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Passi falsi
di Cesarina Bo
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Passi falsi


Il professor Melotti uscì di casa quando le campane iniziarono a suonare il primo degli otto rintocchi. A dire il vero era già pronto da qualche minuto: il cappello in testa e in una mano teneva la valigetta mentre con l’altra stringeva la maniglia della porta, ma quello di uscire al primo rintocco era un suo innocuo vezzo. Come quello di non pestare le giunture dei lastroni di pietra che ricoprivano la strada: in quel modo la camminata era irregolare perché i passi non potevano avere la stessa lunghezza, senza contare quando scartava improvvisamente a lato per evitare, appunto, una di quelle giunture. Per nulla al mondo, poi, sarebbe entrato dalla porta che si trovava sul lato sinistro dell’edificio dove lavorava, anche se era la più comoda per raggiungere il suo ufficio.
Era impiegato presso una grande casa editrice ed il suo compito consisteva nel fare una prima cernita dei manoscritti che quotidianamente arrivavano: i lavori che superavano il suo esame sarebbero stati letti dai suoi superiori, poi quelli che passavano la selezione successiva dai superiori dei superiori e solo un paio, alla fine, giungevano sulla scrivania del gran capo. Si trattava di una trafila rigidissima e non c’era verso di evitarla. Il Melotti lo sapeva bene, avendo, una volta, accennato al capo d’aver sotto mano una raccolta di poesie veramente meritevole.
“Professore, qui non valgono le raccomandazioni: dovrebbe saperlo! Se la raccolta è meritevole non c’è dubbio che arriverà sul mio tavolo, ma, per favore, eviti certe uscite così... così… come dire?… meschine e che fanno poco onore alla nostra casa editrice!”
Quella di chiamare “nostra” la casa editrice era un’abitudine del proprietario che il professor Melotti mal sopportava: se fosse stata effettivamente “nostra”, pensava il professore, lui non avrebbe permesso di pubblicare certe schifezze che, invece, regolarmente uscivano con tanto di campagna pubblicitaria e recensioni su tutti i giornali che sfioravano il ridicolo tanto erano pompate e false.
Inizialmente, infatti, tutti i manoscritti che finivano sul suo tavolo erano regolarmente bocciati, fin quando era intervenuto il suo diretto superiore: “Caro Melotti, capisco la sua severità che sicuramente le fa onore, ma la prego, in futuro, di attenersi agli standard societari fissati a suo tempo: almeno il cinquanta per cento dei manoscritti che lei legge deve passare all’esame successivo. Se tutti facessero come lei non si pubblicherebbe nulla!”
“Sarebbe meglio” pensò, ma si trovò costretto a rispondere: “Come vuole, se queste sono le direttive mi adeguo. Sappia, però, che va a discapito della qualità.”
“Lei non si preoccupi, Melotti” rispose il capoufficio allontanandosi velocemente, quasi per evitare un’ulteriore replica.
Da quella volta si adeguò rigidamente agli “standard societari” senza concedersi la benché minima deroga. Così al lunedì mattino, quando trovava sulla sua scrivania i manoscritti che avrebbe dovuto esaminare nell’arco della settimana, procedeva a contare le buste, poi le mescolava con cura come fossero carte di un mazzo da gioco e infine, tenendo gli occhi chiusi, ne estraeva la metà, o la metà più una se erano dispari, mettendole da parte; le altre finivano nel mucchio dei lavori non degni di passare ad una successiva selezione.
Le lettere per gli autori dei manoscritti scartati erano già predisposte (una serie di frasi fatte in cui con garbo veniva comunicato che l’opera, pure essendo da un certo punto di vista interessante e sotto qualche aspetto anche meritevole, non rientrava nella programmazione della casa editrice, ecc. ecc.): si trattava, così, di inserire solamente il nome dell’autore e il titolo dell’opera in questione, lavoro che prendeva al professore pochi minuti e poiché questo compito gli procurava un’intima e sottile soddisfazione lo svolgeva sempre per primo.
Chiuso nel suo ufficio, dopo aver prudentemente sparpagliato sulla scrivania i fogli di uno qualsiasi dei manoscritti da esaminare, il professor Melotti trovava così il tempo per dedicarsi a quella che era la sua vera vocazione e che si era manifestata sin dall’adolescenza: l’aveva scoperta in seguito ad una cocente delusione d’amore che, se da un lato l’aveva per sempre allontanato dalle donne, dall’altro l’aveva iniziato al poetare. Ancora adesso, a trent’anni di distanza, si commuoveva nel rileggere quei suoi primi ingenui componimenti: gli occhi si riempivano di lacrime e la voce si incrinava mentre declamava a voce alta le sue poesie, passeggiando avanti e indietro per la stanza o, talvolta, stando fermo davanti allo specchio.
Quel mattino Melotti, dopo aver espletato la formalità del sorteggio del lunedì, rimase fermo con gli occhi chiusi a riflettere: pensò che era il giorno giusto per mettere in atto una decisione che aveva preso da qualche tempo.
Un segnale, di certo, era che nel tragitto casa-ufficio non aveva avuto nessun genere di contrattempo: tutte le giunture dei lastroni erano state evitate perfettamente, i due semafori che si trovavano lungo il tragitto erano divenuti verdi al suo approssimarsi agli incroci, l’uscita di casa era avvenuta in perfetta sincronia con il primo rintocco delle campane. Una serie di congiunzioni favorevoli che non potevano non essere di buon auspicio. Poi, rifletté, non poteva procrastinare oltre un’azione che avrebbe dovuto compiere già da molto tempo. Le sue poesie -quasi seicento- meritavano senza dubbio d’essere pubblicate e lette, anzi era un’azione delittuosa tenerle chiuse nel cassetto, un atto di puro egoismo.
L’altro segnale era derivato dalla lettura dell’ultima raccolta di poesie pubblicata proprio dalla casa editrice presso cui lavorava: se erano state pubblicate poesie di quel genere di sicuro sarebbero state pubblicate le sue che non erano neppure paragonabili a quelle lette per qualità e originalità. La sera precedente, infatti, mentre stava ultimando la lettura, aveva sentito montare dentro di sé una gran rabbia, tanto che lo stomaco gli si era chiuso e aveva provato le solite dolorosissime fitte. Chiamare quei lavori “poesie” era bestemmiare, trattandosi, per lo più, di parole messe a caso e intervallate –sempre a caso- con dei frequenti “a capo”. Sulla quarta di copertina, poi, aveva letto che l’autore, un giovanotto alla prima pubblicazione, aveva il diploma in ragioneria. Nell’apprendere questo dato aveva avuto un altro attacco d’ulcera: lui era laureato in Lettere e tra i numerosi esami aveva sostenuto anche quello, difficilissimo, di Retorica e Stilistica, senza contare la frequenza al lettorato di Prosodia e Metrica. Altro che diploma da ragioniere!
Confortato da tutti questi segnali il professor Melotti tirò fuori dalla cartella una grossa busta gialla contenente le poesie che, solo dopo molti ripensamenti, aveva scelto: trenta piccoli gioielli che, oltre ad essere delicatissime composizioni sull’amore, avevano la struttura degli acrostici. Sorrise immaginando lo stupore per quel binomio così originale e ardito: letteratura e gioco. L’aveva anche spiegato nella lettera di presentazione in modo che la cosa fosse ben evidente; si era spinto oltre e aveva parafrasato il binomio “letteratura-gioco” con il binomio “acqua santa-diavolo” giusto per rendere meglio l’idea. Sempre nella lettera aveva specificato che era autore di molte centinaia di poesie e aveva descritto in modo dettagliato il suo titolo di studio, specificando anche la frequenza a quel lettorato. Infine aveva firmato con uno pseudonimo ricavato dall’anagramma del suo cognome: Tom Elit. Aveva deciso in questo senso perché temeva, altrimenti, di essere danneggiato dall’invidia dei suoi colleghi; al momento della firma del contratto, però, avrebbe rivelato la sua vera identità e si sarebbe goduto lo sguardo ammirato e invidioso dei compagni di lavoro.
Verificò ancora una volta che tutto fosse in ordine prima di sigillare la busta, poi aprì la porta dell’ufficio in modo da controllare i movimenti del collega che svolgeva il suo stesso lavoro nell’ufficio posto di fronte al suo. Non appena lo vide allontanarsi, si infilò di soppiatto nella stanza e mise la sua busta in mezzo alle altre che ancora giacevano chiuse sulla scrivania.
Ora non gli restava altro che aspettare: il gran passo era stato fatto.
Nei giorni successivi cercò di spiare il collega. Una volta, addirittura, non resistendo oltre, si affacciò sulla soglia del suo ufficio e, cercando d’assumere un’aria naturale, chiese:
“Qualche cosa di meritevole tra le tue buste?”
“Niente di speciale, le solite cose. Nessun novello Leopardi dalle mie parti. E a te come butta?”
Melotti bofonchiò una risposta qualsiasi allungando il collo e cercando di localizzare la sua busta nel marasma di carte che invadevano la scrivania del collega. Sicuramente non l’aveva ancora aperta: ecco il motivo della sua deludente risposta.
Il venerdì successivo, mentre si recava alla macchinetta del caffè, fu attratto da un insolito tramestio attorno alla medesima: molti colleghi si accalcavano, si spintonavano e ridevano divertiti. Incuriosito si avvicinò e riuscì a scorgere dei fogli appesi sul muro, vicino alla macchinetta.
“Leggi questa! Pazzesco! Ma chi l’ha scritta? Un novantenne?”
Giordano, uno che lavorava al secondo piano, annunciò con tono solenne: “IO TI BACIO”, poi schiarendosi la voce iniziò a declamare:
Immergermi nel morbido tuo petto,
Oasi rigogliosa di desideri

Turbinio d'emozioni al tuo cospetto
Intimità di corpi veri

Brucia, nel calore della passione
Aromatico profumo di pelle
Come luce senza ragione
Illumina oltre lontane stelle
Onirici porti del mio amore
“C’è pure la rima alternata… Una sciccheria! Una vera e propria innovazione, direi…”
“Manca solamente la rima cuore e amore e, poi, sarebbe perfetta!”
Tutti scoppiarono a ridere e a darsi di gomito.
Melotti era impietrito come uno spettatore impotente davanti ad un film dell’orrore. Pallido, senza saper reagire in alcun modo, stava a sentire gli altri e ogni commento, ogni risata venivano impietosamente registrate dal suo cervello. Gli venne istintivo osservare che i fogli erano stati appesi malamente e fece violenza su se stesso per non avvicinarsi al muro per allinearli. Non sopportava quella mancanza di simmetria e gli parve un’ulteriore, gravissima offesa.
“Questa la leggo io… Fate silenzio, per favore. Mica è facile interpretare certe poesie così profonde…”
A parlare era stata la centralinista, una femmina procace e dai costumi libertini.
“Parla gola profonda…” disse il correttore di bozze. Tutti ridacchiarono e la incitarono con un applauso. Fu un susseguirsi di “shssssssssst” e alla fine la donna soffocando il riso iniziò a leggere con fare drammatico: “TERRORE D’AMARE”.
Alcuni finsero di rabbrividire e la donna sorrise soddisfatta per il risultato ottenuto; aspettò che venisse fatto di nuovo un po’ di silenzio prima di iniziare la lettura.
Tormentano il mio essere
Esplosioni d'emozioni conosciute
Raccolte in angoli oscuri
Rannicchiate
Otri impolverati tracimano
Riversando plasma sentimentale
Entropia del desiderio

Dubbi del passato
Ideizzo in mente asettica

Ancora lo stesso film?
Musa perfora i legami
Adesso voglio rinascere
Riesuma il mio cuore
E lascialo volare.
Nella foga della lettura la donna aveva detto tracimàno suscitando ulteriori risate nel gruppo e lei aveva sorriso soddisfatta pur non capendo il motivo.
“Non è piana, stupida! E’ sdrucciola! Sdruc-cio-la!” avrebbe voluto urlare il Melotti. Invece aveva dovuto morsicarsi la lingua per non correggere quel grossolano errore e rimanere zitto: un suo intervento avrebbe solo destato dei sospetti. Cercò di estraniarsi e prese ad osservare le persone di quel gruppetto. Notò la scarpa slegata di Giordano, la piccola macchia di unto sulla camicetta dell’impiegata, il velo di forfora sul colletto del collega che aveva appeso le sue poesie e trovò un po’ di conforto in quei particolari che, subito, gli erano saltati all’occhio. Intanto, in maniera ossessiva, continuava a ripetere dentro di sé: “tracìmano… tràcimano…” non riuscendo più a stabilire, con la sua solita sicurezza, la posizione dell’accento tonico; era incerto se si trattasse realmente di una sdrucciola o se fosse una bisdrucciola.
“E’ tutta colpa loro! Io...io…io, prima, lo sapevo…”, e nel pensare a questo sentì gli occhi inumidirsi pericolosamente, mentre il petto si sollevava e si abbassava per l’affanno che l’aveva colto.
“Ce n’è ancora una. Chi la legge?” chiese Giordano quasi soffocando per il gran ridere.
“La leggo io, questa… Anzi, la imparo a memoria e stasera la dedico a mia moglie, prima di mettermi a tavola” disse con tono scherzoso uno che lavorava da qualche anno in amministrazione e che si era sposato da poco.
“Rischi che chiami quelli della Croce Verde e subito dopo voglia il divorzio…”
Un coro di risate accompagnò la battuta fatta dal capoufficio di Melotti.
“Verissimo, però fatemela almeno leggere. Da giovane ho fatto l’attore! State a sentire…”
Il tizio si mise una mano sul cuore e assunse un’espressione serissima, iniziando a recitare con tono di voce enfatico, alternando alle strofe pause e sospiri.

“TI AMO”
Trovarmi sotto la pioggia a ballare
Inebriato dalla gioia dell’amare

Ascolto i battiti del cuore
Melodie passionali dell’amore
Ogni istante io e te.
Terminò con un plateale inchino tra le risate e gli applausi dei presenti.
Melotti si ritrovò ad applaudire meccanicamente per non destare sospetti e fu l’ultimo ad allontanarsi dalla macchinetta del caffè quando, ormai, il gruppetto si era dissolto.
Quello di appendere al muro opere particolarmente mal riuscite era una consuetudine diffusa tra i lettori di quella casa editrice: lo chiamavano il muro degli orrori e quasi tutti i giorni qualcuno appendeva “un orrore”. Era una sorta di gara dove vinceva chi appendeva il lavoro peggiore.
Chiuso nel suo ufficio, tremante per l’affronto subito, il professore cercò di fare ordine nei suoi pensieri. La cosa più importante era riprendersi il suo materiale perché non poteva permettere che rimanesse nella mani di quelle persone così stupide e incapaci: non voleva che le sue poesie venissero infangate un’altra volta, non l’avrebbe sopportato.
Seduto alla sua scrivania attese che a fine giornata i colleghi uscissero. Quando fu sicuro d’essere rimasto solo andò al muro degli orrori camminando con lentezza e piegato in avanti per le acute fitte che sentiva allo stomaco, simili a morsi feroci, e staccò, stando attento a non sgualcirli, i fogli con le sue poesie. Passò poi nell’ufficio del collega e prese la busta contenente i suoi lavori: la strinse forte contro il petto e gli sembrò così di provare un po’ di sollievo. Uscì, sempre tenendo la busta stretta al petto, e camminò verso casa con piccoli passi strascicati pestando rabbiosamente tutte le giunture che gli capitavano sotto i piedi: “Maledette! E’ tutta colpa vostra! Io non vi ho mai pestato e a cosa è servito? A niente! Niente, niente, niente!”. E incurante degli sguardi della gente procedette a zig-zag, come fosse ubriaco, per pestarle tutte, ma proprio tutte.

© Cesarina Bo



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