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di Mauro Daltin
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Luigi riempì la tazza di caffè freddo. Davide aspettava in piedi, dietro di lui. Muoveva le gambe di continuo in una sorta di eterno correre nella sua immobilità. Aveva un occhio che andava per conto suo, in alto a sinistra dell’orbita; l’altro era fermo, nel centro esatto. Con il primo osservava il contorno, le pareti, i lampadari, i quadri; con il secondo le persone e le cose. Gli occhiali erano obliqui, storti e troppo grandi. La pelle del viso era rovinata, cosparsa di qualche punto bianco che non si riusciva a capire cosa fosse. La barba era tagliata solo in certi punti, in altri cresceva incolta, si arricciava e si univa ai peli del petto, che uscivano dalla maglietta e arrivavano a coprire quasi tutta la gola. Tutto il suo corpo tremava. Sempre. Senza mai una pausa. Un tremolio costante, privo di scossoni.
Prese la tazza con due mani. Intervallava ai piccoli sorsi alcune parole sconnesse: bestemmie, ingiurie, preghiere. Nessuno più ci faceva caso.
“Telefoniamo alla signora Antonia?” chiese dopo aver appoggiato la tazza sul tavolo. Dondolava a destra e a sinistra mentre attendeva la risposta.
“No, me l’hai chiesto cinque minuti fa” disse Luigi mentre lavava alcune posate nel lavandino.
“Telefoniamo alla signora Antonia?”
Silenzio.
“Telefoniamo alla signora Antonia?” ripeté ancora. Due. Tre. Cinque volte. Con lo stesso tono, senza innervosirsi, in una sorta di cantilena che avrebbe potuto durare all’infinito.
“Davide, la signora Antonia è morta sette anni fa. Non la puoi chiamare, non le puoi parlare” disse Luigi guardandolo negli occhi e cercando con la voce di essere il più convincente possibile per non dover ripetere di nuovo la frase.
Si andarono a sedere nella sala dove c’era la televisione, lo stereo e alcuni giochi in scatola.
Luigi accese la TV e si sistemò sulla poltrona.
“Ieri notte sono venuti a prendermi in camera” disse Davide.
“Chi erano?”
“Quelli del Kgb”.
“Che cosa volevano da te?”
“Volevano che gli rivelassi tutti i miei contatti con i servizi segreti militari americani. Io ho resistito, loro mi hanno incappucciato e hanno minacciato di tagliarmi la testa. Per trenta secondi, mi sono immaginato senza testa. Poi se ne sono andati” disse tutto d’un fiato con l’occhio che girovagava su tutta la parete.
I muri erano bianchi. Il pavimento bianco. Le tende dell’unica finestra erano grigie, sporche dal fumo di chi frequentava la stanza. Il divano e le poltrone erano verde acqua e la stoffa era bucata dalla cenere che cadeva spesso dalle sigarette.
“Mi dai una sigaretta?” chiese Davide.
“Non ce le hai?”
“Le ho finite”.
Luigi gli allungò una sigaretta.
“Quante ne hai fumate oggi?” chiese Luigi, prima di lasciare la sigaretta.
“Dodici”.
“Quante? Non dirmi cazzate”.
“Sotto le venti”.
“Diciannove?” disse Luigi sorridendo e lasciando che Davide afferrasse la sigaretta. Lui la mise in bocca e cominciò a succhiarla con voracità. Inspirava senza lasciare trascorrere nemmeno un istante fra una boccata e l’altra. Dalle labbra non gli usciva il fumo. Ingurgitava tutto con ansia, come se si trattasse di una questione di vita o di morte. In meno di mezzo minuto, della sigaretta rimaneva solo il filtro. Davide ebbe un sussulto.
“E caffè? Giada mi ha detto che te ne sei scolati già sette stamattina. Adesso per un po’ basta. O.K.?” continuò Luigi.
“Hai paura di morire?” chiese Davide.
“Tutti ne hanno”.
“Alcuni sembrano non pensarci. Vivono come se niente fosse, come se non gliene importasse niente”.
“Sono quelli che hanno più paura” disse Luigi cambiando canale.
“Questa mattina pensavo di essere morto. Volevo andare in giardino per fare una camminata. Stavo scendendo le scale quando mi sono accorto con la coda dell’occhio che qualcuno mi stava seguendo. Mi sono messo a correre tanto velocemente da scivolare sul penultimo scalino. Ero lì a terra, con la faccia contro il pavimento. Mi giro e vedo due uomini con una busta nera sulla testa e le pistole puntate sulla mia tempia”.
“Davide?”
Il respiro di Davide si fece faticoso. Le parole diventavano incomprensibili.
“Quando ho sentito il freddo della canna della pistola alla nuca, ho pensato di essere già morto. Ero già in un’altra dimensione, vedevo tutto buio attorno a me, eppure i miei occhi erano spalancati. Non ho avuto paura. Io ero morto. Poi di colpo se ne sono andati sentendo aprirsi la porta del piano di sopra”.
Tornò calmo.
“Luigi, posso telefonare alla signora Antonia?”
Silenzio.
“Luigi, mi fai un piacere? Posso telefonare alla signora Antonia? Ci metto un attimo”.
Silenzio.
Due.
Tre.
Cinque.
Otto volte.
Luigi gli consegnò il cellulare.
“Dopo non chiedermelo più. Va bene?”
“Sì, sì. Grazie” disse alzandosi in piedi. Il braccio tremava.
Buongiorno signora Antonia. Come sta? Che cosa ha mangiato ieri sera a cena? Era buono? Io ho mangiato pesce. No, non ho potuto vedere la televisione questa mattina, qualcuno mi ha portato via gli occhiali. Ci sono persone molto cattive. Li ho ritrovati a pranzo sopra il piatto vuoto. Erano sporchi, li ho dovuti lavare sotto l’acqua fredda e sfregarli con il sapone. Le chiedo una cosa, signora Antonia. Un favore. Lei non può chiamarmi nel bel mezzo della notte. Io dormo di notte, non posso stare ad ascoltarla. Poi devo combattere quelli del Kgb che mi stanno alle calcagna da mesi oramai. Mi chieda quello che deve chiedermi la mattina. Le va bene? Grazie signora. Mi raccomando. Arrivederci. Sì, grazie, arrivederci.
Davide restituì il telefono a Luigi e tornò a sedersi sul divano. Le gambe tremavano, la mano toccava gli occhiali cercando di trovare il loro esatto equilibrio sul naso.
“Mi metti a posto gli occhiali?” chiese a Luigi.
Sullo schermo, alcuni salmoni erano impegnati nella risalita di un fiume.
Luigi si fece dare gli occhiali e andò in cucina a prendere un tovagliolo.
“Sono a posto” disse continuando a strofinare le lenti.
“Mi hanno schiacciato la testa” disse Davide.
“Chi, gli occhiali?”
“Sì. Le stanghette si sono strette. Mi hanno fatto dei solchi sopra l’orecchio, mi sono entrate nella pelle. Mi hanno deformato la testa”.
L’occhio si dirigeva adesso alla televisione, poi sullo stereo, sulle scatole, sulla scacchiera. C’era una pila di giornali vecchi. Un mazzo di carte era sparso sulla mensola. Quattro portacenere anneriti. Accanto al televisore erano sistemate, una sopra l’altra, una decina di videocassette. La finestra dava sul cortile interno, un pezzo di verde con alcune panchine dove c’era seduta sempre una vecchia signora che tirava una palla da tennis contro il muro. Le pareti della stanza erano bianche, grigie negli angoli.
“Hai fatto il militare?” chiese Davide.
“Certo”.
“E come è stato?”
“Tranquillo. Ero un carrista, sai, quello che guida i carri armati. Un anno intero. Tre mesi a Roma, poi a Pescara, in Abruzzo. Ho conosciuto lì mia moglie. Fuggivo dalla caserma per uscire con lei. Sette giorni di punizione, ma a me non interessava” disse Luigi sottolineando con le mani il numero sette.
“Non avevi paura della guerra? Io avrei avuto paura della guerra dentro un carro armato”.
“Ma non c’era la guerra. Al massimo facevamo qualche esercitazione”.
“Non importa se c’era o no la guerra. Io avrei avuto paura lo stesso. Dentro un carro armato non importa se fuori si spara per finta o per davvero. Quando guidi uno di quei cosi ci sei in mezzo alla guerra. Sei la guerra. Il buio, il verde, la puzza, il sudore, le coordinate, il nemico, l’elmetto, la borraccia, gli ordini, la divisa, il marrone. Sei la guerra. Puoi anche guidarlo in autostrada in una domenica d’agosto per andarci in vacanza…Non importa” disse Davide.
“Mi sono anche divertito. E’ stato un bel periodo, tutto sommato” disse Luigi cambiando canale senza guardare lo schermo, e sorridendo a Davide.
“Anche in guerra ci si diverte, sai. Non si piange tutto il tempo”.
Davide si alzò in piedi e si mise di fronte alla televisione. Camminava veloce pur restando fermo.
Nella stanza entrò Elvira che salutò entrambi. Aveva un camice bianco lungo fino ai piedi. I capelli erano raccolti, stretti in una molletta. Gli occhi erano veloci, il tono della voce sprezzante, i movimenti rapidi e precisi. Faceva passi brevi e si mise a ordinare ogni cosa nella stanza. Davide rimase immobile, non rispose al saluto. Prestava la massima attenzione ad ogni movimento di Elvira.
Sullo schermo un agente di polizia stava arrestando un ragazzo.
Elvira passò dietro la schiena di Davide, che si irrigidì. Lei tirò le tende e spalancò la finestra.
“C’è puzza di fumo. Qui dentro si sviene. Luigi, come fai a respirare?”
Luigi rimase zitto e non distolse lo sguardo dalla televisione.
“Quante volte ti ho detto di non passarmi dietro? Lo fai apposta, allora. Lo fai per cattiveria? Mi hai toccato le spalle, perché? Che cosa ti ho fatto, che cos’hai contro di me? Lo sanno tutti che non voglio essere toccato, e non voglio nemmeno che mi passiate dietro. Solo tu lo fai” gridò Davide.
La sua testa si muoveva a destra e a sinistra senza controllo, le vene della fronte si ingrossarono, l’occhio, quello fermo, penetrava la figura di Elvira. Ripeté per tre volte a voce sempre più alta e con la faccia sempre più rossa la sua rabbia e la sua incomprensione.
“Ti sei lavato oggi?” chiese Elvira.
“Sì” rispose Davide tornato calmo.
“Sei sicuro? Hai fatto la doccia?”
“Con Giada” rispose mentre si avvicinava alla finestra.
Elvira si sedette a guardare la televisione.
L’occhio di Davide, quello che andava per conto suo, prese a girovagare nel giardino.
Quattro panchine verdi formavano un quadrato. Un ragazzo con alcuni fogli in mano camminava lungo la stradina che attraversava il giardino. Il muro dell’edificio di fronte era bianco, le finestre erano chiuse, le tende tirate. Il rumore della pallina da tennis era regolare.
“Elvira hai paura di morire?” chiese Davide.
“Non ci penso” disse lei.
“Come fai a non pensarci?”.
“Non ci penso e basta. Vivo quello che ho da vivere, poi si vedrà” disse lei.
Ci fu un silenzio di alcuni minuti.
Un giornalista elencava le notizie con precisione.
“Che stupida” disse Elvira, come se fosse stata svegliata di colpo dal sonno.
Sbuffò con rabbia e si alzò.
“Dovevo andare in lavanderia. Oggi è martedì. Il camion sarà già arrivato da un pezzo” disse tra sé. Uscì dalla stanza.
Davide prese il posto di Elvira.
“Ieri sono andato dal medico” disse Davide.
“Da Franceschini? Per le analisi?” chiese Luigi.
“Sì, mi ha detto che non mi rimane molto”.
“Davide?”
“E’ così. Le analisi hanno evidenziato molti valori sballati. C’erano un mucchio di asterischi a fianco ai numeri. Li ho visti io, ho voluto controllare di persona. Lui mi ha detto che nel giro di un anno peggiorerò; sarà una malattia veloce. In pochi mesi dovrei essere morto”
“Davide, tu stai benissimo, e lo sai”.
“In fondo, che senso ha il tempo, mese più mese meno. E’ da quindici anni che il tempo non ha più importanza”.
“Davide, a che ora sei andato a fare colazione stamattina?”
“Alle sei e mezza. Non riuscivo a dormire. Ho bevuto un cappuccino e mi sono mangiato due brioches e poi di nuovo un cappuccino”.
“Due cappuccini e due brioches?”
“Sì”
“Per uno che sta per morire l’appetito non ti manca” disse Luigi ridendo.
“Mi volete togliere un occhio” disse Davide.
“Non so perché mi volete togliere un occhio, a me sembra una cosa stupida. Giada mi ha detto che quelli del Kgb vi hanno ordinato di togliermi l’occhio che non sta fermo. Solo così guarirò dalla malattia. Mi ha detto che i miei occhi sono la causa di tutto. A me non pare che sia così. Si può vivere con un occhio solo, fisso, che non si muove? Si può vivere con un rene solo, si potrà vivere con un occhio solo. Quelli del Kgb non mi uccideranno, so troppe cose” continuò.
“Giada non ti ha detto niente”.
“Come fai a saperlo? Non c’eri stamattina con noi. Hanno fatto una riunione in cui hanno deciso di togliermi l’occhio. Per loro ne guadagnerò. Per loro è la causa della malattia”.
“Ho parlato io con Giada prima e non mi ha detto nulla”
“E che cosa ci posso fare? Non mi invento certo le cose”.
Sullo schermo alcuni uomini scagliavano pietre contro dei militari che rispondevano sparando sulla folla.
“Andiamo in cucina Davide. Sono le cinque, è ora di prendere le gocce” disse Luigi alzandosi di malavoglia dalla poltrona e sospirando.
“Luigi, perché in questi dieci minuti, tu sei rimasto sempre lo stesso mentre io sono invecchiato di mille anni?”

© Mauro Daltin



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