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Dal lato sbagliato del bancone
di Mario Laudonio
Pubblicato su PBSE2007


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Tutta questa storia ha qualcosa a che fare con un tizio di nome Sergio. Tutti lo conoscevano come Zio Biciè, ma quello era solo il nome del locale in cui organizzava i suoi affari. Lui non s’è mai chiamato né Vincenzo, né Biciè. Questo l’ho scoperto dopo, comunque.
A dire il vero, non c’entra molto neanche lui in questa storia. C’entrano di sicuro i suoi soldi. Una valigia piena di banconote di grosso taglio. Più di quanto avrei mai visto in tutta la mia vita. Anche in olografia.
Quei soldi erano di Sergio e li avevo presi io.
Non che Sergio me li avesse dati di sua spontanea volontà. Era troppo morto per opporsi quando li ho presi.
Quanti soldi erano?
Due milioni di dollari. Circa. Un milione novecentonovantanovemila e novecentottantacinque dollari per l’esattezza. Non so chi si sia fregato i quindici dollari, ma non ha molta importanza.
Sì. Questa storia ha a che fare con circa due milioni di dollari. E con un bancone. Prima di avere tutti quei soldi, infatti, ero solo un barista, e mi trovavo ancora dal lato giusto del bancone.
No.
Neanche così va bene.
Ricominciamo da capo.”

Il barista mi guardò come tante volte avevo fatto io con i miei clienti quando avevo ancora un locale. Commiserazione e disprezzo. Un fottuto ubriacone che beve troppo e dopo non riesce neanche a stare in piedi. La testa mi girava e dopo essere caduto dallo sgabello di sicuro non mi sentivo meglio.
“Portatelo fuori a prendere una boccata d’aria.” Ringhiò. Per questo round aveva vinto lui.
Due uomini seduti al bancone sbuffarono alzandosi dai loro sgabelli sudati. Mi presero sotto le ascelle e, dopo avermi sollevato, mi portarono verso l’uscita. Fuori il freddo andava di fretta e mi arrivò alle ossa prima ancora che mi accorgessi di essere all’aperto. Mentre uno dei due mi teneva, l’altro fece un cenno a un taxi che si fermò a pochi metri da noi. Il secondo mi si avvicinò e frugò le tasche per trovare il portafoglio. Prese dei soldi per il taxi e degli altri per il disturbo. Mi trascinarono dentro la vettura. Un vampata di calore mi fece affondare di nuovo nella sonnolenza.
“Dove lo devo portare questo?”
“Dove vuoi, non ci interessa.”
“Non è che mi vomita dentro la macchina?”
“Non farà nulla. Adesso vai.”
La macchina partì spingendomi con forza contro lo schienale. Mi lasciai affondare e mi feci trasportare senza dire nulla al tassista. Semplicemente non avevo più nessun posto dove andare. Dopo un po’ di tempo fu lui a rivolgermi la parola visto che stavo in silenzio.
“Tu… sì, dico a te… ci sei ancora?”
Per tutta risposta mi girai nel sedile cercando una posizione più comoda. Difficile trovarla quando non è il corpo che ti fa male, ma un cervello affollato di ricordi.
Mentre abbracciavo Asuke in quella camera d’albergo in mezzo ai resti vaporizzati di Raz, quasi due mesi fa, pensavo che la nostra storia sarebbe durata in eterno. Sarà stato il soffice profumo di Asuke, o saranno state le molecole di Raz che avevo inspirato mentre scompariva a farmelo credere, ma mi piaceva molto quell’idea, e i due milioni di dollari nella valigia sembravano una conferma alla mia audace ipotesi.
La macchina centrò una buca, il tassista imprecò tra i denti.
“Senti, non mi va di scarrozzarti per tutta la sera. Dimmi dove abiti e ti lascio lì.”
Il mio cervello masticò a fatica le parole restituendo a stento qualche boccone di significato. Mi venne un’idea, gli diedi l’indirizzo.
Un grugnito di assenso si afflosciò nelle mie orecchie.
L’eternità. Quel brevissimo arco di tempo che corre tra quando fai un sogno e quando ti accorgi che vivi ancora nel peggiore dei mondi possibili.
La macchina scivolava lungo le strade come una barca rovesciata intenta a seguire la corrente. I vecchi tergicristalli riuscivano a stento a bere tutta l’acqua che cadeva.
Statue di divinità indù mi osservavano da ogni angolo dell’abitacolo ingiungendomi di fare la pace col mio karma. Un elefante blu ciondolava appeso allo specchio retrovisore e sembrava scuotere la testa in segno di dissenso. Non potevo dargli torto.
“Ok, ci siamo.”
Aprii lo sportello e scesi. Dietro di me il taxi ripartì veloce, immergendosi di nuovo nella sua traversata.
“Tieniti pure il resto, stronzo!” Gli gridai dietro.
Ero di fronte al mio vecchio locale. Non c’ero più tornato da allora. Sembrava un vecchio forno bruciacchiato e mai pulito. C’erano ancora i sigilli della polizia come addobbi di una festa finita troppo presto.
Mi piegai in due e vomitai. La testa mi vorticava tanto che mi stupivo di come potesse ancora rimanere attaccata al corpo. Mi avvicinai alla porta e passai sotto i sigilli della polizia. Dentro regnava il buio, si distinguevano appena i segni verdi della vernice fosforescente lasciati per terra dalla Scientifica. Cercai un posto dove non ci fossero schegge di vetro o pezzi di legno e mi lasciai cadere rotolando dritto in un sogno in cui Asuke era di nuovo con me.
Quando riaprii gli occhi fu come se non avessi dormito affatto e qualcuno mi avesse tirato un calcio nello stomaco. Mi sentii molto peggio quando capii che era andata proprio così. Era ancora notte e io ero ancora nel mio bar, ma insieme a me ora c’era la mia sveglia. All’incirca cento chili per due metri: niente grasso, praticamente un edificio di muscoli color ebano e un vestito su misura che nascondeva la fondina. Non era il tipo di sveglia che potessi permettermi di ignorare.
“Ammazzami qua. Almeno domani non avrò il mal di testa.”
Senza rispondere lui mi trascinò fuori dal locale, sotto la pioggia e mi ficcò la faccia nella pozzanghera più fonda e sporca che trovò. Dopo avermi tenuto sotto per un bel po’ mi tirò fuori e controllò se fossi ancora vivo e magari più sveglio.
“Rushmore!” Esclamai.
“Capo – rispose la montagna con voce da tenore – Non la vedo un granché…”
Rushmore era la guardia del corpo che avevamo assunto con Asuke dopo la storia di Raz.
“Ma tu non eri scomparso qualche mese fa?”
Abbassò la testa. “La stavo cercando anch’io.”
“E allora?”
“Niente, volatilizzata.” Sospirò facendo gemere le cuciture del vestito. “In compenso ho scoperto qualcos’altro. So che i Russi la stanno cercando.”
“Falli venire.”
“Forse non si è ancora ripreso dalla sbornia, capo. Lasci che l’aiuti.”
“Abbassa le mani! Sto bene, sto bene. È che senza Asuke la mia vita non ha più molto senso… falli venire quei bastardi, almeno la faccio finita una buona volta.”
“Visto che insiste… Ma loro non la vogliono uccidere. Almeno non subito, credo.”
“Come?”
“La cercano per un lavoro.”
“Lavoro? Ma io so fare a stento il barista.”
Rushmoore sorrise bonariamente mentre mi slogava quasi una spalla con una pacca.
“Tutti sanno cosa ha fatto a Mister Chevaleza e alle altre cosche in meno di ventiquattro ore. Se le offriranno un lavoro non si tratterà di sicuro di preparare drink.”
Mi sentii di nuovo molto stanco. Starnutii.
“Mi mancava solo il raffreddore, Rush.”
“Venga al coperto.” Disse lui aprendo lo sportello della sua vecchia macchina a benzina.
“Cosa te ne fai di questo coso puzzolente?” Gli chiesi mentre mi appallottolavo sul sedile posteriore.
“La benzina, capo. Ha un profumo speciale. Ed è utile per molte cose…” Rispose lui facendo apparire una mezzaluna bianca tra guancia e guancia.
Risposi al sorriso ed evitai di pensare agli altri usi di quell’antiquato combustibile. Un secondo dopo ero di nuovo immerso nei sogni: stavolta, però, Asuke aveva l’aspetto di un vecchio meccanico, pesava circa cento chili e puzzava di benzina e io cercavo di fare un drink con le zanne di Raz.

No. Neanche così va bene.
Questa storia non ha molto a che fare né con i soldi, né con il bancone, ora che ci penso. Ha qualcosa a che fare con un tipo detto Massy il serpente e una camera d’albergo.

“Dov’è stato fino ad adesso, mister Jackerton?”
Aprii un occhio e il mal di testa si avventò su di me. Mugugnai e mi rotolai a sedere. Ero su un letto in una stanza di albergo. Mi assalì il panico. Dopo la storia di Raz odio gli alberghi.
“Forse gradirebbe un’aspirina?” disse Massy il serpente mentre faceva un cenno col capo a uno dei suoi accompagnatori. Prima di incontrarlo, avevo sempre pensato che Massy avesse quel soprannome perché era pericoloso, bugiardo e doppiogiochista. Quando lo vidi seduto di fronte a me in quella camera d’albergo, capii che doveva il suo soprannome a qualche malattia che gli rendeva la pelle tutta squamosa e verdognola.
“Fai davvero schifo.” Gli dissi. Lui si limitò a fare un ghigno che doveva somigliare a un sorriso. Dalla sinistra mi venne porto un bicchiere d’acqua e dalla destra l’aspirina. Li presi e mi guardai intorno.
“Dov’è Rushmore?”
“Aspetta fuori. Noi dobbiamo parlare d’affari. Mi capisce, no?”
Avrei preferito di no…
“Jeremiah Salton. Candidato alla poltrona di sindaco per le correnti elezioni e dato per favorito con una percentuale del sessantadue per cento. Ne avrà sicuramente sentito parlare, no?”
“No.” Da quando Asuke era scomparsa non mi ero interessato a nulla e gli eventi mi erano passati accanto come fanno gli alberi quando sei in macchina.
“Comunque mister, questa è una sua olo.” Disse mentre uno scagnozzo mi poggiava sul grembo un piccolo visualizzatore. Lo attivai e un’immagine tridimensionale di Jeremiah apparve tra me e il russo. Doveva essere una di quelle riproduzioni elettorali che si vedono spesso in giro: aveva un sorriso da vincente che brillava come un gioiello falso sul suo volto sbarbato. Tutto nel suo aspetto sembrava calcolato da pubblicitari, dai capelli appena brizzolati alla rassicurante fede all’anulare.
“Non siete riusciti a comprarlo?” Chiesi.
“Il suo cavallo di battaglia è la lotta al crimine organizzato, mister Jackerton. – rispose il russo, serrando le mani come per strangolare il mio nome – Ha sfruttato il… caos che lei ha sollevato qualche mese fa e ora sta mettendo i bastoni tra le ruote alle nostre attività.”
“Vuol dire che voterò per lui alle prossime elezioni.”
“Mister Jackerton… compagno. – sibilò il russo inghiottendo a vuoto – Noi vogliamo che il signor Salton non arrivi alle elezioni. È per questo che ci siamo rivolti a lei.”
“Che c’entro io in tutto questo? Sono affari vostri se avete trovato qualcuno che non vi fa lavorare, perché non lo eliminate da soli?”
“Probabilmente ci sono due cose che lei non sa. La prima è che noi non possiamo, come dice lei, eliminarlo da soli, perchè LEI ha ammazzato tutti i nostri migliori uomini in zona, dimostrando, inoltre, di essere il più grande killer in circolazione qui a New York. Nessuno dei nostri uomini si avvicinerà anche solo a dieci miglia da questa città, finché c’è LEI qui. La seconda cosa che ignora è che non sono più solo affari nostri. Se il signor Salton vincerà le elezioni, renderà ufficiale la taglia sulla SUA testa.”
E come per magia sentii svanire il letto sotto di me.
“Può ripetere, per piacere?”
“La parte in cui dico che ci ha ucciso tutti i killer o l’altra?”
“L’altra.”
“Se Salton vince, lei muore. Un milione di dollari per chi trova il responsabile del massacro allo Zi’ Biciè e le assicuro che non ci vorrà molto perché si sappia chi è stato. Vuole aspettare le elezioni o concludiamo ora il nostro affare?”
Vidi la mia mano sollevarsi e aggrapparsi a quella del russo. Mi ripromisi di farle pagare questa debolezza.
“E poi?”
“La copriremo noi, non avrà di che preoccuparsi. Ah… visto che lei è stato così disponibile, alla fine del lavoro, le potremmo dare alcune interessanti informazioni riguardanti la vedova Mi-Shu che potrebbero essere di grande interesse per lei…”
Scattai dal letto e afferrai il russo per le palle.
“Te lo chiedo solo una volta: che informazioni?”
I pallidi occhi del russo roteavano in cerca d’aria.
“Non… io…” Cercò di articolare in falsetto.
“Dove è Asuke?” La mia voce ormai riempiva la stanza.
Le scaglie di Massy erano violacee, allentai quel tanto la presa per farlo respirare.
“Io non lo so, signor Jackerton! Io non lo so! Loro lo sanno!”
“Chi?”
“I miei capi. Diranno tutto dopo che lei ucciderà il sindaco.”
Strinsi più forte che potei.
“Lo giuro!” Disse in un urlo di un’ottava troppo alto per un uomo.
Lasciai la presa e Massy si accasciò per terra imprecando in russo con le mani tra le gambe. Mi girai per affrontare gli scagnozzi, ma nella stanza non c’era nessuno. Dalla porta aperta saltò dentro Rushmore.
“Che diavolo ha fatto? Ho visto gli uomini del russo scappare per il corridoio urlando di paura e temevo le fosse successo qualcosa!”
Guardai Massy il serpente rotolarsi sulla moquette per qualche secondo, quindi presi il proiettore d’olo e mi diressi verso la porta.
“Andiamo, Rush, devo ammazzare un uomo.”
“Così mi piace, capo.” Disse lui chiudendo la stanza e mettendo il cartello “non disturbare” sulla maniglia.

“Quindi in questa storia non c’entra neanche Massy, anche se adesso avrà qualche problema ad andare in bagno. Invece ha a che fare con due tipi di nome Jaiz e Jock e con l’omicidio del sindaco.”

“Avanti Rush, a chi mi devo rivolgere per avere delle armi?”
“Capo, è da molto che non utilizzo armi.”
“E la fondina che si intravede sotto la giacca?”
“È per scena.”
“E come fai a difenderti?”
Sentii cedere le cuciture della sua giacca mentre lui gonfiava i muscoli. “Non ho bisogno di armi per difendermi… – rispose sorridente – e poi il fatto che lei mi ha scelto come guardia del corpo fa passare la voglia di disturbarmi alle persone.”
Sospirai. “E se devi uccidere qualcuno?”
“Beh, c’è sempre la benzina. Vede se lei ne riempie una latta e ci mette della sabbia per gatti…”
“Ok, Rush. Lascia stare la benzina.”
“Non si preoccuperà di inquinare mentre uccide le persone, vero?” Chiese esitante.
Rimasi in silenzio.
“La benzina non è inquinante come dicono. E poi si fanno dei bei lavori. Quella volta di Greg Vetrinetta, ad esempio, ho preso un piccolo tubo e della benzina mischiata a…”
“Ho detto lascia stare la benzina, Rush.”
Continuò senza nemmeno sentirmi. “Ho letto giusto l’altro giorno che il sangue fritto da un disgregatore è almeno trenta volte più dannoso di una sigaretta.”
“Il sangue di chi, scusa?”
“Il sangue umano.”
“Ah.” Seguì il silenzio in macchina.
“Comunque stavo dicendo. La benzina, invece…”
“Se non la smetti di parlare di benzina, giuro che ti uccido, Rush!” Urlai esasperato. La minaccia per fortuna lo fece desistere.
Dovevo trovare qualcuno che mi dicesse dove prendere le armi. Dopo aver vagliato tutte le possibilità, mi risolsi verso quella che più volentieri avrei evitato.
“Portami da Chaz.” Dissi. Chaz era l’unico criminale che conoscevo e che non fosse ancora morto, o scomparso. Sapeva tutto quello che c’era da sapere sulla strada. Quasi tutto. L’ultima volta che gli avevo parlato ero rimasto coinvolto nella più grande e sanguinosa guerra tra bande degli ultimi trenta anni, mi ero guadagnato la fama di spietato assassino ed ero ricercato dalla polizia, ma mi aveva aiutato.
Quando arrivai all’angolo dove lavorava scesi dalla macchina insieme a Rushmore e andai da lui. Avvicinandomi, notai un ragazzino accanto a Chaz, praticamente identico a lui nell’aspetto e nel modo di vestire e di comportarsi.
“Quand’è che ti sei comprato una matrioska, Chaz?”
Una ruga ombreggiò la sua guancia, doveva essere il tipo di sorriso di cui una sfinge ti può onorare.
“Lavora con me. – disse – Apprendistato.”
“Fai l’artigiano, adesso?”
“Cosa ti serve?” Mi chiese il ragazzino.
“Dai Chaz, non scherziamo. Non posso parlare di queste cose di fronte a un bambino.”
Lui rimase impassibile. Guardai il piccoletto e poi di nuovo Chaz.
“Non stai scherzando, allora.”
“Non ho tutto il tempo del mondo, sbrigati a chiedere le tue informazioni.” Disse deciso il ragazzo. Afferrai Chaz per un braccio e mi allontanai con lui in modo tale che il ragazzino non potesse sentirmi.
“Cos’è questa storia?”
“Non mettermi nei casini, Sonny, ti prego. – mormorò lui mettendosi improvvisamente a tremare – Mia moglie mi ha torturato perché portassi il figlio di sua sorella a lavoro con me. Se non lo faccio stare qui, dormirò sul divano per il resto dei miei giorni! E poi non è così male il ragazzino. Dai, fammi questo favore…”
Chaz aveva una famiglia? Aveva anche una casa? L’avevo sempre visto per strada. Sempre, anche sotto la pioggia. E si preoccupava di dormire sul divano?
Non li capirò mai i delinquenti.
“Va bene.” Dissi.
Tornai dal nipotino di Chaz.
“Mi servono delle armi.” Gli dissi secco.
“Che devi fare?” Chiese lui.
“Intonacare casa! Secondo te che diavolo ci devo fare con delle armi? Devo uccidere una persona!”
Si arrovellò un buon minuto prima di rispondermi.
“Il mulo e il cane fanno per te.” Disse infine con evidente soddisfazione.
“Chi?!”
Sbuffò infastidito: “Che delinquente sei se non conosci Jaiz Faccia-da-mulo e Jock Dan Dog?”
Probabilmente Jaiz e Jock erano fratelli, ma nessuno, una volta che li ha conosciuti, ha il coraggio di chiedere qualcosa in merito. Jaiz aveva un viso particolarmente allungato e denti piatti e larghi e quando rideva sembrava che ragliasse. In comune con l’asino Jaiz aveva anche la lentezza nel capire le cose.
Jock al contrario era basso e tozzo. Il mento fortemente prognatoso, le guance cascanti e gli occhietti ferini lo facevano assomigliare decisamente a un vecchio mastino. Era sempre di pessimo umore e pronto allo scontro. Si dice che una volta in una rissa uccise tre uomini a morsi. Strana cosa per un uomo che commercia armi.
“Chi devi uccidere?” Chiese senza giri di parole Jock.
“Non dovrebbe essere un’informazione riservata?”
“Sì, se vuoi morire prima di aver premuto il grilletto.” Rispose Jaiz ragliando una risatina.
“Credo di non aver capito.”
“Uccidere con un’arma è un’arte. E ogni occasione richiede una combinazione di fuoco diversa.” Spiegò paziente Jock.
Senza parlare tolsi dalla tasca il proiettore di olo e lo misi sul bancone. L’immagine del futuro sindaco si mise a galleggiare tra me i due fratelli.
Jock emise un ringhio sordo aggrottando la fronte. “Questo è un bel problema.”
“Chi è?” Domandò Jaiz, Jock sospirò.
“Come fai a non conoscerlo, stupido mulo! È Jeremiah Salton. Il futuro sindaco.”
Ci volle ancora un attimo, ma alla fine Jaiz capì e annuì serio col capo.
“Non è facile fare fuori un futuro sindaco.”
“Questo non è del tutto vero. – rispose Jock ghignando. – Io personalmente ne ho uccisi tre.”
“Due.” Osservò Jaiz.
“Ho detto tre.” Ringhiò cupo Jock.
“Cunnigham non conta. Lui era vecchio ed è morto di paura quando ha visto la tua faccia, prima ancora che togliessi la pistola dai pantaloni.”
“Questo non c’entra. Sono io che l’ho ucciso, quindi fanno tre. E comunque non sono come qualcun altro – ammiccò verso il fratello – che invece ne ha ammazzato solo uno e con la benzina…”
“Sì, la benzina…” disse Rushmore con un sorriso da intenditore.
“La volete smettere tutti con la benzina!” Gridai. I due smisero di chiacchierare per guardarmi. Per un attimo ero convinto che mi avrebbero ammazzato, ma poi mi dissero: “Vedi, stecchire il futuro sindaco non è difficile. Il problema è sopravvivere alle guardie del corpo e alla polizia che gli ronza sempre intorno.”
“Ammazzarli tutti sarebbe uno spreco, e comunque ci vorrebbe un’arma troppo grossa. Questo vuol dire che sicuramente moriresti anche tu.”
“Sai, è scomodo morire – osservò Jaiz – l’ultima volta che sono morto mi ha fatto male la colecisti per un mese.”
Li fissai stupefatto, ma Jock continuò a parlare come nulla fosse.
“Allora vediamo. Probabilmente tutte le guardie del corpo porteranno dei disgregatori di ultima generazione. La polizia, poi ce l’ha di ordinanza, insieme all’elettro-manganello. Sai cos’è un disgregatore, no? Quindi per cominciare quello che ti serve è un i.e.m..”
“Un cosa?!”
“Un impulso elettromagnetico. Una scossa.”
“Una gigantesca scossa.” Precisò Jaiz, annuendo vigorosamente.
“E che me ne faccio?”
“Blocca tutti i disgregatori, le altre armi a carica elettrica e ogni congegno che abbia a che fare con l’energia.”
“E quanto deve essere grossa questa ‘scossa’?”
“Per bloccare tutti quei disgregatori?”
Annuii. Jaiz e Jock si guardarono a lungo in silenzio e poi mi risposero in coro.
“Dovrebbe spegnere tutta New York.”
“Ah.” Guardai il proiettore olo poggiato sul bancone. La faccia sorridente e amichevole di Jeremiah che mi chiedeva di votarlo.
“Si può fare.” Dissi.
Jaiz si diresse nel retrobottega.
“E per finire il lavoro?”
Jock mi sorrise snudando le zanne ingiallite. “Ho qualcosa che fa al caso tuo.”
“Non mi vorrai dare i tuoi denti.”
“No.” Rispose seccato. Tirai un respiro di sollievo.
“È un disgregatore.”
Il sospiro di sollievo mi rimase incastrato in gola.
“Ma non hai appena finito di dire che i disgregatori dopo la bomba saranno inutilizzabili?”
“Infatti, ma questo è schermato.”
In quel momento era tornato anche Jaiz con una palla argentata in una mano e un disgregatore nell’altra. Quell’arma mi faceva ancora una paura cane.
“Ma non potrebbero essere schermati anche i disgregatori dei poliziotti e delle guardie del corpo?”
“Potrebbero.” Rispose pensieroso Jaiz e osservò Jock.
Jock, infine, sbuffò: “Sì, in effetti potrebbero esserlo.”
“E io che diavolo faccio se quelli cominciano a sparare?”
Jaiz e Jock si guardarono e poi risposero contemporaneamente: “Muori…”
“… probabilmente.” Aggiunse solo Jock.
“Non mi piace morire.”
“Neanche a me. – Disse Jaiz. – Te l’ho già raccontata quella volta che sono morto? Ero andato da quel tipo che aveva insultato mia madre e gli ho detto: ‘Ehi, mia madre sarà anche una baldracca, ma io almeno so chi è!’ e poi ho sentito un gran male alla testa…”
“Jaiz! – Latrò Jock. – Smettila di dire scempiaggini! Ero io che ti ho menato una botta in testa per aver parlato male di NOSTRA madre. E poi non sei morto: sei solo svenuto!”
“Sono stato in coma per due anni!”
“Sono ancora pochi…” Borbottò Jock.
“Ehi! Scusate, ci sono io qua che devo ancora morire! Che facciamo?”
“Lo proviamo. Basterà il minimo per questa volta” Rispose Jaiz. Quindi prese la piccola palla argentata e schiacciò un bottone rosso sulla superficie. Per un secondo vidi tutto bianco e sentii rizzarmi i peli sul corpo come se cercassero di strapparsi dalla pelle. Poi tutto finì.
“Tutto qua?”
“Prova a sparare contro quel bersaglio.” Disse Jock.
Imbracciai il disgregatore e, dopo aver preso la mira, feci volatilizzare il bersaglio.
“Visto, questo funziona. Ora basta prendere quest’altro disgregatore che avevo lasciato sotto il bancone per vedere che non funziona.”
Mi puntò l’arma contro il volto e premette il grilletto…
Rinvenni sotto la pioggia, di nuovo con la faccia dentro una pozzanghera con le grosse mani di Rush che mi reggevano la testa.
“Che è successo?” Gridai.
“Il disgregatore non ha funzionato, ma lei è svenuto lo stesso.”
“Le armi dove sono?”
“Nella macchina.”
“E la benzina?”
“Pure. Capo… cosa vuole fare?”
Aveva ragione Rush: non dovevo sottovalutare la benzina. Lo capii scaldandomi al rogo sprigionato dal negozio di Jaiz e Jock. Non ci volle molto, tutte le armi che avevano erano diventate inutilizzabili a causa dell’impulso elettromagnetico e di Jaiz che si era scordato di sigillare il magazzino prima di attivarlo. Rush fece il resto: ecco a cosa serve una guardia del corpo.
E ora che avevo il mio disgregatore e la mia bomba elettromagnetica personale, dovevo soltanto uccidere il sindaco.
“Sai per caso dove lo posso trovare, Rush?”
“Ci sarà un comizio a Central Park stasera.”
“E noi saremo lì.”
Il rumoreggiare meccanico della città serpeggiava incrostando i palazzi. Le macchine sibilavano giù per le strade ancora bagnate mentre il sole al tramonto tracciava degli squarci color ruggine nel cielo plumbeo sopra New York. Mi accesi una sigaretta. Un gabbiano venuto dall’Hudson o da qualche discarica giocava con le correnti d’aria in alto tra i grattacieli.
“A che ora sarà questo discorso?”
“Verso le sette e mezza.”
“Andiamo a dare un’occhiata al luogo.”
Il palco era sistemato di fronte a un laghetto artificiale, dove infelici cigni grigiastri nuotavano tra le sponde limacciose; un bambino provava inutilmente a colpirli con dei sassi. Una piccola folla di curiosi e poliziotti si stava incominciando a raggruppare, mentre i camion della televisione alzavano le parabole in vista della diretta. Lì vicino, sotto dei padiglioni color panna, veniva preparato il rinfresco.
“I camerieri, Rush.”
“Cosa?”
“Non possiamo andare in giro con le armi addosso con tutta questa polizia. Tu stordiscine uno, io mi travesto e dopo metto la roba in un vassoio sotto un coperchio.”
“Ok.”
“Quello mi sembra della mia taglia, andiamo.”
Molto educatamente il cameriere ci chiese se desideravamo qualcosa e sempre in maniera molto cortese ci ricordò che il buffet non sarebbe cominciato che una mezz’ora più tardi. Rush compitamente lo invitò a seguirlo dietro una siepe per chiedere delle precisazioni circa la temperatura del consommé, e, una volta al riparo da sguardi indiscreti, lo colpì in volto poco garbatamente col suo grosso pugno. Il cameriere con una elegante piroetta si accasciò, ormai privo di sensi, tra le braccia di Rush.
Dopo essermi cambiato, mi diressi verso il tavolo più vicino tenendo lo sguardo basso. Presi un pesante vassoio pieno di tacchino arrosto e nascosi il contenuto sotto la lunga tovaglia. Infilai il disgregatore tra l’indivia e le patate al gratin. Mi aggiustai il papillon, afferrai il vassoio e mi diressi verso il palco.
Ero a pochi metri dalla mia destinazione, tra il pubblico e il cordone dei poliziotti, quando sentii l’applauso che segnava l’entrata in scena del futuro sindaco.
Era molto simile a come l’avevo visto in olo, solo che sembrava più basso. In olo sembrano tutti più alti. Il sorriso di sicuro era lo stesso. Probabilmente sorrideva anche nel sonno quel tizio. Bilanciai il vassoio su una mano, mentre l’altra scivolava sotto la giacca ad afferrare il lucido globo della bomba. La folla batteva le mani composta lasciando scivolare dentro di sé il volto da vincente del candidato. Tutta l’attenzione era concentrata su di lui. Sentii la bomba innescarsi sotto il mio tocco. Il sindaco era ormai a pochi metri da me.
“Ci siamo…”
Lanciai la bomba e poi tutto successe.
Il lucido globo argentato passò attraverso la spalla del sindaco, vidi Asuke giusto dietro di lui, un incredibile lampo di luce, seguito dalla sensazione che miliardi di plotoni di formiche mi mangiassero la pelle e poi tutto fu buio.
Urla di panico.
“Asuke?”
Sentivo tutte le imprecazioni dei poliziotti e delle guardie del corpo contro le proprie armi.
“Asuke!”
Lasciai cadere il vassoio col disgregatore e mi misi a cercare a tentoni nell’oscurità nella direzione in cui avevo visto Asuke per l’ultima volta.
Le persone correvano in tutte le direzioni, mi sentivo spingere e tirare di qua e di là.
“ASUKE!” Continuavo a gridare a squarciagola per cercare di sovrastare il rumore della folla e poi un pugno nello stomaco mi spezzò il fiato.
“As…”
“Sono qua, stupido!” Mi sibilò in un orecchio la sua voce arrabbiata.
“Ma cos..”
“Ne parleremo dopo. Adesso ammazziamo il sindaco e andiamocene via.”

Lo schermo dell’olovisione nella villa di Gary Zerkovic era buio già da alcuni secondi. Le urla di panico della gente non si potevano sentire perché la bomba a impulso elettromagnetico aveva bruciato tutti i microfoni, ma Gary, che stava rivedendo quella scena per la quarta volta, se le poteva immaginare benissimo. Per la quarta volta dall’oscurità sorse un’immagine poco nitida e in un pessimo treddì. Veniva da una telecamera di un elicottero della polizia che era rimasto abbastanza in alto perché i sistemi elettrici non fossero troppo danneggiati. Si vedeva una parte del laghetto, le sedie e i tendoni rivoltati, gente che correva in ogni direzione e poi ci furono due lampi di luce seguiti da confuse detonazioni.
“Abbiamo appena rivisto il filmato dell’assassinio di Jeremiah Sal..”
Gary spense l’olovisione e fece un applauso teatrale. L’applauso era diretto a me, in quel momento seduto su una pacchiana poltrona di pelle in un angolo dell’ampio studio. Nonostante tutto, ero molto a mio agio.
“I miei complimenti, tovarisc!” Sul viso barbuto di Zerkovic si disegnò un lungo sorriso di soddisfazione.
Non c’era nessuna guardia del corpo alla porta. Su una sedia lì accanto stava seduto Massy che di tanto in tanto lanciava un gemito sommesso.
“Un’azione molto coraggiosa, a dir poco. Sapevo che lei aveva le capacità per questo lavoro. Certo che il suo i.e.m. ha spento quasi tutta New York, sa? Per fortuna il danno non è permanente… C’è stato del caos per alcune ore nelle strade, senza parlare dei problemi negli ospedali, ma…”
“Perché non arriviamo al punto?”
“Un uomo risoluto, mi piace! Cosa vuole signor Jackerton?”
“Io voglio solo due cose. La prima è sapere tutto quello che potete dirmi su Asuke.”
“Questo non sarà difficile. La vedova Mi-Shu, Asuke, è ancora viva. Ma non sta esattamente dalla nostra parte, come ci aveva fatto credere. Lei era un agente infiltrato.” Gary mi porse una busta con delle foto dentro. Si vedeva Asuke in divisa, alcune foto scattate mentre salutava altri poliziotti e così via. Le buttai.
“Perché sarebbe scomparsa?”
“Aveva finito il suo lavoro in questa zona. Dopo la morte di suo ‘marito’ Wong, la prematura scomparsa di Sergio Ravella, detto ‘Biciè’, insieme al nostro compagno Joseph Romijlik, senza contare l’oscura dipartita del caro Raz, i capi del distretto hanno deciso che non c’era più molto per lei su cui lavorare e l’hanno messa dietro una scrivania. Bisogna contare anche che tutte queste morti eccellenti non hanno fatto bene all’operazione che lei stava portando avanti ormai da molti mesi e quindi è molto difficile che lei torni sul campo. Ma ora mi dica: qual era la seconda cosa che desiderava?”
“Il mio bar.”
“Ma con tutto quello che ha fatto, certo che le daremo il suo bar! – esclamò perplesso il russo non essendo ancora sicuro se ridere o prendermi sul serio – Cioè, se è questo che vuole, le daremo tutto quello di cui ha bisogno per riaprirlo…”
“Come due milioni di dollari, ad esempio?”
“Un milione novecentonovantanovemila e novecentottantacinque per l’esattezza.” Mi corresse Asuke apparendo con calma dalla porta scorrevole del patio. Accorsero le guardie del corpo puntando le loro armi contro di lei.
“Che ci fa lei qua?” Gridò Zerkovic.
“Io vi consiglierei di abbassarle” Mormorai puntandogli contro la mia pistola.
“Ma qui non lavora nessuno, inutile branco di imbecilli?! Questo qui entra con una pistola e me la punta addosso, quest’altra viene in casa mia come se fosse uscita adesso dalla piscina, ci manca solo il capo della polizia e il sindaco!”
“Non volevo interrompere… – disse il capo della polizia in persona, mentre faceva irruzione dalla porta principale, accompagnato da una folta scorta di poliziotti – ma visto che mi hai chiamato…”
“Mi spiace, Zerkovic, ma credo che il futuro sindaco, purtroppo, non si unirà a noi. Dopo essere stato ‘ucciso’ preferisce starsene un po’ tranquillo, ma non ti preoccupare: lo vedrai sui notiziari di domani, dalla televisione del carcere.” Un sorriso beffardo solcava la faccia di Asuke.
I suoi scagnozzi erano stati già disarmati, mentre Gary era ancora seduto dietro l’ampio tavolo di legno, masticando maledizioni dure come sassi. Quando due poliziotti andarono a sollevarlo, lui li allontanò con stizza e si alzò in piedi; per un istante tutte le armi furono puntate contro di lui.
“Voi due…” Cominciò a minacciare.
“Niente frasi clichè, Zarkovic, per piacere.” Gli dissi sorridendo.
Si guardò un’ultima volta intorno cercando di calcolare se ce l’avrebbe fatta almeno ad ammazzarci prima di essere colpito, ma alla fine ci rinunciò e si fece portare via dai poliziotti.

Poche ore più tardi io e Asuke eravamo abbracciati a letto, sfiniti ed euforici. La guardai a lungo cercando di fissare in testa il suo viso stupendo e la sua pelle perlacea.
“Stavo pensando a tutto quello che è successo in queste ultime ventiquattro ore.” Le dissi spostandole una ciocca di capelli per guardarla meglio.
“Riassumendo: ho castrato Massy il serpente, ho dato fuoco al locale dei più grossi trafficanti d’armi dello Stato, ucciso il sindaco, ho provocato un black out per più di dodici ore in tutta New York e ho fatto mettere dentro alcuni fra i più grossi malavitosi russi.”
“Non è del tutto esatto: il sindaco è ancora vivo. Hai fatto saltare solo l’ologramma che usava per le uscite in pubblico e il black out non è stato così esteso, e Zerkovic, tecnicamente, l’ho arrestato io.”
“Mmm… – mugugnai, girandomi sul letto – Allora questa storia non ha neanche a che fare con il sindaco e tutto il resto, vero?”
“Forse… forse ha solo a che fare con noi due?”
“Figurati…”
“Asuke?”
“Sì?”
“Ma quei quindici dollari che mancano… non è che li hai presi tu?”

© Mario Laudonio



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