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L'ultima cartuccia dell'Uomo-Proiettile
di Flavio Carbone
Pubblicato su PBSA2008


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Kasper amava raccontare ed Emma stava lì ad ascoltarlo.
Divertita, a volte irritata quando qualcosa le sembrava troppo esagerato.
Kasper era un ometto buffo, rosso di capelli, pieno di riccioli, con una vocina squillante e uno sguardo furtivo, ma intenso.
Suo padre era russo, un uomo imponente, alto oltre un metro e novanta, mentre sua madre era una piccola moretta di Trastevere.
Kasperuccio o Kasperetto lo chiamava, dopo un po’ per comodità, Gasparetto.
Suo padre era stato protagonista di mille avventure, tutte tutte assolutamente vere.
A casa non c’era mai, in carne ed ossa.
C’era solo nei racconti mirabolanti e interminabili di sua madre.
Quella volta che aveva fronteggiato un leone quando aveva accompagnato in Malesia un diplomatico russo.
Oppure oppure quell’altra dove si era sparato fuori da un biplano in fiamme.
Compiuti diciottanni aveva scoperto che suo padre era un ubriacone sempre attaccato alla bottiglia di vodka, che se ne era scappato con una ragazza russa di venti anni appena arrivata in Italia, quando lui ne aveva cinque.
Kasper raccontava raccontava e man mano sentiva quelle storie sue, sentiva di aver fatto il giro del pianeta in mongolfiera, di aver visto il pappagallo più grande del mondo, di aver parlato a lungo col Dalai Lama.
Quando si trattava di affrontare discorsi che aveva a cuore, mai veniva creduto.
Sentiva bruciare qualcosa in fondo allo stomaco, gli si arrossavano gli occhi, la voce squillante diveniva squittìo.
Emma era molto più alta di lui, bionda, pelle bianchissima dipinta da qualche lieve lentiggine, odorava di sandalo e fiori secchi, vestiva sempre gonne larghe dai colori dell’autunno.
Erano in uno splendido ristorante, avevano mangiato divinamente, ogni singolo gesto di Kasper era stato magia galante, pura essenza di romanticismo.
Monteverde vecchio li osservava sornione steso tra le villette a due piani.
“Madame io stavo facendo della toeletta prima di uscire e nel frattempo aspettavo speranzoso un vostro cenno che ahimè non venne”.
Lei amava questo suo modo ironico e lievemente demodè di parlare.
“Con la parte destra del mio corpo stavo rimettendomi in sesto e con la sinistra stavo controllando la cornetta del telefono”.
“Sciocco…suvvia, non fate lo sciocco…”.
“Vi trovo in una forma dialettica di primissimo piano, Emma”.
“S'avvicina il solstizio, sarà per quello..pensare che stanotte ho dormito 3 ore…”.
“Oggi sarò oltremodo galante, le pagliacciate del venerdì scorso sono un lontano e flebile ricordo”.
“Uff…quindi sarete un noioso bellimbusto”.
“Diciamo una versione compassata di Paolo Frajese”.
“Oddio il nome m'è familiare ma dovrei aiutarmi…comunque se non sbaglio è un giornalista della rai”.
“Era un giornalista Rai, più di là che di qua infatti ora è di là, ma era di là anche quando era di qua”.
“Madame, voi volete un giuocattolo, un trastullo, un balocco”.
Kasper fece l’offeso.
Silenzio.
Ecco, ora…adesso.
Passa al discorso serio, non ridere o peggio sorridere.
“Emma io io, ti amo”.
Rise lei.
Kasper si sentì bruciare, avvampare allo stomaco, gli aveva riso in faccia.
Si ritrasse.
“Ho detto al criceto nella mia testa, la prima volta che ti ho visto: e questo da dove spunta fuori?”.
Decise di indietreggiare dopo l’affondo.
Si rifugiò dietro la sua ironia.
“Voi non date abbastanza formaggio al criceto nella vostra testa…voi state covando qualcosa…”.
“Si ho partorito un'ovaia….sto covando quella…”.
“Mi raccomando date subito un nome al pulcino!”.
Una prova, dagli una prova.
“Emma io ti amo e te ne darò prova”.
Sorrise ironica: “Vediamo vediamo….se è una delle tue solite burle non ti far più sentire ne vedere”.
Si sentì colto nell’orgoglio…Solite..so-so-so-lite. Emma stai dicendo che racconto frottole stupidaggini, quisquilie.
Pagò velocemente il conto e la prese per mano senza dire nulla, i loro passi andavano svelti sui marciapiedi che conducevano al Gianicolo.
“Anni fa lavorai nel circo, uno dei più spettacolari e rinomati…..”.
“Seee..seee Kasper, ricordati che ti ho detto….”.
Guardò Emma, per un attimo non comprese come potesse essere così crudele.
C’è forse una cosa più umiliante del non essere creduti?
Lasciò la sua mano e quando si trovò a pochi passi le disse “Ero…ero un uomo proiettile…il il più grande! La gente veniva da fuori città per vedere il mio numero!”.
Emma guardò quell’ometto buffo, il gioco era durato troppo.
Guardò la città.
Kasper frugò dietro ad un cespuglio, tra gli sguardi attoniti dei busti garibaldini.
Emma era sempre più curiosa e in fermento e irritata; quella sarebbe stata l’ultima balla di Kasper.
Illuminato dalla luce fioca di un vecchio lampione, Kasper estrasse la sua tutina arancione aderente con una grossa K dorata cerchiata d’azzurro al centro del petto.
Calzava a meraviglia e ogni volta si sentiva il re, gli piaceva sentirsi il numero uno in qualcosa.
Emma lo avrebbe visto finalmente essere il numero uno.
Prese dalla borsa il bazooka giallo pastello, se lo mise in spalla e lo puntò in direzione di Emma.
Pooooffff!
Una rosa, alcune violette e petali di margherite; Emma afferrò la rosa e stette immobile sotto la nevicata floreale.
Dove lo aveva trovato quel buffo, fiero, tenero individuo?
Si pentì di quel duro ultimatum e sussurrò “No, non serve Kasper….”.
Ma Kasper era infilato già per metà nel cannone, con dei tappi di gomma ben inseriti nelle orecchie.
Accese la miccia e….
Niente.
Attese qualche istante.
Si sentì il mondo crollare addosso.
Non aveva il coraggio di voltarsi verso Emma e incontrare il suo sguardo: Compassione? Ira? Derisione?
Emma aveva gli occhi lucidi.
Era stata la più bella dichiarazione d’amore che avesse mai avuto.
Che cosa importava se Kasper era un minuscolo comico fanfarone?
Ma…ma…

Eeeee…..Buuuum! Kasper l’uomo proiettile volò altissimo oltre l’orizzonte, stese al massimo le braccia colpendo nel centro il panorama di una Roma di notte illuminata, stupìta, commossa.

© Flavio Carbone



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