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Le mani del pianista
di Paola Bergamelli
Pubblicato su PB15


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Mi svegliai con le mani e i piedi legati.
Un odore metallico mi pervase le narici fino a perforare il cervello, come se fosse un chiodo arrugginito che entrando devasta le membrane che incontra. Capii che era giorno, ma non mi riuscì di aprire le palpebre, ricordavo esattamente che cosa era successo la sera prima, di calci e di pugni ne avevo presi a bizzeffe, ma mai con una spranga di ferro in mano a tre uomini incazzati come iene. Ogni volta che vedevo la spranga in alto percorrevo la traiettoria col pensiero per indovinare dove mi avrebbe colpito, la pensavo sempre sulle gambe e già pensavo a quanto sarebbe stato difficile correre, scappare con una gamba fratturata, invece, quei tre energumeni preferivano lo stomaco, perché a loro piaceva vedere il sangue che, salendomi dalle viscere, sputavo ad ogni colpo. Rimasi molto sorpreso dai loro sguardi. Si divertivano, facevano delle battute sul mio conto, sul fatto che fossi albanese, e quindi paragonabile solo ad un escremento di cane, sul fatto che non avevo cervello se mi ero permesso di non rispettare i patti, ma la parte che li divertiva di più era la fine: non ne sarei mai uscito vivo. E questo per loro era davvero molto divertente.
Cercai invano di muovere i polsi, uno doveva essere rotto, se non rotto almeno slogato perché non riuscivo a muoverlo senza urlare dal dolore. Sentivo il pavimento gelido sotto il palmo della mano, e cercai di offrire il polso a quella fonte di gelo in modo che potesse alleviarmi anche di un minimo la sofferenza. Solo un’altra volta nella vita mi ruppi un polso cadendo da un albero. Ero ragazzino, già suonavo, ero salito sul ramo più alto solo per dimostrare a me stesso che lo sapevo fare, di sotto niente ragazzine adoranti, niente compagni di classe acclamanti, niente genitori impazziti dalla paura, solo un cane, nemmeno lui ha capito perché l’ho fatto, ma lo ringrazio per essere andato ad abbaiare sotto la finestra di casa mia per attirare l’attenzione di mia madre, dopo avermi visto piombare al suolo con un tonfo sordo. Tre settimane di gesso, il saggio di fine anno annullato. Di quel periodo non ricordo né il dolore al braccio né le urla del mio insegnante, ricordo solo i tasti muti del pianoforte che senza di me erano incapaci di parlare. Seguitavo a scusarmi con, a pregarlo di perdonarmi, in fondo era stato un incidente, non era stato voluto, il silenzio che avevo in risposta alle mie preghiere era disarmante e i sensi di colpa erano infiniti. Da quel giorno non ho mai smesso di parlargli, era un modo per mantenere un contatto, non volevo che pensasse che lo “suonavo” e basta, volevo fargli capire che, essendo una parte di me, doveva essere costantemente aggiornato sui miei stati d’animo e sensazioni. In realtà credo che nessuno mi conosca intimamente come il mio pianoforte, se fosse qui ora, dovrei ritornare a scusarmi per l’impossibilità di suonare a causa del polso. Cominciai a sentire un leggero sollievo anche se, causa la posizione contorta che avevo assunto, ero tutto intorpidito e mi sentivo un formicolio all’altro arto. Provai a girarmi su un fianco in modo da avere entrambi i polsi liberi dal peso della schiena, ma nell’attimo preciso in cui ruotai il busto, subito un conato di vomito mi fermò il respiro. Mi bloccai immediatamente nell’attimo prima e tentai un’improvvisa apnea per calmare il senso di vertigine che mi era salito dalla bocca dello stomaco. Lentamente, molto lentamente mi girai sul fianco e, nonostante il puzzo infermale, riuscii a non rigettare e calmai respiro e battito cardiaco. Dovevo essere ferito alla coscia destra perché ora, in questa posizione, avvertivo un bruciore che prima non sentivo. “Bene” mi dissi “vedi che comunque sono riusciti a metterti fuori gioco per la fuga”. Già, la fuga, come sarei riuscito a tirarmi fuori da lì vivo? Cominciai a valutare tutte le possibilità, ma dopo poco, forse a causa dello sconforto, mi ritrovai a pensare ai momenti piacevoli passati, quando mia madre faceva il pane in casa e tutti i miei amici facevano a gara per essere invitati a pranzo. Mia mamma lavorava all’ospedale di Tirana, capitava spesso che avesse i turni di notte e così una volta rincasata, prima di mettersi a letto, infornava il pane. Così mi svegliavo con il profumo di pane che lievitava nel forno tiepido, erano le mattine in cui tutta la casa sapeva di pane, del suo calore, del suo colore, del suo sapore. Non aspettavo neppure che si raffreddasse, spesso mi scottavo la lingua, ma mi piaceva addentare la crosta esterna dorata e croccante e trovare la mollica tenera e calda all’interno. Faceva sempre quattro o cinque panini piccoli piccoli da portare a scuola o al Conservatorio e io, da bravo bambino, li condividevo con i miei compagni. Scuola e Conservatorio rimangono gli anni più sereni della mia vita, senza preoccupazioni senza problemi per la testa, studiavo e suonavo dalla mattina alla sera, avevo molti amici ma non mi concedevo molte distrazioni perché il mio divertimento preferito era suonare. Ovviamente tutto ciò avveniva prima della guerra. Certo, la guerra aveva cambiato molte cose; palazzi messi a fuoco, vetrine di negozi in frantumi, molte scuole chiuse, ragazzini armati di pugnali, ragazzi in prigione. Le mani che fino a pochi giorni prima servivano a sfornare il pane, a battere sul ferro, a costruire case, a disegnare, a suonare ora erano impiegate ad imbracciare un fucile o una spranga. Le mie mani invece no, le conservavo immacolate, non volevo che conoscessero altro che i tasti del piano, non le vedevo in nessun altro luogo, in nessuna altro contesto. Mi servivano per coltivare il mio grande sogno: suonare alla Scala, in Italia, terra di possibilità, di benessere, di cultura e di musica, dove tutti i sogni diventano realtà. Tutti i giovani albanesi vedono l’Italia come Pinocchio vedeva il paese dei balocchi, forse sapevamo che non era esattamente così, ma la speranza e il desiderio di avere un lavoro vinceva sulla realtà. Anche io che ero un privilegiato, un benestante, sognavo l’Italia. La mia famiglia era una tra le più ricche della città perché mio padre possedeva una grossa impresa di costruzioni. Mia mamma, nonostante non ne avessimo bisogno, aveva insistito a voler lavorare, diceva che di infermiere brave come lei ce n’erano poche e i malati avevano bisogno di lei, non ho mai capito fino in fondo mia madre ma so che questo suo modo di vedere la vita mi piaceva parecchio. Se penso che ora ho buttato via tutto, se penso che per delle sigarette ho bruciato i sogni di una vita mi viene da pensare che della saggezza di mia madre, io non abbia ereditato poi molto. Tutto ebbe inizio quando il mio compagno di solfeggio Hans, figlio del console tedesco, mi disse che c’era modo di far molti soldi con un carico di sigarette rubate. Il traffico illegittimo di sigarette è sempre stato molto fruttuoso per i disoccupati locali, ma a me non è mai interessato, io ero attirato dai grandi sogni. Ma quella volta mi lasciai tentare, avevo appena perso un’audizione perché un candidato era nipote dell’esaminatore e, essendo estate, non c’era la scuola a tenermi impegnato. Decidemmo quindi di imbarcarci all’insaputa dei nostri genitori. Il lavoro doveva essere semplice e veloce. Issare il carico di sigarette sulla barca, arrivare in Italia, vendere ai locali la mercanzia e ritornare. Serviva qualcuno che parlasse italiano e io e Hans eravamo gli unici due allocchi istruiti in circolazione. Il viaggio fu lungo e fumammo l’impossibile assieme a cinque energumeni che erano con noi. Quando arrivammo nei pressi della costa italiana ci venne incontro una barca della guardia costiera. Uno degli uomini che era con noi ci ordinò di spiegare all’ufficiale che eravamo pescatori, che ci eravamo allontanati troppo a causa della strumentazione non funzionante e che chiedevamo il permesso per attraccare in territorio italiano per trascorrere la notte a terra. In realtà non furono certo queste le parole che convinsero l’ufficiale a rilasciarci il permesso, ma piuttosto una busta gonfia che gli appuntò uno degli uomini che stava con noi. Hans e io neanche immaginavamo che cosa stessimo facendo, continuavamo a pensare che forse avremmo avuto anche il tempo di farci un giretto e divertirci con delle ragazze italiane che, a quanto mi raccontava Hans, erano le più belle del mondo. Mentre escogitavamo le nostre scappatelle uno dei cinque ci ordinò di cominciare a impacchettare le sigarette in pacchetti più piccoli e veloci da smerciare. Andammo sottocoperta per prendere scatole e sacchetti e lì sotto vedemmo qualcosa che mai più ci saremmo scordati nella nostra vita. C’erano almeno venti ragazze, legate e impaurite che ci guardavano come se fossimo spettri. È stato abbastanza facile capire che cosa facessero lì…e anche che il carico di sigarette era una sorta di copertura per il traffico di ragazze destinate al mattatoio delle strade. Io e Hans non abbiamo avuto nemmeno il tempo di guardarci negli occhi che subito abbiamo sbattuto la faccia contro una paratia della barca. Da quell’istante in poi i ricordi fanno male, quasi quanto tutti i colpi che ho subito, la speranza è di dimenticare in fretta.
A fatica, lottando con tutte le mie forze e contro il peso delle palpebre, finalmente apro gli occhi. Quello che vedo mi sconcerta: Hans in una pozza di sangue che sembra inondarlo. Un grido mi muore dentro ancora prima di arrivare alla gola dolente. Era riverso con le testa all’indietro, aveva un’espressione quasi beffarda, la bocca, lacerata in entrambi i lati, era aperta come in un ghigno di sfida, gli occhi spalancati dal terrore e dal taglio sotto il mento, lento, inesorabile, fuoriusciva un rivolo di sangue che nei miei occhi non si sarebbe mai arrestato.
Cominciai a divincolarmi incurante del dolore e delle lacrime che ora copiose mi rigavano il volto, la mente viaggiava veloce verso ogni possibile via di fuga, il problema era che non ne trovavo.
Era impossibile liberarsi dalle corde, erano strettissime e le mie mani non erano abituate a fare sforzi particolari. Mi sentivo perduto e improvvisamente mi pareva di non riuscire più a respirare. L’aria mi sembrò più densa, l’odore del sangue mi fece vomitare. Strisciai all’indietro schifato dalla pozza giallognola che io stesso avevo prodotto sul pavimento fino a quando con i piedi non toccai l’estremità della stanza. Mi misi in ginocchio e cercai di calmare il respiro, sapevo fare questo esercizio molto bene, troppe volte prima di un’esibizione avvertivo una sensazione di vertigine e di asma per l’agitazione, così la mia insegnante mi aveva insegnato alcune tecniche per calmare e regolarizzare la respirazione. Dopo un paio di minuti il respiro si era fatto calmo e regolare e il mio cervello aveva ricominciato a funzionare. Mi misi in piedi e scandagliai la stanza con un rapido sguardo, nella mia panoramica evitai accuratamente di fossilizzare l’occhio sul corpo inerme di Hans, tuttavia la mia mente non aveva visualizzato nessuna via di fuga. La stanza risultava essere un cubo senza finestre, solo una massiccia porta metallica lunga quasi un lato della stanza rappresentava l’apertura verso il mondo, la fuga dall’oblio. Cominciai a urlare.
La disperazione mi aveva completamente sopraffatto, presi a calci la porta, gli davo addosso a spallate e spintoni ma ovviamente non succedeva niente. Urlai di lasciarmi andare, di aprire quella maledetta porta, li minacciai, li insultai infine li pregai. La risposta era sempre la stessa: il nulla. Mi sentivo perduto, non sarei mai uscito vivo da quella stanza, probabilmente i nostri aguzzini ci credevano entrambi morti e ci avevano abbandonato. Mi addormentai esausto.
Ero agitatissimo, controllai il vestito, ottimo, ero impeccabile, i capelli pettinati all’indietro stavano in ordine grazie ad una copiosa quantità di schiuma modellante tenuta extraforte, le scarpe lucidissime riflettevano le luci dei faretti del grande teatro. Scostai un poco il sipario, uno sguardo alla platea, stracolma, come si conviene ad una prima. Infine scrutai le mie mani, mi meravigliavano ogni volta, così perfette e lisce, le cicatrici che mi avevano procurato le corde non si vedevano più, era bastata una stagione di sole e creme emollienti, nessuno avrebbe mai sospettato che erano state legate per sei giorni. Calò il silenzio e si spensero le luci, il buio avevo cominciato a non rivestirlo più di brutti ricordi solo da poche settimane, mi procurava ancora qualche sussulto, ma controllai l’emozione. Il mio ingresso fu accompagnato da un fragoroso applauso di tutto il teatro La Scala e in prima fila scorsi il mio salvatore. L’ambasciatore tedesco Fitzgerald batteva le mani commosso nel vedermi avvicinare al piano illuminato dall’occhio di bue al centro del palco. Mi aveva trovato grazie alle sue conoscenze e un paio di mazzette, ero in fin di vita, ma non ancora alla fine, dovevo ancora terminare la mia fuga.
Mi sedetti e intonai la fuga di Bach.

© Paola Bergamelli



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(1) L'antidoto di Paola Bergamelli - RACCONTO
(2) Le mani del pianista di Paola Bergamelli - RACCONTO



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