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di Massimiliano Palombi
Pubblicato su PBSA2008


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La palla calciata da Roberto Donati oltrepassò i corpi disposti in barriera e vanamente protesi in salto. Ai più sembrò che dovesse superare la traversa di almeno un metro e perdersi tranquillamente oltre il fondo del campo. Invece, in prossimità della porta virò e si abbassò di colpo come portata da una folata di vento che la spinse verso il punto esatto in cui ogni giocatore sogna di veder finire il proprio tiro: l’incrocio dei pali.
Il portiere, sorpreso dalla prodigiosa traiettoria aerea della sfera, mosse un passo incerto sulla sua destra ma non accennò nemmeno a lanciarsi in volo. Vide il pallone imprendibile entrare in porta, lo seguì con gli occhi mentre scorreva sulle maglie della rete e lo raccolse quando, ormai libero dalla forza e dalla rotazione, gli rimbalzò accanto docile e beffardo.
La squadra di Donati passava in vantaggio all’ultimo minuto di recupero dell’ultima partita di campionato.
Con la sconfitta, la quadra avversaria perdeva il quarto posto in classifica, la qualificazione alla Champions League dell’anno successivo e un mucchio di milioni in diritti televisivi. La partita era una di quelle in cui non bisogna dannarsi l’anima per vincere e quando Donati si era incaricato di calciare la punizione tutti erano sicuri che la palla sarebbe passata molto lontana dalla porta o che sarebbe arrivata lenta ed innocua tra le mani del portiere.
Roberto Donati, mentre aspettava l’autorizzazione dell’arbitro per poter tirare, decise però che il calcio sarebbe rimasto per lui il gioco fantastico conosciuto da bambino, nel quale non ci sono squallidi compromessi a cui scendere. Al momento del fischio era molto tranquillo, prese tre passi di rincorsa e colpì la palla. Quando vide la sfera entrare in porta non riuscì a trattenere un urlo che percorse lo stadio come un’eco solitaria ma subito lo ricacciò in gola perché sapeva che quel goal bellissimo avrebbe spezzato la sua carriera.


* * *

Roberto Donati era il decimo degli iscritti al corso di filosofia teoretica nella lista degli esaminandi. Mentre attendeva il proprio turno ripassava gli appunti ed ogni tanto volgeva lo sguardo alla finestra dalla quale la calda luce di giugno inondava l’aula. Finita la sessione estiva avrebbe lasciato per un po’ il lavoro di barista e sarebbe partito con la sua ragazza per un viaggio in Spagna.
Preso dai suoi pensieri lo studente non si accorse della presenza nell’aula di un distinto signore seduto tra i ragazzi.
Roberto sostenne un’ottima prova e uscì dalla facoltà assaporando il gusto del voto con lode.
“Buongiorno signor Donati, posso permettermi di farle i miei complimenti per l’esame ?”
Il ragazzo guardò perplesso la persona che lo aveva atteso fuori dalla porta dell’università e che ora si rallegrava con lui tendendogli la mano. “Grazie, ma…io…”
“Lo so, lei non mi conosce e mi scusi anzi perché non mi sono ancora presentato. Mi chiamo Alberto Lanciani e vorrei parlarle per qualche minuto. Posso offrirle qualcosa al bar?”
Roberto, a causa della timidezza di cui non si era mai liberato, stava per rifiutare, ma la curiosità e i modi garbati del misterioso interlocutore lo convinsero ad accettare l’invito.
Si sedettero all’aperto, sotto la fresca veranda di un caffè frequentato da studenti vocianti che celebravano la fine della sessione sorseggiando i loro aperitivi.
“Un buon prosecco può andar bene per festeggiare il trenta e lode ?”
“Credo di si, grazie.”
Dopo aver ordinato i vini Lanciani ritenne di non poter attendere oltre per comunicare a Roberto quanto aveva da proporgli. “Signor Donati, non voglio rubarle del tempo, le dirò subito perché ho voluto incontrarla. Io sono, da pochi mesi, il presidente della squadra cittadina di calcio che, come lei forse saprà, milita in serie C1. Ho deciso di gettarmi in questa avventura perché ho lavorato per tutta la vita in azienda ed ora vorrei dedicarmi di più alla mia passione di sempre. Mi piacerebbe costruire una formazione in grado di vincere il campionato. In società entreranno presto altri imprenditori della zona, sono già avviati parecchi contatti per rinforzare la rosa e…beh vorrei chiederle di giocare per noi. Mi rendo conto di non offrirle il palcoscenico che lei meriterebbe ma non posso permettermi di comprare una squadra di serie A !”
Il cameriere portò i due flute di prosecco. Roberto prese in mano il suo bicchiere e guardò le bollicine salire. La proposta che gli era stata fatta lo aveva colto completamente alla sprovvista, perché dopo tre anni dalla sua ultima partita aveva perso ogni speranza di tornare nel giro. Era ormai uno studente che si pagava l’affitto e le spese per l’università lavorando in un pub. Una volta conseguita la laurea se ne sarebbe andato un anno all’estero per la specializzazione o forse avrebbe trovato un posto in banca, comprato una bella casa con quanto aveva guadagnato nella sua pur breve carriera di professionista e sposato Ilaria che gli avrebbe dato un paio di figli.
“La ringrazio signor Lanciani ma con il calcio ho chiuso, io in quel mondo di merda non ci rimetto piede.” Roberto accennò ad un brindisi e bevve d’un fiato quasi tutto il suo prosecco. Il vino sciolse un po’ della rabbia che faticosamente aveva sepolto durante quei tre anni e che ora riaffiorava come un cadavere troppo frettolosamente inumato.
“Donati permetta che le dica una cosa. Io ero, fin da bambino, un tifoso della squadra a cui lei segnò quel famoso goal all’ultimo minuto. Ogni volta che potevo andavo a allo stadio e non mi perdevo una partita in televisione, era la mia unica distrazione dal lavoro. Quel giorno ero in tribuna e vidi il capitano dei nostri quando, al termine della partita, le venne vicino e le ringhiò qualcosa all’orecchio coprendosi la bocca con la mano per non far leggere il labiale alle telecamere. Capii subito quello che era successo. La vendetta che hanno scatenato contro di lei, non facendola più giocare, mi ha veramente disgustato. Non vado più allo stadio, ho disdetto l’abbonamento con la televisione a pagamento.”
“E allora perché si è messo a fare il presidente di una squadra?”
“ Perché io amo il calcio, quello vero, quello in cui i pareggi che stanno bene a tutti non esistono. Oltre a vincere il campionato vorrei creare un vivaio in cui i giovani imparino il gioco che piace a quelli come lei e me.”
Roberto terminò di bere il poco vino rimasto nel bicchiere. “Io non gioco da troppo tempo e l’anno prossimo voglio laurearmi. Eppoi, chi mi assicura che non ci saranno altre partite da non vincere, altri calci di punizione da tirare fuori ?”
Lanciani fissò Roberto severamente per aver messo in discussione la sua sincerità e la sua onestà poi addolcì lo sguardo perché capiva che le parole del ragazzo erano dettate dal dolore ancora vivo per il tradimento che l’amatissimo gioco gli aveva riservato.
“La sua classe non sarà certo svanita in questi tre anni e lei mi sembra in ottima forma. Non le prometto uno stipendio milionario, ma sarebbe sicuramente più alto di quello che le danno come barista. Potrebbe lasciare il suo lavoro ed avrebbe tempo per studiare. Per il resto… le do la mia parola d’onore che potrà giocare sempre per vincere.”
Roberto Donati si appoggiò allo schienale della sedia e distese le gambe sotto il tavolo. I suoi occhi neri fissavano ipnotizzati il bicchiere vuoto. Nel muro che lo separava dal calcio si era aperta una crepa dalla quale riusciva quasi ad udire le urla del pubblico e il profumo dell’erba.
“Tra qualche giorno parto per un viaggio, ci penserò sopra.”
“Dove va ?”
“In Spagna, con la mia ragazza.”
“ Se passa da Valencia mi faccia sapere, ho un cliente simpaticissimo là, grande intenditore di calcio e di vini italiani. Sarebbe felicissimo di ospitarla.”
Nella mente di Roberto si compose l’immagine di suo padre quando venne licenziato dalla fabbrica in cui lavorava da venticinque anni. Lo vide seduto al tavolo della cucina con la testa stretta tra le mani ancora sporche di grasso e gli sembrò di udire la frase che avrebbe ripetuto come una cantilena per tanti giorni a venire: “Non bisognava fidarsi di quelli, si sono rimangiati tutto l’accordo.”
“Non mi versi acconti signor Lanciani, non ho ancora accettato.”
“Non le verso acconti, le sto solo parlando di un amico che mi piacerebbe farle conoscere.”
Roberto guardò Lanciani negli occhi e ne ricavò l’impressione di avere a che fare con una persona molto leale e dignitosa. In quel momento decise che avrebbe corso il rischio di scottarsi ancora una volta, forse non tutti gli imprenditori erano come quelli che avevano licenziato suo padre, forse nel calcio non c’erano solo i bastardi che avevano sentenziato la sua condanna all’esilio.
“Mi lasci un recapito telefonico, la chiamerò.”
Lanciani prese un biglietto da visita dalla tasca della giacca e lo porse a Roberto. “Le farò riservare la maglia con il dieci a meno che lei non preferisca quei numeri del cazzo di moda adesso come il quarantanove o il settantasette.”
Fin da ragazzino Roberto aveva sognato di giocare con il numero degli eroi sulle spalle. Gli era sempre piaciuto il ruolo del rifinitore, lo preferiva a quello di attaccante puro perché giocando alle spalle delle punte si sentiva più libero di esprimere la propria fantasia. Poteva optare per il passaggio filtrante, l’apertura sulle fasce, la percussione centrale, lo scambio ravvicinato con un compagno o il tiro dalla distanza. In serie A, militando in una squadra minore, aveva dovuto spesso sacrificare la sua classe e la sua fantasia sull’altare della tattica, raramente gli allenatori gli avevano concesso la licenza di seguire il proprio istinto.
Roberto Donati si alzò dal tavolo, guardò Lanciani negli occhi e gli porse la mano sorridendo. “Non seguo molto le mode, presidente. Se giocherò per lei, il dieci andrà benissimo.”

 

* * *


Per tutta la settimana la corsa all’acquisto del biglietto per la partita del sabato sera aveva contagiato praticamente l’intera città. La sconfitta per due a uno subita in trasferta nella gara d’andata dello spareggio non aveva intaccato le speranze e l’entusiasmo dei tifosi. Del grande incontro parlavano anche coloro che nella propria vita non avevano mai seguito il calcio.
Una vittoria per uno a zero avrebbe garantito la promozione. Ci sarebbe stata la diretta televisiva e tutti i media avevano scritto e parlato della società di provincia del presidente Lanciani, che dopo aver dominato il campionato di serie C1 nella stagione precedente era ora ad un passo dalla massima serie.
Alcuni giornalisti avevano riscontrato le cause dell’irresistibile ascesa nella politica di valorizzazione dei giovani del vivaio, altri nella sagacia dell’allenatore.
Tutti avevano convenuto che nella squadra giocava uno dei migliori talenti in assoluto del calcio italiano, quel Roberto Donati che cinque anni prima aveva lasciato inspiegabilmente l’attività agonistica dopo una eccellente stagione in serie A ed il debutto in nazionale. Secondo la maggior parte dei commentatori Roberto Donati aveva abbandonato il calcio in seguito ad una profonda crisi interiore dalla quale era uscito studiando fino a laurearsi brillantemente in filosofia. Qualche quotidiano aveva ipotizzato un ostracismo nei suoi confronti decretato dalle principali squadre nazionali per un suo goal forse non voluto e comunque molto inopportuno.
Al pubblico, la favola del giocatore-filosofo era piaciuta molto di più rispetto alla banale storiella di partite accomodate e di accordi non rispettati.
La sera dell’incontro faceva molto caldo, eppure le squadre si affrontarono a viso aperto. La compagine di casa, alla ricerca del vantaggio, attaccò con costanza per tutto il primo tempo. Gli ospiti si difesero ordinatamente ripartendo con rapide e pericolose sortite in contropiede. Nonostante l’eccellente qualità del gioco però, non vi furono segnature ma solo azioni applaudite dal pubblico e portentose parate dei due portieri.
Donati, marcato molto da vicino dai difensori avversari, riuscì comunque ad effettuare giocate di alta scuola e sfiorò anche il goal, prima con un fortissimo tiro respinto dal portiere e poi con un colpo di testa di poco fuori dallo specchio della porta.
Nella parte finale della gara, l’aria umida che si appiccicava ai visi degli atleti e la stanchezza misero a dura prova la lucidità dei contendenti. L’arbitro dovette intervenire spesso per interrompere il gioco a causa dei ripetuti falli. Molti giocatori furono ammoniti.
Mentre i sostenitori in trasferta mettevano un entusiasmo sempre maggiore nello sventolare le loro bandiere, gli spettatori di casa più pessimisti cominciarono a pensare che la serie A, almeno per la stagione in corso, fosse destinata a rimanere solo un sogno cullato con troppa presunzione.
Man mano che passavano i minuti sembrava sempre più difficile che il risultato potesse sbloccarsi, ma nell’istante in cui venne alzato il tabellone luminoso con l’indicazione che si sarebbero giocati tre minuti di recupero, Donati conquistò il pallone all’interno della lunetta centrale affondando un preciso tackle sul mediano avversario. Il giocatore evitò con un secco dribbling il rabbioso tentativo di recupero del rivale a cui aveva sottratto la palla. Alzò poi la testa alla ricerca di un compagno smarcato, ma il centravanti era in posizione di fuorigioco e nessuno era scattato sulle ali. Proseguì allora con la palla al piede e superata la tre quarti di campo venne affrontato dal difensore centrale. Donati finse di scartare a sinistra ma in realtà effettuò un rapidissimo doppio passo con il quale sbilanciò l’avversario. Toccando la palla con l’esterno del piede lo superò sulla destra costringendolo ad un plateale fallo. L’arbitro decretò il calcio di punizione ed espulse il difensore che abbandonò il campo protestando un’innocenza a cui non credette nemmeno il più invasato degli ultras della sua squadra.
Nello stadio si fece quasi silenzio quando Donati, riavutosi dal colpo subito, raccolse la palla da terra, la strinse al petto e chiese al direttore di gara di indicargli esattamente da dove avrebbe dovuto battere il tiro piazzato.
In due anni il giocatore con il numero dieci aveva incantato i suoi tifosi con un repertorio vastissimo, aveva realizzato reti con il destro, con il sinistro, di testa, su rigore, di tacco e in rovesciata ma il suo ultimo goal ufficiale su calcio di punizione restava quello che gli era costato la carriera. In allenamento provava esecuzioni di precisione e di potenza con maniacale assiduità riportando percentuali di realizzazione elevatissime, in partita aveva solo colpito pali e traverse, abbattuto giocatori in barriera ed esaltato anonimi portieri.
Roberto Donati controllò accuratamente lo stato del terreno nel punto di battuta, si rialzò, guardò la sfera ed ebbe bisogno di riprenderla tra le mani, farla roteare e adagiarla di nuovo sull’erba. Mentre si allontanava respirò profondamente e chiese all’arbitro di far arretrare la barriera fino alla distanza regolamentare. Al fischio, come al solito, prese tre passi di rincorsa e colpì la palla. Poi chiuse gli occhi e fu l’unico nello stadio a non guardare la parabola che segnò l’aria immota della sera. La sfera colpì la parte inferiore della traversa, picchiò in terra e venne infine allontanata da un difensore.
Alle veementi proteste dei giocatori a cui la promozione in serie A sfuggiva dalle mani, l’arbitro oppose più volte la certezza di aver visto perfettamente il punto in cui la palla era rimbalzata.

© Massimiliano Palombi



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