gemma, che, non avendo il pieno coraggio di conoscere se stessa fino in fondo, si volge all’uomo che ha amato con una passione ed uno slancio adolescenziale e lo ritrova in sé, nel proprio sentimento.
Diego è un personaggio compiuto e piuttosto riuscito, forse non nuovissimo, a volte un po’ da fiction televisiva, ma gli si fa un torto in quanto lo vediamo quasi sempre attraverso gli occhi di Gemma, che alla fine ne fanno un ritratto addirittura asfittico. Voglio dire: Margaret Mazzantini scrive bene, ma è come se si attardasse in una specie di terra di confine tra la totale soggettività della narrazione, che so alla Oriana Fallaci, dove sappiamo che i personaggi sono come li vede lei ed anzi ci aspettiamo, in certo senso, la forte verve polemica che li definisce e li inquadra, ed una sorta di semi-trasognata poeticità, che però si ferma sempre ad un passo dalla commozione, anche a volte per inadeguatezza del lessico usato a produrla, ed anche per eccesso non sempre coerentemente gestito di drammaticità (che funzionerà certo al cinema, ma la letteratura è diversa…). I contrasti col figlio alle volte ricordano certi luoghi della Lalla Romano in “Le parole tra noi leggere”, con la differenza che gli oggetti del contendere qui non riescono a trasfigurarsi, sono sempre oggetti, griffes, loghi, ecc., per esempio ad un certo punto Pietro ascolta Vasco Rossi, ma potrebbero essere i Deep Purple o Little Tony e sarebbe lo stesso, non c’è nulla che renda la sensazione dello straniamento o della partecipazione, di un qualche sentimento, insomma nulla che spieghi in fondo perché sia così importante dedicare un paio di pagine a raccontare che il ragazzo canta a squarciagola proprio “Vivere, vivere, vivere” in una Sarajevo dove sua madre insegue i suoi fantasmi (anche questo son sicuro che funzionerà al cinema): certo la canzone è emblematica anch’essa, di quell’allegorismo semplice, da fiction, che oggi va tanto. Eh, certo, vivere, prima c’era la guerra ed ora si vive (come facevo a non averci pensato).
Riprendo il discorso dell’inadeguatezza del testo al peso delle cose che vorrebbe raccontare: io lo vedo dalla parola “carne”, che ricorre ossessivamente, non so quante volte, credo oltre trenta-trentacinque, spesso associata ad “un pezzo” e quasi mai, credo non più di due-tre volte, nel senso proprio di “parte commestibile di un animale”, ma sempre associata all’uomo, alla sofferenza, allo stringersi dei corpi (qui si dorme “carne contro carne”). Non ho nulla contro questa parola, ma è un uso che genera saturazione e dà l’idea che non si possa o non si voglia trovare termine migliore (proprio ai fini espressivi).
A meno che, anche qui, non ci sia la metafora, carne al macello nei bombardamenti e quindi carne per ogni dove, però è un didascalismo che disturba un po’, francamente: un romanzo in cui tutti i morti sono blu, e di tutti i palazzi non resta nulla dopo i primi mesi lascia un po’ sconcertati, anche perché si vede en passant che qualcosa, fuor di retorica è rimasto, cioè che negli edifici retoricamente crollati praticamente e forse miracolosamente qualcuno ancora riesce a vivere (il che poi è forse quello che ci interessa e potenzialmente ci commuove, credo).
Mi spiace un po’ dire queste cose, perché saper raccontare una storia è una virtù rara, specie in Italia: il resto è solo un appesantimento, le parole possono dire molto da sole, senza bisogno di rappresentare per forza il turbamento di una generazione. Ma naturalmente questo è funzionale all’intellettuale medio italiano che non apprezza, per esempio “Il vecchio e il mare” se non ci vede il senso della lotta titanica del genere umano con le forze della natura, che Hemingway non ha scritto, o meglio ha lasciato sottinteso, uno dei motivi della potenza e del fascino del racconto, non lungo ma serratissimo, della sfortunata cattura. Pensate se “Il vecchio e il mare” fosse continuamente intervallato da considerazioni sulla “carne”, la vita e la morte e specialmente sull’emblematicità di ciò che accade tra la barca e le correnti: detto tra noi, non si reggerebbe. Il fatto che, nonostante questo diffuso filosofare da talk show televisivo, “Venuto al mondo” sia un libro perfettamente leggibile ed anche entro certi limiti consigliabile, a mio avviso, fa capire che non è un’opera banale: questo appunto dicevo all’inizio, e quindi circolarmente chiudo.

Recensione di Carlo Santulli






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