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Uno strano caso di suicidio
di Marco R. Capelli
Pubblicato su PB1


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Domenica quattro Maggio millenovecentonovantasette il Milan, primo in classifica, fu sconfitto in casa dal Lecce a fine campionato. Diretto risultato di questo inusuale avvenimento, nonché di una curiosa serie di incidenti minori, fu una colonna del totocalcio quale non se n'erano viste da parecchio tempo.
La sera stessa, tornando a casa, Giuseppe Biondini di Fontanaluccia fu accolto da una piccola folla di compaesani festanti. C'era chi gli stringeva la mano, chi lo abbracciava fraternamente, chi gli sorrideva da lontano agitando il cappello Qualche ragazzino, perfino, si era arrampicato sul tetto sbilenco del capanno degli attrezzi. Ancora non lo sapeva, ma aveva appena vinto tre miliardi e ottocento milioni con una schedina da quattro colonne giocata al bar della crocetta per tremilaseicento lire.

Il giorno successivo Giuseppe Biondini si uccise, lasciandosi cadere dal Ponte sul Dolo, all'altezza di Rovolo. Chi assistette alla scena lo descrive come un fatto quasi banale, l’uomo scivolò nell’aria come una foglia morta, ruotando su se stesso un paio di volte. Quando si fracassò le ossa nel greto del torrente, quasi venti metri più sotto, non si sentì neppure un rumore. Tutti erano troppo lontani o disattenti e l’evento non provocò, fra i passanti, che un piccolo tamponamento senza conseguenze legali.

In molti si sono occupati della vicenda, giornalisti, investigatori, persino un telegiornale nazionale un po’ a corto di notizie. Nessuno è riuscito, tuttavia, a fornire motivazioni attendibili per un simile gesto.

Questo, o forse il desiderio di togliermi per qualche giorno di torno, spinse quello che, all'epoca, era il mio caporedattore a mandarmi in quel borgo sperduto tra le cime dell'Appennino Tosco Emiliano. Avevo tempo illimitato, budget ridotto ed il compito di “indagare sui fatti” o, se preferite, meno pretenziosamente, di fare qualche domanda in giro.

Dopo avere speso una decina di giorni guardandomi attorno, chiedendo, osservando e chiacchierando pigramente con le turiste che salivano dalla Garfagnana in cerca di sentieri solitari e romantici, dovetti arrendermi al fatto di essere ancora al punto di partenza.
Fu così che mi ritrovai, immerso nel silenzio di una sera di mezza estate, a fissare un cursore lampeggiante, senza avere la benché minima idea di come incominciare. Dopo una decina di “attacchi” cancellati alla seconda riga, mi resi conto che, se non cambiavo approccio, quello era un pezzo che non sarei mai riuscito a scrivere.
I fatti erano tutti lì, davanti a me, eppure continuava a mancare un legame, un filo conduttore che potesse annodare le premesse alla tragica conclusione.
Decisi allora che mi sarei limitato a riportare gli avvenimenti, così come me li avevano raccontati - cosa che nessun giornalista serio dovrebbe fare! - lasciando che ogni lettore provasse, se lo voleva, a formulare una propria ipotesi sul fatto.
Ciò che segue è, più o meno, quel che apparve all'epoca, su due colonne in cronaca locale.

Giuseppe Biondini, fu Fortunato, l'uomo suicidatosi dopo avere vinto quasi quattro miliardi al totocalcio, era padre di cinque figli.
A Fontanaluccia, il paese in cui era nato e dove aveva trascorso tutta la vita, era conosciuto come un uomo mite e riservato. Discendeva da una povera famiglia di contadini di lontane origini toscane. Ultimo di dieci fratelli, di lui si diceva che, alla morte del padre, tutta la sua eredità fosse consistita in un sacco di frumento ed una lampada ad olio, senza una goccia d'olio. Pure, era riuscito a garantire ai figli un'esistenza dignitosa lavorando duramente per tutta la vita. Come bracciante prima, spaccandosi la schiena fra ai campi di sasso dell'Appennino, come meccanico per biciclette e motocicli, poi.
La moglie, descritta come una donna graziosa, dai grandi occhi scuri, lo aveva però lasciato da molti anni. Era fuggita, così mi è stato detto, con un rappresentante Bolognese capitato chissà come da quelle parti. Nessuno ricordava esattamente l'anno, ma tutti concordavano sul fatto che si era alla fine di un’estate molto calda. I due avevano lasciato il paese di primo mattino su di una convertibile sportiva. Bianca, secondo alcuni testimoni. Beige, secondo altri. Giuseppe se li era visti passare davanti proprio al'uscita del borgo, mentre ritornava dai campi bilanciando la vanga sulla spalla, lei indossava un abito rosa che lui non le aveva mai visto ed aveva un fiore tra i capelli scuri mossi dal vento. Non l'avrebbe mai più rivista.

Ho incontrato gli amici del bar, Giuseppe Giannotti, detto "Tosco" per distinguerlo dall'amico, che in paese chiamavano "Pippo", il "Biondo" e "Ciclone". Se ne stavano, al solito, a giocare ai tarocchi alla Crocetta, il locale lungo la strada che porta su, fra i monti. Sedevano in un angolo, vicino ad una finestra semiaperta da cui filtravano pigramente la luce rossa della sera e l'aria odorosa di muschio del sottobosco, ma sembravano a disagio. Come se al gesto usuale del buttare le carte sul tavolo accompagnandole con una bestemmia, mancasse qualcosa che non poteva essere sostituito. Non appena mi fui presentato, il vecchio contadino che sedeva voltandomi le spalle si alzò, come sollevato, e, toccando la tesa del cappello con la mano a mo’ di saluto, mi indicò la sua sedia. Poi se ne andò zoppicando leggermente. Gli altri scossero la testa scambiandosi sguardi rassegnati. Era difficile, mi avrebbero spiegato poi, con aria complice, trovare un “quarto” per la briscola che valesse tanto quanto il Pippo. Dai loro discorsi, sussurrati tra un bicchiere di rosso e l'altro mentre la sera si faceva più scura, emergeva il ritratto annebbiato di un eterno ottimista. Un uomo semplice e convinto, sempre, che il meglio della vita fosse sul punto di arrivare. Ma sono testimonianze frammentarie e, sospetto, falsate dal troppo lambrusco. Ricordo che il proprietario del locale si limitò, alle mie domande, a scuotere la testa ridendo fra sé ed a passarmi un altro bicchiere di vino. Offerto dalla casa.

Anche i figli, ad uno ad uno, se n’erano andati di casa. Due dei maschi sono persino laureati, ed hanno lasciato il paese da molto tempo, il terzo possiede una fabbrica di fagioli in scatola più giù, verso la valle. Una delle figlie è maestra nella vicina Baiso, l’altra ha sempre condotto una vita equivoca, sotto molti aspetti. Si chiama Paola ma, in paese, tutti la conoscono come "La Lola". Questo una volta, però. Ora ha messo la testa a posto, dicono. Non mi accolsero scortesemente, devo dire, ma mi fecero capire che avevano già risposto a molte domande. E poi i loro avvocati li avevano consigliati di non parlare troppo, almeno sino a quando la causa per la divisione dell’eredità non si fosse conclusa. Il padre? In realtà lo vedevano poco. Sì, stava bene. Gli piaceva starsene da solo, nella sua casa di sasso, un po’ inclinata in avanti, perché la montagna, dietro, si è mossa negli anni.

La casa la si può ancora visitare, volendo. Si trova poco fuori paese, al limite di un boschetto di castagni vecchissimi, ma per arrivarci bisogna camminare, perché un paio d'anni fa una frana si è portata via un pezzo di strada, lasciando solo un letto di grossi sassi e fango. Il primo impatto è un po’ triste, colpiscono gli infissi caduti o pencolanti e l'erba, che cresce tra le crepe del marciapiede, tra i sassi e nelle grondaie bucate. Vista da dentro è però molto più accogliente. C’è una grande stanza al piano terra, con il soffitto basso e piccole finestre dai vetri piombati, da cui entra la poca luce che filtra tra le foglie dei castagni. Il camino di mattoni è un’unica macchia nera di fumo e di anni, ma quando è acceso mette allegria, così come il tavolo di legno grezzo, le sedie impagliate e gli oggetti allineati sulle mensole, i cinque piatti decorati nella credenza, il paiolo con l’acqua sospeso sulla fiamma. L’altra stanza, quella al piano di sopra con il grande letto ed il materasso di piume bucato, è molto più umida e fredda. C’è odore di muffa e, forse, piove dentro.

Appoggiata alla casa c’è una baracca di legno e pietre con un portone che non chiude bene, dentro ci sono degli attrezzi, una morsa, alcuni martelli arrugginiti. Dal vetro rotto entrano i gatti che vanno a giocare fra le ragnatele e la polvere, tanto lì non ci va più nessuno da quando, partito l’ultimo figlio, Giuseppe ha deciso di non lavorare più. Sotto una coperta, in un angolo, c’è una vecchia Guzzi "Ottobulloni", ma tutta arrugginita e coperta di polvere. La bicicletta invece non c’è più. Gliel’avevano rubata nell'ottantacinque e da allora Pippo aveva deciso che preferiva andare a piedi. Dicono in paese che sospettasse di uno di Pere Storte, la frazione oltre la diga, ma non aveva mai dato troppo peso alla cosa. Anzi, era solito sostenere che, quasi, gli avevano fatto un favore in quanto, con le strade di lassù e con la sciatica, presa lavorando nei campi, andare a piedi era certo un esercizio più salutare.
Anche perché non si allontanava mai molto da casa. D’inverno, nei giorni più freddi, non usciva proprio o, se usciva, arrivava al massimo alla Crocetta per una partita a carte. Un bicchiere di vino gli sarebbe piaciuto. Si vedeva, mi hanno detto, dal modo in cui seguiva con lo sguardo i compagni di gioco mentre portavano il bicchiere alla bocca e si asciugavano con il dorso della mano. Ma non aveva molti soldi e, come chi ne ha già pagati troppi, non amava far debiti. D’estate si spingeva poco più in là, arrivava, a volte, al fiume, oppure si perdeva tra i boschi sopra il paese in cerca di funghi da rivendere al mercato del Mercoledì.

E poi c’era il totocalcio. Quattro colonne, sempre le stesse da quasi trent’anni. Le copiava meticolosamente nel pomeriggio del Giovedì, seduto al tavolo del bar, vergando le “X”, gli “uno” e i “due” con mano paziente. Scriveva tre o quattro righe, poi si fermava, appoggiava la penna sul tavolo e controllava il lavoro svolto, stringendo gli occhi e allontanando il foglio dal viso. Infine rompeva la matrice della settimana precedente in otto o sedici parti e la lasciava cadere nel cesto dei rifiuti, uscendo per dirigersi verso la ricevitoria.
Il tabacchino non ha nulla da aggiungere in proposito, non è del paese e non conosce Giuseppe. Per lui era un cliente come un altro, cortese, tranquillo. Anche se, a volte, si presentava con manciate di monetine che non era in grado di contare da solo.
Ogni lunedì mattina entrava nel bar di buonora, salutava i pochi presenti e si fermava davanti alla vetrina a guardare la gente che passava sulla strada. E’ opinione comune che facesse così per dissimulare quel che davvero lo interessava. Infatti, dopo pochi minuti, iniziava a guardarsi attorno come se si aspettasse uno sguardo di rimprovero o una punizione. In realtà teneva d’occhio la Gazzetta dello Sport. La seguiva mentre, di mano in mano, si spostava dal bancone al freezer dei gelati. Quando, infine, la vedeva immobile su di un tavolo, si avvicinava con aria distratta e, finalmente, si sedeva spostando in silenzio la sedia. Poi, preso il giornale saldamente tra le mani, lo apriva con un sospiro. Qualcuno ha avanzato il dubbio che non avesse mai imparato a leggere. Che, per questo, cercasse proprio la Gazzetta dello Sport ed ignorasse sistematicamente gli altri quotidiani che, pure, riportavano la loro brava colonna vincente. Per testimoniare questo fatto qualcuno mi ha raccontato di averlo visto, un Lunedì di nebbia, rigirare disperatamente il sole ventiquattrore fra le mani cercando, fra tante colonne di numeri, la sola che a lui interessasse.
Ma queste sono pure illazioni, ed esulano dai fatti che, obiettivamente, vogliamo qui riportare. Aperto il giornale, dicevamo, cercava pazientemente l'unica pagina che lo interessasse e poi vi poggiava sopra la ricevuta della schedina e l’affiancava alla colonna vincente. Marcava pazientemente con un segno di matita i risultati sbagliati e ripeteva il controllo più e più volte, specialmente quando gli errori erano pochi e il risultato poteva essere un nove, un dieci o forse un undici. In quei momenti le più disparate emozioni trasparivano dal suo viso del tutto incapace di trattenerle. Sorpresa, meraviglia, dolore o delusione si alternavano rapide inarcando le sopracciglia e tormentando gli angoli della bocca. Poi richiudeva il giornale e la sua faccia ritornava quella vaga ed inespressiva di sempre. Con l’ombra di un sorriso triste sulle labbra, passava di fianco al bancone, infilava la schedina nel cappotto spelacchiato, salutava ed usciva nella strada. Di quelle schedine ce n’hanno mostrata una rimasta, chissà come, incastrata tra il registratore di cassa ed il bancone del bar. Un buontempone l'aveva esposta nella bacheca appesa alla parete, proprio sotto al ciclostilato con i risultati del "Torneo dei Bar". "La schedina di Pippo!" aveva scritto sul fianco con un pennarello indelebile dalla punta un po’ sfondata. Ma il proprietario del locale l'aveva tolta di lì quasi subito - "Non era divertente" mi ha detto, laconicamente - e l'aveva buttata nel cassetto del bancone.
I tratti erano rigidi e seghettati, il tipico scrivere incerto di chi ha dovuto, per tutta la vita, utilizzare le mani per ben altri scopi. Ma conservavano una loro eleganza d’altri tempi, se non negli "uno", ridotti a bastoni un po’ sghembi, almeno nelle volute strane dei “due” e delle “x”.

Di calcio non sapeva nulla, e questo è un fatto certo. Ignorava completamente cosa fossero fuorigioco e gioco a zona, probabilmente non conosceva i nomi delle squadre, certamente ignorava quelli dei giocatori. Quando, suo malgrado, si trovava nel mezzo di un gruppo che discuteva animatamente sul risultato dell'ultimo derby o sulla moralità della moglie di un certo arbitro, si limitava, se non gli riusciva di fuggire in silenzio, ad annuire gravemente, talvolta alzando le sopracciglia come chi abbia appena sentito qualcuno parlare di un fatto a lui noto ma ormai quasi dimenticato.

L’unica cosa importante nella sua vita era la schedina, ma non parlava mai con nessuno di questa sua passione, quasi come se fosse un vizio segreto, in un certo senso ai limiti della moralità.

Eppure una sera di molti anni prima, qualcuno gli aveva offerto da bere, così come si fa a volte nei bar, per ridere. E poi un altro aveva ripetuto l’offerta, e poi un altro ancora. Giuseppe aveva cercato di resistere, di non parlare, ma poi aveva finito col cedere alle lusinghe del vino e, prima di essere riaccompagnato a casa, aveva sputato fuori una gran folla di sogni confusi. Automobili sportive, donne e paesi lontani. Paesi che non conosceva e che non riusciva neppure a figurarsi come più grandi di Cerredolo o Montefiorino. Un’altra vita, sconosciuta ma certo migliore, sognata senza neppure sapere che cosa stesse sognando. Quella sera tutti avevano riso, ma nei giorni successivi avevano scoperto che a nessuno faceva piacere ritornare sull’argomento che era stato, lentamente dimenticato.

Il resto lo sapete tutti, il venticinque Aprile del millenovecentonovantasette, alle ore otto e trentacinque del mattino, Giuseppe Biondini di Fontanaluccia si è tolto la vita, inspiegabilmente.
Aveva appena vinto tre miliardi e ottocento milioni al Totocalcio, coronando il sogno di tutta una vita, dopo trent’anni di tentativi settimanali.
Nessuno è stato ancora in grado di spiegare il perché di un gesto cosi estremo, né, con grande disappunto del mio caporedattore, i giorni da me spesi ad investigare hanno portato alla scoperta di nuovi fatti significativi.
Posso solo sperare che quanti da me sopra esposto possa portare qualcuno, di acume superiore al mio, a giungere ad una conclusione. Se così fosse, sarei più che lieto di discuterne assieme.

...Ah, quasi dimenticavo, ma dubito che la cosa possa avere alcuna importanza, Giuseppe Biondini aveva, da pochi giorni, compiuto novantaquattro anni.

© Marco R. Capelli



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