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Il solito Gregor
di Francesco Sciortino
Pubblicato su PBSE2007



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"Gregor, sei tu? Gregor!" - bisbigliò Tonio balzando a sedere sul letto e cercando l'interruttore della lampada. "Gregor, sei tu?" - ripetè una seconda volta, con voce già meno assonnata, già meno fiduciosa.
Nessuna risposta venne dall'ampia stanza, ancora buia perchè Tonio non era riuscito a trovare subito l'interruttore, e aveva deciso di cominciare con l'inforcare gli occhiali che invece gli erano capitati sottomano nel tastare alla cieca sulla cassetta accanto al letto. Non gli sarebbero serviti molto, gli occhiali, finchè la stanza fosse stata buia, ma con gli occhiali Tonio si sentiva già come se ci vedesse meglio. Senza più parlare, l'orecchio teso a cogliere nuovamente il leggero rumore che lo aveva destato nel cuore di una notte come sempre del tutto silente, egli continuava piano piano a spostare a tastoni la mano sulla cassetta, alla ricerca dell'interruttore. Ma il silenzio che s'era rifatto denso e compatto, quel silenzio che da tanto ormai veniva rotto soltanto, oltre che dai consueti ronzii sommessi e regolari delle macchine della base, da ciò che lui stesso faceva, dai rumori che lui stesso produceva (a volte con il solo scopo di sentire un suono), gli aveva già distrutto la speranza. Quel rumorino doveva esserselo sognato, come nei primi giorni sognava di rivedere Gregor vivo e vegeto, per poi svegliarsi di soprassalto e rendersi conto rabbrividendo che non si era trattato che di un'illusione. Ma già dopo qualche giorno l'inganno del sonno non aveva più funzionato, e prima ancora di aprire gli occhi, prima ancora di essere del tutto sveglio, era in grado di capire che solo d'un sogno s'era trattato e a volte provava a scivolare nuovamente nel sonno, con la speranza che il sogno non si fosse interrotto completamente, che almeno in questa forma illusoria egli potesse godere ancora un po' della compagnia perduta.
Gregor era scomparso da più d'una settimana. Gregor era morto, da più d'una settimana. Non poteva che essere morto, comunque, dopo tutto questo tempo, anche se non fosse finito nel crepaccio. Non si poteva sopravvivere a lungo là fuori, anche senza finire in fondo ad una voragine come quella, fra neve e ghiaccio e nient'altro che neve e ghiaccio.
Tonio era arrivato alla base Tre Sorelle due mesi prima, insieme a Gregor ed Albert. Prescelti dai rispettivi paesi perchè erano ciascuno nel proprio campo tra i più brillanti giovani scienziati, ma anche perchè di solida costituzione fisica e di buona resistenza psichica. Caratteristiche importanti, queste ultime, per chi andava a trascorrere nel cuore dell'Antartide i terribili sei mesi di quella immensa notte invernale. La spedizione Gelido Notturno era la prima che intendesse compiere la sua ampia gamma di esperimenti e ricerche durante tutto l'arco del semestre invernale antartico, un intero semestre di notte perenne. Durante il quale i tre uomini che la componevano sarebbero stati, oltre che privi della vista del sole, totalmente isolati dal resto del mondo. In considerazione di ciò, i tre paesi che avevano congiuntamente organizzato la spedizione s'eran presa la pena di scegliere degli uomini che, oltre a possedere tutti i requisiti psicofisici e scientifici necessari, si conoscessero già e intrattenessero fra loro rapporti di amicizia oltre che di stima.
Così, dopo un opportuno periodo di preparazione in comune, e di già quasi totale isolamento, trascorso in un laboratorio appositamente approntato fra le montagne in Nord Europa, i tre prescelti erano stati portati fra i ghiacci eterni dell'Antartide e lì lasciati, per non venire recuperati che sei mesi dopo. Tonio era un chimico veneziano, Gregor un fisico praghese, ed Albert un astronomo bavarese. Per tutti e tre il proprio lavoro era quel che più contava nella vita, e questo ne aveva fatto dei solitari, privi di legami familiari o sentimentali - requisito anche questo preso in considerazione dai selezionatori. Poichè comunque s'era ritenuto opportuno che avessero una qualche valvola di sfogo che li aiutasse a superare possibili momenti difficili, ad Albert era stato consentito di portare con sè una scacchiera e dei manuali di questo gioco che lo affascinava, a Gregor una pila di dischi di musica classica, sua grande passione, ed a Tonio una necessariamente limitata, pur se composta di edizioni tascabili, selezione di classici della letteratura, nella cui lettura egli amava immergersi quasi quanto in quella delle più complesse formule chimiche.
Armati quindi di giovanile coraggio e di determinazione da studiosi, si erano istallati da un paio di mesi nella base Tre Sorelle su un altipiano sufficientemente pianeggiante perchè un aereo potesse atterrarvi, più prossimo possibile al Polo poichè da tale posizione i loro esperimenti sarebbero risultati di maggiore interesse. Il nome alla base lo avevano dato i tecnici che erano venuti a montarla per loro, che tornando li avevano assicurati di averla fornita di tutto il necessario, ivi comprese tre splendide sorelle che avrebbero addolcito la loro notturna solitudine e così Tre Sorelle era diventato il nome ufficiale della base.
Le cose purtroppo non erano andate secondo i piani. Albert, dopo pochi giorni dal loro arrivo, era scivolato su un lastrone di ghiaccio mentre istallava un telescopio in cima ad un erto cocuzzolo, piombando pesantemente al suolo vari metri più in basso e spaccandosi la testa. Lo avevano seppellito sotto un cumulo di neve, poichè scavare il ghiaccio era impossibile, e sulla tomba avevano deposto la sua scacchiera. E poi, qualche settimana dopo, era stata la volta di Gregor, scomparso in un profondo crepaccio che doveva esserglisi spalancato sotto i piedi, o più esattamente sotto lo slittino elettrico, durante la costituzione di un piccolo rifugio a qualche chilometro dalla base, dove egli contava di esser in grado di effettuare esperimenti di elettromagnetismo senza risentire delle perturbazioni create dalle attrezzature del campo principale.
Quando, dopo averlo atteso invano per due ore oltre il tempo limite previsto per il suo rientro, Tonio s'era incamminato lungo le tracce lasciate dagli andirivieni del compagno, a piedi poichè lo slittino di Gregor era l'unico mezzo di locomozione di cui disponessero, gli c'era voluta una mezza giornata (giornata?!) di marcia estenuante per arrivare al punto dove un enorme crepaccio interrompeva la pista, tagliandola perpendicolarmente. Al di là di esso la sua torcia potente non riuscì a trovare alcun segno dell'amico. Sporgendosi con cautela sul suo bordo incredibilmente fragile, arrivò a rischio della propria vita a proiettare un fascio di luce sul fondo del baratro. Qualcosa di colorato era laggiù, indistinguibile purtroppo. Qualcosa che non diede alcuna risposta ai ripetuti richiami di Tonio. Scendere si rivelò del tutto impossibile, ed eccessivamente rischioso provare ad aggirare il vasto spacco per cercar di vedere meglio dal lato opposto, poichè fratture laterali minori disegnavano il ghiaccio trasversalmente a quella principale facendo ritenere tutta la zona estremamente pericolosa.
Quando sentì che la stanchezza ed il freddo stavano ormai per rendergli impossibile il lungo ritorno alla base, Tonio riuscì a scuotersi dal torpore mentale che la perdita del suo compagno superstite gli aveva prodotto e, come per sfidare il mondo feroce e insensibile che voleva abbatterli uno dopo l'altro, si rimise in marcia con una determinazione da cui era estraneo ogni personale desiderio di sopravvivenza verso Tre Sorelle. Vi arrivò infine. Non seppe mai quanto tempo aveva impiegato in quella marcia sonnambulica, poiché appena rientrato si era lasciato cadere sul letto in preda ad un sonno senza coscienza al quale aveva fatto seguito un lungo periodo in cui le fasi di veglia erano prive di ogni lucidità e quelle di sonno turbate da incubi che, soli, arrivavano a penetrare la nebbia della sua mente.
Il suo orologio, quando Tonio fu in condizioni di capirne il messaggio, gli rivelò che erano trascorsi tre giorni dalla scomparsa di Gregor. Sì, dalla scomparsa di Gregor, non dalla morte di Gregor. Albert, lui sì, certo era morto, lo avevano visto morto, e lo avevano seppellito, ma Gregor era soltanto partito e non tornato indietro. Perché considerarlo morto ad ogni costo? Era scomparso, scomparso e basta. E poteva sempre darsi che tornasse.
L'illusione del ritorno del suo ultimo compagno era poi andata spegnendosi giorno dopo giorno, limitandosi ad aleggiare inconsistente, aggrappata ad un sogno che allo svegliarsi completo di Tonio svaniva sotto la pressione della mente lucida, incapace di trovare un motivo plausibile per tenere in vita un così assurdo fantasma.
Ma il leggero scricchiolio che lo aveva strappato dal sonno, fatto reale e non immagine creata dalla sua mente, aveva ridestato improvvisamente una speranza ragionevole, una speranza cui, desto, poteva ancora dar credito, per quanto improbabile essa fosse. Spente erano le macchine che avrebbero potuto produrre, per un guasto improvviso, un suono fuori dal normale, nè altri esseri viventi erano giunti al campo al di fuori dei tre scienziati, ed inimmaginabile era la presenza di un qualsiasi animale all'esterno, nella gelida vuota desolazione di una terra sepolta sotto un'eterna coltre di ghiacci.
"Gregor, rispondimi, ti prego", bisbigliò ancora una volta con voce tremante. Ma il suono leggero della propria voce svanì nel silenzio tornato intatto.
Tonio sobbalzò alla luce che improvvisa rischiarò la stanza. La sua mano aveva trovato l'interruttore e lo aveva premuto senza che egli se ne rendesse conto, teso com'era a comprendere cosa stesse accadendo.
Nulla, nulla era in vista, nella tenue luminosità che la debole lampadina da lettura distribuiva nell'ampia stanza ingombra d'ogni sorta di strumenti, casse, pacchi. Certo Tonio non poteva distinguere se qualcosa si celasse nei cento angoli bui che tutte le cose ammucchiate nello stanzone lasciavano in ombra, ma era indubbio che lo scricchiolio, se veramente esistito, non lo aveva prodotto Gregor. D'altronde uel rumore Tonio lo aveva percepito come proveniente dall'interno della stazione, netto e chiaro pur se leggero, non attutito e smorzato dalle pareti ricoperte d'uno spesso strato di neve della base. Un controllo all'esterno era comunque l'unica cosa che gli restasse da fare, poichè dentro non pareva proprio che ci fosse niente che avrebbe potuto produrlo. Giusto per spazzar via ogni residua illusione.
Stava già per mettere i piedi a terra, quando un fruscio quasi impercettibile gli colpì le orecchie con la forza di una fucilata. Rimase immobile, trattenendo perfino il respiro, rendendosi conto che il rumore udito era più fievole del suono prodotto dal suo stesso respirare. Aguzzò lo sguardo con un'intensità che gli fece male alle tempie, e lo indirizzò verso la zona da cui il fruscio gli era parso provenire, l'angolo cucina dello stanzone, locale multiuso ove quasi tutte la attività della base erano concentrate, per l'esigenza di limitare al massimo l'uso di energia per il riscaldamento.
Solo dopo un lungo momento gli sembrò di cogliere un infimo movimento, per terra accanto ad una grossa scatola di cartone su cui spiccava la scritta 'biscotti'. Come un leggerissimo luccicare nella penombra. Con gesti lenti e controllati allungò la mano a prendere il lume accanto al letto e lo portò in avanti, in modo da illuminare un po' meglio la zona dove aveva colto il debole luccichio.
Uno scarafaggio! Le lunghe antenne vibranti, la lucida corazza, le zampette che si muovevano caute. Un lurido, schifoso scarafaggio! Che lui aveva preso per l'amico scomparso, per Gregor!
Per Gregor. Senti un brivido corrergli su per la schiena, le tempie gli divennero invece di fuoco. Ora tremava con tutto il corpo, violentemente, mentre la testa sembrava scoppiargli. Incapace di qualsiasi movimento, gli occhi inchiodati all'animaletto.
Gregor. Ancora una volta! Ancora una volta la stessa orrida metamorfosi. Gregor, nuovamente uno scarafaggio! Gregor il praghese, perseguitato dalla maledizione di Kafka. Di quel Kafka che Tonio aborriva, fra tutti gli scrittori moderni, perchè lo trovava perverso, diabolico. Eppure, per rispetto a tanta critica illustre, egli aveva cercato di riabilitarlo ai suoi occhi, aveva provato a mettere da parte il suo disprezzo per quell'abietta espressione del mondo, lo aveva riletto e riletto con puntiglio, come a concedergli una due tre prove d'appello, che il processo cui lo sottoponeva fosse ineccepibile, fosse tale che Kafka stesso non avrebbe potuto irriderlo. Ed ora ecco che l'immondo scrittore riusciva ancora a lordare quel mondo che odiava perchè non sapeva capirlo, che infangava perchè ne aveva paura, su cui trasferiva la propria tortuosa sozzura. Colpendo vigliaccamente di nuovo il povero Gregor, adesso, che era ancora più debole e indifeso di quando faceva il commesso viaggiatore, adesso che era lontano da casa, perduto in mezzo ai ghiacci tenebrosi, senz'altri amici che lui, Tonio.
Ma con lui lì non gli sarebbe riuscito per la seconda volta di realizzare il suo infame piano fino in fondo, lui, Tonio, non si sarebbe lasciato influenzare facilmente come era accaduto alla famiglia di Gregor, non si sarebbe fatto vincere dal ribrezzo al punto da cancellare l'affetto per l'amico, per il compagno che con lui divideva la terribile solitudine della notte perenne. No, Gregor era il suo unico compagno, lo sarebbe rimasto per un tempo incalcolabile, forse per sempre, fra questi ghiacci privi di luce, privi di vita.
"Gregor, son contento che tu sia tornato. Lo sapevo che non potevi esser morto, non anche tu. Che non mi avresti lasciato solo quaggiù. E non mi importa quel che ti è successo. Non deve importare nemmeno a te. Sarà tutto come prima, vedrai." Tonio aveva parlato con voce bassa e roca, una profonda commozione gli serrava la gola. Le antenne della scarafaggio avevano evidentemente percepito il suono delle sue parole, che avevano seguito agitandosi in un tremore leggero. Tonio, sempre immobile sul letto, seguitava a fissare affascinato l'animaletto bruno, lucente sotto la tenue luminosità che lo investiva. Le zampette, che mentre egli parlava si erano arrestate, ora ripresero a muoversi, caute, mentre le antenne giravano in qua e in là. L'insetto sembrava incerto sulla direzione da prendere, esitante.
Tonio, pian piano, fece scivolare le gambe giù dal letto e si mise in piedi. La testa gli girava, mancò poco che lasciasse cadere il lume che ancora teneva in mano. Il brusco agitarsi della luce spaventò lo scarafaggio, che veloce corse a rintanarsi sotto il bordo del pacco che gli era più vicino.
"No, Gregor, non aver paura. Scusami, scusami, non volevo spaventarti", bisbigliò Tonio facendo attenzione a restare immobile. "Devo sembrarti un enorme gigante, adesso, una mostruosa incarnazione di colui che era il tuo compagno. Scusami, capisco che non dev'essere facile per te accettarmi ancora come un amico, ma sappi che non devi aver timore di me, che farò ben attenzione."
L'insetto fece qualche timido passetto fuori dal suo rifugio, e si fermò, fronteggiandolo. Solo le antenne si muovevano, vibrando leggermente. Allora Tonio poggiò con cura il lume sulla cassetta accanto al letto e mosse lentamente un passo verso di lui. Cautela sprecata: il tempo che il suo piede si posava nuovamente per terra, lo scarafaggio era già scomparso nell'oscurità. Tonio ebbe un gesto di stizza, poi rimase immobile, perplesso, a guardare il buio dove era sparito veloce l'animaletto. Una lacrima gli scivolò sulla guancia.
"Gregor", sussurrò piagnucoloso, "Gregor..." Un pensiero gli attraversò la mente, e parve risvegliarlo dallo stato di attonita prostrazione in cui ritrovarsi nuovamente solo lo aveva subitamente piombato. Si precipitò all'armadietto dei viveri e aprì convulsamente due tre scatole. Un pizzico di zucchero, uno di cacao, uno di latte in polvere - non gli venne in mente altro. Andò a depositare il tutto nel punto dove lo scarafaggio si era fermato a guardarlo e ad ascoltarlo. E nel far ciò sorrideva. Sorrideva per la prima volta da quando Gregor non era tornato indietro. Sorrideva come se Gregor potesse sorridere con lui.
Poi tornò a mettersi a letto, e si riaddormentò, il sorriso ancora sulle labbra.
Appena desto, riaccesa la luce, diresse lo sguardo verso il punto in cui aveva lasciato il cibo. Nessuna presenza, ma chiare tracce che l'offerta aveva suscitato interesse. Qualche granello scuro di cacao e bianco di latte in polvere, rimasti probabilmente attaccati per qualche tempo alle zampette dello scarafaggio, segnavano la via seguita dall'insetto dal mucchio di provviste indietro verso la propria tana.
Levatosi di buon umore, Tonio per prima cosa andò ad accendere tutte le lampade della stanza, in modo da avere un'illuminazione che gli consentisse di vedere chiaramente quasi dappertutto, senza grosse zone di penombra. Poteva così muoversi senza timore di schiacciare inavvertitamente il suo compagno o di terrorizzarlo con il camminargli troppo vicino. "La luce non gli farà paura, poichè sa che non ha nulla da temere." - si disse, dopo un attimo di perplessità. "Anche se non fosse ancora sicuro che io l'ho riconosciuto, dovrebbe comunque aver capito che non gli voglio alcun male. Avrà di certo immaginato che il cibo che ha trovato questa notte lo avevo lasciato apposta per lui."
Si fece del caffè, forte e ben zuccherato, e, prima di sedersi al suo tavolo da lavoro dove lo avrebbe sorseggiato, centellinandolo e gustandone ogni sorso con la consueta beatitudine del vero intenditore, si fermò a lasciarne cadere una goccia accanto al mucchietto delle 'provviste'. "Se non hai cambiato troppo di gusti," - disse a voce alta - "forse gradirai anche un po' di caffè, ricordando come io ti abbia fatto scoprire la vera bontà di quella che tu chiamavi 'brodaglia nerastra' prima di convircerti a provare quello che faccio io." E ridacchiò fra sè e sè.
Lavorò di buona lena per parecchie ore, assorbito nell'esame di dati che da giorni osservava senza arrivare nemmeno a rendersi conto di cosa significassero, che registrava meccanicamente perchè era in grado di farlo senza esserne cosciente, e che ora tornavano ad attrarre la sua attenzione, ad essere comprensibili, valutabili, interpretabili. Procedette poi a modificare alcune regolazioni degli strumenti, con cura, mano ferma ed occhio critico. "Gregor," - gridò girando leggermente il capo di lato - "stanno venendo fuori cose incredibili. Non sono certo che gli strumenti leggano bene, ma se è così... E' un vero peccato che tu non possa portare avanti i tuoi esperimenti, son sicuro che ci aiuterebbero a capire quel che succede qui. Sai, se questi dati sono corretti, dovremo rivedere un bel po' di teorie, proprio un bel po'. E se non ho il supporto delle tue ricerche a confermare questi risultati, so già quanto mi ci vorrà per convincere tutti quei testoni che sono rimasti laggiù al calduccio ad accettare i miei dati. Prima di riconoscere che si sbagliavano di grosso proveranno a dimostrare che i miei strumenti erano impazziti, e magari che sono impazzito anch'io!"
Dopo pranzo spense tutte le luci ed andò fuori a fare i controlli periodici che aveva trascurato nei giorni precedenti. Nessun grosso problema, ma si attardò all'esterno più del necessario. "Lasciamo a Gregor il tempo di uscire a mangiare. Probabilmente gli scarafaggi non escono con la luce proprio perchè non amano la luce, non perchè abbiano paura di esser visti. Avranno probabilmente degli occhi particolarmante sensibili. Forse ho sbagliato a tenere accesa tanta luce. Farò bene a lasciare la stanza in penombra. Basterà che cammini piano e guardi dove metto i piedi."
Ma il cibo non era stato toccato, nella mezz'oretta in cui egli era rimasto fuori dall'edificio, né lo fu per tutto il pomeriggio. Nonostante la luce bassa l'insetto non si fece vedere né sentire.
Dopo cena Tonio si mise a letto con un libro in mano. Non si addormentava mai senza leggere almeno per un'oretta. Si era portato dietro tutto Hemingway, ritenendolo una lettura particolarmente adatta ad un lungo periodo di confinamento in un freddo stanzone nella notte perenne - gli avrebbe almeno ricordato di un mondo assolato e pieno di vita e movimento e passione. Lesse con la lampadina schermata, per rispetto alle esigenze del suo piccolo amico, e con le orecchie tese a cogliere il più leggero fruscio.
Ed infine lo sentì. Abbassò lentamente il libro e sporse la testa fuori dal letto. Avanzava svelto, le zampette agili sotto il lucido carapace. Le antenne sondavano ora l'aria ora il terreno. Procedeva a zig-zag, come se non sapesse bene dove dirigersi.
"Gregor", bisbigliò Tonio. L'altro si immobilizzò. "Gregor, sono io, Tonio. Non aver paura." Le antenne dello scarafaggio presero a muoversi freneticamente, poi si fermarono. "Spero che quel che ti ho lasciato da mangiare ieri sia stato di tuo gradimento. Ne avrò la conferma se ci tornerai anche stanotte, se no domani proverò con qualcosaltro. Ti ho lasciato anche del caffè - ad un nottambulo come sei diventato dovrebbe esser gradito." Ridacchiò piano, poi rimase in silenzio per vedere cosa succedeva.
L'animaletto alzò ed abbassò un paio di volte le antenne, poi prese a dirigersi velocemente verso il mucchietto delle polverine. Si fermò dinanzi alla goccia di caffè, ormai quasi rappresa, e la 'annusò' con la punta di un'antenna, sfiorandola soltanto. Quindi si decise ad accostarvisi. Tonio, da lontano e nella penombra, poteva notare soltanto un rapido agitarsi di qualcosa che potevano essere mandibole o il primo paio di zampe - non sapeva pressocchè nulla dell'anatomia delle blatte, ma gli sembrava evidente che lo scarafaggio stava mangiando.
"Lo sapevo che ti sarebbe piaciuto, il caffè, ma fa' attenzione a non esagerare, quella goccia è come un'intera caraffa per le tue attuali dimensioni. Ricordi che ti dicevo sempre di controllarti con il caffè, quello che faccio io non è sciacquatura di piatti come usate al tuo paese, è un vero concentrato, forte come una bomba. Com'è buono, dicevi la prima volta che venisti per un corso alla mia università, quando te ne offrii uno al bar della facoltà, e continuasti di nascosto a me a berne per tutta la giornata, e poi per due giorni non riuscisti a chiudere occhio e alla fine ti addormentasti di colpo durante l'esperimento del professor Boti, russando come un maiale. Dai, fammi vedere adesso se ti piace il latte in polvere. Domani proverò anche a lasciarti qualche briciola di biscotto, e magari anche un po' di carne in scatola. Può darsi che a poco a poco tu perda i tuoi gusti umani, come l'altra volta, ma stai tranquillo, mi prenderò cura di te almeno quanto faceva tua sorella la prima volta. Non vuoi altro? Guarda che non credo ci sia niente di commestibile in giro. O vai giusto a fare una passeggiata? Certo, dopo essertene stato tutto il giorno rintanato avrai pure bisogno di far quattro passi. Tu, poi, che alla tua passeggiatina dopo pranzo non ci rinunciavi nemmeno alle Tre Sorelle, e te n'andavi a sgambettare disinvoltamente a trenta gradi sotto zero perchè qua dentro c'era troppo poco spazio! Adesso almeno lo spazio qui per te è diventato tanto, specie che puoi passeggiare anche sui muri e sul soffitto. Ehi, non scomparire, resta qui in giro! Mi dovrai spiegare che diavolo ci trovi di interessante ad andarti a cacciare là sotto. Sei sempre il solito, mai che si possano fare quattro chiacchere filate con te. Va bene, buonanotte, e domani vedi di uscire un po' prima."
Ma anche l'indomani, ed i giorni seguenti, l'insetto non si faceva vivo che quando le luci che servivano a Tonio per lavorare venivano sostituite con una lampadina fioca fioca e schermata. Tonio un po' se ne crucciava, ma il sapere che lui era comunque lì, anche se se ne stava a poltrire in un qualche angolino buio, era sufficiente a tenergli su il morale. Giorno dopo giorno andava avvicinando al letto il 'pranzo' dello scarafaggio, e con soddisfazione lo vedeva farsi sempre più disinvolto. Anche se talvolta, nell'eccitazione di raccontargli di un imprevedibile risultato di un qualche esperimento fatto quel giorno, alzava la voce o gesticolava, ormai la blatta si limitava a girarsi un momento a guardarlo e ad agitare veloci le antenne, per poi tornare serenamente al suo pasto.
"Eh sì, proprio sorprendente, vero? No, non c'è da fare quella faccia incredula, e invece di argomentare a vanvera tieni un po' ferme quelle antenne e stammi ad ascoltare bene. E' proprio così, un risultato chiarissimo, inconfutabile. E al diavolo quel che sostengono tutti quei cervelloni che se ne stanno a poltrire nei bei laboratori delle loro comode università, e la sera vanno al cinema con la ragazza. Che vengano qui a verificare i miei esperimenti, prima di dire che non è possibile. Tu non ti scaldi molto, eh, ma anche con la sua calma olimpica vorrei vedere te, a sentirti accusare di considerare tutti i cervelloni riconosciuti e paludati come dei ragazzini distratti che non hanno capito nulla di quel che succedeva sotto il loro naso. Perché è proprio così: avevamo tutti frainteso ciò che vedevamo, avevamo costruito splendidi castelli sopra un malinteso, e ora dovremo ricominciare tutto quanto da capo, tutti a zero. Mi faranno rimpiangere di non essere ancora qui, dove almeno un amico ce l'ho. Anche se sei proprio un bell'amico, devo dirtelo, che quando hai finito di mangiare non vuoi sapere più niente e te ne vai a sgambettare in giro, come se quello che ti sto dicendo fossero chiacchere tanto per passare il tempo. Lo so, che forse staresti ad ascoltarmi con più attenzione se parlassi di donne, ti conosco bene, staresti lì a chiedermi se l'assistente del professor Bosi mi ha più detto nulla di te, o se la figlia di Tortini ha fatto allusioni al suo stage a Praga dell'estate scorsa. Sai che non ti ho mai raccontato che la Soratti, Margherita, quella bionda alta magra magra del laboratorio di fusione, spasima per te, ma è troppo timida per fartelo notare, non te l'avevo mai detto perchè speravo che un giorno si accorgesse di me, ma adesso mi sento pronto a sfidarti per lei, adesso di me si accorgeranno tutti! Va bene, va bene, fai pure finta che della Soratti non t'importa niente, ma so io come la guardavi!"
Lo scarafaggio, con il passare delle settimane, si andava sempre più abituando alla presenza di Tonio e, purché questi non facesse gesti troppo bruschi, gli veniva vicino perfino quando lui stava seduto per terra. Tonio aveva preso l'abitudine di mangiare il suo pasto serale molto tardi, quando la fame gli attanagliava le budella al punto da fargli abbandonare, a malincuore, il lavoro. E mentre lui stesso mangiava depositava per terra accanto a sé qualche briciola della propria cena per l'insetto che, attratto dall'odore del cibo o abituatosi alla routine, accorreva immediatamente a prender parte al banchetto.
"Stasera, Gregor, ti ho fatto lo stufato con patate, e ci ho messo dentro un po' di vino, come piace a te. Sì, io sono sempre astemio, ma so quanto ami lo stufato col vino, come lo fate voi a Praga, e così questa sera mangerò anch'io a gusto tuo. D'altronde il più delle volte ti faccio mangiare quel che piace a me, e mi sono accorto, ieri, che hai mangiato pochissimo: il risotto ai funghi non ti è mai andato giù, lo sapevo benissimo, ma ieri non ci ho pensato e me ne sono ricordato solo quando ti ho visto andartene via disgustato. Anzi, sul momento ho immaginato che ti fossi arrabbiato con me perchè avevo detto che voi fisici credete di avere le chiavi per capire il mondo, ma è da noi che dovete venire per imparare come si fanno funzionare le chiavi. Scherzavo, naturalmente, volevo solo provocarti, sapendo come sei suscettibile sull'importanza del vostro fare tutto a pezzetti sempre più piccoli, più piccoli di quanto non riusciamo perfino noi chimici. Ma, scherzi a parte - e non cominciare a scuotere le tue antenne come se io stessi dicendo eresie - servirebbe a poco il vostro spezzettare se poi non ci fossimo noi a mettere i pezzetti insieme, e a mostrarvi cosa si può fare con tutta quella vostra inutile minutaglia. Sì, stasera parlo perché so che anche se ti offendi non abbandonerai il tuo stufato - guarda, guarda come sta ad ingozzarsi, il praghese! Altro che la roba che ti portava tua sorella, l'altra volta! Lei però aveva ragione quanto alla puzza, lascia che te lo dica. Quando mi stai così vicino la sento anch'io, questa tua puzza di scarafaggio. D'altronde non eri mai stato tanto profumato neanche prima, ah ah ah!"
Ma come quello si abituava alla vicinanza di Tonio, questi si assuefece anche all'odore dell'altro, e così venne il giorno in cui il chimico invece di depositare a terra il cibo per l'insetto glielo porse con due dita.
"Buon appetito, Gregor, posso offrirti un pisello al burro? E non fare tutte quelle moine con le antenne! Fra di noi niente complimenti! Rammenti quella volta che andammo ad un congresso non ricordo più in che paese, quando ci servirono l'agnello tutto intero e ci spiegarono che non soltanto andava mangiato con le mani ma che era segno di cortesia strapparne un pezzo e metterlo in bocca al proprio vicino? Che andammo avanti mezz'ora imboccandoci a forza l'un l'altro, e alla fine ci mettemmo a tirarci gli ossi addosso e ci cacciarono dal locale? Ma a cominciare eri stato tu. Oh, buono il pisellino! Per fortuna conservi i tuoi gusti umani. Dovresti cominciare a vedere se non puoi in qualche modo riprendere la tua attività, che so, provare a scrivere intingendo una zampa nell'inchiostro, a leggere, magari correndo sù e giù per la pagina. All'università potrebbero farti una tastiera da computer speciale, miniaturizzata, che tu possa agevolmente usare... Ma sarebbe certo meglio se potessi tornare come prima - specie adesso che sai della Soratti!"
Un giorno gli venne in mente che per spingerlo ad uscire dalla sua tana prima di sera potesse essergli d'aiuto la musica, e cominciò a metter su i dischi che Gregor si era portato dietro. "Questo Paisiello, guarda, mi costringo a sentirlo proprio per far piacere a te, perchè mi sembra buono solo a far venire il sonno", commentava, ovvero "Shostakovic a te piace molto, lo vedo come arrivi e te lo stai ad ascoltare tutto beato, ma a me non sembra proprio musica per cristiani - che sia musica per blatte?", e rideva, rideva convulso fino a varsi venir le lacrime.
"Senti un po' questo, Gregor", prese l'abitudine di dirgli quando, aumentata la familiarità, lo scarafaggio prese a venir fuori anche alla luce e gironzolare per la stanza mentre Tonio lavorava, "e dimmi se ti sembra abbastanza chiaro. Anche se non sei un chimico, dimmi come ti suona. I miei colleghi mi daranno addosso non appena apro bocca, e saranno tutti compatti, per una volta, poiché le mie scoperte ne fanno, di tutti indistintamente, degli scolaretti che devono imparare tutto quanto da capo. Quindi avrò bisogno di appoggio al di fuori del mio campo, e dovrò far capire il senso delle mie scoperte anche ai non specialisti. E sta' un po' fermo ad ascoltare!" Batteva le nocche sul piano del tavolo, e l'altro allora si immobilizzava, girandosi a guardarlo. "Alla buon'ora! Ed ora ascolta attentamente."
E Tonio finalmente poteva tuffarsi nell'esposizione di qualcuno dei risultati dei suoi solitari esperimenti, lanciando di tanto in tanto un'occhiata allo scarafaggio. "Cosa vuoi dire, con questo scuotimento di antenne? Per dio, Gregor, cosa vuoi dire? Non ti è chiaro, o non ti convince? Non può non convincerti, ed è un ragionamento chiaro come il sole, per dio! Guarda, te lo ripeto - e sta' ad ascoltare attento. Te lo ripeto tale e quale, anzi, va bene, te lo spiego in maniera più semplice. Forse in fondo avevi ragione tu, la mia esposizione presupponeva ancora troppe cognizioni specifiche, che non mi posso aspettare negli ascoltatori che non siano del mestiere. Ricomincio, allora, e seguimi."
A malapena adesso Tonio abbandonava gli argomenti scientifici quando si sedevano a cenare. Solo allora, e per pochi minuti, la chiaccherata cambiava soggetto. La cucina di Tonio d'altronde si faceva sempre più semplice e approssimativa - solo nel fare il caffè, che prendeva ormai in continuazione per mantenere costante la tensione che sentiva necessaria per tenerlo in perenne stato di allerta contro gli avversari, accaniti e spietati come prevedeva sarebbero stati, poneva ancora la cura di sempre. Talvolta egli arrivava a rendersi conto, quando si apprestava a nutrirsi di semplici biscotti che non aveva neppure ammorbidito e di formaggio già rinsecchito, della poca cura che ormai aveva di se stesso, e allora ringraziava Gregor per il suo non protestare a dover condividere quei miseri pasti, e gli prometteva banchetti luculliani per quando, sconfitti ed umiliati i loro detrattori ed avversari, sarebbero stati famosi. Lo scarafaggio in realtà continuava a mangiare di buon appetito, e a mostrarsi amichevole. Ora si lasciava anche accarezzare, e talvolta si azzardava, durante una passeggiata sul tavolo da lavoro, perfino a solleticare con le antenne una mano di Tonio. "Sempre voglia di scherzare e giocare, tu, resterai così pure da vecchio, te l'ho sempre detto. Ma guarda che non si può continuare così all'infinito. Già due anni fa, ricordi, non ti dettero quell'incarico cui tenevi tanto perchè Stulz gonfiò talmente la storia di quel tuo scherzo all'Istituto che ti fece considerare immaturo per un posto di grossa responsabilità. Devi smetterla di fare il ragazzino, Gregor, o non farai mai carriera nemmeno se passi una vita al polo sud. Contavo tanto che quest'esperienza ti avrebbe finalmente reso uomo... Ma non è stata colpa tua, stavolta. Almeno, credo. Voglio sperarlo. Ad ogni modo questa, che doveva essere la tua occasione, purtroppo è sfumata, ma ricorda che alla tua età non si deve lasciarsi scappare la seconda, perché una terza potrebbe non esserci mai. Un vero peccato, per questa volta, magari scoprivi anche tu qualche cosa di sensazionale."
Così preso era Tonio dal mettere insieme dati su dati, e dall'elaborarli, e dal trarne teorie, e dal contrapporre queste a quelle preesistenti, e dal confutare le obiezioni che scontava gli sarebbero state mosse, dal prepararsi insomma alla grande e certamente epica battaglia della sua carriera al cui termine si vedeva assurgere fra i massimi pionieri della scienza, che il cupo rombo da cui venne destato di soprassalto, dopo mesi di vivere in un mondo silente, lo colse del tutto alla sprovvista. Accesa la luce, gli venne comunque in mente di lanciare uno sguardo al calendario dell'orologio, cui da lungo tempo non aveva più prestato alcuna attenzione.
"Gregor!", urlò, "è l'aereo! Vengono a riprenderci!" E si lanciò verso la porta infilandosi la tuta termica.
La tenebra era squarciata da una lunga doppia linea di potenti lampade, il cui timer aveva impeccabilmente funzionato, fra le quali già i fari dell'aereoplano si abbassavano, in un fragore insopportabile. Tonio rimase immobile, come imbambolato, sulla soglia della stazione, frastornato da tutta quella luce e da tutto quel rumore, incapace perfino di pensare che la lunga reclusione era finita, la prova superata, il mondo dei colori e dei suoni, delle albe e dei tramonti, degli alberi e degli uccelli ormai prossimo. Non si accorse quasi nemmeno che la corsa dei fari si arrestava, che un portello si apriva, che due figure infagottate gli venivano incontro facendo ampi segni con le mani e gridando e ridendo.
Lo spinsero dentro dopo averlo abbracciato. Soltanto quando fu nuovamente all'interno della stanza, nell'ambiente che era divenuto tutto il suo mondo, senza più l'offensivo sfavillare di tutte quelle luci e quell'insostenibile frastuono, solo allora Tonio si sentì tornare ad esser padrone di sé, guardò in faccia gli uomini che erano entrati con lui, strinse loro la mano, sorrise.
"Benvenuti", disse loro, "Era tempo." Era la frase con cui fin dal primo giorno della reclusione Albert e Gregor e lui avevano concordato di accogliere coloro che un'eternità più tardi sarebbero venuti a riprenderli. E pensò che fra poco si sarebbe stati di ritorno. Lo aspettava la sua casa, il suo laboratorio. La fama, seppure ancora da strappare con le unghie e con i denti. Ma già, dinanzi a questi estranei, si sentiva ben diverso da quando sei mesi prima lo avevano accompagnato alle Tre Sorelle. Allora era un giovane scienziato brillante ma oscuro, adesso egli era qualcuno che aveva fatto delle scoperte rivoluzionarie e che stava per accedere all'olimpo della scienza.
"Vi faccio un caffè?", disse disinvolto, "Ne avrete voglia, immagino. Accomodatevi." E si diresse calmo verso la cucinetta. "Cosa? Lì? Quello? Sapete, quello è... no, sì, sì... è uno scarafaggio. Uno scarafaggio, già, certo. Cos’altro potrebbe essere? Nient'altro che uno schifoso scarafaggio." E allungando rapido il piede lo schiacciò sotto la grossa scarpa.

© Francesco Sciortino



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