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Cuore e acciaio - estetica dell'animazione giapponese
di Marcello Ghilardi
PUBBLICATO su SITO


SAGGIO
Esedra 2003
Prezzo € 16 - 204 pp.
Collana Parva
ISBN 8886413653
Una recensione di Carlo Santulli
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Cuore e acciaio - estetica dell'animazione giapponese

Secondo le notizie che ho trovato sul sito della RAI, il primo cartone animato giapponese, "Alì Babà" della Toei, fu trasmesso in Italia il primo gennaio del 1976 e, come spesso capita all’esordio, non fu un gran successo. Dopo quest’inizio incerto, la diffusione dei cartoni giapponesi fu molto rapida: nel giro di un paio d’anni arrivarono le prime serie sui robot, e altri cartoni molto popolari, come Vicky il vichingo (Chiisana Viking Vikke) o Heidi (Alps no Shoojo Heidi). Per quelli, come me, che uscivano appena allora dall’infanzia, abituati a cartoni americani come quelli della Disney o di Hanna e Barbera, i principi del genere “cartone animato” sembravano modificati, quasi sconvolti. Certo, anche prima sapevo vagamente che il mondo dell’animazione non finiva in America. Ogni tanto passavano in TV dei cartoni animati cecoslovacchi, che ricordo poetici e un po’ malinconici, come immaginavo che fosse quel paese perso tra le montagne, e naturalmente quelli italiani, come il Signor Rossi di Bruno Bozzetto. Ma, diciamocelo, quel che ci veniva dal Giappone era del tutto diverso.
Questo libro recente, “Cuore e acciaio”, mi ha fatto riflettere sulle diverse concezioni alla base dell’universo Disney e dei cartoni giapponesi: per gli studi d’animazione giapponesi, non si trattava solo di fare concorrenza agli americani, ma soprattutto di creare e di rappresentarle delle storie, filtrandole profondamente attraverso la loro cultura nazionale. I cartoni sono chiamati in Giappone anime, mentre manga sono i fumetti da cui essi sono tratti, ed otaku è in Occidente l’appassionato fruitore degli uni e degli altri, anche se il termine otaku in Giappone si rifà ad un concetto d’interesse esclusivo e quasi paranoico per un argomento: l’autore di questo libro è chiaramente un otaku anch’egli, spero nel senso occidentale.
E’ evidente, anche ai profani come me, che nel mondo Disney la morte non esiste, o meglio non la si vede mai in scena (di solito il cattivo precipita, o si dissolve, ma dopo non se ne parla più e si torna allegramente alla vita: efficace certo, ma irreale). Invece, negli anime non solo si può morire e si possono vedere i morti a terra dopo la lotta, ma, quel che è più sconvolgente per chi è abituato ai cartoni americani, anche i buoni a volte muoiono. Questo è un necessario corollario del fatto che i buoni non sono mai totalmente buoni, cioè portatori sempre e comunque, senza cedimenti, della verità. Un esempio di eroe ambiguo è per esempio il nevrotico Peter Rei in Gundam, che addirittura medita sul significato della vita e della morte, quando perde l’amata Lara. Sarebbe difficile persino immaginare un eroe di Disney confrontarsi con questi elevati concetti. Negli anime a nessuno sono risparmiati dolori ed amarezza, tantomeno al protagonista della serie, e sono dolori enormi, che solo la sopportazione, come per esempio nel caso di Ken il guerriero, può contribuire a mitigare. E l’universo assiste indifferente al dolore, senza prendere posizione: non è l’universo caritatevole cristiano, e non è il mondo che premia i giusti, nella tradizione del protestantesimo americano. Anzi, gli stessi anime non sempre tendono ad un’inevitabile conclusione, ad un happy end, che risolve qualunque conflitto, presente, futuro e senso che anche se l’eroe vince, può non derivargli alcun premio, od il suo successo può non venire riconosciuto.
I cartoni giapponesi nascono anche come prodotti per adulti, non soltanto per bambini, e non si pensa che i bambini si debbano proteggere dalla vita, idea tipicamente anglosassone, che noi abbiamo forse importato acriticamente. In effetti nei paesi anglosassoni basta qualche sfumatura sentimentale in una storia o qualche parolaccia per far vietare un film ai minori, mentre la violenza, specie se comica (una specie di ossimoro questo che credo sia sconosciuto ai giapponesi), ottiene miglior sorte, di solito. Questo sembra innocuo, ma fa nascere l’idea, così diffusa ormai nella nostra società, che ciò che i “buoni” fanno sia sempre e comunque ragionevole ed auspicabile.
Un’altra differenza la si nota nell’uso del tempo: non diversamente dalla “prospettiva gerarchica” dell’arte medievale, qui il tempo si dilata in prossimità del protagonista e dell’azione cruciale, che sia il combattimento dei robot, o la schiacciata della squadra di pallavolo. Ogni lotta è seria ed importante ed è una lotta per la vita, non c’è traccia di quell’humour anglosassone, basato sul presupposto che, bene o male, il buono ce la farà sempre: quindi, il tempo è irreale, ma l’azione è reale, calata nella vita di tutti i giorni.
“Cuore e acciaio” spiega questo, e molto altro, passando in modo disinvolto, ma scientificamente solido, dai cartoni al buddismo ed allo scintoismo, per approdare a considerazioni sulla concezione della vita nella cultura giapponese (si pensi al fenomeno del suicidio per onore, incomprensibile nel mondo occidentale). Da questi pochi spunti spero di aver dato un’idea dell’interesse storico e filosofico di questo libro: una lettura profonda, ma molto gradevole ed appassionante, che ci apre uno spiraglio, attraverso l’insolita finestra dei cartoni animati, su una percezione del mondo diversa da quella cui noi occidentali siamo abituati.

Recensione di Carlo Santulli






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