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La svolta di Claude
di Paolo Durando
Pubblicato su PBZERO


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*E se la vostra vita fosse stata improgionata tra pareti di fragile vetro dalla Vostra adorata Madre/Maestra, e la vostra solitudine così amplificata da una sorta di forzata asocialità? E se ancora il richiamo d'un pegno da pagare per una vita non vissuta cominciasse a farsi sentire ad alta voce in voi? Beh, leggendo questa storia, forse capirete ciò che inconsciamente giace tra i vostri pensieri.*


Lo sento anche stavolta il richiamo. Tutto è iniziato con piccoli rumori, fruscii, poi è diventato qualcosa di diverso, di oscuramente fondamentale. Dopo aver cenato, sono qui seduto in poltrona nel soggiorno di casa mia e davanti a me, momentaneamente assente, c’è mia madre. Sta cucendo e tra noi c’è un tavolino con sopra, in bella mostra, la Bibbia. In casa nostra la televisione è quasi sempre spenta. Da quando è morto mio padre abbiamo continuato a vivere in questa casa grande, del XVIII secolo, proprietà della sua famiglia dall’ultima guerra. Ha la facciata spoglia, qua e là scrostata, e sin da bambino osservavo compiaciuto le cimase sullo sfondo del cielo del nord, quasi sempre agitato. E’ circondata da un giardino non molto curato perché non abbiamo mai potuto permetterci un giardiniere. Fuori la notte è silenziosa e mi piace pensare all’oscurità del bosco poco distante, con la strada, mai molto frequentata, che conduce al paese. Il mio mondo di sempre. Oggi il tempo è stato bello, ma verso sera il cielo si è guastato ed ora si sente soffiare il vento e l’aria è molto umida. Forse pioverà. Guardo mia madre e sospiro. Ha i capelli grigi impeccabili nella messa in piega. Corpulenta, rocciosa, indossa abiti prevalentemente scuri o neutri. Si muove con lentezza ma precisione, autorevole come chi è in fondo certo di una nobiltà passata. Dietro gli occhiali i suoi occhi hanno continuato a scrutarmi severamente per decenni. I suoi occhi appesantiti di maestra elementare severa, che hanno sempre guidato ogni mio passo. Superati i settant’anni, è tuttora dolentemente sicura del suo ruolo nel mondo e, soprattutto, nei miei confronti. Ma anche stasera sento il richiamo che da qualche sera mi incita a sottrarmi alla sua protezione. E’ quasi una voce, ma non ancora una voce, che vorrebbe farmi andare nella mia camera prima del tempo. Tuttavia non mi muovo. Come potrei interrompere il calore radicato, atavico, di questo nostro riposo? E’ troppo presto ed io soffro di insonnia. Domani, come sempre, mi alzerò alle sette e mezzo. Troverò la colazione accuratamente preparata e dopo mangiato mi recherò a piedi in paese, per fare le mie sei ore in Comune. Ho un ufficio tutto mio, che ormai non è che un prolungamento della mia casa. Ho quarant’anni e lavoro da venti. Quello è l’unico posto in cui riesco a stare senza mia madre. La collega con cui di solito scambio due parole è allampanata e anemica, si muove come se avesse ingoiato una scopa che le si fosse incastrata obliquamente nel corpo. Che abbia la scoliosi, una grave forma di scoliosi, me lo ha confermato subito lei stessa. I suoi capelli biondicci coprono il viso slavato con una bocca larga e dentuta, dall’espressione timida, come se di continuo si scusasse. Un altra compagnia, si fa per dire, è un collega dagli straripanti capelli neri ispidi, basso di statura, i piedi piatti, che cerca a suo modo di accettare di buon grado la vita. Qualche volta mi offre il caffè e sembra cercare di entrare in confidenza. Ma non gli do spazio. Resto immerso nelle mie pratiche fino all’ora di pranzo. Tornato a casa, trovo mia madre che cucina, solida tra i fornelli, concentrata, mentre la radio o la televisione trasmettono le ultime notizie. Tolleriamo poco la televisione. Le sue immagini sono troppo colorate, troppo movimentate. Io e mia madre abbiamo bisogno di quiete. Dopo mangiato mi capita di addormentarmi sul divano, ma presto inizio a dedicarmi al giardino. Così passano le ore. Finita la cena abitualmente scelgo un libro da sfogliare, mentre lei cuce tranquillamente, oppure legge la Bibbia. Stiamo talmente bene io e lei soli da non essere mai sfiorati dal desiderio di aver bisogno d’altro.
Ma stasera non posso leggere. Per la terza volta, da un abisso di impotenza e solitudine, qualcosa mi chiede di accorrere nella mia camera. Ma ancora non mi muovo. In effetti ho paura, la casa è troppo grande, il corridoio è lungo. E la sera è buia. Io ho paura del buio. Da bambino mia madre mi puniva così qualche volta, rinchiudendomi al buio nella mia stanza. Mia madre è sempre stata di poche parole, come con i suoi alunni, e quando parla si può stare certi che alle parole seguiranno i fatti. Io sono stato suo alunno per tutta la vita. Una paura invincibile mi inchioda al divano. Ogni tanto mia madre mi guarda sottecchi. Si sente il vento che fischia tra le foglie degli alberi. Anche stasera forse pioverà.
“Perché non leggi stasera?” mi chiede mia madre. Le sue parole sono nitide, con tutte le vocali e le consonanti esattamente calibrate. E’ una voce antica, forte. La usa poco ma sempre a proposito. La voce della mia collega invece è debole e tremula, come se le cedesse continuamente il terreno sotto le scarpe. Il pensiero mi fa sorridere.
“Non ho voglia di leggere” rispondo, fingendo di rilassarmi maggiormente sul divano abbandonando la schiena indietro. Gli occhi mi si socchiudono, cerco di catturare un’idea, una risposta che mi sta sfuggendo.
In effetti non ho mai avuto una donna. Mi sono masturbato moltissimo, sin dall’adolescenza, ma non ho mai avuto donne come, del resto, non ho mai avuto amici. Mia madre mi bastava. E se accettavo qualche invito fuori, a mangiare una pizza o a giocare a calcetto mi sentivo troppo in colpa per voler ripetere quell’esperienza. Sentivo che non era giusto lasciare sola mia madre. Lei non mi aveva proibito di uscire, quelle poche volte, ma al ritorno il suo sguardo era inequivocabile: l’avevo tradita, e per un po’ non mi avrebbe parlato e neppure mi avrebbe guardato direttamente. Una volta aveva addirittura gli occhi rossi. Doveva aver pianto ed io mi ero sentito davvero un verme. Fu da quella volta che rinunciai definitivamente ad uscire. Andiamo insieme a fare la spesa, ed anche al cinema, seppur raramente. La domenica mattina andiamo insieme alla Messa. La gente del paese ci guarda rispettosa, da una certa distanza, e mi imbatto talvolta nella mia collega che, vedendomi sul sagrato, pare voler avvicinarsi per scrutarmi meglio, con la sua andatura sbilenca; nei suoi occhi appare una richiesta interrogativa, unita ad una scintilla di ilarità.
E stasera vengo di nuovo chiamato. Non saprei dire di cosa si tratta. Una sorta di grave, struggente promessa. Qualcosa che mi attende nella mia camera.
Nel buio della mia camera.
Il tempo passa in un irresoluto silenzio. Quando è l’ora di andare a letto, circa le undici, appare normale ritirarci e nella mia stanza nulla, anche stavolta, è diverso dal solito: il comò, la Madonna sopra il letto, la piccola finestra, l’alto soffitto, la fioca luce dell’abat-jour. Una certa inquietudine mi porta a tardare a spegnere la luce, perché la paura del buio mi ha colto più intensa di quanto non sia mai stata nel corso degli ultimi anni. Trascorre così un’altra notte, con frammenti confusi di sogni agitati e frustrati. Mi appaiono di continuo membra diafane intente a definirsi, spasimi di braccia, tensioni di carni che si gonfiano, che formano gambe, labbra, scapole, tutto che confluisce in un corpo palpitante, sconfitto. Allora ho la sensazione di aver già visto, già saputo. E’ un riconoscimento. In quel crogiolo di membra devo trovare qualcosa e ritrovarmi. E stamani mi ritrovo qui, nel mio vecchio ufficio. Non so per quale misterioso influsso mi muovo con innaturale efficienza, non riconoscendo i miei gesti così rapidi e mirati; vedo che la collega mi osserva divertita, i denti sporgenti ancora più sporgenti del solito, perché forse nota questa mia stanchezza , questa smania. E al ritorno non faccio che pensare alla sotterranea novità che scuote inaspettatamente il mio essere. Una volta arrivato nei pressi del mio cancelletto, sono sorpreso da un ricordo improvviso. Rivivo un episodio di alcuni mesi prima - a cui non avevo in definitiva prestato troppa attenzione - in un giorno guasto ed umido di primavera. Al ritorno dal lavoro avevo visto un gruppo di bambini che giocava lì vicino. Mi ero meravigliato del fatto che si spingessero fin in quei paraggi. C’era qualcosa di strano, e mi ero accorto che avevano formato un disciplinato girotondo di maschietti che cantavano: “la ragazza che non doveva amare cerca ancora il suo sposo, gira bella monaca, gira bella monaca, chi sceglierai questa volta?” Al centro del cerchio stava una bambina giallastra. Mi ero avvicinato ed il cerchio subito si era sciolto, avevo preso per un braccio la bambina conducendola in disparte. Aveva gli occhi piccoli, le labbra sottili e screpolate “Che gioco è questo? Chi è la ragazza che non poteva amare?” La bambina aveva distolto lo sguardo e aveva accennato un sorriso di scherno “Quella che si è uccisa nella tua casa, tanti anni fa”
Sembrava un’accusa ed avevo avuto un mancamento ingiustificato. La cosa, allora, non poteva avere molto senso per me. Mi ero voltato a guardare i maschietti che avevano ricominciato il girotondo, ed un’altra bambina aveva preso il posto dell’interrogata. Avrei voluto saperne di più, ma non ero in grado di continuare a porre domande. A mia madre non avevo detto nulla. Ed ora sono di nuovo nel presente, stordito. Rientro in casa e vedo mia madre intenta a rimestare ai fornelli. Ci scambiamo un’occhiata rapida, mentre vado a cambiarmi. Dopo mangiato decido di dedicarmi subito un poco all’orto e al giardino. Trascorro il resto del pomeriggio in uno stato di trasognata inquietudine, mi aggiro ripetutamente nel soggiorno e ad un tratto apro tutti i cassetti, alla confusa ricerca di qualcosa, finché mi accorgo che uno di questi, che raramente è stato aperto, risulta bloccato. Sono riuscito a toglierlo ed ho visto che a fermarlo era un vecchio quaderno sgualcito. E’ pieno di polvere e pare esso stesso doversi polverizzare da un momento all’altro. Riesco ad aprirlo e vedo che riporta in prima pagina una lunga scritta. L’elegante calligrafia, tipicamente femminile, è alquanto laboriosa, come quelle di una volta. La data però è indecifrabile. Maneggiando cautamente quella pagina molto ingiallita e fragile, inizio a leggere:
“Sapevo che non era possibile. Non potevo anelare a tanto. Meritavo forse di ottenere mercede per gli eccessi del mio ardore? Oh caro! Volesti unirti ad un cuore puro d’amore, e quello che avesti fu il tradimento del mio voto. Mi sono privata per sempre della pace del chiostro. Io muoio. Il mio patrigno mi ha punita. Ah Dio sa cosa vuol dire questo stillicidio della mia anima, in questo mio corpo esangue. Dunque io amai. Dunque io amo. Ma il verdetto è inappellabile. Non ho visto clemenza negli occhi tuoi, né il mio patrigno l’ha impetrata. E’ forse la fine, l’orrido velo della Signora la soluzione vera del mio peccato? Perdòno perdòno! “
Rimango a lungo in silenzio, dopo aver riposto quel quaderno, mentre una ridda di pensieri, senza né capo né coda, si affolla nella mia mente. Dopo cena ci sediamo come al solito in soggiorno. Ed ecco, ancora, il richiamo.
Stavolta decido che non posso esimermi dall’andare a vedere. Sì, in camera mia c’è qualcosa che attende di essere verificato, di essere conosciuto. So che mi devo alzare e devo andare. Mia madre alza gli occhi sopra gli occhiali, continuando a cucire.
“Neanche stasera leggi?” Mi chiede con la sua voce fonda.
“No, anzi, credo che andrò subito a letto”
Mia madre solleva la testa. Mi osserva con moderata apprensione.
“Non ti sentirai male, spero”
“No, sono molto stanco”
“Ti sfruttano sul lavoro”
“No, i colleghi sono gentili”
“Sono tutti sanguisughe, non devi fidarti di nessuno. Tu sei troppo al di sopra di loro. Non ti immischiare”
“Non è accaduto nulla”
“Non è ciò che accade, ma ciò che si sente. Loro non possono capire chi sei tu. Non dargli corda, Claude”
Io annuisco nervosamente, in fondo soddisfatto, consapevole che mia madre ha ragione, come sempre. Mi alzo quasi a fatica e mi avvio verso il corridoio. Di nuovo la paura mi immobilizza. Cosa ci sarà in fondo al corridoio, nella mia camera, che mi aspetta al varco?
“Allora vai a letto o no?” Mi chiede mia madre
Il lavoro di cucito la impegna molto. E’ l’ennesimo maglione che mi prepara, scegliendo con cura colore e tessuto.
“Sì, vado davvero. Buonanotte”
“Buonanotte”
Sento lo sguardo di mia madre dietro la schiena, come un brivido. Percorro il corridoio umido. Macchie di umidità sul soffitto aspettano da anni di essere sanate. Mi riconosco sgomento di fronte alla porta della mia stanza. Non sta succedendo nulla, questa è la stanza che ho sempre occupato, la mia stanza di bambino, il paesaggio interiore dei miei giocattoli, la grotta segreta delle mie figurine, la valle nascosta di tutti i pochi orpelli della mia infanzia solitaria. Spingo un poco la porta e di nuovo mi immobilizzo. Chi ha cominciato da giorni a chiamarmi da lontano, fiocamente, ma sempre più a lungo? Possibile che io sia arrivato a quarant’anni senza notare nulla di irregolare, di profondamente estraneo, nel mio mondo?
Il capo mi cede e devo appoggiarlo al muro. Mi scende addosso tutto il peso della solitudine di sempre, dell’immutabilità della mia condizione. Poi spingo risolutamente ed entro. Tasto la parete alla cieca per trovare l’interruttore, ma lascio perdere. In effetti nella stanza c’è luce. Mi accoglie un chiarore soffuso, inafferrabile. E sul letto… oh sul letto è distesa una donna. A questo punto mi chiudo la porta alle spalle e mi soffermo trasognato a guardare. Una donna bellissima, tutta innervata da una debole luce di sogno, è abbandonata languidamente sul mio letto e mi guarda con dolcezza mista a rimprovero.
Mi avvicino, man mano che la paura fa posto ad una strana, mai provata, sicurezza. Mi avvicino al mio letto e vedo il bel corpo raggomitolarsi lentamente come un’anguilla addormentata. Ha i capelli ricci quasi azzurri nel buio, una stoffa impalpabile avvolge il busto e parte delle cosce. Faccio per toccarla, ma lei scivola impercettibilmente verso il fondo del letto e scompare. Nel momento stesso in cui svanisce qualcosa viene meno nell’atmosfera della stanza, come se una tensione antica si fosse improvvisamente scaricata e tutto fosse tornato ad essere come sempre, senza storia e senza sorprese.
Dormo agitato, senza potermi riavere da uno sbigottimento infantile. La mattina mi ritrovo a fare colazione con mia madre, che dopo aver portato in tavola il caffelatte mi guarda con sospetto.
“Hai dormito bene?” mi chiede e mi pone una mano sulla fronte per verificare se sono febbricitante.
“Sto bene, non ti preoccupare”
Mia madre comincia a rassettare ed io esco. La mattina scorre normalmente, riesco tra l’altro ad accettare un caffè dall’ometto porcospino, parlando del mite inverno che sta scorrendo.
Ma al mio rientro non mi trattengo e affronto mia madre di petto.
“Mamma, tu sai nulla di una giovane donna che si è uccisa in questa casa?”
La domanda che avevo evitato in passato è insopprimibile adesso. Gli occhi di mia madre paiono iniettarsi di sangue.
“E’ una vecchia storia. La gente del paese la racconta ancora.”
“Infatti” sospiro.
“Una ragazza che doveva farsi monaca si diede ad un uomo pochi giorni prima di entrare in convento. Si uccise. “
“Quando accadde?” Chiedo, affascinato.
“Agli inizi dell’800, credo”
Sono sconvolto. Non so cosa rispondere. Mia madre è più che mai glaciale.
“Le donne cercano la loro rovina” continua, sollevando cucchiaiate di minestrone e valutando con occhio esperto la consistenza dei legumi “le donne sono tutte figlie di Eva”. Si volta pacatamente, guardandomi sin dentro l’anima. Non sostengo il suo muto rimprovero e mi siedo seduto al mio posto a tavola.
Dopo la frutta mi decido a mostrarle il quaderno che ho ritrovato. Mia madre, sedutasi in soggiorno, legge con attenzione quello sfogo disperato. Poi prende la Bibbia dal tavolino e mi invita a sedermi di fronte a lei.
“Preghiamo per la nostra pace” mormora, socchiudendo gli occhi, ispirata da una solennità senza nome “preghiamo perché il Maligno non ci corrompa”
Non so quanto tempo trascorre, io e lei nel soggiorno, persi ciascuno nei nostri pensieri, seduti uno di fronte all’altra, mentre la luce del giorno va smorzandosi poco a poco a causa di grosse nubi da temporale e tutto viene invaso da una penombra spossata, che va inghiottendo i soprammobili, il pesante tavolo oblungo di ebano, la cristalliera, i quadri anneriti.
Decido di mettere in ordine la cantina. Le ore passano dunque tra le cianfrusaglie, gli abiti dismessi, i vecchi paralumi. E’ un modo per non pensare. E dopo cena, di nuovo, vengo chiamato. Questa volta proprio per nome. Mi risuona nelle orecchie, nitido e argentino “Claude, Claude…”La televisione è guasta e mi accingevo ad accendere la radio quando ho capito che dovevo sedermi e ascoltare quello che iniziava ad avvenire dentro di me. Mia madre sta sparecchiando, fra poco laverà i piatti. Per non suscitare sospetti continuerò a stare seduto qui per un altro po’, poi dirò che devo tornare a coricarmi presto, per un malessere che non demorde.
La madre mi previene.
“Ti vedo pallido anche stasera. Dovresti fare una cura ricostituente”
“E’ probabile mamma” rispondo.
Il silenzio è di nuovo assoluto. Il vento soffia nel giardino, le nubi sono ancora aumentate di consistenza. E’ la fine definitiva, forse, della mitezza di questo inverno. Ho sempre amato questa solitudine, questo cielo del nord, mai del tutto sereno, questi alberi mai del tutto risparmiati dal vento.
Quando sento di poter andare do la buonanotte a mia madre e mi reco nella mia stanza.
Rivedo allora, nel buio clemente di questa notte di luna piena, la ragazza di ieri, appena luminescente d’azzurro. Si è sollevata ginocchioni sopra il letto, con i capelli che scendono a ricoprire i lati del viso d’avorio. Ma quello che più mi sorprende è la sua mobile espressione. E’ qualcosa che non si può descrivere con le parole, qualcosa che mi ferisce e mi commuove e mi innalza. I suoi occhi sfavillano ora di un desiderio mai visto di vita, di piacere, ora di tristezza profonda, vissuta goccia a goccia, una desolazione tanto esausta da sconfinare nell’ironia. Il suo corpo sta assorbendo energia, con una foga quasi disperata. Mi avvicino a lei e stavolta riesco a toccarla, è evanescente al tatto, ma calda e morbida. Comincio ad accarezzarla, lei mi abbraccia, mi stringe a sé. Sento un gemito che pare rompere in quel corpo le dighe del tempo. E’ sensualità allo stato puro, il ricordo e l’ espressione di un amore senza limiti. Ed inaspettatamente è come se tutta la mia vita venisse passata al setaccio e non rimanesse nulla in superficie, nulla se non quell’ebbrezza d’amore, quella fame di gioia, annuncio di un abisso indecifrabile. Rivedo la mia vita all’ombra di mia madre, le risa dei compagni di scuola per il mio corpo debole, la mia timidezza morbosa. La solitudine di sempre che ora giganteggia nel buio. E sono travolto da una grande, affannata complicità. Lei è dunque la ragazza che non poteva amare, io il ragazzo che cercava la sua sposa. Vengo risucchiato da un vortice di aerea, sinfonica felicità, giù nel mio primo amplesso, il mio primo possesso. Lei si dibatte senza rumore sul letto, in preda ad un piacere smisurato, che le fa rifluire aria dai recessi del petto, lasciandola come svuotata. Ed io accedo ad una realtà dove tutto, fisicamente e psicologicamente è amplificato, incontenibile. Accarezzo protettivo quelle braccia, quelle cosce fervide, le gambe perfette, il seno marmoreo ed elastico. Le sue iridi sono talvolta invisibili, nel culmine del piacere, e le labbra carnose vanno liquefacendosi tra i denti, dove vedo oscillare mollemente la lingua. I ricci bluastri contornano la fronte imperlata di un sudore trasparente e senza odore.
Tutto, tutto viene rivisto, ricostruito, rivissuto. Perché sono un uomo nuovo. Infine lei inizia a ritirarsi, a restringersi, mentre un’autentica disperazione si dipinge sul suo viso.
“No no no” balbetta, ma qualcosa di inesorabile la sottrae al mio abbraccio, sempre più, sempre più. Annaspo tra le lenzuola, mi riesce di abbrancare ancora una sua mano, un suo braccio, mi capita di imbattermi nel calore del suo sesso, ma sono percezioni sempre più frammentarie. Infine mi ritrovo solo, madido di sudore, col cuore in tumulto. La stanza irrimediabilmente deserta, tutto al suo posto come sempre, in un silenzio assoluto. Il vento che soffia tra gli alberi. La luna piena che inserisce un timido bagliore tra le persiane.
E perciò è finita con la rassegnazione tranquilla della mia vita, delle mie giornate. Sono stato dunque tradito dal mio stesso saggio rinunciare. Ed ora ho paura. Come potrò invero tornare al mio lavoro, alla mia esistenza, dopo aver captato qualcosa di così grande, di così sommamente meraviglioso? Mi sento soffocare. Mi alzo barcollando, vado in cucina a versarmi dell’acqua. Mi riprendo poco a poco ed arriva il momento in cui quasi mi convinco di aver solo sognato, di essere stato vittima di un’alterazione dei miei nervi provati. In quel momento vedo mia madre. Mi sorprende mentre ripongo il bicchiere al suo posto E’ spettinata, i capelli grigi sono sparpagliati lungo le sue possenti spalle, gli occhi hanno luce interrogativa, malevola, da cui mi devo distogliere.
“Ti senti bene?” Mi chiede con voce impastata.
“Sì, dovevo bere. Ora torno a letto”
Lei mi osserva indagatrice, diffidente, poi si volta e si riavvia verso la sua stanza, strascicando le ciabatte. La sento tossire mentre richiude la porta.
Il giorno dopo fingo che nulla sia successo, ma la sera tutto si ripete, tale e quale. So che è l’inizio di un’ossessione, forse della mia follia, ma non importa. Per giorni e giorni l’appuntamento si rinnova, e sempre quell’amore appassionato, selvaggio, sconvolge la mia mente ed i miei sensi, sempre e comunque raggiungo la vetta di quel sublime che a me era stato negato, sottratto sin dalla nascita. Così, un po’ per volta, qualcosa di me muta, si trasforma. Il mio viso è meno olivastro, meno smorto. Il mio corpo acquista in forza e salute. Ora sorrido più spesso. Gli impiegati meravigliati si accorgono del cambiamento. Anche la mia smarrita collega trova più pretesti per avvicinarsi a me, arrancando con la sua scoliosi, masticando parole tra i denti sporgenti, con una luce vagamente maliziosa nello sguardo. Ho finito di essere uno di loro, di essere tutt’uno con le loro esistenze dimenticate, invisibili. Comincio ad accorgermi degli altri. Della bella commessa del bar della piazza, del noto attore in vacanza nella villa sopra il paese. Finalmente vedo gli altri. Uomini e donne dentro la vita, dentro lo scorrere grandioso degli avvenimenti e della storia. Perché ora prendo congedo, amici miei, prendo congedo dalla vostra lenta rovina, dall’esistenza sciupata e perduta di cui avete fatto un bozzolo protettivo e persino piacevole nella sua assenza di pretese. Perché nulla può essere più dolce dell’irresponsabilità del fallimento.
Anche mia madre deve ammettere che non sono più quello di prima. E’ ormai sempre più chiusa e diffidente, ma non osa disturbare il mio buon umore, resta intimamente certa che si tratta di un mio passeggero sbandamento e si trincera in quella sua incipiente vecchiaia con un certo orgoglio doloroso.
Ed il periodo felice, infatti, ha breve durata. Man mano che passano i giorni sento che qualcosa mi manca, si sottrae al mio controllo. Il mio amplesso notturno è sempre meraviglioso ma ormai non basta a soddisfare la nostra brama, la nostra ansia di unire le nostre vite. Le nostre ‘vite’? La parola ‘vita’ assume un nuovo significato ai miei occhi, nasconde in sé un paradosso. Come fare? Come fare per raggiungere la vita? Ma forse un modo c’è e un brivido di angoscia mi percorre tutto anche la notte tra le sue braccia. Non ho bisogno di dire nulla. Lei ha capito. Le sa. Lei sa da molto tempo. Forse era tutto predisposto sin dall’inizio. Non ho bisogno di dire nulla, ma solo di guardarla intensamente, di perdermi nel mare in tempesta dei suoi occhi liquidi. Così sarà. Per raggiungere la ragazza che non poteva amare, io, il suo legittimo sposo.
Trascorro la giornata adempiendo scrupolosamente ai miei doveri, scambiando qualche battuta melensa con la mia melensa collega, prendendo un caffè col porcospino dai piedi di papero. Ma quando esco so che è tutto finito, che non mi resta che affidarmi al mio destino.
Con mia madre sono insolitamente amabile, cordiale. La aiuto in cucina, le parlo dell’ufficio, le do notizie svagate sulla vita del paese e lei mi ascolta perplessa ma, di nuovo, orgogliosa di me, fieramente orgogliosa e pronta a difendermi dal mondo.
Questa sera prima di ritirarmi scendo in cantina a prendere una lama adatta. Quando poi sono seduto sul mio letto, nella consapevole ubriachezza di chi si appresta a compiere un rituale di sacrificio, comincio a tagliarmi le vene dei polsi. Lo faccio silenziosamente, osservando affascinato il mio sangue che cola copioso sulle mie ginocchia, sul pavimento, quindi mi sdraio accanto a lei, sopportando la marea montante del dolore, accanto a lei che si protende verso di me, guardandomi in una condizione perfetta di attesa. Mentre guarda il suo viso, se possibile, si illumina ancora, i capelli scendono ad onde più ricche, più azzurre, il suo sorriso si fa più abissalmente distante. Non so quanto tempo passa, ormai il tempo non conta più, non si conforma ad un’ordinata successione di minuti e di secondi. Muoio accanto a lei, accanto al suo corpo tornito, muoio intrepidamente, entusiasticamente, tanto che il dolore non mi spaventa più anzi mi nutre senza saziarmi, entra a far parte della mia intima esaltazione. Allora mi accorgo che sono davvero felice. Felice come non sono mai stato in vita mia. Sorrido gagliardamente, sentendomi vendicato. Subentra poi un’ondata di diversa, indescrivibile dolcezza. E dal fondo dell’universo arriva il mio passato, la musica misteriosa del mio ritmo personale, arriva il mio mondo, il colore ed il sapore dei miei pensieri e delle mie passioni.
E lei ride, sento la sua risata scrosciante, ineludibile, la sua risata un po’ amara, mentre mi accoglie.

© Paolo Durando



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