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Storia di Seta
di Cristiana F.
Pubblicato su SITO


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"Si può essere artisti soltanto se si ha un dolore perpetuo da raccontare, se si ha un malessere insito nell'animo che dalla nascita ti accompagna finchè vivi."
Io ce l'avevo.
E ce l'aveva anche lui.
Lo vedevo tutti i giorni arrivare da nord, percorrere -andatura sensuale- l'ultimo tratto di spiaggia, fermarsi d'improvviso di fronte al mare e, immobile, per un periodo piuttosto prolungato, restare lì e parlare.
Al mare.
E il mare, da parte sua, sembrava rispondergli con estremo rispetto, ritirando e avanzando le sue onde appena un attimo prima che arrivassero a bagnargli le scarpe bianche e verdi modello Bikkembergs.
Il pittore parlava al mare e io restavo a guardarlo, rapita da quel suo atipico essere altrove anche nel preciso istante in cui parlava con me.
Con lui intrattenevo discorsi fatti di sguardi lanciati di traverso, un rapido incrocio d'occhi iniziati e conclusi in un battito di ciglia.
Mi piaceva.
Era quel tipo d'uomo che non sai mai se ti prende per il culo o dice sul serio.
A me probabilmente mi prendeva per il culo.
Di tanto in tanto mi guardava con intensità, le volte in cui c'eravamo fermati a scambiare due parole mi aveva riempito di complimenti che il giorno dopo aveva già dimenticato, lo conoscevo da sempre e lo ammiravo.
Mi piaceva il suo modo di essere, il suo modo di fare, le maniere gentili e premurose che spesso mi ricordavano mio padre e il suo saper parlare di ogni cosa e di ogni cosa farne tesoro ed arte.
A lui piacevano i miei testi, non tutti magari ma molti li apprezzava sul serio e di questo gliene ero grata.
-Hai niente per me?
mi diceva a volte quando ci incontravamo del tutto casualmente.
Intendeva sapere se avevo qualcosa di nuovo da fargli leggere.
Ultimamente la mia ispirazione se n'era andata a puttaneggiare in giro per il mondo e chissà quando sarebbe tornata, lui mi consolava dicendo che era normale, che a volte si ha una specie di "assuefazione dell'arte" e allora bisogna staccare un po' la spina e tenersi ad una certa distanza da queste cose e che in ogni caso non bisogna stare lì ad aspettarla l'ispirazione che sarebbe arrivata da sola al momento opportuno.
Aveva ragione.
Quando ormai erano trascorsi sei o sette giorni, tornava dirompente come al solito e allora scrivevo fino a che non iniziavano a dolermi le dita e il giorno dopo lo riempivo di fogli stampati e fissati con una spilletta sul margine sinistro.
Alto.
Per "le donne dei films" mi aveva regalato uno sguardo d'ammirazione, effettivamente i miei raccontini cominciavano a prendere una certa consistenza e forse si facevano un po' più maturi, in quei momenti ero soddisfatta di me stessa scrittrice, in tutti gli altri invece continuava ad essere una tragedia.
A ventisei anni non avevo ancora capito cosa volevo fare nella vita, sarei stata scrittrice, pittrice e musicista, pilota di jet e pattinatrice, avrei insegnato alle elementari e alle medie avrei dato dei brutti voti a tutti.
Sergio lo sapeva quanto ero ingarbugliata e strana ma sembrava non farci troppo caso.
A lui, semplicemente, non fregava un cazzo di chi o cosa io fossi.
A me importava lui invece.
Ero praticamente pazza di lui, solo che lui non lo sapeva e nemmeno se ne sarebbe mai accorto se un giorno non avesse avuto la splendida idea di baciarmi.
Così, di punto in bianco, e senza nemmeno prendersi la briga di avvisarmi.
E io, deficiente come poche donne al mondo, gli dissi, in preda al panico, di punto in bianco e senza nemmeno dargli un sentore, che sarei potuta innamorarmi di lui nel giro di due giorni appena.
A me prese un colpo.
Non è che disse qualcosa, non è che si avvicinò gentilmente e come fanno nei films
gli uomini iniziano ad avvicinarsi a quell'assurda e lenta velocità che ti dà il tempo di realizzare cosa sta succedendo, no, lui mi prese per un braccio, mi tirò via da tutta quella gente che avevamo intorno mi sussurrò all'orecchio che aveva voglia di fare l'amore con me mi baciò.
"Deficiente" pensai mentre mi scioglievo letteralmente squagliata addosso a lui, "Deficiente tu e deficiente io" ma se dico che era quello che avevo sempre sognato capirete.
Andammo avanti per mesi così, fidanzati per il tempo di un bacio, single subito dopo e per il resto dei giorni prima di un nuovo altro.
Probabili/improbabili amanti malcelati agli occhi di chi ci stava vicino.
Sergio era sposato, separato, convivente.
Il mio ragazzo si chiamava Block.
Block Notes.
Io ero fidanzata con un pc, nel senso che le uniche parole d'amore le dedicavo agli anemici files del bloc notes del mio computer.
Proprio il block notes si, non il winword o cos'altro no, proprio il block notes, con quei suoi colori bianchino e azzurrino che mi piacevano tanto.
Sergio amava tutte e non amava nessuno.
Io amavo Sergio e tutto il resto contava ben poco.
Ovviamente non mi prese sul serio quando gli dissi che di lui mi sarei innamorata e non mi prese sul serio nemmeno qualche tempo dopo quando gli lasciai un messaggio chiaro e conciso su un foglietto di carta che gli sarebbe volato dritto in mano alla prima occasione.
Sopra c'era scritto Ti Amo, proprio così, con la "T" e la "A" grandi e niente di più.
Non mi prese nemmeno sul serio dopo, quando gli dissi che io, a casa sua, ci sarei potuta morire.
Non mi prese sul serio mai.
Continuò, per i quattro mesi successivi a quel primo bacio, a chiedermi soltanto i pezzi che scrivevo e giorni di sesso sfrenato.
I pezzi glieli davo.
Il resto no.
Non è che non mi sentissi pronta, anzi e poi ne avrei avuto una gran voglia, è che davvero mi sentivo presa per il culo ogni volta che avvertivo troppo vicino la sua presenza.
Sergio non era fatto per innamorarsi e da parte mia, andare a letto con una persona che non mi ama era il dispetto più grande che potessi fare all'amore.
Ero combattuta: da una parte Sergio, dall'altra il rispetto per me stessa.
Sergio era sempre bellissimo dentro le sue scarpe bianche e verdi marca Bikkembergs, sempre ben vestito e odoroso di buono, sapeva di mirra, io non ero altro che una ragazzina spaurita coi capelli sempre all'aria e il culo troppo grosso, non mi capacitavo del fatto che uno come lui volesse proprio me.
Era questo che non mi andava giù e qui risiedeva la mia ragione di sentirmi presa per i fondelli.
Avevo idea che volesse scoparmi tanto per appuntarsi il numero sul suo taccuino ormai pieno zeppo di mille altri numerini, io invece, io con lui ci sarei andata solo se avessi scoperto che mi amava.
E poi era uno stronzo.
Mi chiamava, diceva che sarebbe passato a trovarmi poi non lo sentivo più per una settimana ed io stavo ancora ad aspettare che passasse con la sua superautosuperlusso per darmi un passaggio verso casa.
Spesso i deficienti tornavano ad essere due, come quella volta che prima di arrivare sotto casa, percorse gli ultimi cento metri fermandosi ogni paio per darmi un bacio sulle labbra.
Ridemmo come scemi quella volta e davvero quella volta pensai a quanto l'essere umano può essere ridicolo quando s'innamora e a quanto io l'amavo.
Ci furono dei periodi in cui sparì per giorni, un mese intero in cui sapevo di lui solo tramite terze persone e solo perchè casualmente si andava nel discorso.
Non ero mai io a chiedere, le cose mi venivano dette.
Ed io reperivo le notizie.
Acquisivo che era nel buco del culo del mondo a vagabondare con gli amici e/o compagna, acquisivo che era in ferie, acquisivo che era in montagna, insomma acquisivo ogni giorno che ero un'imbecille.
Imbellevo più che mai.
E non ne potevo più, nè di imbellere perdendomi mille occasioni di esplodere in danze erotiche con lui, nè di significare per lui poco più di niente.

Successe una sera.
Mi aveva promesso di accompagnarmi a casa.
Il mio equilibrio mentale ormai compromesso non sarebbe mai riuscito a rafforzare ulteriormente l'idea dell'offesa contro l'amore.
Fine ottobre, pioveva e il terrore che rimanessimo impantanati in mezzo a qualche campo stava prendendo il sopravvento.
E lo prese alla grande, gli dissi che se non mi avesse portato a casa avrei preso a gridare come una matta.
Allora, scocciato e deluso svoltò verso casa, salvo poi deviare all'ultimo momento verso una zona di campagna poco frequentata.
Successe quella sera.
Non prima che gli avessi servito il mio terrore di rimanere infilzata nel fango, all'interno della superautosuperlusso, su di un piatto d'argento.
Sorrise canino.
Canino si, proprio canino, nel senso che nel sorriso lasciò sporgere i due canini fuori dalle labbra
e mi disse:
-Quest'auto ha quattro ruote motrici, non rimarremo impantanati stai tranquilla.
E io risposi scandendo bene le parole:
-E allora, visto che quest'auto è superlusso ed ha quattro ruote motrici, già che c'eri potevi fartela più grande oppure attaccarci una roulotte, o almeno evitare i sedili di pelle, che ok che siamo a ottobre ma si appiccicano lo stesso alla pelle del mio sedere.

Era ottobre, l'inverno alle porte.
A braccetto con l'inferno.
Belzebù mi guardava satanico lì fuori, occhi incollati al finestrino.
Strabici.
Mr Canino prese a baciarmi fregandosene altamente del tipo rosso e nero fuori.
Glielo dissi che avevo paura.
Se ne fregò.
Effettivamente come poteva capire il senso della mia paura di perderlo se non l'avevo mai avuto?
Sergio era di nessuno.
Io che volevo cambiare con le parole il mondo non l'avevo ancora capito.
Io e i miei bastoni della pioggia, e l'incenso e le candele profumate e i rituali con i cristalli, io credevo di farcela sul serio.
E avevo tagliato i capelli solo per cercare di darmi un aspetto migliore, salvo poi il terrore che a lui non piacessero.
-Stai carina così, sei proprio una gran figa
disse invece.
Ebbi sentore di fregatura.

Insomma fu nel mentre della prima volta (cioè non era la mia priva volta in assoluto, ero già vecchiotta all'epoca, avevo 26 anni, intendo dire la mia prima volta con lui) che immaginai quando e come fosse stata la sua prima.
La prima-prima però.
Immaginai che ne doveva aver baciate parecchie di donnine allo stesso modo in cui baciava me.
Lui non aveva 26 anni.
Non lo so quanti anni avesse, so che era nato a febbraio.
Un giorno tra i primi dieci di febbraio.
E io lo amavo pure se s'era scopato mezzo mondo e se si fosse scopato l'altro mezzo il giorno dopo.
A me bastava un momento con lui e il resto non contava più niente.
Come ho già detto.
Ero un imbecille.
Innamorata.
Persa.
Imbecille.

Mi portò a casa un'ora e mezza dopo.
e di quella sera ricordo una cosa o due.
1) gli dissi ti voglio bene e lui rispose "anch'io" - questo non me lo scorderò mai -
2) il suo odore addosso a me

Non ricordo nemmeno cosa successe dopo, cioè nei giorni immediatamente dopo quelli, forse ci sentimmo, forse mi raccontò che era stato bene, certamente gli dissi ancora che l'amavo e scrissi.
Scrissi come un'ossessa in quei giorni.
Inni e canti e poesie che andrei a rileggere se non fossi così sicura di non tentare il suicidio subito dopo.
Ad ogni modo, scrissi.
Raccontando i particolari e stupendomi delle cazzate che tiravo fuori un po' alla volta.
Io, l'unica cosa che avevo sentito era amore.
Amore dentro di me e verso di lui.
Ed ero felice di questo, ed anche abbastanza sicura che non l'avrei più sentito nè rivisto.
Poi mi disse che era stato bello seppure scomodo e che voleva riprovarci e io avevo di nuovo addosso quella malefica paura.
Ma lui, di nuovo, non capì.

Era d'inverno.
E scrissi.

E un giorno andai a casa sua.
Non proprio una casa ma qualcosa che gli assomigliava.
Un bagno e una stanza col camino di cui avrò scritto millemila volte.
E un "pianodisopra" con le persiane e tutto, che davano sui giardini della città vecchia.
E mille colori dentro la stanza, mille quadri e fu lì, e fu quella volta che piangendo glielo dissi che lì, io ci sarei potuta morire.
Gli raccontai poi la storia della piccola fiammiferaia di nome Seta, che non aveva venduto cerini fino a che non era morta di freddo per strada ma che era stata violentata a 6 anni e dai 14 fino ai 16 aveva preso schiaffi e insulti ed era stata anoressica fino a svenire, e aveva un padre che non camminava e una mamma col cuore un po' scassato e un fratello che le aveva rinfacciato sempre di trascorrere giornate intere davanti al pc piuttosto che andare in cerca di lavoro.
E che alla fine però ce l'aveva fatta.
Ed era diventata quello che aveva sempre desiderato.
Anche se un po' tonta.
E il pittore mi parlò dei suoi quadri e del suo essere artista perchè aveva dei dolori da raccontare e che forse li avevo anche io perchè scrivevo belle cose.
E che ero una bella persona, intelligente perchè sapevo usare le parole.
E non solo.
E quel non solo seppe un po' di fregatura.
Io avevo 26 anni, lui 60 immagino, ed ero la persona più felice della terra addosso a lui, col suo profumo intorno, col suo odore dentro.
Scrissi.
D'inverno.

Scrissi che avrei voluto passare tutta la vita addosso a lui, proprio come lui aveva detto a me.
Lui dentro me aveva detto:-"Rimarrei tutto il giorno così"
e io avevo risposto "Stiamoci tutta la vita"
e lui aveva detto "Si"
e questo non me lo dimenticherò mai, non me lo dimenticherò finchè avrò vita.

E un giorno mi chiamò alle undici della mattina. Il giorno prima ero stata poco bene, l'avevo visto un attimo la sera prima ma mi mancava ugualmente.
Quel giorno ero felice perchè sentivo che l'avrei rivisto ancora.
E lui chiamò per dirmi:
"Ieri non te l'ho detto perchè... be', perchè non era il momento giusto per dirtelo, non stavi bene e poi, e poi a che cazzo sarebbe servito dirtelo? Sono all'aeroporto di Roma, sto partendo, sto via due settimane... Ecco, adesso se vuoi puoi anche stare male."
Voleva dirmi che mi aveva risparmiato un giorno di sofferenza.
Compresi e piagnucolando risposi
"Ma tu mi vuoi bene?"
disse:"Si"
ma fu un "si" che mi lasciò perplessa.
E allora scrissi.
Gli scrissi.
Gli parlai di come i tramonti mi affascinavano e di come lui stesso era simile ad un tramonto e di come fosse il mio tramonto migliore e di come fosse gabbiano di questo tramonto e di come fosse gabbiano e tramonto tutto insieme.
E mi sentii felice perchè quella frase "Ecco, adesso se vuoi puoi anche stare male" la porterò con me tutta la vita e non la dimenticherò mai.

Dal viaggio portò con se due cose.
1) Un sms con su scritto "Ho letto e riletto le tue cose, scusami se non prima ma ti bacio ugualmente"
e io risposi "Non sono più sola"
2) Una frase detta a voce il giorno che c'incontrammo dopo il suo ritorno e più precisamente questa: "Mi sei mancata, sai che ti sento molto più vicino adesso?"
Il mio cuore strabuzzò gli occhi, Belzebù tossì e divenne rosso intero, gli angeli suonarono le campane a festa, le stelline sopra la mia testa girarono vorticosamente e dissi:"Più che me ti sarà mancata questa" e lo dissi indicando quella che volgarmente gli uomini chiamano "figa"
"No" fece lui dolcemente "Non lo vedi che non ti sto nemmeno toccando?"
"Dici sul serio?" mi venne da azzardare
"Io non le dico le cose se non le penso"

E quella frase:"Sai che ti sento molto più vicina adesso?" quella frase mi risuona ancora nel cervello e nel petto e non me la scorderò mai.
Massima espressione di un amore che non vuole spiccare il volo, nè vivere veramente.
La sua dichiarazione per me...
Che non dimenticherò mai.

E io scrissi.
E smisi solo quando non mi accorsi che era di nuovo sparito.
Ma ci incontrammo ancora e ancora e vivemmo ancora ore l'uno dentro l'altra e ci baciammo e sfiorammo e leccammo e gli dissi "Ti amo".
Glielo gridai.
Rispose: "Si".
E fu una presa per il culo.

E piansi.
Piansi sul block notes e su una canzone che prima di accompagnarmi a casa mi fece sentire e che faceva pressappoco così:

Bella,
che ci importa del mondo,
verremo perdonati te lo dico io
da un bacio sulla bocca un giorno o l'altro
ti sembra tutto già visto tutto già fatto
tutto quest'avvenire già avvenuto.
Scritto, corretto e interpretato da altri meglio che da te
Bella, non ho mica vent'anni, ne ho molti di meno
e questo vuol dire capirai, responsabilità perciò
Volami addosso comunque vada
volami addosso qualunque cosa sia
e abbraccia la mia giacca sotto al glicine e fammi
correre
e parla piuttosto che tacere
e domanda piuttosto che aspettare
stancami
e parlami
abbracciami
fruga dentro le mie tasche poi perdonami
e spiegami
tutto questo tempo nuovo
che arriva con te.

E ci morii sopra a questa canzone.
E al suo sorriso dolce
E al mio imbecille "Ti Amo" con la "T" e la "A" grandi.
E scrissi ancora.

E ho scritto per giorni ed anni fino a che non ce l'ho fatta più a sentirmi imbecille e gli ho fatto notare che non aveva più voglia nemmeno di passare a salutarmi e lui mi ha chiamato chiedendomi se avevo finito di dire stronzate e dicendomi che lui si, era stronzo ma io le stronzate le scrivevo.
E allora gli ho anche attaccato il telefono in faccia ed ho scritto.
Gli ho scritto:
"Il non sentirti, il non vederti, il non sapere dove sei, dove vai, come ti senti, cosa provi, questo è quello che ti chiedo e se queste sono stronzate allora sappi che io ci vivo di stronzate.
Spiacente di sapere che non conto un cazzo per te, anzi si, un cazzo si.
Solo quello."
E poi continuava ma non avevo più credito sul cellulare ma più tardi ho aggiunto - e lui non l'ha mai saputo- che:

"Mi dispiace di averti risposto male, di averti pensato male e di non averti detto quello che ho pensato ieri quando ho scritto.
Non voglio che porti un brutto ricordo di me.
Potresti avere le tue ragioni, che sono comunque buone perchè sono le tue e io a questo non ho pensato.
Ho pensato solo ad accusarti.
Ad accusare te, che invece sei la persona più dolce del mondo e che quando ho avuto davvero bisogno di qualcuno che mi stava a sentire c'è sempre stata..
E ci sto male a pensare che se da adesso non ti vedo più magari ti porti dietro la mia brutta voce, il mio brutto isterismo, il mio brutto e petulante cercarti.
Porta invece quello che ho scritto ieri e che non leggerai mai perchè ho deciso di buttarlo via.
Era la cosa più bella che avessi mai scritto e dedicato.
Ed era per te, come i mille fogli che ho sparso in casa per rilegarli e farne un libro che sarà soltanto mio.
Nessun editore, nessun curatore, nessuna introduzione.
Ieri ho smesso di scrivere.

Perchè ho girato e rigirato le parole.
E mi sono tornate indietro violente.
Io, ingenua come sono, credevo di cambiarlo questo mondo.
Con le parole, capisci?
Credevo di poterlo ricostruire questo mondo fatto di te.
E invece ho sbagliato tutto dall'inizio.
Questa meravigliosa cosa non è mai stata per me, lo sapevo, lo so adesso con maggior certezza e minor fede.
Ci ho provato a farla diventare mia ed è stato un disastro.
Volevo un ricordo speciale di te e quasi esclusivo, non l'ho avuto.
E non parlo di un quadro dipinto.
Quelli li lascio alla gente comune.
Io non sono "la gente comune", e sebbene qualcosa di speciale ce l'ho anche adesso, avrei voluto per me, di te, ben altro.
Avrei dovuto anche dirtelo e non l'ho fatto.
Ho sbagliato anche questo.
E allora smetto di scrivere perchè qui finisce quello che ho da raccontare.
Ti smetto di dosso, scrollandomi.
E fa male.
E mi scrollo con te le parole.
Non ho più un buon motivo per riempire un foglio di lettere.
Io senza parole ci posso stare è senza di te, che non voglio più vivere.
Perdonami, perdonami amore mio per non averti detto quanto male mi facevi e perdonami per non averti sorriso di più quando sotto casa, guidando, mi baciavi, perdonami per non esserti saputa stare lontano e per non esserti stata più spesso vicino.
Perdonami perchè ho saputo darti solo parole.
E perchè queste sono le ultime.
Ti Amo."

© Cristiana F.



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