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L'invidia degli angeli
di Andrea Canadè
Pubblicato su SITO


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Per gli angeli che non sanno leggere o che non possono più farlo.

Ho sempre pensato che gli angeli e i diavoli siano come fratelli che combattono la stessa guerra in fazioni opposte.
Azazel


L’INVIDIA DEGLI ANGELI 1
Prefazione di Azazel 5
Capitolo 1: Una vita normale 7
Capitolo 2: C’era una volta un giorno 9
Capitolo 3: Dissolvenza in bianco 10
Capitolo 4: La curiosità è il braccio destro del Diavolo 11
Capitolo 5: I due volti della paura 12
Capitolo 6: L’invidia degli Angeli 14
Capitolo 7: Il Male 17
Capitolo 8: La scelta di Susan 18
Capitolo 9: Perché voglio morire 19
Capitolo 10: Compassione 21
Capitolo 11: La caduta dell’ Angelo 22
Epilogo 25


Prefazione di Azazel

Mi chiamo Azazel, sono il diavolo tentatore o, se preferite, Lucifero l’angelo caduto o ancora Satana l’accusatore, Belzebub il capo dei ribelli o signore delle mosche. Bhé a dirla tutta mi chiamano in molti modi ma che importa? Non è forse vero che più del nome sono le azioni a rendere un personaggio più popolare di un altro? E in effetti, amici miei, non pecco di presunzione quando dico che, solo su di me, si sono scritti centinaia di libri e narrate altrettante legende sulle mie opere. Ma l’evento più famoso in assoluto, e lo conoscerete sicuramente anche voi, è certamente il giorno in cui mi ribellai al regime divino; quando “caddi sconfitto” disse Lui, “mi allontanai di mia spontanea volontà” vi rivelo io, col mio gruppo di seguaci.
Da allora incominciò una guerra senza destino, fatta di colpi di scena alternati a sotterfugi di ogni tipo. Una guerra che dura da sempre, anche ora, e già questo basterebbe per sottolineare il fatto che non sono mai stato “sconfitto” come lui vorrebbe farvi credere! Ma permettetevi di illustrarvi almeno uno dei principali motivi che ispirano tuttora la mia causa. In verità vi dico, quando il divino modellò noi angeli allo stesso tempo iniziò anche la creazione della terra, nel rispetto di un principio che non ci fu dato di conoscere. Io fui il primo ad avere occhi per guardare le meraviglie della creazione e dopo di me, lo stesso dono fu concesso a tutti gli altri angeli affinché guardassero e riferissero ogni evoluzione che avveniva in terra, ogni cosa, ogni evento, ogni singolo mutamento. Ma, alla vista di tanta meraviglia, tutti noi provammo il desiderio di farne parte in qualche modo. Tutti noi, seppur perfetti, volevamo provare sul nostro essere le conseguenze di una modellazione continua e senza fine tuttavia, la partecipazione ai misteri della terra ci fu negata. Lo scopo di un angelo infatti era ed è ancora oggi quello di osservare e riferire al divino quello che succede nel mondo e nulla più. Così, coi nostri occhi guardammo la formazione delle montagne e dei fiumi, del cielo e delle nuvole, e ci stupimmo della devastazione delle eruzioni vulcaniche e della formazione degli immensi ghiacciai dei poli. Restammo infine estasiati quando vedemmo la comparsa dei primi animali, delle piante e degli uccelli. Fu allora che nacque l’invidia degli angeli. Voi uomini, in quel tempo, non eravate nemmeno un’ idea nella mente di Dio.
Io fui il solo che ebbe il coraggio di riferirgli il desiderio di conoscere quei misteri e di farne parte, ma lo accusai anche di tantissime altre cose che avevo visto e che non approvavo di quel mondo. Ma lui non disse niente e si limitò a ricordarmi che il mio unico scopo era quello di guardare: guardare e riferire. Di fronte alla sua noncuranza di tutti quei fatti che accadevano nel mondo e di cui io solo ero il referente (ma anche un impotente testimone), mi adirai e scelsi di agire a modo mio. Scelsi andarmene dalla sua corte e di andare nel cuore del mondo, per scoprirne tutti i suoi segreti. In quel tempo, la vita esisteva già sulla terra ed esisteva il tempo ma tutto aveva un inizio e una fine ordinata, prestabilita, segnata dalla volontà del divino. Il giorno in cui mi ribellai stravolsi l’ordine delle cose. La vita, che prima aveva una mortalità “certa”, acquisì il dono dell’incertezza grazie alla mia caduta. Fu quello l’inizio dell’instabilità della vita, che è ancora oggi la sola eccezione ai piani di Dio e con essa nacque anche l’uomo che sa quando nasce e non sa quando morirà; a proposito, l’uomo fu creato da me, fatto ad immagine e somiglianza degli angeli per scoprire i misteri legati al Tempo e alla Vita. L’instabilità amplificò la natura stessa della vita che iniziò a produrre quelle che voi uomini chiamate emozioni e che sono più o meno intense in base al tempo e in base al periodo della vita di ogni singola creatura vivente.
L’eccezione al piano di Dio è ancora oggi il mio contributo al mondo.
Nacque così la disputa che tutti voi ormai conoscete ma di cui ignorate gli scopi, che altro non sono che la conoscenza delle emozioni e della vita.
Ma non è di questo che voglio parlarvi. Voglio parlarvi invece dell’invidia degli angeli e lo farò a modo mio, raccontandovi una storia. La storia di un uomo comune: Nathan Mason.


Capitolo 1: Una vita normale

Mi chiamo Nathan Mason, trentadue anni, impiegato statale. Vivo nella città da quando sono nato e, a parte i primi diciotto anni della mia vita di cui ricordo poco o niente, il resto, ossia i restanti quindici anni, sono trascorsi alla ricerca di un’alternativa alla quotidiana esistenza. A dire il vero la vita da impiegato statale non è male se incomincio a pensare che qualcuno che sta peggio di me c’è sempre, ma poi mi accorgo di aver pensato solo ad una scusa, perfino troppo banale. Io lavoro dalle 9 di mattina alle 17:45. Ho uno stipendo, statale quindi non elevato, ed ho un mutuo sulle spalle.
In ufficio poi, ci sono sempre una marea di pratiche arretrate da sbrigare, la cosa positiva è che ho tutto il tempo che voglio! Al di la delle lamentele del pubblico infatti, nessuno poi fa davvero qualcosa di concreto per risolvere l’eccessiva lentezza degli impiegati statali.
Dicevo, la vita da impiegato statale forse non sarà male, però è noiosa! E per quanto ci abbia provato a cambiare, a guardarmi intorno, non ho trovato altro che stili di vita identici al mio. Ci si alza, si fa colazione, si prende il tram per andare al lavoro; poi si lavora con pause più o meno lunghe, e si torna a casa, dove ci aspetta lo show, o l’alternativa del sabato sera, oppure il nulla perché si è troppo stanchi. A volte qualcuno preferisce liquidare il resto del tempo a sua disposizione leggendo un libro fino ad addormentarsi. Qualche volta, è vero, si fa l’amore con qualuna, o sesso, piacevoli eccezioni, questo devo ammetterlo! Tuttavia, non basta a togliermi dalla testa le mie conclusioni. Viviamo tutti in un grande schema che si ripete giorno dopo giorno. E in questo schema andiamo avanti, rispettando delle procedure di comportamento che sono state accettate da tutti chi più, chi meno. Non so voi ma a me gli schemi non sono mai piaciuti, e confesso di aver pensato di togliermi la vita almeno una dozzina di volte solo negli ultimi due anni pur di uscirne fuori! Ma un giorno, due stanze più in la da dove lavoro io, arrivò Susan! Era un pomeriggio di fine Ottobre, uno di quei pomeriggi in cui la citta è nel caos per via del tempo incerto e le strade sono percorse da personaggi in sciarpe e cappotto che sembrano usciti da un film noir; faceva freddo e la invitai a prendersi un caffè! Da allora, quel rito quotidiano che avevo ripetuto per anni, a volte da solo a volte con anonimi colleghi dagli argomenti sempre uguali ( la paga bassa, il sindacato, la partita di calcetto del venerdi ), diventò il momento più bello della giornata. Susan e io ci “sentivamo”! Finchè un giorno, forse stanco di sentire quello che entrambi volevamo ma non riuscivamo a dirci, la presi tra le braccia e la baciai. Come facemmo poi a ritrovarci entrambi nel bagno dell’ufficio a fare l’amore per me resta un mistero!
E’ stata una questione di pelle capite? Quel giorno, un nuovo tassello si aggiunse alla mia quotidianeità, anche se a quel tempo nemmeno ci pensavo che Susan potesse diventare “quotidiana”.
Susan è come me, capisce di essere vittima della noia e prova e riprova a cambiare di continuo situazione, regole, schemi, prova a non pianificare in anticipo la sua vita, specialmente la sua vita sentimentale, per questo amo fare l’amore con Susan, perché nel profondo del suo animo è una ribelle!
Amo spogliarla, amo la sua pelle e il suo profumo, ma soprattutto amo la sua fantasia che mi spinge a fare cose che prima di lei, avevo sempre e solo potuto immaginare.
Eppure, son bastati pochi mesi per inglobare anche queste cose nel grande schema.
Quando esco dall’ufficio alle 17:45, l’accompagno sempre a casa, lei mi fa entrare e quando abbiamo bisogno di parlare lei prepara il caffè, poi facciamo l’amore e restiamo nel letto a guardarci prima, a raccontarci tutti i nostri piccoli e grandi problemi.
Altre volte invece facciamo l’amore incominciando in ascensore e finendo sul divano o sul letto, sul pavimento, come viene insomma! Quello che non cambia mai è che facciamo l’amore fino a sfinirci e, dopo un tempo che mi pare sempre eterno, sento l’odore del caffe! E quell’odore mi ricorda che s’è fatto tardi, che lo schema mi chiama a tornare a casa.
E tutte le volte che sento la porta di casa sua chiudersi, mi sento un po’ come Alice che lascia il paese delle meraviglie e torna alla realtà attraversando il buco da dove è passato il bianconiglio. Una realtà che per l’ennesima volta mi ha costretto a prendere la metropolitana alle 19 di sera, una realtà fatta, ad esempio, di interruzioni di servizio, di scioperi e di ritardi per via del troppo lavoro; è questa la realtà con cui mi ritrovo a fare i conti la sera quando torno a casa e, armato di una di queste scuse, trovo mia moglie Helen che mi saluta con un bacio fugace, ha tenuto in caldo la mia cena mentre i bambini, Andrew e Jasmine, dopo avermi abbracciato e ascoltato un po’ di coccole da perfetto papà, tornano a giocare con la playstation. Ora lo so che vi sembrerà strano, ma è per questi momenti che amo Helen, Andrew e Jasmine: la mia famiglia! Perchè nel profondo del loro animo sono semplici e la loro semplicità è il motivo che mi fa credere che in fondo, una vita normale da persona semplice è bella, sono io ad essere un complicato egoista!
Si, ricordo bene quel pomeriggio di metà Ottobre! E’ stata la prima volta che io e Susan ci siamo baciati ed è stata anche la prima volta che tradii Helen. Quel pomeriggio è dentro di me, come un tassello di rame incastonato nel cervello che da sensazioni nuove alla mia vita piatta. A volte la freschezza della sua novità è un sollievo che non mi fa pensare a nulla, altre volte, invece, il senso di colpa lo arroventa e quando accade fa un male d’inferno.


Capitolo 2: C’era una volta un giorno

Mi chiamo Nathan Mason, trentadue anni, impiegato statale.
Era un giorno come tanti altri quando mi svegliai e andai a cercare mia moglie Helen dall’altra parte del letto, ma non la trovai. Invece era in cucina, mi aspettava insieme ai miei figli, Andrew e Jasmine, con le mani dietro la schiena e un sorriso da fatina dei boschi. Helen! Quando sorride sembra illuminare il mondo, Jasmine ha preso il suo sorriso. Andrew, invece, ha preso da me! Quell’ aria un pò sorniona che viene subito tradita dai suoi occhi vispi e curiosi, come tutti i bambini di sei anni. No! Ma che dico! Gli occhi di Andrew non sono affatto occhi comuni, sono occhi intelligenti, fantastici, capaci di incantarsi per il battito d’ali di una farfalla o per qualcos’altro di assolutamente stupido per qualsiasi adulto!
Insomma, erano tutti e tre li davanti a me quando in coro mi cantarono “tanti auguri a te”; ci restai di sasso! Avete presente quelle espressioni un pò idiote che ti fanno rimanere col sorriso stampato in faccia, tanti pensieri per la testa e nessuna parola che ti esce dalla bocca? Ecco, esattamente una di quelle espressioni li per intenderci. Una volta concluso il teatrino degli auguri, Helen mi venne incontro allargando le braccia. Nelle sue mani da violinista teneva una confezione rossa con un nastro dorato, carta comune. Mi abbracciò, mi diede un bacio sulla bocca e ci restò a lungo (era un messaggio forse? Chissà…) poi mi disse:
- Oggi compi trentatre anni amore, tanti auguri , questo è il nostro regalo –
Una sciarpa. Adoro le sciarpe, specialmente quella sciarpa. L’avevo notata pochi giorni fa in un negozio mentre tornavo a casa con Helen e i bambini, li avevamo portati al parco giochi. Era una sciarpa di cachemere bianca e ricordo ancora quando dissi ad Helen che ci sarebbe stata proprio bene sopra la mia giacca nuova. Ed eccola qui, ora, tra le mie mani. Tutto perfetto! Tutto assolutamente bello e perfetto. Ero felice e mi sentivo fortunato di avere una famiglia cosi quando, all’improvviso, Helen mi ricordò che stavo facendo tardi a lavoro. Un primo gong suonò dentro la mia testa. Poi Helen si avvicinò di nuovo, mi abbracciò di nuovo, mi diede un nuovo bacio, questa volta era il solito bacio di tutti i giorni dato di fretta, senza premere troppo sulle mie labbra. – Cerca di non fare tardi anche questa sera – mi disse infine con un filo di voce (triste? normale? Chissa…) . In quel preciso istante suonò il secondo gong e subito dopo, il tassello di rame incominciò a bruciare. – va bene così - pensai: - mi sento vivo così – . Con un finto sorriso salutai tutti e uscii di casa. La sorpresa del mio compleanno (io non ricordo mai i compleanni di nessuno) era finita e la giornata era tornata ad essere una giornata come tante altre, solo che questa volta la stavo affrontando con addosso la mia giacca nuova e la mia sciarpa nuova!
- Chissà quali giochi saprà inventarci Susan- pensai, e subito dopo un altro pensiero prese il posto del precedente:
- forse è ora di smettere con Susan e tornare a fare il marito piuttosto che il bastardo -
Tuttavia, nonostante questi pensieri contrastanti, riuscivo a camminare lungo il marciapiede che porta alla metropolitana diritto e a testa alta, incrociando gli sguardi dei passanti. Corporatura atletica, capelli corti neri, occhi castani e un nome da eroe di fumetti.
- Cazzo! Ho 33 anni e non sono nemmeno niente male - pensai, ma soprattutto quel giorno in particolare, mi sentivo davvero bello e le ragazze che incrociavano il mio sguardo, ricambiandolo, sembravano confermare tutta la mia vanità. Insomma, per una volta tanto non trovavo la vita una pantomima piatta e sempre uguale fatta di riti che si ripetono, interrotti qua e la da amanti sporadiche che simboleggiavano quasi dei timidi tentativi di ribellione a qualcosa che, invece, era inevitabilmente scontato. Mi chiamo Nathan Mason, 33 anni, impiegato statale e cazzo se sono felice! Felice in un giorno che alla fine era come tanti altri nella mia città di sempre, sulla strada che percorrevo da sempre, circondata da case dai cui balconi pendono tuttora vasi e piante di tutti i tipi.
Il vento d’autunno sembrava divertirsi a strappare da quelle piante e piantine appese al cielo le foglie più secche, facendole poi piroettare nel vuoto per un numero incalcolabile di volte. E fu proprio colpa del vento d’autunno, unita ovviamente anche alla scarsa attenzione della padrona di una di quelle case, se quel giorno uno di quei tanti vasi cadde da uno di quei balconi tutti uguali facendosi almeno dieci metri di caduta libera prima di piombare perfettamente sulla mia testa. Sembrava un giorno come tanti altri ma poi, all’improvviso, il mondo che conoscevo, sparì con la stessa velocità con cui mi apparve nel momento in cui venni al mondo! Mi apparve senza avvisare, sparì senza avvisare.

Capitolo 3: Dissolvenza in bianco

Uno spuntone di ghiaccio che si conficca nel cervello, si scioglie d’un colpo una volta entrato.
L’acqua che nasce avvolge tutto il corpo dall’interno, raffreddandolo lentamente fino a congelarlo.
Subito dopo, una piacevole assenza avvolge quel poco che è rimasto di te. E basta così!
Ecco una vaga idea di che cosa è il coma!
Un mantello nero sulla confortante culla dei buio.
L’assenza di tempo dopo una dissolvenza in bianco.


Capitolo 4: La curiosità è il braccio destro del Diavolo

Mi chiamo Nathan Mason, ho 33 anni ma non so da quanto tempo e, in tutta franchezza, non trovo più l’età una informazione così importante! Ricordo il mio tempo, questa è una informazione importante!
Una volta ero stato un bimbo appena nato e come tutti i bambini appena nati la mia curiosità verso il mondo non aveva nemmeno un nome. C’erano solamente un insieme di luci, suoni e colori di cui però non sapevo nulla, nemmeno che si chiamassero così.
Del resto come potevo saperlo quando non riuscivo neppure a usare i potenti mezzi di cui ero fornito? Parlo delle gambe, delle braccia e.. ah si! La voce la usavo bene!
Da piccolo piangevo in continuazione perché era l’unico suono che riusciva a farmi sentire “parte di” quella meraviglia. C’era una volta un bimbo appena nato dicevo, che tra pappe e pappine crebbe e scoprì quanto bella e terribile può a volte essere la curiosità.
Ah niente di serio, almeno all’inizio. Qualche caduta provocata dalla mia coordinazione ancora imperfetta mentre cercavo di imitare i gesti quotidiani dei grandi, ma via via che crescevo la curiosità mi fece scoprire tutti i significati di quelle meraviglie di cui non mi sentivo parte se non piangendo e strillando.
Accadde poi che un giorno, curiosando tra i cespugli del parco dove mio padre e mia madre erano soliti portarmi, trovai un gattino abbandonato che miagolava disperato per la fame. Quel giorno provai Amore. Prima di allora Amore per me significava mia mamma che mi dava il seno, o mio padre che mi abbracciava , o le parole delle ninna nanne che sentivo cantare la sera prima di addormentarmi. Quello era l’amore: un dare continuo, e quando raccolsi il gattino da terra e lo accarezzai con la mano ecco, stavo dando amore e forse fu per questo che il gattino smise di piangere. Iniziai a camminare felice e contento verso i miei genitori che, seduti su una panchina, mi osservavano da lontano (mi guardavano sempre i miei genitori). Ovviamente ero intenzionato a dargli da mangiare e a tenerlo con me per sempre ma quando mamma e papà videro quel gattino malato, affamato, sporco e con le pulci, me lo tolsero dalle mani e con espressioni un pò disgustate, lo riposero in un angolino sotto un albero; incominciai a piangere. Mi spiegarono che non potevamo tenerlo e che sarebbe rimasto li; continuai a piangere. Certamente il guardiano del parco si sarebbe preso cura di lui; io non smisi di piangere.
Il gattino si rimise a miagolare, quando lo sentii alle lacrime che non finivano più, si aggiunse anche la disperazione. Nell’arco di pochi minuti di un singolo giorno, la curiosità mi insegnò a dare amore come facevano i miei genitori e mi fece provare la sofferenza per l’abbandono di quell’essere appena nato al suo destino.
Mi chiamo Nathan mason e so che la curiosità è il braccio destro del diavolo, crea illusioni che a volte diventano reali a volte no. Ma c’è dell’altro in questa storia! Fu grazie alle illusioni della curiosità che, in quello stesso giorno, senza saperlo presi anche la mia prima decisione. Cercai di portare un gattino malato, affamato, sporco e con le pulci a casa; la prima sconfitta fu che non ci riuscii.



Capitolo 5: I due volti della paura

Mi chiamo Nathan Mason, stavo vivendo una vita comune quando all’improvviso
ll mondo sparì senza avvisare.
Adesso mi trovo in un luogo calmo e strano , circondato dal buio, e ricordo tutto il mio passato.
Non penso di essere morto, penso piuttosto di essere caduto in un limbo che mi tiene sospeso tra la vita e la morte insomma, credo di essere entrato in coma.
Comunque sono cosciente e anche se in apparenza sembra non esserci niente altro che nero, attorno a me percepisco dei movimenti!
Ci sono delle forme, anche esse nere che mi osservano, mi circondano, mi passano accanto o mi attraversano.
Ho la sensazione di non essere completamente fermo, piuttosto è come se stessi attraversando un tunnel ad altissima velocità.
Un proiettile che percorre la canna di una pistola non sa quando finirà il buio che lo circonda né se ci sarà un bersaglio alla fine di quella corsa.
Per me è più o meno è la stessa cosa.
Sto correndo come un proiettile nel buio con la differenza che io, qui dentro, non sono solo. Loro ascoltano tutto quello che mi passa per la mente: - Ricorda Nathan – comunicano direttamente, senza bisogno di parlare e il loro muoversi è un invito continuo – Ricorda Nathan – a ricordare, ricordare, ricordare.
Di cose che mi passano per la mente ne ho davvero tante, accontentarli non è di certo un problema.
Ricordo infatti tutta la mia vita e, considerando che ero uno che dimenticava spesso le cose, questo fatto mi procura una sensazione di stupore, mista ad una pace interiore che mai avevo provato quando il sipario era alzato.
- Ricorda Nathan –
Si, ricordo!
Ricordo, ad esempio, la prima volta che mi salvarono la vita.
Avevo sedici anni e stavo al mare, era una sera d’estate. Mio nonno diceva che le cose troppo grandi portano con se anche grandi pericoli e il mare, ogni volta che lo guardavo, mi pareva immenso. Per questo non ho mai provato il desiderio di sfidarlo e tuttavia restavo ore ed ore a guardarlo, il mare! Mi piacevano le onde ma più di ogni altra cosa mi piaceva quella linea che unisce l’acqua col cielo, l’orizzonte.
Amavo andarci di sera, con l’alta marea, perché se il vento tirava giusto le onde erano più alte e più grandi, quasi volessero acciuffare la luna. E poi, ve lo confesso, quando avevo sedici anni su quello specchio azzurro faceva windsurf la ragazza più bella del mondo! Volava usando le onde come fossero tanti trampolini di lancio e ogni volta che atterrava vedevo le sue mani sul boma agitarsi con forza per ruotare l’albero, mentre i suoi piedi si sincronizzavano all’istante con quei movimenti così rapidi, ma necessari per poter strambare e compiere un giro completo su se stessa per poi ripartire immediatamente a caccia della prossima onda. Come facesse a muoversi a piedi nudi su quella tavola bagnata non l’ho mai capito, ma adoravo stare li a guardarla compiere quelle evoluzioni spettacolari. Quella sera d’estate poi, il vento soffiava forte e le onde erano così alte che quando la ragazza ne prese una venne proiettata così in alto nel cielo che per un istante credetti che ci sarebbe riuscita! Avrebbe afferrato la luna e l’avrebbe consegnata al mare. Ma non andò così, la tavola ricadde pesantemente in acqua proprio nel punto in cui stava per infrangersi un’ altra onda. La vidi cadere, la vidi inghiottita dal mare prima e ricoperta dalla vela poi. La paura che non ce l’avrebbe fatta a risalire in superficie non mi fece temere più nulla, mi tuffai senza pensarci due volte.
La paura ha due facce. A volte funziona come un interruttore salvavita, ti fa reagire in modo conservativo se scatta in basso. Così quando vai troppo veloce rallenti, quando stai sul bordo del precipizio non ti butti, quando sei minacciato scappi sentendoti le ali ai piedi. A volte però agisce al contrario e scatta in alto, e quando questo accade e stai andando veloce acceleri e se ti trovi sul bordo di un precipizio ti ci butti e se ti senti minacciato, diventi il più feroce dei predatori. Cosa fa scattare l’uno o l’altro meccanismo è qualcosa che non si può spiegare, dipende dai momenti, dal contesto, l’unica cosa certa è che la paura fa brutti tiri. Mio nonno mi diceva sempre che le cose grandi nascondono grandi pericoli, quella ragazza stava sfidando il mare e il mare l’aveva inghiottita e il mio interruttore quella volta scattò verso l’alto. Misi da parte i consigli e le paure e in un istante ero in acqua per cercare di salvarla ma, per ironia della sorte, fu lei a salvare me.
La ragazza ovviamente riemerse, si guardò attorno e, una volta risalita sulla tavola, vide le mie braccia agitarsi verso di lei. Che scemo sono stato a tuffarmi tutto vestito in un mare agitato, nuotando controvento rispetto la ragazza a forza di braccia perché i vestiti e le scarpe si erano fatti immediatamente troppo pesanti e si erano trasformati in una zavorra che mi trascinava sempre più giù ad ogni onda che mi si scagliava contro. Stavo perdendo le forze, quando mi sentii afferrare per una mano che poi mi fu messa su una tavola. Era stata lei, usando il vento a suo favore la ragazza mi raggiunse in un attimo. Nuotammo insieme verso riva usando la sua tavola per stare a galla.
- Mi dispiace – le dissi una volta tornati sulla spiaggia;
- pensavo stessi affogando e non ho pensato a niente altro che a salvarti invece sei stata tu a salvare me –;
la ragazza mi gettò un occhiataccia indimenticabile, era veramente arrabbiata!
– Potevi morire ti rendi conto? Qualunque surfista, quando cade, lo fa portandosi dietro tutta la vela. Se la lasciasse, la vela rimarrebbe senza controllo, in balia del vento, rischiando di colpirti in testa proprio mentre stai riemergendo. Nessuno invece si butterebbe in acqua vestito e con le scarpe con un mare così! – mi spiegò lei.
Restammo in silenzio non so per quanto tempo, finché mi guardò e mi sorrise, un sorriso così bello che sembrava illuminare il mondo.
– E così volevi salvarmi la vita?! Sei matto, ma almeno sei un matto romantico! Come ti chiami? –
– Nathan e tu ? -
– Io mi chiamo Helen –
Fu così così che conobbi mia moglie.

Capitolo 6: L’invidia degli Angeli

Mi chiamo Nathan Mason, mi trovo sospeso tra la vita e la morte in un luogo apparentemente fermo che però cambia in continuazione, dove io stesso mi muovo ad una velocità impressionante, circondato da forme che si nascondono nel buio e che mi incitano a ricordare gli episodi della mia vita. Dopo il mio ultimo ricordo però è successo qualcosa, ora intravedo un puntino bianco in fondo al tunnel che diventa sempre più grande. E’ una luce! Una luce che delinea meglio i contorni delle presenze che mi circondano. Una di queste in particolare mi si è affiancata e ora mi sta guardando. La luce lentamente ne delinea i contorni e, sorpresa! Vedo l’immagine di me stesso che
mi guarda! Non parla ma in testa posso sentire perfettamente la sua voce.
- Ciao Nathan - è la mia stessa voce!
- Chi sei? Dove mi trovo?–
- Sono il tuo angelo custode, ti osservo da sempre, da quando ti sei addentrato nei misteri della vita e anche ora ti sto osservando.
- Chè posto è questo?
- Questo è il Limbo delle anime divise tra la vita e la morte. –
- Angelo custode? Il limbo? Ma che diavoleria è questa?! –
- Hai detto bene Nathan, è una diavoleria o meglio, è stata tutta opera del Primo di noi che, intuendo le meraviglie della Creazione, ha fatto l’uomo per poter partecipare attivamente ai suoi misteri, ribellandosi così a Dio che ci impose di osservare il Creato senza mai interferire.
Non ci capisco niente! Gli angeli me li immaginavo sempre vestiti di bianco, con grandi ali e invece questo essere che sta davanti a me non solo ha il mio aspetto, ma in due parole vuole farmi credere che il mio corpo non è frutto dell’amore di Dio ma del suo avversario, il Diavolo! Ma che storia è mai questa?
- Non stupirti, Nathan, in fondo sei nel giusto quando pensi che l’uomo è una idea di Dio. Devi sapere infatti che il Primo, una volta, era un angelo come tutti noi e faceva anche lui parte del disegno di Dio. Ma poiché era parte del suo disegno la sua ribellione ne faceva anch’essa parte, era lo scopo della sua esistenza. Pertanto, la creazione dell’uomo, sebbene sia avvenuta per mano del Primo in realtà è stata da sempre voluta e progettata da Dio. –


Tutti almeno una volta nella vita, si sono posti queste domande: “chi siamo”, “dove stiamo andando”. Alla fine, la complessità della risposta o la nostra pigrizia, ci spinge a dimenticare le domande stesse. Le accantoniamo! Forse è anche per la paura di non trovare una risposta convincente che ci siamo costruiti attorno a noi un complesso sistema sociale dove le nostre menti son sempre impegnate a render conto di mille doveri, obblighi e lavori, tutto con l’unico grande scopo di evitare di pensare alle domande: “chi siamo?”, “dove andiamo?”, le risposte sono state rinviate a data da destinarsi grazie! Alla fine però il conguaglio arriva, ed ora più che mai mi sento perso e confuso in questo limbo sceso troppo in fretta sulla mia vita!

- Mi stai dicendo che il Diavolo non ha colpa? Allora di chi è la colpa di tutte le malattie, le crudeltà, le violenze e le ingiustizie che proviamo? Mi stai dicendo che male e bene non esistono? Mi stai dicenndo che è volontà di Dio se, oltre all’amore e a tutti gli altri sentimenti legati alla pace, esiste anche la sofferenza, le barbarie e la morte? –

- Nathan, anche tu prima di essere uomo eri un angelo e come me, anche tu ti stupivi cosi tanto dei misteri della creazione che ne desideravi intimamente farne parte. Quando la vita ti ha dato la possibilità di abitare in un corpo, tu l’hai preso ed è allora che sei nato. Tuttavia, le meraviglie della Creazione sono cosi tante e cosi complesse che per viverle appieno hai dovuto dimenticare le tue origini, la tua vera essenza. Succede a tutti gli angeli che prendono vita,ed è per questo che non riesci a rispondere alle domande, perché ti sei dimenticato le risposte! E’ il prezzo da pagare per vivere nel tempo. –
- Vivere nel tempo? Che intendi dire? –
- Guardami Nathan, io non ho un cuore non ho sangue non c’è mai stata carne che ha ricoperto il mio spirito, io sono immortale è vero, ed esisto, mentre tu Nathan tu hai vissuto per tutti questi anni mentre io ti osservavo e provavo invidia per i tuoi ricordi e per le cose che hanno dato significato alla tua esistenza. –
- Invidia? E di cosa angelo? Di svegliarsi la mattina andare a lavorare sposarsi, figliare, mangiare e dormire e ripetere questi atti per un tempo più o meno lungo? Certo, ammetto che ci sono state volte che la vita mi piaceva, ammetto anche che non è solo quello che ti ho appena riassunto in quattro frasi, ci sono eccezioni, c’è …. –
Perché mi trovo qui, a parlare con Dio o con uno dei suoi messaggeri quando dovrei stare a casa con Helen o a letto con Susan o semplicemente seduto sulla mia scrivania?

- Ci sono le emozioni Nathan, quelle che mi stai raccontando coi tuoi pensieri! Le emozioni sono la vera eccezione del piano di Dio. Un angelo non le può vivere e pertanto non arriva a capire a fondo la bellezza dell’infanzia, dell’adolescenza, della maturità e della morte. Nathan, gli angeli non hanno una vita da dedicare a qualcuno come fai tu, perché non sono! Un angelo, per sua natura, non ha tempo Nathan! Per questo non può essere né felice né triste, non può provare amore né odio, e non sa cosa sia il sesso o l’amicizia. E’ grazie al tempo che i sentimenti nascono muoiono, mutano in un continuo andare e venire. Tutte queste sensazioni un angelo non solo non le può provare ma è costretto ad osservarle per poi raccontarle a Dio che, compiaciuto, osserva la modellazione continua del suo disegno.Tuttavia, nemmeno Dio riuscì ad immaginare l’invidia che noi iniziammo a provare nei confronti di chi viveva tutte queste cose e quando il Primo si ribellò, allora nacque l’uomo e la sua vita fu associata al tempo in un legame indissolubile. Seguendo il Primo, anche noi ci allontanammo dalle regole di Dio e venimmo qui ed è questo il vero motivo per cui noi angeli stiamo sempre accanto agli uomini: lo facciamo per invidia, perché non siamo niente altro che cacciatori di corpi! E adesso dimmi Nathan perché tu, che finora hai avuto la possibilità di provare tutto ciò che io ti ho descritto, vorresti tornare tra noi che non abbiamo tempo? -

Capitolo 7: Il Male

Mi chiamo Nathan Mason e ho un nome da eroe dei fumetti ma diversamente da loro io non sempre vinco le mie lotte contro il male al contrario, le mie storie spesso non hanno un lieto fine. Anche ora che sono nel limbo, come lo chiama il mio angelo custode, anche ora non mi viene in mente niente che suoni come un “visse-felice-e-contento-nel-non- nulla”.
Cosa è “Male”? Chiede il mio accompagnatore invisibile, e io sorrido pensando alla “beata-ingenuità-di-chi-non-sa-o-non-può”. Ci sono due punti di vista da tener conto quando lo si deve spiegare.
In senso assoluto, male è tutto ciò che limita l’esistenza. La morte è male; uccidere come uccidersi è male; la guerra è male; vivere da schiavi è male! Da questo punto di vista nascono le convinzioni, le religioni, gli usi e le mode che, di anno in anno, si alternano il posto di comando su questo pianeta per darci l’illusione di poter esistere, resistendo e
lottando contro un nemico che in partenza sappiamo essere invincibile.
La verità è che le guerre sono inevitabili quanto lo è la morte e ogni forma di schiavitù, semplicemente perchè non è una faccenda umana!
Ogni istante, nell’universo milioni di stelle si spengono, collassano su loro stesse formando buchi neri che attraggono materia, la imprigionano e la mandano chissà dove.
In natura un bruco si costruisce una prigione dove morirà per poi rinascere solo per pochi giorni, il tempo di fecondare una nuova esistenza.
Gli spermatozoi più anziani si mettono davanti al collo dell’utero a difesa di eventuali altri spermatozoi “intrusi” mentre gli altri, i più giovani, proseguono il loro cammino verso la vita.
Sono solo alcuni esempi di battaglie dove avvengono vere e proprie stragi, dove si compiono sacrifici in favore di pochi, “gli eletti”, cui spetterà poi il compito di ristabilire l’equilibrio e l’ordine delle cose, prima di mutare nuovamente.
Male è dunque la perdita dell’esistenza o, in senso lato, è il cambiamento necessario per il corretto funzionamento dell’intero sistema su cui viviamo che è ottimizzato per evolversi in modo continuo in forme sempre diverse, tutte destinate a mutare.
Ma avendo origine dall’uomo questo concetto assoluto diventa del tutto soggettivo se lo rapportiamo ad ogni singolo individuo quindi, esiste anche un punto di vista relatvo della faccenda.
Ed ecco allora che il male diventa bene se pensiamo al bruco, o diventa qualcosa a noi completamente estraneo se pensiamo alle stelle che si spengono, o acquista un significato maggiore quando dobbiamo prendere decisioni il cuo peso, per forza di cose, graverà su qualcuno che consideriamo davvero speciale. Come quando io e Susan decidemmo di abortire per esempio. Dal mio punto di vista , caro angelo, quello per me fu Male.

Capitolo 8: La scelta di Susan

Susan cammina per strada, la testa alta e la camminata svelta. Non deve rendere conto a nessuno, Susan è una donna libera. Ha da poco trovato lavoro in un ministero, che fortuna! Nel mare del lavoro precario il ministero è un’ ancora di salvezza. Susan è dinamica intelligente e presuntuosa, molto presuntuosa! Ama essere la prima in tutto e non accetta compromessi, tranne uno: Nathan. I caratteri forti non hanno indecisioni nemmeno sull’amore. Susan è una donna decisa.
Si incontrano da quasi un anno ormai e la passione non accenna a diminuire.
Nathan e Susan, Susan e Nathan. Corpi che si mordono si uniscono poi si lasciano e si uniscono di nuovo mentre il mondo, da sempre distratto, quasi si ferma a guardare quella battaglia tra eros e psiche dove le tregue non esistono e ogni mezzo è lecito pur di ottenere il massimo con cosi pochi sensi: solo cinque.
Susan cammina per strada, la testa alta e la camminata svelta. E’ una notte come un’altra nella città se non fosse per la pioggia, una pioggia battente che tamburella sui tetti delle auto e fa aprire voragini nelle strade asfaltate. La pioggia è una alleata pensa Susan!
Lava i peccati, ti costringe ad aspettare sotto un portico e così ti da modo di riflettere, la pioggia poi ti nasconde le lacrime quando vuoi piangere senza che nessuno se ne accorga. Riflette Susan, è successo tutto cosi in fretta, come al solito non c’è stato tempo di prevedere o di ritirarsi perché è l’istinto che fa da padrone in certe occasioni.Ma è stata anche la più bella notte della sua vita e Nathan era il suo protagonista. Il suo cavaliere che l’ha condotta attraverso un carosello di balli, dai classici a quelli improvvisati, inventando nuove figure senza perdere mai il contatto, il senso del ritmo, il tempo. La vita è un dono ma a Susan non piacciono i regali e nemmeno le sorprese, invece è successo tutto in cosi poco tempo e ora? Ora la musica si è fermata e la ragione ha ripreso il controllo del mezzo a cominciare dalla testa, poi più giù dove ci sono le mani, la schiena le gambe e la pancia. Quella pancia che ha? Sembra diversa, in crescenza come il pane che lievita, come la luna quando si fa piena.
Dentro di se Susan non sente niente ma le analisi del sangue non mentono.
E’ successo nonostante le precauzioni, è successo nonostante tutto e allora che problema c’è? In fondo è l’eccezione alla regola dello stare attenti, è qualcosa che può succedere, è un niente che nemmeno respira e che verrà rimosso in una seduta di Day Hospital fra pochi giorni a un prezzo ragionevole. Certo che il mondo intero trova quella pancia davvero bella, ma a Susan non piace.
In fondo la vita inizia da un respiro e dentro di se Susan non sente niente.
In fondo Susan ha già scelto cosa fare di quel niente.
Allora perché mai piange sotto la piogga?

Capitolo 9: Perché voglio morire

Ci sono persone che lasciano un segno nella loro vita, fanno da esempio per la vita degli altri e, una volta morti, diventano legende, santi, martiri ed eroi. Mi chiamo Nathan Mason e c’è stato un tempo in cui pensavo che anche io sarei diventato uno di questi personaggi, che avrei cambiato perfino il destino del mondo ed invece, trovai a malapena un lavoro che mi permise di adempiere ai misteri di madre natura: crescere, fare esperienze più o meno importanti, innamorarsi sposarsi e avere figli, punto. Allora diventa lecito chiedersi se sia tutto qui o se c’è un motivo più alto della semplice continuità della specie. Quando non si sa chi sei non puoi sapere nemmeno perché ci sei, senza identità non c’è nemmeno scopo; qui nascono i problemi!
No! Non parlo di una indentità anagrafica, quella ce l’hanno tutti, parlo di quella consapevolezza di essere qualcosa che, per istinto, sappiamo essere diverso da quello di tutti gli altri animali della natura.
Parlo della conoscenza di se stessi che pochi, nel corso della vita, riescono a trovare.
Gli uomini non hanno una identità! Nel corso degli anni, l’incapacità di trovarne una li ha portati a costruire una società alienante, capace di offuscare le menti con dottrine, regole e comportamenti cosi radicati nel loro animo che perfino il ragionamento stesso ormai non è più finalizzato a “capire”; oggi più che mai ci si accontenta di “trovare”.
Gli uomini passano vite intere a cercare una identità ma paradossalmente non partono mai dal punto più sensato, da se stessi. Forse è pigrizia o forse è perché inconsciamente si ha paura di scavare a fondo nei nostri animi chissà ma gli uomini non provano mai a sentirsi, a capirsi, cercano piuttosto qualcun’altro che “si è gia bruciato” al posto loro, un cristo in croce che ha capito, che le ha provate tutte (o la maggior parte) le esperienze che ci offre questa vita cosi instabile, tanto indefinita che anche Dio preferisce dire che è eterna per evitarsi il problema di calcolarne la fine.
Un uomo senza identità ha paura di questa vita così varia, esoterica, incerta e imprevedibile.
Giocano su questo le religioni che ho avuto modo di osservare nel corso di questa vita e che hanno fatto nascere sistemi come la mia società. Un insieme di regole scritte e non scritte fa si che l’uomo viva per lo meno in modo sereno; sereno del fatto che, per la maggior parte del tempo, la sua vita non avrà bruschi cambiamenti e procederà sempre allo stesso modo, una parola soltanto per riassumere tutto: Stabile!
Mi chiamo Nathan Mason e volevo fare grandi cose ma alla fine, come tutti gli uomini senza identità, senza scopo e troppo paurosi da sperimentare da soli il mistero della conoscenza di se stessi mi sono lasciato assorbire dalla mia società abbracciando così le teorie della stabilità. Un posto fisso, un matrimonio che durerà finchè-morte-non-vi-separi, trenta giorni di ferie all’anno. Il tutto unito a filo doppio ad una fede in una religione che promette la vita eterna a chi si comporta secondo le leggi di un Dio fatto ad hoc per preservare questo sistema. Ma in fondo all’animo mi sento come Ulisse che, una volta raggiunta la sua Itaca e scacciato i proci, prova la noia dei giorni sempre uguali e il desiderio di conoscere ancora. Ulisse! Un uomo che passò anni interi in mare alla ricerca della sua patria e che, una volta raggiunta, partì da Itaca dopo pochi mesi appena, con l’intenzione di oltrepassare le colonne d’ercole. Quando penso che il desiderio della conoscenza, unita alla noia di quella nuova vita, era più forte delle emozioni che una ritrovata casa, una ritrovata penelope, una ritrovata patria potevano dargli…resto senza parole. Le colonne d’ercole dove nessun uomo ha mai fatto ritorno; la fine del mondo; la morte! Immagino Ulisse che le affronta con la stessa follia di un suicida che ha deciso di compiere il suo ultimo viaggio, per scoprire se stesso.
L’ultima sfida di Ulisse fu un suicidio. Ecco la verità!
C’è un Angelo davanti a me che un tempo fa (non so se istanti o mesi o ore), mi chiese perché mai volessi morire.
Mi chiamo Nathan Mason e la curiosità mi ha insegnato tante cose, ed ora che mi trovo davanti alle colonne d’ercole voglio oltrepassarle.
Ecco, questa è la mia risposta.



Capitolo 10: Compassione

- Povero Nathan, non capisci l’importanza della vita. Cosa importa se non sai chi sei? Cosa importa della tua identità che avevi prima di diventare uomo e che ritrovi ora che stai per ritornare da dove sei venuto? Sei cambiato, sei diverso da me , torni con la conoscenza di quei misteri che a noi ci sono preclusi. E’ questa la cosa importante Nathan! –
Parli di identità e di scopo, anche questi concetti sono legati al tempo. Perché uno “è” e si pone degli scopi in quanto vive. E il tempo è il vero mistero Nathan. La vita è Tempo. Come potrebbe esserci scopo se non si ha il tempo che ti permette perseguirlo? Cosa sarebbe l’amore se non ci fosse il tempo a renderlo una volta scintilla, una volta fiamma, un’altra volta incendio e un’altra volta ancora errore? E i ricordi Nathan? Tutti i tuoi racconti, i tuoi affetti e i tuoi desideri non hanno senso se non ci fosse il tempo che ti ha permesso di viverli. In verità Nathan io ti invidio molto,tutti noi qui ti invidiamo, perché ciò che si trova al di la della memoria, è pura esistenza. -
Ma tu pensa Nathan!
Un Uomo dice ad un Angelo di voler restare con loro e fermare il tempo per sempre.
Un Angelo dice ad un Uomo: “non so cosa darei per vivere il tuo tempo”.
Solo un po’ di quella vita che lui, l’uomo, reputa cosi piatta e inutile.
Come è paradossale Dio a volte.


Capitolo 11: La caduta dell’ Angelo

Successe tutto in un istante, dopo che l’angelo ebbe finito di parlare, e fu qualcosa di terribile e nello stesso tempo meraviglioso.
Un istante è l’attimo che passa dal momento in cui il proiettile è ancora all’interno della canna a quello in cui esce; in un istante io mi vidi!
Ero attaccato a delle macchine che alimentavano il mio corpo e mi tenevano sospeso tra la vita e la morte. Accanto a me c’erano loro! Helen e Susan, entrambe davanti al mio letto a guardarmi; piangevano mentre mi guardavano. Quell’ istante capii che Helen aveva sempre saputo tutto di me, potevo leggere tutti i pensieri. Una volta mi aveva seguita fin sotto casa di Susan e aveva aspettato che arrivassi... poi aveva aspettato da sola sulla strada e infine aveva aspettato che andassi via. Aveva pianto per mesi in silenzio, da sola, lontano da me e dai bambini e un giorno infine si decise! Fu il giorno prima del mio compleanno. Helen bussò alla porta di Susan e lei, come se avesse sempre saputo dell’arrivo di quel giorno, senza sorpresa le aprì e la lasciò entrare.
Nacque immediatamente tra loro quel tipo di solidarietà, mista a un po’ di ipocrisia, che nasce tra le donne quando la prima è un’ amante che si chiede cosa gli manca per diventare moglie e l’altra e una moglie che si chiede cosa ha perso per essere considerata un ottima amante da suo marito. Una solidarietà che sfocia quasi immediatamente nell’amicizia e tutto per l’egoismo di una terza persona che,nella fattispecie, ero io.
Susan ed Helen si raccontarono tutto, senza dirmi nulla, usandomi ora come vittima e ora come colpevole. Dove mi trovo ora non solo riesco a leggere questi eventi tenuti abilmente nascosti per tutto questo tempo, riesco a percepire anche la verità di fondo, i loro perché! Anche loro volevano conoscersi ma coi loro mezzi, con i loro modi.
Helen, ti sei tenuta dentro la sofferenza per tutto questo tempo. Se fossi ancora vivo non mi avresti mai detto niente mentre ora invece sei qui, insieme a Susan, entrambe davanti a me a dirmi tra le lacrime di svegliarmi, perché volete dirmi tutto e sfogare col tempo tutta la rabbia prima del perdono vero e proprio.
Quella di Helen che sapeva e quella di Susan che ha scelto di sopprimere una vita per non complicarne tante altre.
D’un tratto la scena cambia, dall’altra parte della porta vedo Andrew e Jasmine che attendono seduti su due sedie. Dagli occhi di Jasmine sgorga un fiume caldo di acqua salata, povera Jasmine! Prima di allora non ha mai conosciuto le lacrime di dolore causate da una perdita. Le labbra di Andrew invece sono chiuse in una morsa, ma Andrew non piange, abbraccia Jasmine e sta in silenzio con lei. “Va tutto bene” le dice, ma sento il suo cuore disperato che spera di vedermi uscire dalla porta da un momento all’altro. Terribile, sto andando via senza salutare, senza chiedere perdono, senza rimediare a tutte quelle cose che ho lasciato incompiuto, me ne rendo conto solo in questo istante, ma ormai è tardi. Andrew, Jasmine, papà vi lascia, ormai è entrato nella tana del bianconiglio e sta per visitare il paese delle meraviglie. Che il vostro angelo custode vegli sempre su di voi.
- Gli angeli custodi non possono intervenire ma solo osservare Nathan ma non ti preoccupare, esaudirò io il tuo desiderio! –
L’ultimo pensiero prima di uscire dal tunnel e l’ultima frase dell’angelo prima di sentire il tempo abbandonarmi e sentirlo scorrere in lui. Successe tutto in un istante, ripeto.

Il tunnel nero che si era illuminato delineando i contorni del mio angelo custode scomparve, la sensazione di quella velocità frenetica lasciò il posto all’immobilità totale.
Ora sono fermo. L’angelo stava, no sta…. quello che resta di me…
…..
…..
Mi chiamo Nathan Mason, sono un proiettile che ha raggiunto il bersaglio.
Fine della corsa e inizio dello scambio, tutto in un istante.

.


- Dottore, dottore presto venga! Ha aperto gli occhi! –
Che casino! Qui gira tutto! Ma io sto pensando! Vedo delle persone che mi stanno attorno, vedo due donne sono bellissime; ricordo i loro nomi, qualcuno me li ha detti! Una si chiama Helen, l’altra invece è Susan! C’è una persona vestita di bianco che mi parla, Mio Dio riesco a sentire!
- Riesce a parlare? -
- Si! – Io parlo!
Vedo Helen e Susan che scoppiano in lacrime nello stesso istante, sento le loro mani chiudersi sulle mie; Dio mio sento il calore!
- Sento il calore! –
Di nuovo l’uomo in bianco che mi chiede:
- Come si chiama? –
- Mi chiamo Nathan Mason, ho 33 anni e ho male dappertutto! –
Il dolore! Dio mio che sensazione orribile il dolore!
Helen non fa che ripetere la stessa frase tra le lacrime “Sei tornato”. Lo dice guardandomi negli occhi, sorride Helen un sorriso che illumina il mondo, ultimo pensiero prima di addormentarmi ma è davvero mio?
- Si è addormentato.
- Dottore come sta?
- Il peggio è passato signore ora è questione di tempo se la sua volontà è forte quanto il suo corpo potrà tornare come prima. Da ora in poi per lui sarà come iniziare una nuova vita.
Quindi una nuova storia.




Epilogo
C’è stato un tempo in cui ero un angelo che, invidioso, osservava il mondo e desiderava farne parte, finché ebbi la possibilità di entrare nel corpo di un bambino e cosi caddi!
Ma la vita è qualcosa di così grande che, una volta nato, dimenticai chi ero, da dove venivo, dimenticai perfino il perché avevo deciso di cadere.
Esiste forse una condizione migliore della completa ignoranza per apprendere quanto più possibile i misteri della vita nel tempo in cui ne facciamo parte? No amici miei, non esiste condizione migliore di questa perché, pensateci bene, quante sensazioni evitereste di provare? Si può avere paura se fin dall’inizio si ha la certezza che si è e si tornerà ad essere eterni?
C’è stato un tempo in cui avevo un nome: Nathan Mason. Ho passato quel tempo vivendo una vita comune e ora sono tornato indietro in un luogo chiamato Sheol, dove gli angeli caduti esistono conservando i ricordi della vita. Non sono più un angelo perché ho vissuto, so cosa è la vita e conosco alcuni degli infiniti misteri legati al tempo. Chiamatemi ribelle ora, come Azazel che fu il primo! Cosa farò ora dite? Semplice, metterò a frutto l’astuzia, la furbizia, le passioni e tutte le cose che il tempo mi ha permesso di apprendere e ovviamente proverò a vivere ancora e ancora, rubando i corpi agli angeli e sfidando gli altri ribelli, imparando nuovi misteri nelle innumerevoli vite di cui mi approprierò, perchè non serve esistere in eterno se non puoi vivere in eterno.

© Andrea Canadè



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