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La ruota della fortuna
di Gianluigi Scelsa
Pubblicato su SITO



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Quando Otto Muttelmayer si ritrovò tra le mani quel libro, non avrebbe mai pensato di arrivare a nasconderlo dietro ad uno scaffale.
Quel giorno, Otto e la moglie Susanna si trovavano dalle parti di Charing Cross. Sembrerà banale rifarsi ai luoghi comuni, ma era la tipica giornata londinese caratterizzata dallo scroscio di una pioggia persistente.
I coniugi Muttelmayer non stavano facendo un vero e proprio shopping. Erano semplicemente alla ricerca di un abito, che permettesse al marito di sostenere dei colloqui di lavoro. Prima di immettersi in Charing Cross Road, avevano percorso tutta Oxford Street, ma non erano riusciti a trovare niente che potesse andare bene. A dire il vero le vetrine dei negozi erano stracolme di bei vestiti. Il problema di Otto e Susanna era che non riuscivano a trovare qualcosa, che andasse bene anche per le loro tasche.
I coniugi Muttelmayer non si trovavano a Londra da molto tempo. Avevano lasciato la Germania solo all’inizio di primavera. Otto e Susanna venivano da Ulma, cittadina tedesca a ridosso del confine con l’Austria. Le uniche attrattive turistiche che caratterizzavano la loro città natale, erano: il Danubio e una Cattedrale che aveva il primato di possedere il pinnacolo più alto d’Europa.
Comunque, tornando a quel giorno, dato che la pioggia sembrava non fare concessioni, Otto e Susanna entrarono al numero 84 di Charing Cross e salirono al primo piano della libreria, dov’era possibile acquistare libri usati.
Oddio, più che una libreria somigliava ad una vecchia biblioteca. I coniugi Muttelmayer si aspettavano di trovare un posto asettico, con i libri perfettamente ordinati, invece nella stanza c’era un persistente odore di polvere e i testi erano sparsi dappertutto. Gli angoli dell’ampia sala erano circondati da pile di libri che partivano dal pavimento, e cercavano - invano - di raggiungere il soffitto. Alcuni mucchi - in cui era possibile vedere raggruppati saggi, romanzi e manuali - erano posizionati uno accanto all’altro, costituendo quello che sembrava il parapetto di una trincea.
Se c’era un ordine in quella specie di bolgia cartacea, non si capiva davvero quale fosse.
Mentre Otto Muttelmayer si apprestava a cercare per la moglie, un testo che contenesse delle ricette di cucina, si ritrovò tra le mani un libro.
Non capì neanche lui come avvenne il fatto.
A Otto Muttelmayer piaceva leggere ed era un assiduo frequentatore delle librerie. Una cosa del genere gli era già capitata. Una volta era entrato in una delle due librerie di Ulma con il fermo proposito di acquistare la monumentale opera di Thomas Mann ed era uscito con l’unico romanzo d’amore, scritto da Hermann Hesse.
Del resto, tutti gli appassionati di letteratura lo sanno: qualche volta, quando cerchi un libro, finisci inevitabilmente coll’acquistarne un altro.
Certe volte sono i libri che scelgono noi e bisognerebbe essere capaci di rispettare le loro esigenze, visto che proprio loro ti insegnano a stare al mondo.
Dato che Otto Muttelmayer si era trovato fra le mani quel libro, decise che leggerlo non gli
avrebbe fatto certo male. La copertina del testo era in pelle, di colore bordeaux. Una volta,
probabilmente, doveva essere stata rosso vermiglio. Sul frontespizio era riportato il titolo
dell’opera con una incisione in oro zecchino.
Sulla quarta di copertina c’era il riassunto della storia. Il protagonista - di quello che a prima
vista a Otto Muttelmayer parve un romanzo - si chiamava Hermann Klauss. Questo Hermann era un giovane tedesco che, dopo essersi trasferito in Inghilterra, era riuscito - grazie ad un fortuito ritrovamento - a guadagnare diverse centinaia di Sterline. Per un attimo Otto Muttelmayer si mise a riflettere su quella strana coincidenza. Si era trovato tra le mani un libro, in cui il protagonista era un suo connazionale che era riuscito a fare fortuna, proprio in Inghilterra. Sospinto dalla curiosità Otto abbandonò la moglie e la ricerca dei suoi ricettari inglesi, per trovare un posticino tranquillo dove iniziare a leggere il romanzo.

Tutto cominciò il giorno in cui Hermann Klauss affittò un ground flat dalle parti di Hammersmith.
Trovare quell’appartamento nella zona Ovest di Londra non fu affatto un’impresa facile.
Comunque, dopo aver ripulito l’abitazione dalla polvere e dalle ragnatele, Hermann Klauss si armò di buona volontà e di una vanga, per dissodare il terreno. Il giardino della casa era stato trascurato dai precedenti affittuari così a Hermann Klauss toccò rimboccarsi le maniche per rimuovere tutte le erbacce che infestavano il suo pezzettino di prato. I giardini dei vicini erano molto curati e lui, essendo tedesco, si vedeva investito dalla responsabilità di mostrare agli Inglesi quanto la Germania fosse in grado di produrre persone volenterose, oneste e soprattutto ordinate. Certo, sicuramente si trattava di una fisima mentale, un’aberrazione provocata dalla cattiva fama guadagnata durante la Seconda Guerra Mondiale . Dopotutto, due case più in là, c’erano londinesi che - per pigrizia - avevano lasciato che i loro giardini si trasformassero in vere e proprie mini-giungle urbane.
Quando Hermann Klauss iniziava a lavorare non si fermava un attimo; era un vero mulo.
Dopo neanche un’ora aveva già rimosso tutta la gramigna dal terreno. Mentre smuoveva le ultime zolle di terra - a ridosso della pianta di Sambuco - la sua vanga urtò qualcosa che al posto di produrre il caratteristico suono metallico (provocato dal cozzare della pala con la pietra), emise il rumore crepitante della latta accartocciata.
Udendo quel rumore Hermann Klauss spostò il piede dal vangile e appoggiò la vanga alla recinzione del giardino. Per cercare di capire quale insidia nascondesse il terreno, Hermann Klauss iniziò a scavare con le mani. Prima di farlo, però, si guardò intorno per assicurarsi di non essere visto da nessuno dei vicini.
Dopo aver smosso una zolla (che l’aridità del terreno aveva trasformato in un blocco granitico), Hermann Klauss portò alla luce una scatola di latta. Egli notò subito dalla fattura dell’involucro che, in passato, doveva esser servito per conservare dei biscotti. Sempre mantenendo una certa circospezione Hermann Klauss prese il contenitore metallico e lo portò dentro casa.
Entrando nell’appartamento provò una specie di brivido. Hermann Klauss pensò che quel fremito fosse provocato dall’umidità della casa. Così, non preoccupandosi della sua pelle d’oca prese uno straccio ed iniziò a ripulire la scatola metallica. Una volta che Hermann Klauss passò la pezza imbevuta d’acqua sopra l’involucro, scoprì che la scatola era di colore di nero. Per un attimo la vista di quel colore funereo e quel brivido persistente che attanagliava il suo corpo, lo fecero esitare. Nella testa di Hermann Klauss cominciarono a insorgere i primi dubbi.
“Altro che biscotti!”, pensò tra sé.
“E se ci fossero le ceneri di una persona? E se questo contenitore fosse una specie di vaso di
Pandora?”. Dopo essersi posto quest’ultima domanda, Hermann Klauss pensò anche al nome dell’ultimo pub in cui aveva sentito raccontare questa storia. E subito dopo pensò anche di riportare la scatola in giardino, per riseppellirla sotto uno spesso strato di terra. Poi gli venne in mente che una volta, aveva letto su un settimanale che gli Inglesi durante la Seconda Guerra Mondiale avevano nascosto sottoterra i gioielli di famiglia. Siccome Hermann Klauss era un semplice carpentiere e tolto l'affitto, la sua paga giornaliera gli bastava a malapena per farsi qualche pinta al pub, mise da parte tutte le indecisioni e si apprestò ad aprire il contenitore.
Sollevando il coperchio della scatola nell’aria si liberò un puzzo pestilenziale.
Hermann Klauss - per un attimo - ebbe un conato di vomito. Superato il momento iniziale il tanfo si fece meno insopportabile e Hermann Klauss iniziò ad ispezionare il contenuto della scatola. Un sacchetto di cellophan inzuppato dall’umidità del terreno avvolgeva qualcosa, che a prima vista sembrava un’altra scatola. Hermann Klauss srotolò la plastica, per guardare cosa contenesse il sacchetto. Quando mise le mani su quell’oggetto rimase molto deluso. Quello che lui immaginava fosse un piccolo scrigno, era in realtà solo un libro.
Comunque, lo estrasse dal sacchetto ed iniziò ad esaminarlo. Dopo tutta la fatica che aveva fatto per dissotterrare la scatola, era il minimo che poteva fare.
Quel libro doveva essere parecchio vecchio; la copertina in pelle - a causa dell’invecchiamento - era diventata color bordeaux.
Sul frontespizio era riportato il titolo del romanzo, con un’incisione in oro zecchino.

“Buffò” pensò Otto Muttelmayer, “La ruota della fortuna”.
La descrizione che faceva Hermann Klauss nel racconto, coincideva perfettamente con l’aspetto del libro che Otto aveva tra le mani.

Hermann Klauss non era un assiduo lettore, tuttavia incuriosito da quel titolo la sua attenzione fu immediatamente rapita.
Del resto l’argomento fortuna è uno dei più potenti catalizzatori di interesse.
Quella sera Hermann Klauss cenò, senza distogliere una sola volta lo sguardo dal libro.
Mangiò tre uova sode e due patate bollite, innaffiando il tutto con due bottiglie di birra.
La notte Hermann Klauss fece fatica a prendere sonno. Inspiegabilmente continuava a rigirarsi nel letto. Forse il suo stomaco era appesantito dalle uova, o forse l’aver trascorso la domenica semplicemente vangando, non aveva affaticato abbastanza le sue imponenti membra. Nella notte Heramann Klauss si alzò, per bere un bicchiere d’acqua. Andò in cucina, raggiunse il lavandino e aprì il rubinetto. Dopo aver ingollato il secondo bicchiere il suo sguardo si posò sul libro. Era davvero strano, Hermann Klauss si ricordò di averlo lasciato chiuso. Tuttavia, visto che era notte fonda, l’unico pensiero che ebbe fu quello di ritornare a letto.
Quando al mattino Hermann Klauss si svegliò, dopo il primo attimo di amnesia totale (che
caratterizza il momento del risveglio), il primo pensiero che ebbe andò al libro. Hermann Klauss si alzò dal letto e raggiunse frettolosamente la cucina. Il libro giaceva sul tavolo ed era ancora aperto. Hermann Klauss si avvicinò e la prima cosa che riuscì a leggere, fu il titolo del capitolo 3.
“Come AcquaPotabile vinse su Fondotinta Blu”
“Che strano titolo” pensò, “chissà chi diavolo ha scritto ‘sta roba qua.”
Purtroppo, quella mattina, Hermann Klauss non aveva molto tempo per leggere, doveva
raggiungere il cantiere di Notting Hill e aveva i minuti contati. Prima di uscire si ripromise che avrebbe esaminato attentamente il testo, quando sarebbe tornato dal lavoro. Sul cantiere Hermann Klauss aveva legato solo con una persona. Hermann non era un uomo di
molte parole e l’unico tizio che aveva preso in simpatia, era un tipo che non riusciva a sopportare nessuno. Questo inglese, tale Burt Larder, aveva due intollerabili difetti: una parlantina da venditore porta a porta, e la mania di scommettere su tutto. Aveva proprio una passione sviscerata per il gioco d’azzardo; si sarebbe giocato anche la moglie, se solo ne avesse avuta una!
Durante la pausa pranzo, Burt Larder consultava sempre “Trotter”, un giornale specializzato in cui c’erano i pronostici per le scommesse ippiche. Ad un certo punto, mentre Hermann Klauss era a metà del suo sandwich, il suo socio - che non perdeva mai l’occasione di tenere la bocca chiusa - disse: “Per me oggi nella quarta corsa di Newcastle vince Fondotintablu”. Fu davvero strano per Hermann Klauss sentire quel nome; ma all’inizio non dette peso alla cosa. Certe volte è difficile ricordarsi i nomi delle persone, figuriamoci quelli degli animali. Ma i cavalli da corsa non sono come cani e gatti, non hanno nomi stupidi tipo Fido o Fufi, i nomi dei purosangue sono difficili da dimenticare. Quando Hermann Klauss inghiottì l’ultimo boccone, prima di mandare giù una bella sorsata di birra, domandò al suo socio: “Ehi Burt, c’è mica un cavallo che si chiama AcquaPotabile nella corsa in cui gareggia quel Fondotintablu?”
Per un attimo la testa del socio di Hermann, scomparve dietro al giornale. Dopo qualche secondo si udì una voce che disse: “Ehi Hermann, cos’è… hai deciso di darti all’ippica?” e poi proseguì dicendo: “c’è, c’è… quel cavallo c’è, ma giuro che mi mangio un cane se riesce a finire la corsa.”
Burt Larder si mise a sghignazzare: “Quel cavallo è proprio un brocco” disse, “lo danno dieci a uno.”
Hermann Klauss non fece alcun commento, chiese solo al suo collega se, dopo il lavoro, Burt avesse voglia di accompagnarlo alla sala scommesse. Burt rispose così: “Non ti preoccupare Hermann, io ci vivo nella sala scommesse!”
Quel giorno Hermann Klauss fece un’unica puntata: quarta corsa, 20 Sterline, AcquaPotabile
vincente. Quando Burt Larder vide che Hermann si stava giocando la paga di un intero mese, cercò in tutti modi di dissuaderlo, ma Hermann Klauss fu irremovibile: quarta corsa, 20 Sterline, AcquaPotabile vincente.
Hermann Klauss non era mai stato così convinto in tutta la sua vita, e quando si è così sicuri, quando ogni particella del corpo crede fermamente in qualcosa, non c’è Cristo che tenga!
Hermann Klauss quel giorno vinse 200 Sterline.
Prima di tornare a casa offrì un paio di pinte a Burt Larder, semplicemente per farlo smettere con gli insulti. Prima di rientrare, Hermann Klauss si fermò in una rosticceria per gustarsi un’abbondante porzione di fish and chips. In quel momento era davvero felice.
Appena entrò in casa Hermann Klauss pensò al libro.
Avrebbe voluto prendere quel testo e baciarlo, ma poi gli venne in mente che quelle pagine avrebbero potuto contenere altre primizie sportive.
Il libro giaceva ancora sul tavolo della cucina, ma adesso era inspiegabilmente chiuso. Quando Hermann Klauss si avvicinò per prenderlo, il suo corpo fu colto dallo stesso brivido che il giorno prima lo aveva pervaso da capo a piedi.
Hermann Klauss cominciò a nutrire una specie di timore reverenziale per quel misterioso volumetto rilegato in pelle; quel libro - che si apriva e si chiudeva quando voleva lui - sembrava che avesse una volontà propria o che fosse comandato da chissà quale presenza nella casa.

“Ehi, Otto” disse Susanna Muttelmayer, interrompendo la lettura del marito, “guarda che bello
questo libro, ci sono un sacco di ricette per preparare il pudding.”
“Sì, sì” rispose Otto, “è proprio bello”. Poi riabbassò la testa per proseguire la lettura del racconto.

Quella sera Hermann Klauss era felice come una Pasqua. Aveva guadagnato 200 Sterline in un sol colpo, grazie alla dritta che gli aveva dato quel libro.
La notte Hermann Klauss la passò pensando, a come avrebbe speso quei soldi.
Il giorno dopo non sarebbe andato a lavorare; per un po’ non ne avrebbe avuto bisogno.
Sarebbe andato in Oxford Street e si sarebbe comprato un bell’abito. Poi avrebbe acquistato
anche un bell’ombrello e una bombetta e avrebbe attraversato tutta la City, atteggiandosi come un magnate dell’alta finanza.
Grazie a questi pensieri felici, Hermann Klauss si addormentò come un bambino.
Nel corso della notte però i suoi sogni si trasformarono in incubi.
Hermann Klauss sognò che il collega Burt voleva rubargli i soldi della scomessa.
L’incubo risultava abbastanza credibile, perché prima di compiere quell’operazione Burt Larder lo aveva ucciso. Al mattino Hermann Klauss si svegliò madido di sudore, ma fu contento di essere riuscito ad aprire gli occhi. Il primo pensierò che ebbe andò ancora al libro. Quando Hermann Klauss entrò in cucina aveva lo sguardo già rivolto sul tavolo. Il libro era aperto a pagina 187; il titolo del capitolo settimo era: “L’incredibile doppietta di AcquaPotabile”.
Quella notizia stravolse i suoi progetti mondani e la mattina stessa Hermann Klauss decise di raggiungere nuovamente la sala scommesse.
Purtroppo il martedì l’agenzia ippica apriva solo nel tardo pomeriggio, così Hermann Klauss decise di raggiungere il Centro di Londra, per concedersi gli acquisti che nella notte aveva pianificato.
Girando per la città Hermann Klauss notò che c’erano parecchie persone che si affrettavano.
“Poveretti” pensò, “si affannano per raggiungere il posto di lavoro, mentre l’unica preoccupazione che ho io è che apra la sala scommesse.”
Hermann Klauss non si perdeva un giorno di lavoro, dall’età di 12 anni.
Quell’attesa unita a all’inutile girovagare, lo annoiarono presto. Non bastò neanche il sigaro pagato 50 Pence ad alleviare la sua insofferenza. Alle 5 la sala scommesse aprì. Quindici minuti prima Hermann Klauss si trovava già davanti alla vetrina dell’agenzia ippica. Appena entrato Hermann andò a vedere a quale corsa AcquaPotabile avrebbe partecipato e poi fece la sua giocata. Dopo l’inaspettata vittoria a Newcastle, le quote lo davano 5 a 1. Hermann Klauss decise di puntare una cifra considerevole. Quel giorno, l’impiegato del botteghino strappò un tagliando da 50 Sterline. Era il corrispettivo di due mesi e mezzo di lavoro, scommessi sopra un unico cavallo. Poco prima dell’inizio della corsa, nella sala scommesse entrò Burt Larder. Appena vide Hermann, Burt esclamò: “Ah, ma allora stai prendendo il vizio” e poi proseguì dicendo, “se hai vinto una volta non è detto che tu debba vincere sempre; conosco persone qui dentro che si sono rovinate la vita per stare dietro ai cavalli.” Burt Larder, anche quella volta, non perse l’occasione di tenere la bocca chiusa. Dopo aver fatto la morale a Hermann nel vano tentativo di alleviare i propri sensi di colpa, gli chiese: “Allora, su quale brocco hai puntato oggi?”
Hermann Klauss non voleva rivelargli il nome; pensava che non fosse di buon auspicio.
Così, disse: “Ho puntato ancora… su quello dell’altra volta”.
“Su chi, su quel brocco!” replicò Burt Larder,“aspetta, aspetta… come si chiamava… Acquedotto, no, no… AcquaMinerale, no, forse… era… AcquaPotabile, ma certo: quel brocco si chiamava AcquaPotabile.” Burt Larder si mise a sghignazzare. “Se fossi in te” disse, “non sfiderei ancora la fortuna.”
Nonostante lo spiacevole incontro, quel giorno Hermann Klauss portò a casa altre 250 Sterline. Burt Larder non ebbe la forza neanche di ricoprirlo d’insulti; rimase lì impalato, al centro della sala scommesse, fissando con lo sguardo inebetito il monitor che aveva trasmesso la sesta corsa da Manchester.
“550 Sterline in due giorni” pensò Hermann Klauss, “di questo passo non avrò più bisogno di lavorare.”
Quando Hermann Klauss raggiunse la sua abitazione (dopo essersi concesso una lunga sosta al pub), trovò Burt che lo aspettava fuori della porta.
Per un attimo, Hermann Klauss pensò all’incubo della notte precedente.
“Allora” gli chiese Burt, “dimmi come fai…”
“Cos’è, è qualche fantino che ti dà tutte queste dritte?”
“No, no, ma quale fantino” abbozzò Hermann, “l’altra notte ho fatto un sogno” disse “c’era mio padre seduto sopra un cavallo bianco, che continuava a ripetere AcquaPotabile, AcquaPotabile.”
Evidentemente la storia del sogno non reggeva, Burt quella cavolata non se l’era proprio bevuta. Sapeva che il suo socio non gliela raccontava giusta, così gli disse: “Ti tengo d’occhio Hermann, sappi che ti tengo d’occhio”. “Dietro le scommesse di Hermann” pensò Burt, “c’è qualcosa di losco”. Il giorno dopo, i suoi sospetti ebbero le conferme che cercava. Quando Burt Larder arrivò alla sala scommesse, seppe da uno dei cassieri che nel pomeriggio, nell’agenzia si era verificato un fatto strano. Era entrato un vecchio ubriacone della zona e aveva fatto la sensazionale puntata di 50 Sterline sul vincente, per la settimana corsa di Brighton. Burt Larder conosceva bene quel tizio. Ogni volta in cui usciva dall'agenzia, quel tipo gli elemosinava sempre qualche Pence.
Gli sembrò piuttosto strano che quel buono a nulla potesse avere tra le mani tutti quei soldi.
Burt Larder uscì dalla sala scommesse e si mise alla ricerca dell’ubriacone. Ma non dovette fare molta strada; lo trovò subito. Quel tizio era seduto sui gradini di un’abitazione, ad un centinaio di metri dall’agenzia ippica. Nonostante il nome del cavallo che aveva giocato, richiamasse alla mente l’unica sostanza liquida che l’ubriacone non aveva inghiottito in tutta la sua vita, il tizio riuscì non solo a ricordarsi il nome, ma riportò a Burt Larder una descrizione dettagliata dell’uomo che gli aveva fatto fare quella puntata. La faccenda puzzava di marcio. Sicuramente Hermann Klauss gli nascondeva qualcosa; lui, voleva vederci chiaro. Burt Larder decise di andare a parlare con Hermann; voleva sapere chi gli passava quei preziosi consigli. Dato che Hermann non era in casa, decise di non aspettarlo davanti alla porta. Sfruttando l’ingresso del parco giochi (situato alle spalle dell’abitazione di Hermann), Burt Larder scavalcò la staccionata e si appostò nel giardino della sua abitazione.
Quel giorno, grazie alla giocata dell’ubriacone, Hermann Klauss guadagnò altre 150 Sterline. Certo, rispetto alle altre vincite non era granché, ma Hermann Klauss non era un uomo avido. Tutto quello che la buona sorte gli regalava era sempre ben accetto.
Appena Hermann Klauss entrò in casa, Burt Larder si accucciò sotto la finestra della cucina. In qualche modo sperava che spiando il suo collega, sarebbe riuscito a capire come faceva ad imbroccare i risultati. Purtroppo l’unico dettaglio che riuscì a cogliere, fu che Hermann Klauss parlava da solo. Burt pensò che Hermann probabilmente era diventato pazzo. “Un pazzo dannatamente fortunato”, pensò. Burt Larder non sapeva che gli apparenti monologhi di Hermann, erano ringraziamenti rivolti al libro. Comunque, appena Burt Larder si rese conto che con il suo appostamento non avrebbe cavato un ragno dal buco, decise di andarsene. Mentre scavalcava la staccionata del giardino, lo scuotimento del recinto fece scivolare la vanga sopra uno dei vasi in coccio dei vicini.
Il colpo secco produsse il rumore distinguibile, della terracotta che va in frantumi.
Hermann Klauss attirato da quel fracasso, uscì in giardino a controllare. Non fece neanche in tempo ad accorgersi che la vanga che aveva utilizzato la Domenica, si stava muovendo a velocità sostenuta all’altezza della sua nuca.
Burt Larder colpì Hermann, con la stessa precisione che avrebbe potuto adoperare un cocomeraio, che con un sol colpo spacca un’anguria a metà. Hermann Klauss si accasciò al suolo, senza emettere alcun gemito.
Appena Burt Larder si capacitò di quello che aveva fatto, per un istante rimase raggelato. Lui non voleva uccidere Hermann, tramortirlo sì, ma ucciderlo proprio no! Preso dal rimorso decise di consegnarsi subito alla polizia, ma subito dopo decise che darsi alla fuga sarebbe stato meglio. Prima, però, sfilò le 700 Sterline dalle tasche del collega. In quel momento Burt Larder pensò che in qualche modo l’avrebbe fatta franca.
Invece non passarono neanche una decina di giorni e la polizia lo arrestò. Quello stupido di Burt era riuscito a perdere 700 Sterline in meno di una settimana. Se voleva dare nell’occhio, c’era proprio riuscito. La polizia non ebbe dubbi: era lui il colpevole.
Dopo numerosi interrogatori il detective J.D. Thomson (del commissariato di Hammersmith), riuscì a strappare la confessione di Burt Larder.
La casa di Hermann Klauss dopo essere stata posta sotto sequestro - per tutti gli accertamenti del caso - fu restituita ai proprietari. Nessuno raccontò niente alla coppia, che successivamente prese quell’appartamento in affitto. Comunque, per onor di cronaca, i due nuovi affittuari vivevano grazie ai ricavi prodotti da una bancarella, presente ogni sabato in quel di Portobello Road.
Durante la settimana marito e moglie andavano a raccattare tutte le cianfrusaglie in disuso,
lasciate fuori della porta. Recuperavano il ciarpame e dopo una sistemazione sommaria, lo rivendevano al mercato di Portobello Road.
“La ruota della fortuna” ebbe la stessa sorte. Ai due nuovi affittuari non piacevano affatto i racconti che parlavano di corse dei cavalli.
Quel libro rimase sulla bancarella solo mezza giornata.
Qualcuno disse che per un po’ portò parecchia fortuna alla persona che decise di acquistarlo. Qualcun altro disse che poi, a quel tizio le cose andarono male e si ritrovò costretto a vendersi tutto, pure il libro.

All’improvviso a Otto Muttelmayer fu tutto chiaro. Probabilmente era per quel motivo che “La ruota della fortuna” adesso giaceva tra gli scaffali della libreria di Charing Cross Road.

“Allora” disse Susanna Muttelmayer, “andiamo?”
Otto richiuse il libro e lo infilò dentro lo scaffale.
Poi prese il ricettario che aveva scelto la signora Muttelmayer e, posizionandolo di coltello, spinse il dorso de “La ruota della fortuna” fino a fare cadere il libro dietro al ripiano.
A quel punto la signora Muttelmayer disse: “Ma Otto, cosa fai?”
E lui rispose: “Niente Susanna”.
Mentre Otto si sollevò in punta di piedi, per accertarsi che il libro fosse sparito dalla mensola dello scaffale, ribadì: “non ti preoccupare Susanna, non sto facendo proprio niente.” In quel momento Susanna Muttelmayer guardò il marito con occhi straniti. Non riusciva proprio a comprendere il gesto di Otto. All’improvviso lui disse: “Adesso è ora di andare.”
Appena i coniugi Muttelmayer uscirono dalla libreria, scoprirono - con gioia - che finalmente aveva smesso di piovere. Un raggio di sole aveva squarciato le nubi e illuminava tutta Charing Cross Road. Susanna dimenticò all’istante la faccenda del ricettario.
In quel momento, mentre i coniugi Muttelmayer camminavano sottobraccio lungo il marciapiede, Otto ebbe un pensiero fugace.
Il signor Muttelmayer pensò che la fortuna è proprio una ruota che gira. E poi pensò anche che questa ruota, somiglia terribilmente a quello strumento di tortura usato dai tribunali dell’inquisizione. Certe volte si finisce con il viso sott’acqua, e certe volte si ha l'opportunità di respirare; e questa ruota, non smette mai di girare.

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