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Il sonno di un egregio signore
di Eris Rusi
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-Non si preoccupi egregio signore, nessuno dei nostri clienti si è mai lamentato finora. Tutto si trova al posto giusto.
-Ma lei è sicuro che questo faccia per me?
-Se si comporta come gli altri non le succederà niente di terribile.
-Per me l’essenziale è fare un sonno veloce, tranquillo. Lei cosa ne pensa? Il sonno è importante?
-Più d’ogni altra cosa, direi. Lei mi sembra il tipo che appoggia la testa sul cuscino, cercando di dormire ad ogni costo, entro pochi secondi. Può anche aver paura di stare da solo con la sua coscienza. Questo la rende nervoso, si sente la paura che ha, la paura di rimanere sveglio per sempre.
-Non può dire questo di me. Le assicuro che io mi sottometto al desiderio di dormire quando è necessario. Questo è una regola. Io non voglio soffrire per mancanze del genere.
-Va bene, benissimo, egregio signore! Può andare a dormire. Il letto è già sistemato per il suo arrivo.
-Adesso?!
-In quest’instante può fare un sonno rilassante, dolce, da bambino. Nessuno darà fastidio ai suoi sogni, io aspetterò il suo risveglio e poi andremo avanti a parlare d’altre cose.
Lui camminò per le stanze dell’appartamento, poi fece un cenno in direzione della poltrona, dicendo di voler dormire lì. L’impiegato dell’albergo si avvicinò a lui, lo spinse sulla poltrona, chiedendogli se stava bene. Poi non aspettò una risposta, ma andò avanti convinto:
-Sul divano non può dormire bene. Le sue gambe sono strette, non può muoversi liberamente. Il sonno é una cosa sacra, assomiglia a una bella donna, che diventerà la sua amante se la tratti bene e con rispetto! Non potete stare entrambi in questo divano così piccolo. Dovrebbe andare a dormire nella stanza accanto, sul letto speciale, fatto apposta per quest’evento. Come la prima notte di nozze. Lì c’è lo spazio necessario per camminare dentro il sonno senza correre il rischio di inciampare.
-Oh, mi lasci in pace, mi sarei già addormentato senza di lei.
-Ma sul divano si sarebbe svegliato molto presto. Questo è dannoso per la salute di un egregio signore. Si preoccuperebbe di un fatto insignificante, o correrebbe il rischio di perdere un bel sogno che non va più ritrovato dopo.
-È sicuro che ne vale la pena dormire sul letto?
-È convinto di voler dormire per davvero?! L’importante è scegliere il posto giusto dove dormire. Dai, lo faccia per me, vada nell’altra stanza. Continueremo a parlare più tardi. Deve dormire, adesso!
-Hm…Questo è un ordine?
-Per me può anche essere l’uomo disperato che viene da lontano. Lei non crede in me. Non mi dà ascolto. Così non è corretto, questo comportamento non si addice ad un egregio signore.
-Perché dice di voler stare nella stessa stanza con me, quando dormirò?
-È un modo di dire, più che altro. Per un uomo stanco, come lei, è naturale il bisogno di aver vicino qualcuno che le penetra dentro i pensieri, uno che si intrufola nei sogni per dividere quelli belli a destra, e gli incubi a sinistra.
-Ah, se solo lei…
-Io non posso mai essere quello che lei sta cercando, questo non è permesso ad un impiegato d’albergo come me.
-Lo so, me lo sentivo, in ogni caso ha detto di seguirmi se andavo nell’altra stanza. Lei rimarrà vicino a me.
-Adesso non è più possibile. Lei non può dormire sapendo di aver vicino uno che entrerà nei suoi più segreti pensieri.
-Sarebbe bello!
Il dipendente si mise le due mani sopra la testa, si girò di colpo, poi sorrise con uno sguardo sicuro e potente:
-Adesso dovrò proprio andare. Si sentirà meglio da solo.
-Come? Ha già deciso di andare?
Il dipendente cercò di sorridere ancora.
-Ha voglia di parlare con me? Quando si sentirà stanco, io potrò andare, e lei dormirà da sogno.
-Che bello! Lo sento di poter fare un sonno leggero e divertente, da favola. Vieni con me, andiamo nell’altra stanza.
-Vuole rinchiudermi là? Questo è ingiusto, scorretto. Io non posso restare in una stanza chiusa, sperando il risveglio di un cliente che conosco da poco. Il suo risveglio può essere complicato, e non saprei cosa fare in quel caso. Resterò solo se dormo come lei!
-Questo è impossibile! Il mio sonno diventerebbe agitato, magari un sonno bugiardo che prende in giro i miei sensi con te vicino. Devi essere ragionevole, mi capisci?
-Allora io me ne vado!
L’impiegato si alzò e andò via di fretta. L’egregio signore lo guardò senza muovere un muscolo, poi si alzò con calma, andando vicino alla finestra. Davanti si piegava una stradina piena di polvere, che balzava al fianco di un piccolo giardino che non dava nell’occhio. Un gruppo di bambini stava giocando con i sassolini che raccoglievano per strada. Era una cosa che dava ai nervi, i bambini sembravano costretti a fare dei movimenti inutili, nessuno di loro parlava, solo qualche volta in volta si riusciva a sentire un grido debole, e poi il gioco continuava. Lui cercò di chiudere gli occhi, si sentiva stanco e voleva vedere quanto era importante dormire. Poi scosse la testa in alto, spaventato. Sentì una canzone, trovò la fonte, e fece la faccia stupita quando si accorse dei due altoparlanti montati sui muri. Era una trasmissione radiofonica, lui distinse una voce sottile, che parlava mentre la canzone era messa in sottofondo. Cercò di riordinare i pensieri. Gli sembrò facile l’idea di avere una storia amorosa con la ragazza che dava le notizie alla radio. Se l’avesse incontrata, avrebbe fatto subito colpo, e dopo l’avrebbe portata nel suo appartamento, per fare l’amore. Pensò di chiamarla sul numero che lei stava ripetendo diverse volte.
Ma qualcosa lo fermò all’ultimo momento. Il suo sonno…Non poteva dormire poi, e questo sarebbe stato un suicidio molto elegante per lui. Dopo, un po’ si ricordò che il suo sonno era schiacciato per sempre per colpa della musica che stava ascoltando.
-È tutto inutile,-gridò,-non dovevo venire qui.
Si trovò vicino al tavolo. Prese il campanello che stava lì sopra, e lo suonò molte volte. Il suono era debole, ma insistente, chiedeva di continuo l’arrivo di qualcuno. Poco dopo sentì dei passi, nella stanza entrò una donna che teneva nelle braccia un bambino con gli occhi chiusi.
-Mi ha fatto chiamare, signore?
-Non voglio sentire più questa musica maledetta. Non riesco a dormire, il suo ritmo, il suono, è tutto strano e orribile. La faccia smettere!
-Ma non si sente niente, signore! …. Non si preoccupi! Sono cose che capitano. Lei sembra stanco, ha bisogno di dormire.
-Senz’altro, lo farò! …Sa che il suo bambino è proprio bello. Sa piangere?
Il bambino aprì gli occhi, scosse la testa e subito cominciò a piangere. La donna sorrise. Il suo piccolo sapeva come si doveva comportare in certe situazioni. Ma il signore balzò all’improvviso in piedi, spaventato, cercando disperatamente di reagire:
-Basta, fa che smetta! Questo non si può sopportare! Come si può dormire poi con questo pianto nelle orecchie?! Mi dia il bambino!- e glielo prese con forza dalle mani. Il bambino si agitò di più. La donna cercò di dire qualcosa, ma riuscì solo a scoprire il suo seno. Il bambino doveva prendere il latte per smettere il suo pianto.
-Si copra, mi agita il suo seno!
-Lo può toccare se vuole!
Il bambino tirò fuori un ultimo sospiro, poi, stanco, chiuse gli occhi e la bocca.
-Lo prenda, è suo, e non si faccia più vedere. Mi ha distrutto completamente con il suo lattante. Dio mio, ma perché siete entrati a quest’ora nella mia stanza?
-Ma è stato lei che ha suonato il campanello! -E che vuol dire tutto questo per lei? Ho suonato il campanello per poi dormire stanco morto!
-Santo cielo, se fosse tutto così semplice! Lei non può dormire, ma non per questo la colpa è di mio figlio. Lui può farlo, mentre lei no! Che c’è di strano?!
Il signore camminò dritto verso lo specchio, toccò il suo viso e si sentì debole. Si vergognò, e per un attimo pensò di chiedere perdono alla donna. Ma quando si girò verso di lei, sentì il suo pianto silenzioso, mentre cercava di accarezzare il suo bimbo.
-È morto qualcuno che amavi molto?-chiese dolcemente il signore.
La donna lo guardò con aria triste ed infelice. Non rispose, e andò via con passi silenziosi. Anche lui diventò silenzioso. La sua buona volontà non riuscì a fargli chiudere gli occhi. E lui aveva bisogno di fuggire dai propri pensieri, almeno per i prossimi cinque minuti.

& & &
Adesso che era rimasto da solo, si ricordò di aver scelto quell’albergo per puro caso, non sapeva nemmeno il nome del posto. Era tutto estraneo e lontano, così lontano da portar fuori i rimorsi nascosti nella sua anima. Iniziò a preoccuparsene, non conosceva nessuno, eccetto il personale dell’albergo, questo significava un rischio che sarebbe diventato costante nella sua permanenza. I ragazzi che giocavano fuori erano ancora lì. Udì un rumore, così sentì il bisogno di chiedere qualcosa a loro. Non era facile dormire in un ambiente estraneo. Aprì la finestra e chiamò ad alta voce uno di loro. Tutti alzarono la testa, guardarono verso la sua finestra e poi come se niente fosse, continuarono quel gioco così monotono.
Li chiamò ancora, più forte, disperato, la paura bruciava lentamente nei suoi occhi. Uno dei ragazzi abbandonò il gioco, si fece avanti con passi insicuri, poi si fermò sotto la sua finestra urlando:
-Chi ci sta chiamando?
-Ragazzo, sono qui sopra. Mi vedi?
-Dove diavolo…?! Mi prendi in giro?!
Il signore era indietreggiato inconsciamente.
-Dai, guarda con attenzione. Stai calmo, ho bisogno di te. Non conosco per niente questo posto. A quale piano mi trovo? Cosa vedi?
-Non vedo niente! Tutte le finestre sono chiuse.
Il signore aveva chiuso la sua in fretta, come se avesse paura di essere scoperto. Il suo comportamento era misterioso, ma lui non si fermò a riflettere e disse:
-Oh, lo so che sembra così strano. Ma non ci posso fare nulla. Sai per caso come mi sono trovato qui? Chi mi ci ha portato? Mi devi raccontare tutto. Sali sopra, cerca la mia camera e raccontami tutto.
Il ragazzo non sentiva niente, rimase impietrito per altri minuti, poi si allontanò con la testa bassa, impaurito e desideroso di scappare via. Raccontò tutto ai suoi amici, e loro decisero che era meglio andare. Non sarebbero più tornati a giocare in quella strada.
Il signore si trovò solo, in piedi. Un’ora dopo stavano bussando alla porta. Era una giovane ragazza, carina, con capelli lunghi, neri, che le coprivano gran parte del viso. Lei lo guardò dritto nei occhi, dicendogli:
-La mia padrona, la donna con il neonato, mi ha mandato da lei. Cosa vuole che faccia?
L’egregio signore sospirò intensamente, la prese per la mano e la portò nell’altra stanza. Si cambiò i vestiti davanti a lei, e premendo sulle sue mani con delicatezza, le chiese:
-Sai raccontare delle storie? Avrei bisogno di sentire una storia lunga e noiosa per dormire quest’oggi.
-Io so raccontare solo il funerale di Raffaele.
-Continua! Vai avanti, mi sembra una storia interessante.
-Il giorno della sua morte, molte persone ignare dell’accaduto, gioivano per le strade. Era una festa locale, e tutti si sentivano parte di un gruppo. Pochi di loro sentirono la triste fine del ragazzo diciottenne. Povero Raffaele, rimase ucciso per sbaglio in una resa dei conti fra bande rivali. Quando lo portarono a casa, odorava di piombo, un giorno prima si era iscritto a scuola. Pensi un po’ che io l’ho anche salutato due giorni prima che morisse. Eravamo vicini di casa. Cosi quel triste giorno io sentivo tutto. La sua mamma aveva vestito il cadavere di Raffaele con un abito nuovo, grigio, da uomo. Lo pregava di alzarsi in piedi, di ballare con lei. Ma non era così facile per un morto imparare a ballare con la propria madre.
Non successe niente di tutto ciò. Vicino alla sua bara, sopra la sua scrivania c’era un libro con una piega nella pagina 99. Dopo molte ore, la sua mamma fece mandare via tutti, compreso le sorelle di Raff. Lei cominciò a leggere il libro a suo figlio. Tutta la notte si dedicò alla lettura, cercando di interpretare in modo eloquente le parole.
-Come si intitolava il libro?
-“Il fiume morto”.
-Interessante! E poi come procedettero le cose?
-Mi ricordo di essere andata a consolare la mamma di Raffaele quello stesso giorno. Ho visto di sfuggita il cadavere, che aveva gli occhi aperti e fissava qualcosa sul muro. Faticava a tenere gli occhi aperti, la sua fronte era piena di sudore, ma sentii in lui la voglia di guardare tutto e tutti.


Il signore non si sentì bene per un po’. La storia lo rattristò, ma non per la semplice morte di Raffaele. Questo non aveva importanza, visto che non aveva mai conosciuto quel ragazzo o sua madre. Lui si preoccupò del suo sonno, che non si era scomodato da questa storia per venirgli vicino. Ordinò alla ragazza di raccontargli un'altra storia.
-Se vuole gliela posso raccontare di nuovo. È l’unica storia che conosco.
-Non giochi con me! Devi fare uno sforzo!
La ragazza alzò le spalle, offesa. Aveva detto la verità.
-Beh, dovresti cambiare qualcosa nella tua storia almeno. È triste come la ricordi tu. Ti puoi sforzare a dare un colpo di vita al ragazzo alla fine della storia. Lui si alza in piedi, fa un giro per la casa, poi inizia a leggere da solo il libro. Quando si sentirà affaticato, andrà a dormire nella sua stanza, chiudendo gli occhi stanchi dalle sofferenze del giorno.
-Ma cosi non ha più un senso! In questo modo Raffaele diventerebbe banale, come tutti noi. Noi tutti sappiamo dormire con gli occhi chiusi quando diventiamo stanchi. Invece così come la racconto io, morto e con gli occhi aperti, sento pietà, amore, per lui. Se lei fosse stato al mio posto, e l’avesse guardato con attenzione quel giorno, avrebbe sentito la mia stessa angoscia, il mio stesso amore.
-Vedo che è inutile continuare a parlare con te! Portami qualche sonnifero. È l’unico modo…

Sentì la porta che si chiudeva dietro la sua schiena. Entrò nel bagno, si avvicinò al lavandino e lasciò scorrere l’acqua che faceva un rumore debole. Era distratto, sconfitto, stanco, da non sentire la porta che si apriva. Era l’impiegato dell’albergo con altri due uomini.
-Ah, finalmente la trovo in piedi! Questi due ti daranno una mano a portare via i suoi bagagli.
-La mia roba?!
-Certamente! È da tre giorni che sta chiuso in questo appartamento, dormendo come un morto. Non può restare più di tre giorni.
-Ho dormito tre giorni interi? Ma lei è pazzo, mi creda! Questo è ridicolo! Noi abbiamo parlato insieme poco fa. È pazzo, o cosa? Non mi sono ancora sdraiato sul letto. Vada via, e la smetta con questa pagliacciata! Devo dormire adesso. Sono stanco da non poter muovere un dito. Ho bisogno di chiudere gli occhi per dimenticarmi. Mi lasci in pace!
-Mi dispiace ma non posso fare un’eccezione per lei. I tre giorni sono scaduti. Queste sono le regole. Ecco la ricevuta! Oggi è venerdì, 27! E glielo dico con franchezza: noi non vogliamo ospitare per molto tempo persone strane, che dormono come morti per giorni interi. Anche gli altri clienti sono molto preoccupati. Lei deve prepararsi. Fra un po’ deve andare via. Se vuole, l’accompagniamo alla stazione dell’autobus.
L’impiegato finì il suo discorso con un sorriso maldestro che portò con sé quando andò via seguito dai due uomini.
L’egregio signore cercò di vomitare su se stesso, ma non era possibile. Uno strano pensiero lo spinse verso la porta, parlò ad alta voce:-Avanti!-, e la porta si aprì. Fuori aspettava la ragazza di prima.
-Non ho trovato nessuna pasticca per il suo sonno, signore. Ma vi auguro di dormire tranquillo per il resto della sua vita!
Chiese alla ragazza di andarsene. Lei non lo salutò, ma a lui poco importava il buon costume in quei momenti. Cosa stava succedendo?!
Si avvicinò di nuovo alla finestra, e questa volta non vide più i bambini, ma un gruppo di persone che si muovevano come ombre maledette. Tutti sembravano tristi, non parlavano, tenevano le lacrime strette negli occhi. Di volta in volta, qualcuno di loro alzava la testa, fissava la sua finestra e sospirava a fatica.
Il signore volle scendere giù. Le cose si dovevano mettere in chiaro una volta per sempre. E poi l’impiegato dell’albergo aveva detto esplicitamente che i suoi tre giorni erano finiti. Ma quei tre giorni per il signore erano solo due misere ore. Poco importava. La sua permanenza lì era finita, e lui sentiva un gran desiderio di dormire.
Scese per le scale, lasciando tutto intatto. Uscì fuori, entrò in mezzo alla folla, ma nessuno si accorse del suo arrivo. Lì fuori, soffiava un vento leggero, che accarezzava tutti, e a tutti dava un senso di piacere. Lui cercò di chiedere qualcosa, ma pensò che fosse scortese parlare in mezzo a tutti loro, che sembravano muti dalla nascita. Così si girò per vedere da vicino, da fuori, la sua camera, il suo finestrino. Ma davanti a lui non stava nessun albergo, c’era solo un piccolo cimitero che profumava, pieno di tombe e cipressi che si alzavano su, nel cielo. Gli scappò un sorriso stanco. Entrò nel cimitero, camminò per un bel po’ all’interno di esso, finche si senti veramente pronto ad andare a dormire dentro la sua stanza, come altre volte, sottoterra.

© Eris Rusi



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(1) Il ladro mattutino di Eris Rusi - RACCONTO
(2) Il sonno di un egregio signore di Eris Rusi - RACCONTO



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