|
TRANSATLANTICI DI CARTA
Daniele Bottura
Recensione di L. Toppo
Una manciata di racconti buttati in disordine e una domanda che ti ronza in testa arrivato a pagina 73: “Be’? Non ho ancora capito cosa c’era da capire…”.
Ma giri pagina e sotto un disegno stilizzato ci trovi due citazioni disarmanti che ti sbattono in faccia la verità (che la possiamo anche definire come senso) che sta racchiusa in questo libretto. E allora te lo devi rileggere Transatlantici di carta, che adesso, se ci fai caso, hai l’occhio più pulito.
Le citazioni dicevo, questa la prima:
“Insomma, io non ho capito, di cosa siamo fatti noi: di anima, di scheletro o di fantasma?”
questa la seconda:
“– Però potevi metterli in ordine tutti quei giochi, Giovanni.
– Li ho messi in ordine sparso.”
Due frasi dette da un bambino di quattro anni che senza volerlo offrono la chiave di lettura della raccolta antologica di Bottura. Attraverso i suoi racconti, poco più lunghi di un pensiero appena abbozzato, l’autore ci prende e ci porta per mano in un viaggio alla scoperta di noi stessi, un viaggio che inevitabilmente ti porta fuori strada, ti fa smarrire e ti confonde ancor di più le idee.
E allora ci si ritrova a chiederci di cosa siamo fatti, cosa c’è dentro di noi e fuori di noi. Domande che non trovano risposta se non un laconico “non è tutto qui” scritto su una mattonella di una casa inesistente. Ma il viaggio continua e con esso la ricerca.
Le soddisfazioni? Poche, ma arrivare a dire “io e me stesso l’altro giorno, per un attimo, ci siamo amati” è un’enorme conquista.
La scrittura di Daniele Bottura è pulita, essenziale, priva di inutili espedienti narrativi. Ti parla direttamente, con una franchezza a volte disarmante e nonostante questo, o forse proprio per questo, si mantiene perennemente in bilico tra narrativa e poesia senza però scadere in un astratto lirismo. Alcuni racconti, Marcello e Trieste in particolar modo, ricordano il primo Giulio Mozzi, quello di Questo è il giardino.
C’è da augurarsi che Daniele esca di nuovo allo scoperto e ci sorprenda con un nuovo lavoro.
(Alberto Ghiraldo) Alberto Ghiraldo |