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L'urlo
di Adrien Hingert
Pubblicato su PB9


ROMANZO
Stampato in proprio 2003
146 pp.

ISBN
Una recensione di Marco R. Capelli
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Libro difficile da catalogare questo di Adrien Hingert. La prima cosa che si nota è lo stile, piacevole ed elegante, maturo nella forma e nell’espressione, assai più maturo di quanto non ci si aspetterebbe da “un’opera prima”. Di rado, se non mai, si trova una parola che non sia accuratamente misurata e calibrata per inserirsi nel contesto in cui viene collocata e tutto, sempre, dalla costruzione del periodo alla successione delle immagini usate è funzionale all’efficacia della narrazione. L’intero l’impianto narrativo, insomma, tende al risultato finale, muovendosi come un meccanismo ben lubrificato e disegnando nella fantasia del lettore immagini precise, nette e senza sbavature. Nulla viene concesso alla volgarità, nè ci sono situazioni facili, scontate o banali.
I personaggi che attraversano gli otto racconti della raccolta sono altrettanti carismatici esempi di un’umanità sola, disperata ed urlante che non sarà facile dimenticare. Un’umanità che ha perso tutto, tranne la propria dignità. Così come non l’ha persa il professore, che vaga attraverso la città, in preda ai morsi della fame, in cerca di un foglio di carta per terminare l’ultimo articolo che nessuno pubblicherà mai, mentre la sua casa, cioè lo scatolone di cartone in cui dorme, si scioglie lentamente sotto la pioggia. O l’anonimo soldato che dal fronte scrive alla sua donna lontana. Lei non capirà mai la scelta di restare, neppure lui, forse, saprebbe dire perchè lo faccia, ma, contro ogni logica, ha scelto l’onore. E questa è un’altra caratteristica importante (anche perchè rara in una scena editoriale gremita di bukowskiani di seconda generazione) dell’opera di Hingert, la presenza di valori e di sentimenti forti che, comunque, non scadono mai nel sentimentalismo. I personaggi di Hingert sono uomini e donne in lotta contro “il disordine del mondo”, la cui percezione è un dono, o una maledizione, che si paga con la solitudine più assoluta. Sanno quale sia la strada da percorrere e, caparbiamente, la seguono passo dopo passo, consapevoli della fatica e del dolore che li accompagnerà fino alla fine del viaggio. Ed è proprio questa sofferenza, questa consapevolezza della frattura insanabile tra ideale e reale, a renderli tangibili, verosimili, tridimensionali.
Solitudine, dunque, perchè ogni rapporto fra esseri umani, sembra dirci Hingert, è soltanto una tristissima illusione, come scopre suo malgrado Martina, protagonista del racconto di apertura: per lei la perdita dell’innocenza si concretizza, letteralmente, nella perdita dei sogni, che le vengono rubati, ad uno ad uno, dalla realtà. Da manuale, poi, la descrizione della relazione sentimentale che intercorre fra Cristina ed il pittore protagonista del racconto “L’urlo”, che sintetizza, in un certo senso, il pensiero dell’autore sull’incomunicabilità intrinseca che sta alla base di ogni rapporto: “...Vivevamo talmente dentro la vita dell’altro che neanche ci accorgevamo di essere così vicini. Era come stare a casa sotto una coperta. La nostra comunicazione era fatta di sguardi e di gesti lievi. Non c’era bisogno di parole. Potevamo permetterci di ignorare tutti quei riti propri degli innamorati che non si conoscono ancora bene. E’ così che ci siamo lasciati. Nessuno dei due era abituato a trovarsi così a proprio agio con un’altra persona. C’era una tale intimità intuitiva che abbiamo cominciato a dubitare l’uno dell’altra. Avevamo l’impressione che la facilità con cui ci accettavamo fosse solo un’illusione. Una specie di passività di chi non prova un vero sentimento. E, improvvisamente come’è incominciata, è finita. Nenche in quell’occasione abbiamo parlato, non ce n’è stato bisogno. Ci siamo guardati ed abbiamo capito”.
Da leggere, necessariamente, se non si era capito. Marco R.Capelli




L’autore
Nato a Milano il 7 Aprile 1973, Adrien Hingert vive la sua gioventù in Italia. Conseguita la Laurea in Matematica e Fisica a Londra, torna a Milano per un master alla Bocconi. Successivamente si trasferisce a Bangkok e poi di nuovo a Londra. Durante questi viaggi tra Europa e Sud-Est asiatico si consolida lo stile narrativo di questo giovane scrittore che, attualmente, vive e lavora a Milano.

Recensione di Marco R. Capelli






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