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UNA VITA PERFETTA
di Annamaria Trevale
Pubblicato su PBSE2007


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La mattina del suo cinquantacinquesimo compleanno, Gabriele si svegliò come sempre un paio di minuti prima che la sveglia iniziasse a trillare, ed ebbe il tempo di allungare il braccio per renderne superfluo il compito abbassando il tasto “off”.
Scivolò fuori del letto lasciando che Marzia si godesse gli ultimi, preziosi minuti di sonno, lei che al mattino impiegava sempre un’eternità per raggiungere la piena efficienza, e uscì dalla stanza a passi felpati, infilandosi subito nel bagno che era appena stato abbandonato da Claudio, il loro unico figlio, già passato in cucina a prepararsi la colazione prima di partire in direzione del liceo.
Quando tornò in camera da letto, lavato e sbarbato, si chinò a depositare un rapido bacio sulla fronte della moglie che iniziava appena a stiracchiarsi pigramente.
“Buongiorno!”
“Buongiorno….è di nuovo ora di alzarsi?”
“Sì, mi dispiace per te, ma è così!”
Marzia balzò a sedere sul letto, mentre il marito sollevava l’avvolgibile, facendo entrare la luce ancora debole del mattino nella stanza.
“Santo cielo, oggi è martedì, vero? Il dodici? Buon compleanno, tesoro!”
“Grazie! Quest’anno sei stata velocissima, sul serio. Altre volte te ne ricordavi intorno a mezzogiorno…”
Marzia sbuffò: ”Non è colpa mia se di mattino non sono scattante come te. Inizio a ragionare dopo il caffé, lo sai, e nelle mattine in cui ho lezione fin dalla prima ora sono sempre uno strazio: oggi, se non altro, vado dalla seconda.”
Entrando in cucina, Gabriele incrociò Claudio che ne usciva, già pronto per avviarsi verso la fermata dell’autobus.
“Ciao, pa’. Tanti auguri!”
“Ciao, Claudio, grazie! Programma di oggi?”
“Niente di speciale, giornata tranquilla. Ci vediamo alle due!”
Marzia arrivò in cucina mentre la caffettiera iniziava a borbottare sul fornello, diffondendo nel locale un profumo invitante. Fecero colazione assieme, seduti al tavolo di marmo screziato, bevendo caffelatte e mangiando fette biscottate spalmate di miele, poi si salutarono brevemente prima d’andare al lavoro.
Gabriele uscì sul pianerottolo, scese le due rampe di scale che lo separavano dal pianterreno e aprì la porta d’ingresso del piccolo ufficio di fronte alla portineria del palazzo: era già arrivato.
Aveva sempre cercato d’organizzare la propria vita con l’obiettivo di raggiungere il massimo in fatto d’efficienza e comodità, e negli ultimi quindici anni poteva dire d’esserci riuscito alla perfezione: dopo il matrimonio con Marzia, l’acquisto di un appartamento in un palazzo di un bel quartiere semicentrale e la nascita di Claudio, era stato così fortunato da riuscire ad aggiudicarsi anche quel bilocale dove sistemare il suo studio di progettazione, così da eliminare per sempre dalla sua vita l’ansia di dover guidare avanti e indietro per la città nelle ore di punta.
Dai clienti cercava di recarsi il meno possibile, invitandoli piuttosto a incontrarsi presso di lui, e se proprio non poteva farne a meno era molto abile a fissare gli appuntamenti negli orari migliori in cui il traffico cittadino era meno congestionato.
Il palazzo dove aveva stabilito di vivere e lavorare, una costruzione vecchiotta situata in fondo ad una stradina appartata e silenziosa, era circondato da un piccolo giardino, su cui si affacciava la finestra dello studio di Gabriele che, nella bella stagione, avvertiva i profumi della vegetazione in piena fioritura e riusciva quasi a dimenticare di trovarsi in un edificio metropolitano.
Marzia, da quando era divenuta insegnante di ruolo, aveva ottenuto la cattedra in una scuola media non troppo distante, mentre Claudio frequentava con profitto l’ultima classe del liceo scientifico e presto si sarebbe iscritto alla facoltà d’ingegneria.
“Una vita perfetta”, la sua, pensò Gabriele sedendosi al tavolo di lavoro e aggiornando meccanicamente il calendario alla data del suo compleanno: già, stava compiendo cinquantacinque anni.
Veramente, in quella definizione, se usata da qualche amico di gioventù, il tono era stato spesso piuttosto ironico, ma non se n’era mai preoccupato granché…o forse avrebbe dovuto?
Aveva talvolta pensato che quel pizzico d’ironia fosse dettato da una certa dose d’invidia, se a giudicare “perfetta” la sua esistenza era un amico dalla vita sentimentale turbolenta, oppure un altro un po’ malmesso dal punto di vista economico, tuttavia, da qualche tempo, si rendeva conto che non era più tanto soddisfatto di tanta apparente perfezione.
Troppe giornate iniziavano a sembrargli tutte uguali nella loro monotona ripetitività, e l’immagine perenne del giardino fiorito inquadrato dalla finestra cominciava a stancarlo.
Da diversi anni lui e Marzia non si concedevano più viaggi interessanti, oltre alle vacanze estive al mare, ricordò improvvisamente Gabriele, rimandando ogni vago progetto al riguardo con i pretesti più banali: sua moglie si era sicuramente impigrita, ma nemmeno lui si era preoccupato granché di migliorare la situazione.
E se le avesse fatto la sorpresa di offrirle un viaggio “last minute” in un luogo speciale? Sarebbe stato sufficiente recarsi in una qualsiasi agenzia di viaggi, scegliendo la proposta più stuzzicante, per poi tornare a casa sventolando i biglietti aerei già pronti….Ma se Marzia gli avesse risposto che per lei era impossibile assentarsi dalla scuola in quel periodo? Forse era meglio rifletterci sopra.
Gabriele lavorò di malavoglia per tutta la mattina, rispose ad un paio di telefonate d’auguri di amici e accolse con dissimulato sollievo le scuse di un cliente, che annullava per problemi urgenti un appuntamento fissato nel pomeriggio: non era proprio dell’umore migliore per una trattativa che prevedeva piuttosto laboriosa.
A mezzogiorno, considerando il proprio scarso rendimento, decise di staccare e di risalire in casa, confidando in un pomeriggio più produttivo dopo la pausa pranzo.
Marzia aveva lasciato un messaggio in bella evidenza in cucina:
“Pranzo pronto da riscaldarti nel microonde, io ho i laboratori fino a tardi e anche Claudio mangia fuori. Per stasera è già prenotata una cenetta speciale al ristorante. Baci.”
Gabriele era abituato a pranzare spesso da solo, quando Marzia doveva trattenersi a scuola perché impegnata anche di pomeriggio, mentre accadeva di frequente che Claudio preferisse mangiare qualcosa con i compagni vicino al liceo prima di rientrare a casa, ma quel giorno la cosa lo immalinconì ulteriormente: la casa vuota e silenziosa, perfettamente pulita e ordinata, aveva un aspetto troppo freddo e asettico, pensò esaminando con occhio critico gli accostamenti cromatici di mobili, pareti e pavimenti che pure fino a quel giorno aveva sempre considerato espressione di buon gusto ed eleganza, frutto di lunghe elaborazioni e discussioni con Marzia in anni ormai lontani. Già, forse era anche giunto il momento per cambiare qualcosa, dopo parecchia immobilità…
Gabriele pranzò in fretta, senza quasi capire cosa stesse ingurgitando, mentre ascoltava distrattamente le notizie di un qualsiasi telegiornale, che del resto non gli sembravano molto differenti da quelle ascoltate il giorno precedente o la settimana prima: schermaglie politiche, attentati terroristici, difficoltà economiche, un paio d’episodi di cronaca nera, pettegolezzi a proposito di personaggi dello spettacolo. Che monotonia, santo cielo!
Chissà cosa diavolo si era diffuso nell’aria, in quella strana giornata di compleanno, capace di fargli apparire tutto quanto noioso, ripetitivo, in definitiva deprimente? Perché mai si sentiva così fuori posto, e quella sensazione sgradevole che l’aveva invaso fin dal momento in cui aveva iniziato a guardarsi intorno appena sveglio, appena poche ore prima, non accennava ad andarsene?
Ora che aveva messo i pochi piatti sporchi nella lavastoviglie e bevuto il suo caffé, Gabriele sapeva che sarebbe dovuto tornarsene giù al pianterreno, e rimettersi una buona volta al lavoro, ma questa prospettiva non lo attirava per nulla: non sarebbe stato forse meglio uscire da quell’edificio, che stava stranamente assumendo ai suoi occhi l’aspetto di una gabbia, e andarsene per un momento a fare quattro passi all’aperto, girovagando per le strade cittadine senza una meta precisa, giusto per distrarsi e tentare di liberarsi dai pensieri molesti?
La brezza del primo pomeriggio era effettivamente piacevole.
Gabriele percorse di buon passo la sua stradina silenziosa, svoltò a sinistra, superò un paio d’incroci e si ritrovò in una via commerciale piuttosto frequentata, dove sia lui, sia i suoi familiari si recavano spesso per gli acquisti, ma che a quell’ora offriva ai passanti dei marciapiedi ancora poco affollati.
Scarpe, borse, libri, indumenti d’ogni genere, giocattoli….non mancava proprio nulla. Persone d’ogni età entravano e uscivano dai negozi o sedevano ai tavolini di qualche caffé disseminato fra gli esercizi commerciali.
La vetrina di un’agenzia di viaggi appariva costellata di foglietti colorati su cui qualcuno aveva stampato le offerte “last minute” della settimana, ed osservandole Gabriele ricordò i propri pensieri mattutini riguardo alla sorpresa che avrebbe voluto fare alla moglie, e che probabilmente non sarebbe stata capita e apprezzata da lei.
Un viaggio, una fuga: sarebbe stato un regalo di compleanno ideale, pensò improvvisamente Gabriele lasciando scorrere lo sguardo sui nomi dei luoghi lontani al di là della vetrina.
Fuggire per un po’ dalla sua vita perfetta.
Meccanicamente, cercò in tasca il portafogli, e lo aprì: due carte di credito e un Bancomat occupavano le apposite tasche.
Non fu difficile entrare nell’agenzia di viaggi, e non impiegò molto tempo ad uscirne, tornare a casa, buttare in una borsa pochi indumenti e passare in fretta a chiudere il suo ufficio.
Chiamò un taxi e si fece portare all’aeroporto, senza lasciare messaggi, e spegnendo il cellulare perché nessuno lo cercasse per qualche ora, almeno finché un aereo non l’avesse depositato in un luogo a diverse migliaia di chilometri da lì.
Aveva cinquantacinque anni, le idee confuse e una vita troppo perfetta alle spalle, ma fra una settimana sarebbe tornato a casa. O forse dieci giorni, un mese….chissà.



© Annamaria Trevale



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