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Episodio di Don Francisco Figueredo (frammento*)
di Fernando Sorrentino
Pubblicato su PB14



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[...]
Il dottor Corvalán era il fratello di don Ignacio, nella cui villa di campagna di Flores si erano rifugiati Rodríguez e Labarthe durante gli accadimenti del '90, un episodio di cui tratterò più lungamente in un altro passaggio di questo libro. Era un uomo robusto dal volto rossiccio, con un'aria affabile e allegra che lo rendeva simpatico a prima vista.
Quella sera ebbi l'onore di cenare in una rosticceria (oggi diremmo un "ristorante") del centro con mio padre ed il dottor Corvalán. Non mi sentivo a mio agio, per questo partecipavo alla conversazione, che trattava, quando mai, di politica, solo quando mi s'interpellava. Quando ebbero cenato, mio padre ed il dottor Corvalán si diressero al Teatro della Commedia, dove credo recitasse nientemeno che Sarah Bernhardt, o forse Eleonora Duse, chiedendomi di ritirarmi nella mia stanza all'Hôtel des Princes.
Ma chi voleva dormire? Ero ben lontano dall'affliggermi per l'impossibilità di recarmi al teatro con gli adulti. Ritrovarmi ad ottocento chilometri da Buenos Aires, con una stanza d'albergo a mia disposizione ed abbastanza soldi nel portafoglio, mi faceva sentire immensamente felice e prossimo alla libertà.
Stetti per un po' con i gomiti appoggiati al parapetto del balcone, godendomi la serenità di quella notte e l'aria impregnata di fiori d'arancio e gelsomini che giungeva dalle case vicine. Nella piazza di fronte alcuni signori dai cappelli a cilindro passeggiavano, fumando sigari avana. A quel tempo, non era ben visto che le donne si coricassero tardi.
Andare a dormire mi sembrava un peccato: così, con la certezza che mio padre non si sarebbe dispiaciuto per la mia disobbedienza, decisi di scendere a fare un giro per la città sconosciuta. Mio padre sosteneva sempre che l'uomo deve apprendere tutto da solo, e che si sbaglia almeno una volta prima di riuscirci. In quel periodo la città non era ancora la popolosa urbe ed il prosperoso centro commerciale di adesso, bensì un paese nella cui stazione ferroviaria confluivano i prodotti agricoli e zootecnici della zona.
Al pianoterra dell'albergo incontrai due donne d'aspetto umile che, senza dubbio, a giudicare dai grandi pacchi di vestiti che si apprestavano a ritirare, dovevano essere le lavandaie dello stabilimento. Accorgendosi di me, si zittirono bruscamente, ma io avevo già afferrato la parola succhiasangue che attirò la mia attenzione. Per la seconda volta in poche ore sentivo parlare di quell'argomento: la prima era avvenuta all'interno del vagone posta del treno.
Da mio padre ho imparato ad infondere fiducia in qualsiasi persona, e allora -dovevo avere quindici o sedici anni- credo che possedessi già questo dono. Alle donne chiesi notizie sul succhiasangue e, dalla risposta, compresi che si trattava di una delle popolari superstizioni della nostra campagna. Secondo quanto udii, il famoso succhiasangue era una specie d'autoctono parente del conte Dracula, le cui pellicole cinematografiche sarebbero arrivate molti anni più tardi.
Quelle donne affermarono che, negli ultimi mesi, in paese erano morti nove bambini; che i medici non erano riusciti a scovare la causa del male; che quei bambini si erano "prosciugati" come un'arancia spremuta. Secondo loro, i bambini erano stati prosciugati da un succhiasangue, e il succhiasangue -sempre secondo loro- era un uomo malato di tubercolosi che per riuscire a posticipare il più possibile l'ora della sua morte aveva bisogno del sangue dei bambini.
Chiunque legga, quasi a metà del XX secolo, questa storia assurda, certamente sorriderà incredulo. Ma questa e leggende simili, sessanta od ottanta anni fa, erano moneta corrente in campagna. Devo confessare che, con la loro aria timorosa e preoccupata, quelle donne riuscirono a trasmettermi una certa apprensione, attribuibile, d'altra parte, alla mia giovane età e al fatto che, si voglia o no, ero emozionato di trovarmi in quel paese così lontano da Buenos Aires.
Quelle donne, non solo credevano ciecamente all'esistenza del succhiasangue, ma per loro, il cultore di una così strana alimentazione aveva un nome, un cognome ed un domicilio noti nel paese. Una simile credenza non si limitava soltanto a loro ma, al contrario, era generalizzata nei campi incolti della città, nelle ville di campagna e nelle tenute dei dintorni.
Ricordo che chiedendo di rivelarmi l'identità di quel singolare soggetto, si guardarono come preoccupate volendomi fare intendere che la mia domanda, o meglio, la sua risposta, le metteva in pericolo.
- Signore, cerchi di capire, -disse una- abbiamo dei figli piccoli, e se il succhiasangue solo pensasse che lo stiamo accusando, si vendicherebbe su di loro.
Promisi di osservare il più assoluto riserbo e, infine, tra dubbi e smancerie, mi rivelarono che il succhiasangue era un tizio chiamato Francisco Figueredo, che viveva da solo in un'enorme casa della calle Belgrano 345 (non è così strano che ricordi con tanta precisione il numero perché è facile, e poi dopo venti anni sono ripassato davanti a quell'abitazione che, abbastanza cambiata, adesso si è trasformata in un collegio privato, credo, o in un'associazione di giovani, o cose del genere).
La casa si trovava a tre o quattro isolati dall'albergo, di modo che decisi di andare a darle soltanto un'occhiata di sfuggita. La villa si stendeva per tutto l'isolato, con un'entrata principale su Belgrano 345 ed una porta, suppongo fosse per il personale di servizio, che dava su calle Santa Fe. La circondava completamente, in uno stile in voga a quel tempo, una cancellata di lance di ferro. Dietro le inferriate, un giardino che, più che un giardino, sembrava una selva aggrovigliata, e, nel mezzo del terreno, nonostante l'insolita presenza di un belvedere o una veranda a vetri, la grande architettura di due piante, ripresa dallo stile delle case di villeggiatura francesi.
Tutti questi dettagli, probabilmente, li notai in occasioni successive. Quella notte vidi solamente la massa nera degli alberi, delle piante rampicanti e, più in là, la grigia mole dell'edificio. Adesso mi piacerebbe attribuirlo ad uno spirito analitico od osservatore, ma certamente morivo di paura: quel giorno osservai la proprietà di don Francisco dal marciapiede di fronte.
Ad una delle finestre del piano superiore c'era solo una fievole luce, e lì, come incorniciato come in un quadro, si poteva osservare un volto straordinariamente pallido -più che pallido, assolutamente bianco-, con le guance infossate fino all'osso ed accese di rosso. Il tipico volto dei malati di tisi.
Per qualche minuto rimasi come inebetito, con lo sguardo inchiodato alla finestra e al volto di Francisco Figueredo, finché non alzò la testa, dalla posizione pareva che leggesse, e mi notò. Ciò fu più che sufficiente per far sì che, facendo finta di aver avuto una momentanea curiosità da viandante, m'incamminassi all'istante e scomparissi da lì. Spaventato a morte, mi ritirai quasi correndo: cose da ragazzo.
Nella mia stanza d'albergo, maledissi mille volte l'idea di essere sceso: non appena chiudevo gli occhi vedevo il viso bianco e riprovatore di don Francisco Figueredo scrutarmi dalla sua finestra illuminata. Naturalmente non ero così ingenuo da credere alle leggende del succhiasangue, ma passai ugualmente una nottata inquieta e propizia agli incubi.
A mezzogiorno del giorno seguente, eravamo già sistemati a La Dorita, la tenuta del dottor Corvalán. Per tre o quattro giorni, rimasi assorbito dai misteri della campagna, sognando che quella potesse essere la mia vita per sempre. Ignoravo, a causa della mia inesperienza, che la Patria mi riservava grandi responsabilità al timone della cosa pubblica. Allora ero un ragazzo di diciassette anni circa, cresciuto a Buenos Aires: sono nato in calle Esmeralda, tra Charcas e Paraguay. Tuttavia la Buenos Aires dei miei tempi era più montanara e virile di quella d'oggi, con progresso e pretese. Intendo dire che per me la campagna apparteneva ad un mondo meraviglioso dove ogni cosa era una novità.
A contatto con la natura e con ciò di più nobile che Dio ha creato, ero riuscito quasi a dimenticare la storia del succhiasangue, quando una sera, tra la moltitudine di gente che, a causa della campagna elettorale, a quel tempo in pieno svolgimento, veniva a trovare mio padre ed il dottor Corvalán, si presentò don Francisco Figueredo in persona, che, a quanto pareva, era un elemento politico di una certa importanza.
M'incrociai con lui e mio padre nell'anticamera dello scrittorio del dottor Corvalán. Fu necessario fare le presentazioni di rito e salutarlo. Quando mio padre disse "Ramón, mio figlio maggiore" e, dopo una pausa "Don Francisco Figueredo, un vecchio amico", diventai rosso come un peperone pensando che quell'uomo secco -vecchio amico di mio padre come lui stesso aveva affermato- riconoscesse in me l'impertinente curioso di notti passate. Stupidaggini. Come poteva riconoscermi se non mi avrebbe neppure notato nella penombra di quelle strade alberate! Questo ragionamento lo feci molto più avanti.
Comunque né lui né mio padre, assorbiti dalla campagna elettorale, avvertirono il mio turbamento ingiustificato, di modo che me la svignai come potei.
A quanto pare, non mi ero ancora ravveduto. Mi spingeva una strana curiosità e, dal giardino e attraverso la finestra, cercai di osservare don Francisco Figueredo. Mio padre, seduto per metà sulla scrivania, leggeva a voce alta non so quale documento politico, e don Francisco, immerso come un fuso in una poltrona, sembrava approvare con lievi movimenti i diversi punti che si sottomettevano alla sua considerazione. Senza dubbio la tisi lo stava divorando, ed il suo pallore era veramente fantasmatico. Poiché teneva gli occhi semichiusi, questo dettaglio aumentava il suo aspetto cadaverico. Chissà quale sorta di morbosità mi spingeva ad osservare con tanta attenzione quel povero morto in vita: senza dubbio, la vitalità della gioventù è attratta paradossalmente dall'inanimato e dal caduco.
Ciò che allora ignoravo era che durante la sera di quello stesso giorno avrei potuto osservare don Francisco fino a stancarmene. In effetti, insieme agli altri signori appena arrivati, cenò con noi e, secondo quanto sentii, avrebbe trascorso la notte a La Dorita e, la mattina seguente, avrebbe fatto ritorno alla sua casa di calle Belgrano 345.
Forse ero prevenuto nei suoi confronti a causa degli spropositi che avevo appreso dalle lavandaie dell'albergo, ma quell'uomo mi fece una cattiva impressione. Don Francisco quasi non parlava e, quando lo faceva, si sentiva una voce spenta, che usciva con difficoltà dalle sue labbra appena aperte; una vera voce di cadavere, dissi tra me. Oggi ripenso all'impossibilità che il suo male fosse la tubercolosi, poiché in quel caso, gli altri signori non avrebbero mangiato con lui, temendo, come allora si temeva, il contagio di quella terribile malattia, a quei tempi incurabile.
Per due o tre volte il mio sguardo s'incrociò con il suo, che era come di vetro e di una strana e nera fissità: non potendo sostenere neppure per un istante quello oscuro scintillare, ogni volta fui costretto a deviarlo. Alla fine, l'idea di incontrarmi con quegli occhi inespressivi -o forse troppo espressivi- m'inquietò a tal punto che non azzardai più neppure a sollevare la mia vista dal piatto.
Un attimo dopo, Juancho Corvalán, il quarto dei figli del dottore, con il quale uscii di nascosto per fumare una sigaretta -lui mi aveva iniziato a quest'abitudine che, per fortuna, persi molto presto-, mi chiese se io che ero di Buenos Aires credevo ai vampiri. Credo che avesse all'incirca dodici anni, ed io mi potevo valere di due prestigi: ero più grande di lui ed inoltre abitavo in città.
Con finta sicurezza gli risposi che naturalmente no, non credevo ai vampiri. (Persino qui mostrai goffaggine: per fare il disinteressato, dovetti per prima cosa domandargli chi erano i vampiri, ma certamente la figura di don Francisco, con la propria leggenda, mi gironzolava per la testa.)
Poi, fingendo indifferenza, gli chiesi il perché di una tale domanda.
-Dicono che don Francisco Figueredo è un vampiro - rispose Juancho.
-Dicono…, dicono… - volli assumere un'aria da ragazzo sensato e maturo-. Chi lo dice?
-La gente…, lo dicono tutti.
-La gente? Quale tipo di gente? Tuo padre dice questo? Mio padre…? Gli amici del Partito..?
-No, non loro. Ma Juliana, e la cuoca e le altre donne di servizio…, sì. Ma non hai visto che sguardo strano che ha? Pare che i suoi occhi siano di vetro…
Non solo io, anche lui lo aveva notato.
-… si dice che di notte esca ed abbia la facoltà di far dormire i genitori come sassi… E poi succhia il sangue ai bambini, fino a lasciarli morti e vuoti come un'arancia spremuta. O come il ragno lascia le mosche.
-Voi avete paura?
-A dire la verità, abbastanza.
-Chiudete a chiave.
-Beh, così sarebbe troppo semplice! - rispose con sarcasmo-. È questo il punto: dicono che non esista chiave o catenaccio o lucchetto che possa servire a qualcosa. Don Francisco entra, punto.
-E come fa ad entrare? Rompe le serrature?
-Non rompe niente: non si sa come, entra e basta.
Davanti a noi l'oscurità della campagna, con i suoi minuscoli e sconosciuti rumori. Alle spalle, la gran casa illuminata ed il maledetto don Francisco, col suo sguardo da rettile e la sua cattiva fama, all'interno. Senza un motivo concreto, cominciai a sentire una paura indefinibile. Ma non potevo mostrarmi timoroso con Juancho, che era più piccolo di me di quattro anni:
-Basta con queste stupidaggini -dissi, facendo l'indifferente-. Andiamo a letto, che domani mattina presto potremmo andare a pescare al ruscello.
Bene o male, abbandonammo quel tema, ed ognuno di noi andò nella propria stanza. Gli adulti dovettero rimanere in piedi ancora per molto tempo, poiché, dopo quello che giudicai essere un periodo lunghissimo, mi svegliarono alcune voci provenienti dalla veranda.
Senza accendere la lanterna, corsi a spiare dalla finestra: erano il dottor Corvalán e don Francisco, che attraversavano il gran patio interno in direzione dei dormitori. Si fermarono a pochi passi dalla mia porta, augurandosi la buona notte. Successivamente, il dottor Corvalán, con la sua falcata decisa e sonora, si perse in direzione dell'altra ala dell'edificio.
Capii che don Francisco Figueredo avrebbe passato la notte nella camera accanto, e questa vicinanza indesiderata mio inquietò in modo irrazionale. Per non stancare con i dettagli e le forme d'insonnia, dirò che alla fine, morto di paura, passai sveglio tutta la notte. In campagna, i rumori ed i mormorii si differenziano acquisendo altre dimensioni e risonanze; mi sembrava continuamente che dalla camera di don Francisco provenissero gemiti soffocati e come uno strusciare di scarpe contro i legni. Mi sorpresi varie volte con l'orecchio attaccato al muro di mezzeria, cercando di decifrare i vaghi segnali che credevo di sentire. Avevo un nodo in gola ed il cuore mi batteva come impazzito. La paura mi fece rimpiangere la mia camera in calle Esmeralda, nel Retiro, luogo civilizzato dove nessuno parlava di vampiri né di succhiasangue né di stupidaggini.
Ad un certo punto -chissà che ora doveva essere- sentii chiaramente che si stava aprendo la porta del dormitorio di don Francisco. Vincendo il terrore che m'irrigidiva le gambe, corsi a spiare dalla finestra, attraverso le tendine: don Francisco, dandomi le spalle, attraversava il giardino in direzione della pergola dove la mattina solitamente prendeva il mate il dottor Corvalán. Lo riconobbi dalla sua andatura claudicante e dalle spalle cadenti e deboli. Ebbi la chiara sensazione che, tra le sue braccia, tenesse un fagotto: lo deducevo dalla postura del suo corpo, non perché lo avessi visto.
Rimanevo immobile alla finestra, sperando nel ritorno di don Francisco. Speravo invano. Annebbiato dall'angoscia e dal timore, presenziai all'impalpabile trascorrere della notte e ad il suo lento trasformarsi in giorno.
Appena albeggiò, mi vestii e corsi fuori.
Il cielo azzurro, il sole raggiante, i colori che tornavano a vivere m'infusero il valore del quale ero venuto meno durante quella notte atroce. Dov'era don Francisco? Dove aveva passato gran parte della notte?
Attraversai il giardino di mattoni rossi, il sentiero di ghiaia, ed arrivai al pergolato. Lì c'era uno spiedo, alcuni banconi e tavoli di pietra, che si usavano di rado. Da lì in poi iniziava la pianura, interrotta in lontananza da un boschetto di alberi scuri. Mi domandai se don Francisco, con il suo fisico malaticcio, sarebbe mai stato capace di camminare le buone leghe che occorrevano per arrivare al boschetto.
Un rumore sordo mi fece sobbalzare. Qualcosa si muoveva in un angolo, vicino al cerchio di ligustrina. Timoroso, raccolsi un ramo da terra e mi avvicinai con precauzione. Vidi un corpo peloso che respirava a fatica. Scostai un poco la ligustrina con il ramo, e notai un cane bianco, con le orecchie nere ed una macchia dello stesso colore sull'occhio destro. Era moribondo, con la lingua fuori, gli occhi fuori delle orbite. Sul collo, strettissima, una corda: qualcuno lo aveva impiccato.
"Dio mio, Dio mio", dissi tra me, sconvolto dalla paura, "Dio mio, voglio tornare a Buenos Aires".
Corsi verso la casa, con l'intenzione per avvertire mio padre della scomparsa di don Francisco e dell'impiccagione del cane, con ogni probabilità effettuata per mano di quell'uomo abominevole, che chissà dove diavolo si trovava.
Una delle serve dovette notare qualcosa di strano in me, perché mi chiese:
-Ha bisogno, don Ramoncito?
-Mio padre…dov'è mio padre?
-Con i signori, nella saletta da pranzo, sta prendendo il mate… Ha bisogno di qualcosa don Ra…?
In fretta, corsi fino alla saletta da pranzo ed entrai di colpo. Tre uomini mi guardarono con sorpresa: uno era mio padre; l'altro, il dottor Corvalán; il terzo, don Francisco Figueredo.
Non so come, ma riuscii a dare il buon giorno e a balbettare una scusa. Mi ritirai subito e mi andai a sedere su di una sedia della veranda. Avevo assolutamente bisogno di riflettere e rasserenarmi.
Dunque era stato tutto un sogno? Mentre io mi lasciavo andare a tali assurde immaginazioni, il calunniato don Francisco in nessun momento aveva abbandonato la sua stanza?
"Tuttavia", mi dissi "il cane impiccato non l'ho visto ieri notte ma stamattina, quando ero bello sveglio, alla luce del sole".
Tornai al pergolato, percorsi il ligustro, il cane bianco, con le orecchie nere ed una macchia nera sull'orecchio destro, che avevo creduto di vedere qualche ora prima, era sparito.
Dal cammino che portava dalla tenuta al paese, arrivava un uomo a cavallo, al galoppo. Lo riconobbi da lontano: era Antonio, uno dei giovani lavoratori che tenevano per qualsiasi tipo di commissione. Senza trattenersi, gridò:
-Vado a cercare il medico! Pedrito sta morendo! Lo ha prosciugato il succhiasangue!
Pedrito, un ragazzo vivacissimo e simpatico, era il figlio di Juliana, l'aiutante della cuoca. Senza aspettare un attimo mi diressi alla stanza del malato, che si trovava nell'ala dei domestici. Vidi un quadro drammatico: nel suo povero letto, bianco come un fantasma, Pedrito stava morendo e delirava. Juliana ed altre donne piangevano intorno a lui senza sapere cosa fare.
-Così, dalla notte al giorno! -dicevano-. Stava così bene ieri e oggi ci muore! Lo ha seccato il succhiasangue!
Subito, sospettose, si zittirono. Nella stanza entravano mio padre, il dottor Corvalán e don Francisco Figueredo.
-Calmati, Juliana -le disse il dottore-. Presto arriverà Antonio con il medico, ed il ragazzo starà meglio.
Mio padre aggiunse qualche parola di conforto. Poi i tre uomini uscirono. Nella testa avevo una grandissima confusione. Le donne, oramai palesemente, si misero ad accusare don Francisco di aver bevuto il sangue di Pedrito.
-Ieri era bianco come un morto, e adesso guarda com'è rosso, pare che scoppi di salute!
-Sì, rosso del sangue del mio povero figlio!
Cosa ci facevo io lì? Non basteranno gli anni della mia vita per pentirmi di quel viaggio che avevo intrapreso così felicemente, e che adesso si tramutava in un incubo. Abbandonai la stanza. Dovevo parlare con mio padre e riferirgli tutti i miei timori.
Prima andai a cercare Juancho Corvalán:
-Dimmi. Qui non c'è un cane bianco, con le orecchie nere e con una macchia nera sull'orecchio destro?
-Non lo so. Qui ci sono così tanti cani…
-Cerca di ricordare. Un cane più o meno così -con le mani gli indicai la grandezza approssimativa-, con una macchia nera sull'occhio destro, come un pirata.
-Ah, sì! Dici il Pirata! Il cane di Pedrito…!
-Proprio quello. Dov'è?
-Ed io che ne so? Come faccio a sapere dove va ogni cane? Sarà andato laggiù…
In quel momento mi chiamarono dalla veranda:
-Don Ramoncito, ha detto suo padre di andare nella saletta da pranzo!
Obbedii all'istante; avevo il fermo proposito di parlare immediatamente con mio padre. Imprecai dentro di me non appena lo vidi ancora una volta nell'obbrobriosa compagnia di don Francisco Figueredo.
-Don Francisco ha avuto un malessere -disse mio padre-. Sta per tornare a casa. Andrete con il calesse del dottor Corvalán; voi lo accompagnerete per aiutarlo a portare alcuni pacchi pesanti.
Guardai don Francisco: con la nuca appoggiata allo schienale di una poltrona e con gli occhi chiusi, respirava affannosamente. Non notai che fosse rosso né che "scoppiasse di salute", secondo quanto avevano affermato le donne della cucina: lo vidi bianchissimo e gracile come sempre.
Justino, un garzone della mia età, intanto, fissava il cavallo alle stanghe del cocchio. Mi offrii di condurre, ma mio padre disse:
-No, sulla cassetta andrà Justino. Voi sedete con don Francisco e cercate di essergli utile in tutto ciò di cui può avere bisogno.
Se da un lato mi procurava inquietudine viaggiare nell'abitacolo della carrozza con don Francisco, dall'altro mi rassicurava che Justino venisse con noi. Per tutto il tragitto non feci altro che pensare che don Francisco sarebbe potuto morire lì, all'istante. Continuava a stare con gli occhi chiusi ed ansimava gravosamente; ogni tanto, gemeva e con entrambe le mani si comprimeva lo stomaco. Io, implacabile, lo osservavo senza averne pena.
Maledetti cammini del diavolo, inondati dalle piogge. Per cento volte rischiammo di rimanere impantanati ed altre cento il cavallo uscì a testa alta dal terreno argilloso.
Arrivammo, infine, alla villa di Belgrano 345. Justino, si caricò dei due bagagli di don Francisco e questo, tremante, si aggrappò al mio braccio.
Attraversammo il giardino umido e trascurato che io avevo visto notti prima dal marciapiede di fronte. Con grandi tremiti, don Francisco riuscì a mettere la chiave nella serratura, ed entrammo. Sentii quel caratteristico odore di muffa e decadenza che si propaga nelle case chiuse da molto tempo.
-Sto male, molto male -gemette don Francisco, e tornò a comprimersi lo stomaco.
Volli aiutarlo a sistemarsi su di un sofà, ma disse:
-No, qui no. Voglio andare nel mio letto, di sopra.
Passo dopo passo cominciammo a salire le scale. Don Francisco, ansimante, si attanagliava al mio braccio. Justino ci seguiva con le due valige.
Oramai eravamo sul punto di mettere il piede al corridoio superiore, quando, all'improvviso, don Francisco ebbe una specie di violenta convulsione e, senza che io potessi impedirlo, si riversò all'indietro, su Justino. Sorpreso, questo lasciò cadere i bagagli per bloccare don Francisco; le valigie rotolarono per le scale, saltarono, si scontrarono, si aprirono, da una di quelle cadde con un tonfo sordo il cadavere impiccato del Pirata.
Né Justino né io eravamo abituati, a causa della nostra età, a quelle cose e, gridando chissà che cosa, fuggimmo al piano superiore. Don Francisco, guardandoci con odio dalla scala e farfugliando non so quali maledizioni, cercò di alzarsi per inseguirci. Ignoro cosa avremmo fatto, ma credo che lo avremmo scagliato giù per le scale. Non fu necessario.
Don Francisco fu spezzato quasi in due da uno scossone di un nuovo spasmo incontrollabile che lo gettò bocconi sul pavimento nel mezzo di un interminabile vomito di sangue. Justino ed io rimanemmo ad osservarlo, immobili. Dalla sua bocca fluì, per un lungo momento, il liquido rosso. Ogni tanto, una nuova contrazione aumentava la sua quantità. Dopo un attimo, don Francisco non si muoveva più. Capimmo che era morto.
Justino ed io ci facemmo il segno della croce.
-Diavolo di un uomo -disse il garzone, e con il mento indicò il pavimento ed i gradini insanguinati-: Sarà quello di Pedrito, e basta?
In quella casa non c'era nient'altro da fare. Facendo attenzione a non toccare il cadavere, scendemmo la scala.
Justino se n'andò a La Dorita, con la sua paura e le sue novità. Io non volli sapere niente e ritornai all'Hôtel des Princes. Raccolsi le mie cose e, con una fretta da matto, riuscii a prendere l'unico treno del giorno per Buenos Aires.
Mesi dopo, conclusa la campagna elettorale ed eletto deputato, mio padre tornò a casa. Non affrontammo il tema.
Da allora sono passati settant'anni. Sono quarant'anni che mio padre che è morto. Quando ancora era vivo, io ho conosciuto gli onori e -perché no- i dispiaceri di guidare il Paese. Ricordo di avere parlato moltissimo con lui, di aver conversato di tutti gli argomenti possibili. Tuttavia, non gli ho mai fatto domande su Pedrito e lui non mi ha mai chiesto di don Francisco.

*Dávila, Ramón Enrique, Memorias de un ex legislator, Buenos Aires, Peuser, 1951 (pp. 183-191).

Traduzione di Alessandro Muzzioli
(Revista Letras de Buenos Aires, Año 18, N° 39, Buenos Aires, Marzo de 1998)

© Fernando Sorrentino



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