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Sant'Orso alla fonte
di Leonilde Bartarelli
Pubblicato su PBSE4


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Miro si sporse dallo spuntone di roccia guardando la strada che si snodava lungo le sponde del laghetto montano.
Lenti gruppi di pellegrini arrancavano, chi a cavallo di muli, chi a piedi, trascinando le bestie cariche di bisacce. I cappelli dalle larghe falde e dai colori scuri ondeggiavano nella neve, mentre i lembi dei mantelli seguivano i movimenti dei corpi.
I pastori intabarrati avevano radunato i greggi all’interno di una grotta e sedevano, appoggiati ai bastoni, al riparo della grande rupe, guardando i viandanti avanzare con fatica sulla neve calpestata del sentiero.
Il verde smeraldo degli alberi si fondeva con il bianco in un’atmosfera irreale. Nulla sembrava più al suo posto o nella sua abituale dimensione, come se quella spruzzata di neve anticipata avesse sconvolto l’ordine delle cose.
Accanto a lui l’uomo dal mantello verde ricamato in oro tossì per richiamare la sua attenzione. Si volse. Teneva sempre il cappello calato in testa e il lembo dell’ampio colletto a coprire il volto, sicché poteva solo indovinare il balenio degli occhi nascosti.
«Arriveremo al Passo, stasera?».
Non voleva sbilanciarsi, la neve aveva sconvolto tutti i piani e le tabelle di marcia. Non sapeva quanta ne avrebbero incontrato più avanti e nello stesso tempo non voleva mostrarsi incerto. Con un largo gesto indicò il panorama davanti a loro:
«Come vedete, Cavaliere, la situazione è questa. Se non saremo al Passo prima del buio ci potremo fermare a un rifugio a mezza quota», che probabilmente sarà pieno all’inverosimile, aggiunse fra sé. Indovinò più che vedere il gesto di stizza dell’altro e continuò:
«Non potremmo andare molto veloci, sulla neve bagnata e calpestata e il sentiero è troppo stretto per oltrepassare gli altri viaggiatori». Diede uno strattone alle redini e fece muovere il mulo. Procedeva a piedi reggendo le briglie mentre l’uomo misterioso seguiva in sella a un cavallo pezzato. Dietro, anche lui a piedi, veniva un servo muto, enigmatico quanto il padrone.
Non aveva idea di chi fosse quell’uomo. L’aveva incontrato tre giorni prima quando si era presentato alla taverna del vecchio Elveno.
«C’è uno straniero che vuole essere accompagnato per il Passo del Sacrificio fino al santuario di Sant’Orso alla Fonte», gli aveva detto suo cognato «tu conosci bene la zona e la paga è molto ricca. Perché non provi almeno a parlargli?»
Salvo era la sua fonte di informazioni. Da quando la malattia gli aveva precluso l’uso delle gambe e gliele aveva ridotte a due moncherini rinsecchiti restringendo la sua vita a dove lo portavano le stampelle, cercava di darsi da fare come poteva, chiacchierando con tutti e raccogliendo notizie che potessero essere utili agli altri.
Il Cavaliere era seduto avvolto nel mantello in un angolo della taverna buia e fumosa e l’aveva squadrato da capo a piedi:
«Saresti in grado di portarmi al Santuario in solo sei giorni?»
A passo spedito il percorso si poteva coprire in nove giorni, anche se lui conosceva tracciati secondari che riducevano il tempo. Ma erano strade impervie e difficili.
«Per mille ducati», aveva aggiunto l’altro vedendolo titubante.
A quel punto aveva pensato al tetto della capanna sfondato, a Eloisa che doveva partorire di lì a poco il loro terzo figlio, a tutte le disgrazie che sembravano accanirsi contro la sua famiglia negli ultimi tempi e non aveva avuto più dubbi.
«Per quella cifra vi porto anche all’inferno».
«Voglio solo arrivare al Santuario in tempo per la luna nuova, fra cinque giorni». La voce dello straniero era roca, profonda, con una strana inflessione che rendeva la erre più musicale e cupa.
Erano partiti un’ora più tardi.
Fino alla sera prima il viaggio era filato liscio e spedito: avevano coperto in quattro giorni un tratto che di solito ne necessitava sei e mezzo, se non di più, ma ora la neve complicava tutto. Maledisse mentalmente la sua sfortuna.
La strada era brutta.
Avanti a loro erano già passati molti uomini e animali e il sentiero era tutto pesticciato. L’acqua mista a terra era insidiosa e il rischio di cadute frequente: quando gli animali inciampavano si creavano ingorghi che portavano via tempo prezioso e facevano sbuffare il suo committente.
Miro lo guardava ogni tanto di sottecchi. Non erano certo affari suoi, né voleva immischiarsene, ma non poteva non chiedersi ogni tanto che cosa di così urgente spingesse quell’uomo a recarsi al Santuario esattamente per la luna nuova. Forse, si diceva, doveva adempiere un voto particolare. Anche questa ipotesi, però, non gli sembrava molto attendibile: ai rifugi dove si erano fermati nelle notti precedenti l’aveva sempre visto disdegnare tutte le preghiere corali di solito elementi importanti in un pellegrinaggio classico. Si strinse nelle spalle. Non era pagato per far domande.

Il Cavaliere fremeva sotto la tesa del cappello. Odiava il freddo e lo pativa oltre ogni altra cosa: sentiva le mani congelarsi e il cerchio alla testa salire; strinse più forte il mantello al volto. Gli avevano fatto intendere che, in quella stagione e in quella zona, il clima era ancora di solito clemente, ma era chiaro che anch’esso congiurava a suo sfavore. Aveva ancora due giorni. Solo due giorni. Non voleva pensare a cosa avrebbe fatto se avesse fallito un’altra volta. La giovane guida gli era sembrata affidabile e aveva davvero sperato di arrivare puntuale. Almeno questa volta. Possibile che accadesse sempre qualche imprevisto?
Il cavallo inciampò sulla neve ma riuscì a rimettersi in piedi: rabbrividì al pensiero che si azzoppasse. Più avanti, sul sentiero, due uomini avevano occupato tutto il passaggio cercando di sollevare un vecchio scivolato in malo modo. Doveva in qualche modo agire: non poteva rassegnarsi così.
«Miro, questa è proprio l’unica strada per arrivare al Passo?». Si accorse del tentennamento dell’altro: «Se ce ne fosse un’altra, aggiungerei duecento denari al pattuito».
Come previsto la luce di avidità si accese negli occhi del giovane ma era ancora incerto:
«Ma è impossibile, con questa neve».
«Sicuro?».
Più avanti un mulo scivolò e, fra urli e spintoni iniziarono a risollevarlo.
«In ogni modo prima occorre arrivare al Rifugio delle Capre: è di là che parte la biforcazione...».
«E quanto manca a questo rifugio?».
«In condizioni normali solo un paio d’ore, ma oggi...», e fece un gesto d’impotenza.
Si morse un labbro dalla rabbia, dietro la stoffa del mantello. Il freddo lo innervosiva sempre di più.

Impiegarono tre ore per arrivare al Rifugio delle Capre.
Fortunatamente, nel versante che ora dovevano affrontare, la neve era caduta molto meno abbondante, anche se cristalli luccicanti ornavano ancora i rami dei pini, inglobando nel loro gioiello gli aghi e le pigne che parevano così incastonati nella decorazione.
La galaverna resisteva a ornare le siepi di trine e festoni, e la nebbia non accennava ad alzarsi per permettere al sole di sciogliere le gemme fugaci.
Miro pensava che non si sarebbe mai stancato in vita sua di ammirare l’incredibile luccichio della natura.
Arrivarono all’imboccatura del piccolo sentiero ben più impervio della strada tradizionale dei pellegrini, ma che tagliava molto cammino e arrivava in linea retta al Passo del Sacrificio.
Sostò accanto al tronco di un pino dipinto da una effimera criniera di ghiaccio sottile.
«Allora è da questa parte?», domandò con insistenza l’uomo da sotto il mantello.
«Cavaliere», era molto incerto anche se i duecento ducati in più avrebbero significato legna per quasi tutto l’inverno «la strada è difficile. Se non arriveremo al passo prima di sera per qualche intoppo, non ci sarà la possibilità di pernottare al chiuso. E con questo tempo e con i lupi che di notte infestano le montagne, non è pensabile bivaccare all’addiaccio».
«Allora non perdiamo altro tempo e andiamo. Abbiamo ancora cinque ore di luce, bastano?». Vedendolo ancora titubante insistette: «Allora?».
Miro con un sospiro si mosse sul sentiero velato da un sottile strato di neve. Si augurò che tutto andasse a buon fine.

Nonostante le nere previsioni, erano riusciti ad arrivare. La difficoltà del percorso, ben più ripido e in alcuni tratti più pericoloso della strada principale, era stata bilanciata dal terreno intonso, non trasformato in poltiglia fangosa dagli altri viaggiatori, e solcato solo da qualche rara traccia di animali selvatici.
Il Rifugio del Sacrifico era grande e ben strutturato, simile a tutti gli altri disseminati lungo il cammino che portava a Sant’Orso.
Il grande corpo centrale massiccio, squadrato, realizzato per metà altezza in pietra e per l’altra in legno, aveva un enorme tetto spiovente, ricoperto da una bassa erbetta e addossato a una roccia. Il piano inferiore era adibito a taverna, con le cucine laterali che sfornavano continuamente cibi caldi e sostanziosi per i pellegrini che arrivavano a tutte l’ore.
Intorno a lui vedeva uomini di ogni tipo accomunati dalla fatica, dalla fame e dalla fede, che urlavano, mangiavano, e pregavano tutti insieme. I vapori e i fumi salivano ai piani superiori, semplici soppalchi in legno collegati da botole e scale a pioli, dormitori comuni per i viandanti.
Sedeva all’estremità di una lunga tavola massiccia, su una delle poche sedie alternate alle panche, guardando la pentola fumante collocata di fronte a lui, dentro cui ribolliva lo spezzatino di carne mescolato a patate, tipico della zona. In ogni rifugio o taverna in cui si era fermato servivano la stessa pietanza e ne era sinceramente nauseato, ma aveva fame e nessun’altra scelta.
La loro guida era impegnata con le bestie e a contrattare con l’oste uno spazio per dormire, mentre il suo servo sedeva accanto a lui, la testa china sul cibo.
Di fronte stava un uomo, piuttosto basso, completamente stempiato, i pochi capelli sciolti fino alle spalle, due occhi bovini, il naso rincalcagnato in dentro a terminare con una escrescenza tonda. Un rigoletto di sugo rossastro scendeva dagli angoli della bocca mentre masticava in silenzio snocciolando nel contempo un enorme rosario di grani rossi. Rosari simili erano appesi alla parete, a disposizione dei pii pellegrini.
Un grasso commerciante di città con l’accento dell’est, in piedi, guidava la preghiera collettiva degli altri occupanti la lunga tavolata: le formule rituali si alternavano con ritmi cantilenanti e monotoni..
Ancora oltre, un gruppo di uomini discuteva calorosamente su un argomento che non si curò di approfondire: le voci arrochite arrivavano a tratti sovrastando quelle più vicine.
Era caldo, nell’aria gonfia di ogni sorta di odori e puzzi, fumi e sudori in ugual misura. Il Cavaliere strinse istintivamente più forte il manto sul viso, mentre il dolore alla testa aumentava. Sentiva però anche il sudore colare lento e inesorabile inzuppando gli abiti e scendendo sulla faccia. Dovette arrendersi e, fidando della confusione e della penombra che il fumo creava un po’ ovunque, tolse infine il cappello e il manto pesante.
La pelle più scura e i lunghi capelli neri luccicarono nella scarsa luce.
Nessuno sembrò far caso a lui e si rilassò. Tutta quell’umanità e quella cacofonia lo infastidivano, ma non poteva andarsene.
«Dov’è il vostro bastone?», chiese l’uomo accanto a lui interrompendo la litania delle preghiere e fissandolo con aria sospettosa «Non siete un pellegrino».
Prese la ciotola di legno di ulivo che tutti lì avevano (Miro si era rifiutato di guidarli se non avesse portato almeno quel simbolo distintivo proprio per evitare discussioni), la mise in bella vista e rispose con rabbia, sentendosi assalito:
«Il mio pellegrinaggio non vi riguarda».
L’uomo si ritrasse subito con un gesto eloquente, storcendo la bocca cui mancavano i tre denti davanti:
«Stavo solo domandando...» E, scrollate le spalle, si rimmerse nel cibo e nel rosario.

Quella notte Miro, sdraiato sul freddo tavolato, sognò il sorriso di Eloisa, come l’aveva visto la prima volta alla festa del raccolto, tanti anni prima, quando ancora i figli e le responsabilità non gliel’avevano spento, lasciandole solo un ricordo sbiadito di quello che era.
Si svegliò con un senso di leggerezza e una disposizione d’animo positiva e ottimistica. Uscì sul portico del Rifugio sorridendo al sole che stava per sorgere in un’alba del tutto priva di nubi. La neve si era in parte già sciolta, e quella che ancora resisteva sui prati esposti a nord e sulle montagne in lontananza, aveva tutte le sfumature del rosa e dell’arancio.
La luna nuova ci sarebbe stata quella notte stessa, pensò, ma ormai era sicuro che sarebbero arrivati in tempo.
Il sorriso di Eloisa non sarebbe mai potuto tornare quello che era, ma il tetto nuovo e la garanzia della legna a sufficienza per tutto l’inverno le avrebbero dato un po’ di serenità.
Partirono fra i primi e anche il Cavaliere sembrava più tranquillo e calmo, dentro il pesante mantello in cui continuava a stringersi nonostante quel giorno facesse quasi caldo.
Come di consueto non parlarono durante il viaggio, ognuno immerso nelle proprie considerazioni.
Fu solo nel tardo pomeriggio che, dopo marce forzate e attraverso sentieri non riportati negli itinerari tradizionali, a una svolta della mulattiera poterono finalmente ammirare il grande complesso che sorgeva su di un altopiano interno.
Il posto era sempre stato oggetto di venerazione fin dalle epoche più antiche, quando i pastori delle vallate salivano fin lassù d’estate con le greggi a onorare il grande Orso, personificazione mitologica dei plantigradi che infestavano la zona, e contemporaneamente l’acqua di una fonte considerata magica e guaritrice.
Col tempo a questi culti si era associato quello per i santi anacoreti che vivevano in solitudine e ascesi nelle sette grotte che lì sorgevano, fondendo il tutto nel nome di Sant’Orso alla Fonte.
Una buona politica di accoglienza, messa a punto sia dai frati eredi degli eremiti che dagli abitanti delle valli, con la costruzione di una grande basilica sull’altopiano e di rifugi lungo la strada, aveva incrementato le visite e la fama prodigiosa della Fonte.
Da essa, infatti, sgorgava un’acqua leggermente sulfurea e calda sorprendente a quelle quote, che aveva compiuto, a detta di tanti, molti miracoli. Per tradizione, nessuna donna poteva salire fin lassù, a tentare la castità degli anacoreti, quindi non era infrequente che mariti, figli o fratelli intraprendessero viaggi al fine di ottenere grazie per interposta persona.
La difficoltà di accesso aveva accresciuto l’alone religioso che vi si respirava, sicché da secoli ormai il pellegrinaggio a piedi o a dorso di mulo fino al Santuario di Sant’Orso alla Fonte era promessa di salvezza e guarigione, e si era ben strutturato in tutta una serie di riti prestabiliti e consolidati.
I simboli che ognuno portava con orgogliosa venerazione erano tre: il lungo bastone dal manico ricurvo istoriato che ricordava quello ben più semplice degli eremiti; la ciotola di legno d’ulivo di una forma particolare che le botteghe dei paesi a valle producevano secondo antiche procedure e il grande rosario dai pesanti grani d’osso rosso che era messo a disposizione di tutti nei rifugi e nelle foresterie. La tradizione voleva che esso si potesse acquistare solo nel negozietto tenuto dai frati al santuario e, pertanto, possedere personalmente uno di questi rosari era la prova più significativa del pellegrinaggio concluso.

Da dove Miro e i suoi compagni stavano arrivando, si poteva osservare tutto l’impianto: la rupe con le sette grotte, le strutture basse di servizio, la foresteria, la stalla, e soprattutto l’enorme chiesa con pianta a croce dai tetti spioventi. I raggi rosati dello splendido tramonto settembrino di fronte a loro, lambivano le parti in legno tingendole di una calda tonalità bronzea, dando un senso di sacralità molto consono al luogo.
Le campane dei quattro campanili dalla sommità sagomata e rivestita di pregiate ceramiche orientali, dono di pellegrini di altre epoche, suonavano l’ora della preghiera serale: i rintocchi si rincorrevano di valle in valle, in un invito solenne alla devozione. Una lunga fila di figure inginocchiate saliva lenta i trentatré gradini che portavano alle porte, i larghi cappelli tirati indietro sulla nuca.
Dal grande portale spalancato uscivano sbuffi di incenso che si disperdevano verso il cielo creando effetti di nuvole artificiali e fumi interrotti.
«Ecco il santuario, Cavaliere», c’era soddisfazione nella voce di Miro «e siamo arrivati in soli cinque giorni, come promesso, nonostante la neve», concluse con enfasi guardandolo.
L’eccitazione dell’altro era tangibile: aveva lasciato persino cadere il lembo del mantello dal viso e guardava l’altopiano che si estendeva davanti a loro con bramosia incantata.
«Cosa volete fare, ora?», riprese, poiché l’altro non si decideva a parlare «la scalinata tradizionale o preferite cercare subito un alloggio?». Di solito, tutti i pellegrini che aveva guidato fin là si precipitavano alla gradinata che andava salita in ginocchio prima della visita alle grotte, ma prevedeva che questo sarebbe stato un caso diverso.
Infatti, gli lanciò uno sguardo eloquente e risistemando la stoffa davanti al viso rispose:
«Devo prima di tutto parlare con una persona. Forse la conosci e mi puoi aiutare», e gli passò un foglietto ripiegato su cui era scritto qualcosa.
Miro scosse la testa:
«Perdonate, Cavaliere, ma io non so leggere», c’era una sorta di rispetto e rimpianto nel suo tono, come se la scrittura fosse un mistero ben più sacro del santuario e a lui precluso.
Giusto, si era dimenticato di aver davanti un semplice montanaro, pensò con un filo di disprezzo:
«Cerco un uomo che si chiama Frate Porfirio. Mi dicono di bussare alla quarta porta di fronte alla Grotta della Fede e di chiedere di lui», disse invece, cercando di dare un’inflessione neutra alla voce.
Mentre parlavano erano avanzati lungo la strada e sentivano distintamente la litania che le persone inginocchiate levavano a risposta delle voci e dei canti provenienti dall’interno della chiesa.
Presero una stradina laterale che costeggiava a destra le fondamenta sopraelevate della basilica, procedendo contro corrente fra gruppi di pellegrini osannanti del tutto dimentichi del resto del mondo che affluivano verso la cerimonia del tramonto che si teneva nella chiesa. Svoltarono di nuovo a sinistra, lungo il perimetro più antico delle grotte, cuore originario del luogo sacro.
Le sette caverne erano state trasformate in cappelle in ognuna delle quali il pellegrino, compiuta la salita in ginocchio, doveva recarsi e accendere un cero particolare di un colore ben specifico.
Nell’ultima, quella dedicata alla Fede, sgorgava l’acqua santa che andava bevuta con la ciotola d’ulivo, recitando una particolare preghiera.
Lungo il vicolo su cui le caverne si affacciavano sorgevano basse costruzioni di servizio costellate di piccoli ingressi tutti uguali. Non c’era tanta gente nella viuzza, in quel momento, e trovarono con facilità la quarta porta di fronte alla Grotta della Fede.
Alla luce della sera che si faceva sempre più incerta, il Cavaliere si avvicinò e mosse con forza il battente di bronzo decorato. Si udì un cigolio appena percettibile e l’uscio si socchiuse: apparve la sagoma di un monaco incappucciato.
Miro fece in tempo a vedere di sfuggita che gli veniva mostrato furtivamente qualcosa, dopo di che il visitatore fu introdotto in fretta e la porta si richiuse.
Non gli restò altro da fare che, lasciato il servo di guardia, condurre le bestie alla stalla, assicurarsi che fossero ben governate, fissare un posto alla foresteria, gestita da un suo lontano cugino, e tornare anche lui ad aspettare sul posto. Non aveva ancora ricevuto, infatti, il compenso pattuito e non intendeva perdere di vista quella porta più dello stretto necessario. Accanto a lui, il servitore muto, imperturbabile come sempre, si appoggiava al muro con aria distaccata.

«Siete stato puntuale. Non lo credevamo possibile».
Il monaco aveva abbassato il cappuccio, rivelando un viso vigoroso arricchito da una folta barba.
«Siete voi Frate Porfirio? ».
Prima di rispondere, si sfilò la tonaca rivelando una ricca armatura intarsiata che gli copriva il busto da cui uscivano maniche di velluto a sbuffo:
«Non fate domande, Cavaliere. Non fate domande o avrete risposte cui non sapreste mai se credere o no».
Mosse una pietra del muro e lentamente una parete si scostò di lato permettendo il passaggio di una persona. Con in mano una torcia accesa gli fece strada dentro il cunicolo che si apriva al di là.
Appena oltrepassata, la parete rientrò senza rumore nel suo incavo.
Camminarono per qualche minuto lungo stretti corridoi senza diramazioni o porte, fino a un cancello e a una grande sala circolare. Al centro del soffitto un’apertura mostrava il cielo pieno di stelle della notte senza luna appena iniziata.
Lungo il perimetro, a semicerchio di fronte a lui, erano disposti dodici guerrieri dritti e solenni. Quello che lo guidava spense in fretta la torcia e si dispose nello spazio del cerchio a lui destinato.
Intravedeva le corazze ammiccare alla luce flebile mentre si abituava gradualmente alla penombra. Si tolse il mantello, rivelando un’armatura simile alle loro.
Qualcuno disse:
«Chi sei tu, che chiedi di entrare nella Confraternita?».
Fece un passo avanti, il cuore che si agitava in petto in un battito frenetico, e, rivolto al cerchio di ombre indefinite che aveva di fronte, pronunciò a voce alta il suo nome, cercando di tenere il tono fermo.
«Inginocchiati e abbassa il capo».
Eseguì l’ordine e gli fu messo un cappuccio in testa a coprire la scarsa luce.
C’era silenzio, uno strano, assurdo silenzio pieno di fruscii e scalpiccii. Si stupì che non arrivasse fin lì alcun suono dalla basilica vicina, nessuna litania, nessun canto. Percepiva del movimento, come se le figure lo sfiorassero, avvicinandosi e allontanandosi, a volte rasentandolo. Avvertiva aliti, respiri e fremiti intorno a sé.
D’un tratto gli fu scoperto il volto ed ebbe un sussulto violento.
Un uomo dalla carnagione scura, con una corazza luccicante da cui uscivano il velluto rosso delle maniche a sbuffo, lo fissava dritto negli occhi spalancati. Aveva un’aria esaltata e folle con lunghi e neri capelli scomposti che gli ondeggiavano intorno. Scrutò lo sconosciuto per qualche istante, nella luce bianca che andava sempre più aumentando, prima di rendersi conto che si trovava davanti a uno specchio.
Era grande a sufficienza per contenere la sua figura inginocchiata, con una larga cornice di legno nero tutta intagliata in un decoro forato parte a parte.
La fonte di luce era posizionata dietro a esso e il telaio bucherellato faceva scivolar fuori i raggi come dalle trame di un ricamo, diminuendo di spessore e d’identità via via che si alzava il livello di brillantezza del riverbero. Il metallo che indossava rifletteva i raggi che tornavano indietro a colpire lo specchio e di lì si ripercuotevano di nuovo avvolgendo ogni cosa. Gli occhi cominciarono a lacrimargli e in testa lancinanti fitte lo torturavano.
Si trovò immerso nello sfavillio, diventando parte di esso lui stesso.

Camminava lungo un corridoio di acciaio scintillante. Tutto era acciaio: soffitto, pareti e pavimento. La sua immagine distorta era trasmessa e riflessa in mille altre, senza più una giusta collocazione. Ogni passo che faceva in avanti sconvolgeva le geometrie. Non sapeva neanche se camminava in avanti o di lato o a testa in giù: tutto vorticava indefinito nelle mille rappresentazioni di sé stesso.
Quando credeva che la mente non avrebbe più retto si trovò all’aperto. Era in un cortile quadrato molto grande, circondato da alte pareti senza aperture, intonacate di calce bianca. Tutto era silenzio e non spirava un alito di vento. Le stelle in cielo illuminavano lo spazio a giorno. Al centro del cortile si alzava un grande tendone candido che, col suo tetto a punta senza bandiere, divideva in maniera asimmetrica la prospettiva, altrimenti strutturata in linee rette.
A passi lenti si diresse verso l’ingresso nero. Una luce gelida lo avvolse nuovamente.
Davanti a lui vide una grande fontana quadrata circondata da un perimetro di ciottoli grezzi e da uno di fiori minuscoli lilla brillanti. Un parallelepipedo d’acqua era al centro, superficie mobile in moto perpetuo che si incanalava poi in mille serpentini filiformi che sembrano sparire in mezzo ai fiori piccolissimi.
Immerse una mano nel liquido: era tiepido, scorreva fluido e non aderiva alla pelle né la bagnava. Non osò assaggiarlo.
Riprese a camminare.
Era all’ingresso di un enorme tubo rosso alto abbastanza da permettergli di avanzare in piedi. Dietro di lui si richiuse una porta che non ricordava di aver oltrepassato. Provò inutilmente a forzarla.
In avanti il tubo sembrava restringersi verso il fondo, senza però restituire l’occhio luminoso della fine. I vari spicchi erano separati da strisce rilucenti e nere, ma dalle pareti, dal soffitto e dal pavimento fuoriusciva una luce rossa che accecava e che avvolgeva tutto di fiamma. Si avviò lentamente sul piano convesso mentre delle scritte bianche correvano sui muri purpurei, troppo veloci per riuscire a coglierle; ogni tanto qualche parola rallentava e diventava intelligibile: guerra, sangue, dolore, rivoluzione... Il sudore gli imperlava la fronte e il respiro era diventato affannoso. Avvertiva un battere ossessivo ripercuotersi tutto intorno, ma fermandosi si rese conto che si trattava solo del suono dei suoi stessi passi che rimbombavano e si propagavano. Sembrava che la galleria non avesse fine.
Sbucò infine, all’improvviso e senza continuità, in una sala affollata da uomini e donne. Indossavano abiti sfarzosi e si muovevano leggeri e rallentati come in un sogno. Nessuno lo guardava, scivolavano via ridendo e parlando fra loro, senza suono. Come per un movimento casuale si aprirono su due ali mostrando, in fondo, una figura femminile.
Era bionda, i lunghi capelli lisci, i lineamenti duri e spigolosi; indossava un abito nero, con le maniche a rete traforate che gli richiamarono alla mente la cornice dello specchio. Per un attimo cercò di tornare indietro, allo specchio, alla sala, ma si accorse che gli era impossibile e riprese a guardarla.
Sul suo braccio sinistro, sollevato ad angolo retto rispetto al corpo, stava posato un uccello. La grandezza era di un piccione, ma il capo e il becco assomigliavano più a quelli di un falco, completamente albino. Muoveva la testa di qua e di là, con fare meccanico, guardando in giro con gli occhietti malevoli e lucenti.
Il viso della donna, al contrario, era immobile, inespressivo, mentre avanzava piano in mezzo alla folla, nel silenzio rotto solo da basse note di flauto che provenivano da chissà dove. Lo sorpassò e raggiunse l’estremità opposta della sala dove salì i tre gradini di una porta intarsiata fermandosi sulla soglia.
Si volse di tre quarti da destra, sempre con l’uccello poggiato sul braccio e che venne a trovarsi così in primo piano rispetto al suo viso.
Quattro occhi lo fissarono inquietanti. Abbozzò un inchino, con l’intento mal celato di sottrarsi allo sguardo. Inutile: quando sollevò la testa i due erano nella stessa posizione.
«Cavaliere», il suono era melodioso e canoro, pieno di modulazioni strane in una voce umana «non potete sfuggire al vostro destino». Si rese conto che tutti nella sala lo guardavano e si sentì avvampare come una fanciulla ingenua
«No, mia signora», riuscì a balbettare chiedendosi perché si sentisse così stupido e impacciato davanti a una donna, lui che non tremava neanche di fronte al più feroce dei nemici.
«Ricordatelo sempre, Cavaliere».
Ecco cosa sembrava quella voce: gli ricordava il trillo di un uccello. La guardò smarrito: era la donna che parlava o l’animale sulla sua spalla? Ma entrambi si volsero e oltrepassarono in silenzio i bassorilievi del portale che si era aperto di fronte a loro.
Dall’altra parte del salone, un’altra donna avanzò in un vortice e venne a fermarsi davanti a lui. Magra, altissima, era completamente nuda tranne che per due enormi dischi dorati.
Dal loro bordo scaturivano altri tredici piccoli cerchi retti da uno stelo sottile. Uno degli dischi, il più grande, le stava sui fianchi, l’altro intorno al collo ed entrambi continuavano a girare intorno a lei, sebbene fosse ferma. Aveva sollevato le braccia creando un angolo ai lati della testa con i palmi perpendicolari e leggermente discosti dai capelli marroni acconciati a formare una sorta di piramide. Gli occhi erano profondi, scuri, ricchi di promesse mentre il resto del viso era inespressivo in una posa gelata dei tratti delicati.
Ristette immobile, i piedi nudi accostati, statica eppur rotante, fissandolo senza una parola.
Si sentì prendere da uno strano senso di stordimento e, catturato nel moto vorticoso dei dischi, finì col cadere a terra privo di sensi.

«Cavaliere, Cavaliere, svegliatevi». La voce di Miro si fece strada in un gelido silenzio.
Aprì gli occhi a fatica. La prima cosa che vide fu il cielo stellato, quindi il volto della guida, preoccupato e chino su di lui. Percepì il freddo, il grande freddo che aveva invaso tutte le membra. Annaspò nelle fitte che la testa gli lanciava. Era nella spianata davanti alle porte della basilica, in cima alla scalinata, deserta tranne che per loro. Vide il mantello più in là, mentre il servo muto lo prendeva e glielo portava.
«Che è successo? Vi hanno aggredito? Vi hanno derubato?».
Allontanò il giovane senza rispondere mentre cercava di alzarsi da terra e di mettere ordine nei suoi pensieri. Che significava tutto questo? Aveva fallito qualche prova? E dove?
La porta. Doveva tornare a quella porta e bussare di nuovo.
A fatica, nonostante le proteste di Miro, ripercorse la strada lungo le grotte. Bussò con rabbia, facendo risuonare nella notte silenziosa il battente e tirando pugni sul legno. Finalmente un uomo aprì la porta reggendo una candela. Con uno spintone entrò e senza complimenti gli tirò indietro il cappuccio. Apparve il viso di un vecchio sdentato terrorizzato e tremante.
«Dov’è Frate Porfirio? Rispondi, dov’è?».
Il vecchio balbettò:
«N...nno...non c’è nessun F...fr...frate P...po...por...porfirio, qui... sono il custode dei magazzini della farina... non ho mai fatto del male a nessuno...».
Lui si era già lanciato verso il muro, cercando di muovere la pietra come aveva visto fare poche ore prima all’uomo che l’aveva accolto. Non si mosse nulla.
Percorse la stanza con furia febbrile, si introdusse in quella adiacente, un magazzino con dei sacchi di iuta, nella celletta col pagliericcio del guardiano e si fermò infine impotente, guardando Miro, entrato dietro a lui.
«C’erano degli uomini, uno specchio... ».
Il giovane lo guardava perplesso, poi, visto il suo stato, lo prese gentilmente per un braccio e lo riportò fuori, di nuovo fino alla spianata.
«Io e il vostro servo ci siamo alternati per aspettarvi davanti alla porta. Non è mai entrato o uscito nessuno, dopo di voi. Per fortuna ho deciso di fare due passi per sgranchirmi le gambe e non addormentarmi e vi ho visto svenuto sul pavimento», gli spiegò anche se l’altro sembrava non ascoltarlo nemmeno.
Si riscosse d’un tratto.
«Tu vuoi i soldi, vero?», chiese senza logica apparente con un tono stanco e amareggiato.
«Anche quelli, certo, però... », non lo lasciò finire.
Con fatica tolse dalla cintura un sacchetto e glielo gettò:
«Eccoteli, forza, sei a posto ora. Vattene. Via. Non ho più bisogno di te».
«Ma non volete una guida per tornare indietro o per raggiungere la strada su questo versante?».
«Vattene, non voglio più niente, non ho più niente, avida sanguisuga».
Rimase interdetto guardandolo:
«Cavaliere, se vi ho servito male, se siete deluso del mio servizio... ».
Scosse la testa in un rantolo di disperazione.
«Ma non capisci che non me ne importa più nulla, che non ho più nulla, che, soprattutto, non ho più denaro?».
«Ma come: avete speso tutto quello che avevate per arrivare quassù?».
E anche per attraversare il deserto, per solcare il mare, per raggiungere le terre del fuoco perenne e quelle del ghiaccio infinito e tutto questo per fallire, alla fine, in cima a un monte qualunque, in un Santuario qualunque, gonfio di falsità collettive.
E prima che la sua mente potesse registrare il fatto e impedirgli di aprir bocca, raccontò a un attonito montanaro sconosciuto la sua storia.
Miro non disse nulla lasciandolo parlare sino in fondo, poi lo guardò con la saggezza di generazioni di povera gente che per tutta la vita aveva lottato per sopravvivere:
«Ma perché volevate entrare nella Confraternita?».
Sentì l’ira e il disprezzo montare dentro di lui: perché voleva entrare nella Confraternita? Solo un villano e un bifolco poteva formulare una simile domanda. Perché voleva entrare nella Confraternita? Che stupida e ignorante domanda che gli rivolgeva. Perché voleva entrare...? Toccò a lui fermarsi un attimo stupito e trattenere il fiato. Perché voleva...? Ma, per gli dei del cielo e della terra, perché, in effetti, voleva entrare nella Confraternita? Nella confusione e nello stupore più totali aveva lasciato cadere il lembo del mantello lasciando scoperta la pelle scura e le labbra carnose, ora aperte in un’espressione stordita.
Miro vide i denti bianchi lampeggiare alla luce dell’alba che stavo cominciando a tingere le cime dei monti. L’uomo lo fissava con le grandi pupille nere annegate in un mare bianco come se cercasse un appiglio e un’ancora.
«Ma perché... ?», balbettò stranito.
Il servo muto lo guardava in silenzio, imperturbabile.
Il Cavaliere era allibito. Si era reso improvvisamente conto di non ricordare più il perché inseguisse la Confraternita, il perché avesse dilapidato la vita in quella caccia frenetica: ormai il perché sembrava si fosse perso in tutta la corsa, in qualche sosta lontana.
Perché, dei di tutti i mondi, perché?
La sua mente annaspava cercando risposte smarrite.
E d’un tratto cominciò insensatamente a ridere, a sghignazzare senza freno. Le lacrime scendevano dagli occhi arrossati mentre si chinava in avanti scosso dai tremori reggendosi il ventre, ondeggiando e incurvandosi in avanti.
Miro rimase sorpreso per qualche istante, poi, prima piano poi sempre più forte, si unì alla risata contagiosa e liberatoria, unendo il suo suono argentino a quello singhiozzante del Cavaliere.
Risero per un lungo tratto.
Il servo muto li guardava. Poi, inarcando le labbra in un accenno di sorriso, volse lo sguardo sull’ampio panorama al di là del muricciolo.

© Leonilde Bartarelli



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