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La sedia
di Fabio Monteduro
Pubblicato su PBZERO



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La stanza era pulita, asettica, chiusa al mondo esterno così come può esserlo una vita che rompe i suoi legami con l'esistenza stessa; i monitor marcavano il trascorrere del tempo con i loro "bip" di controllo, facendo da contrappunto alla pioggia che picchiava sui vetri, come se il cielo stesso piangesse quella disgrazia.

Stefano era lì, sdraiato ad occhi chiusi sul letto, nascosto alla vista da bende e gessature. Federica gli teneva la mano, gli occhi gonfi di pianto, un leggero tremolio che le muoveva la bocca - "Non ha ancora ripreso conoscenza..." - aveva balbettato al telefono e prima ancora di capire chi fosse, Alessandro aveva intuito la sciagura.

- Ha detto qualcosa il medico? - chiese Alessandro con un filo di voce, non sapendo bene come frenare la carica ottenebrante di quel silenzio spettrale.

- Come? - fece Federica alzando lo sguardo su di lui.

Alex fu investito da un senso di depressione sorprendente, nel vedere il volto della donna del suo migliore amico, bello e solare di solito, così privo di luce.

- Vuoi venire via per un momento? - disse l'uomo, ma lei scosse la testa, con vigore.

- E se morisse? - disse all'improvviso e a quelle parole tremò.

- Nessuno ha detto che ciò accada - provò a farle forza Alex, e forse anche a se stesso.

- Ma non lo hai visto? E' tutto rotto...

Ad Alex scappò un sorriso, nonostante tutto.

- Com'è successo? - chiese finalmente.

- E' questo tempo odioso... continua a piovere e le strade sono ridotte ad acquitrini... stava tornando a casa... e... e... io... voglio restare sola... scusami - disse Federica con la voce rotta dal pianto, si voltò e affondò la testa tra le braccia.

Alex la guardò ancora per un momento, poi si alzò ed uscì dalla stanza sentendosi avvilito come poche altre volte nella sua vita.

Il gelo entrò nella vita di Alex Martini quella sera di fine ottobre, ma tramava per farlo già da molto prima, almeno da quando sua madre aveva avuto l'incidente. Era fermamente convinto che l'unica cosa realmente buona, accadutagli negli anni, era stata l'amicizia di Stefano. Lo conosceva da venti anni... dal giorno che si erano passati "spinelli" di hashish ad un concerto dei Police, a Milano, nel 1980... un sacco di tempo, a ben vedere. Ma ad Alex non sembrava poi così tanto, anche se due matrimoni si erano consumati sulle sue spalle: proprio lui, figlio di divorziati, che si ritrovava a contemplare lo stesso fallimento dei suoi genitori e non una ma per ben due volte! Suo padre, infatti, se n'era andato di casa, quando lui aveva poco più di sei anni e non si era mai più guardato indietro. Alex non aveva mai capito il perché di quella fuga e nemmeno aveva mai potuto chiederlo a sua madre, perché pochi mesi dopo c'era stato l'incidente, Caterina era stata investita da un motocarro, aveva perso l'uso delle gambe ed era stata costretta a vivere il resto della sua vita su una sedia a rotelle. Alex ricordava bene il giorno in cui sua madre era tornata a casa dall'ospedale; ricordava quella carrozzella con il tessuto scozzese, rosso, nero e verde, e ricordava i suoi occhi, quello sguardo di chi è consapevole di essere prigioniero in un corpo paralitico per il resto della vita. Non erano molte le cose che Alex ricordava della sua infanzia, ma non poteva certo aver dimenticato il giorno in cui sua madre aveva tentato di dar fuoco a quella carrozzella, riuscendo soltanto ad ustionarsi un braccio e a bruciacchiarne superficialmente lo schienale di iuta. Era stato allora che Luisa, sorella di sua madre, era andata a vivere con loro e aveva portato con se il suo fervore per i "Figli della Luce Divina", una congrega pseudo-cristiana che entrò nella vita di Caterina, viste le sue condizioni, come vento da una finestra aperta. Poi Caterina era morta, caduta dalle scale della loro casa, una villetta a tre piani nella zona meno popolosa della città ed Alex non aveva mai capito come potesse essere accaduto... era in camera sua, quella sera, aveva sentito il trambusto, era uscito di corsa e aveva visto sua madre ai piedi delle scale, vicino alla carrozzella capovolta. Da allora Alex era rimasto a vivere con sua zia, nella sua casa, con quella donna un po' strana e dall'aria colpevole.

Il telefono squillò forte, strappando una smorfia ad Alex che si ripromise, per l'ennesima volta, di cambiare quell'irritante suoneria. Era una mattina più fredda del solito e continuava a piovere insistentemente.

- Sì - rispose afferrando la cornetta.

- Alex, sono Federica...

Il cuore gli compì un balzo nel petto e provò la sensazione... la convinzione, anzi, che Stefano fosse morto.

- Che è successo?

- Stefano sta meglio, grazie a Dio - e scoppiò a piangere, ma stavolta di felicità - Ha aperto gli occhi e si è messo a fare lo "scemo"...

Alex si sentì sollevato.

- Ha chiesto di te - continuò Federica - vieni?

- Ci vediamo tra poco - le confermò Alex e riappese.

Giunse in ospedale e salì immediatamente nella stanza dell'amico.

- Stefano - disse vedendolo e nulla al mondo avrebbe potuto impedire ai suoi occhi di colmarsi di lacrime.

Stefano gli sorrise e sebbene un po' storto, senza alcuni denti e con evidenti cicatrici, ad Alex sembrò il sorriso più bello del mondo.

- Ciao, Alex... - farfugliò Stefano.

- Ma che mi combini?

- Il dottore ha assicurato che il peggio è passato... - s'intromise Federica, felice come una bimba il giorno di Natale.

- Niente spinelli adesso, eh? - fece Alex.

- Francamente - disse Stefano a bassa voce - mi sento come se me né fossi fatti una decina...

- Beato te - commentò il vicino di letto di Stefano, un ragazzo con una gamba in tiro e un paio d'orecchini al lobo sinistro e tutti e quattro scoppiarono a ridere.

Il peggio era passato, aveva detto il medico, non sapeva quanto lontano dalla realtà fosse, perché il peggio era ben al di là da venire.

- Non potrà camminare per molti mesi, purtroppo, e le sue partite di calcetto può dimenticarsele per un pezzo... per sempre, forse; ma almeno è vivo e presto tutto tornerà come prima.

Erano passati tre mesi da quell'incidente e Stefano si preparava, finalmente, a lasciare l'ospedale; Federica era raggiante e quando si presentò a casa di Alex era di nuovo la splendida ragazza di sempre.

- Hai bisogno di qualcosa? - le chiese Alex.

- Bè, innanzi tutto deve prendergli una sedia a rotelle; il dottore che lo ha operato ha detto che per almeno due mesi non deve assolutamente caricare peso sulle gambe, quindi...

Alex la fermò con un gesto della mano e rimase pensieroso per un momento, mentre Federica lo guardava con espressione interrogativa. Furono molti i pensieri che balenarono nel cervello di Alex in quell'istante: sua madre Caterina, sua zia Luisa, la sua adolescenza strana di cui non serbava molti ricordi; e ancora, lo "zio" Dante, figura vaga e non meglio identificata della sua infanzia. Questo ed altro ancora egli pensò e nel farlo scoprì un buco nero dentro di se, una sorta d'universo sconosciuto che lo fece rabbrividire da capo a piedi.

- Che succede? - chiese Federica allarmata.

- No... niente... e solo che... - l'immagine della carrozzella gli attraversò la mente come un lampo ed Alex ricordò di averla ancora, quella sedia: in soffitta, sotto un lenzuolo, chiusa e appoggiata ad una parete.

- Allora? - lo incalzò Federica.

- Ho io la sedia - disse di getto.

- Come?

- La sedia a rotelle. Non occorre che l'affitti, in soffitta ne ho una.

- E perché mai? - chiese Federica.

- Era di... lascia stare è una storia troppo lunga e vecchia, l'importante e che abbiamo risolto il problema, no?

Federica fece sì con la testa, ma non sembrava molto convinta.

- Su, non stare a preoccuparti. Domani mattina andrò a recuperarla e verrò in ospedale... va bene alle dieci?

- Sì - fece Federica.

Ma anche quando se n'andò, mezz'ora dopo, non era per nulla persuasa.

La sedia. Quella sedia.

Perché mai avesse deciso di prestarla al suo miglior amico era, per Alex, un mistero uguale a quello che l'aveva indotto a non gettarla via. Ricordava molto bene, quando l'aveva portata in soffitta: era successo il giorno del funerale di sua zia Luisa e lui aveva compiuto da poco i diciotto anni. Quanta acqua sarebbe passata sotto i ponti della sua vita prima che se ne ricordasse... Era salito ansimante e l'aveva odiata quella sedia, detestata nel modo in cui si può detestare un oggetto, in quel modo particolare che, più tardi, anche Federica avrebbe sperimentato. Il giovane Alex aveva aperto la porta della soffitta, quel giorno, ed aveva acceso la luce ed era entrato, sempre con la sedia ripiegata tra le braccia; si era guardato intorno e, prima di porla in un angolo, si era chiesto perché mai non fosse andato a buttarla; era stato un pensiero quasi inafferrabile, ma che l'aveva gettato per un momento in uno stato di totale confusione. Forse non se n'era nemmeno reso conto, perché aveva preso la sedia e l'aveva poggiata al muro, poi l'aveva coperta con un vecchio lenzuolo e lì era rimasta, nel silenzio, nel buio e nella polvere, come in attesa... per tutti quegli anni.

Alex scosse la testa e provò spavento; Federica se n'era andata via da un po', almeno venti minuti, e l'ultima cosa che ricordava era di aver pensato di mangiare qualcosa, poi c'era stato questa specie di "black out" e lui si era ritrovato davanti alla porta della soffitta, al terzo piano della sua casa. Non gli era mai piaciuto quel posto e da quello che poteva ricordare non c'era mai salito volentieri. Forse era l'aria viziata, forse la penombra, sta di fatto che ogni volta era salito con un senso d'oppressione che anche in età adulta non era riuscito a rimuovere. Quello era un altro dei suoi "buchi neri", quelle parti, cioè, della sua memoria che sembravano essersi cancellate. Alex si girò per andarsene, ma come guidato da una volontà diversa dalla sua, allungò invece la mano ed aprì la porta - "Ormai sono qui - pensò, tentando di fare il disinvolto - tanto vale portarla giù, quella sedia". Accese la luce e se la ritrovò davanti, aperta, efficientissima, quasi che il solo aver pensato di poterla riutilizzare le avesse dato vita. Afferrò la sedia e la richiuse di scatto, poi spense la luce e cominciò a scendere le scale, sentendosi ad un sol tempo atterrito e stralunato. Un altro buco nero andò a forgiarsi nel suo cuore.

Stefano era entusiasta. Si era fatto caricare sulla carrozzella ed aveva preso a girare per il corridoio dell'ospedale davanti alla sua stanza.

- Non fosse per questo segno qui dietro - disse indicando la bruciatura sullo schienale della sedia a rotelle - sembrerebbe nuova di zecca. Ma dove l'hai presa?

Federica sembrava un po' assente; guardava il suo ragazzo muoversi su quel trabiccolo e in cuor suo tremava.

- Ehi, bellezza - la richiamò Stefano - Dove l'hai presa? - e fece un gesto ad indicare la sedia.

- E' di Alex - fece la ragazza.

Alex confermò con un sorriso ed un cenno della testa.

- La tua? Mai saputo che collezionassi carrozzelle...

Si guardarono in faccia e scoppiarono a ridere, felici di lasciare quell'ospedale, finalmente.

E, si... erano stati felici quel giorno, ma i mesi seguenti furono un calvario. Non è facile vivere con una persona, per quanto temporaneamente, menomata e Federica se ne rendeva conto giorno dopo giorno. Capiva la situazione di Stefano, ci mancherebbe altro, ma anche lei era insofferente ormai e non erano state le poche le volte che si erano insultati vivacemente.

- Te ne stai tutto il giorno su quella maledetta sedia - gli aveva detto una volta in cui si sentiva a pezzi.

- Forse non l'hai notato - le aveva risposto Stefano - ma non è una mia scelta e dopo essermi fatto tre mesi d'ospedale, tre mesi in cui me ne sono stato per lo più sdraiato, l'unica cosa che vorrei fare è mettermi a correre.

Federica l'aveva guardato e aveva provato vergogna. Aveva aperto la bocca, forse per scusarsi, ma Stefano non gliene aveva dato il tempo.

- E adesso non ricominciare con la solita solfa. Sono quasi più stufo di te che di questa carrozzella... - e aveva preso a spingersi via.

Federica si era messa a piangere e si era inginocchiata vicino a lui.

- Mi dispiace così tanto... ma te ne stai tutto il giorno seduto, non provi mai ad alzarti, come ti ha detto il terapista e meno ti eserciti, più tempo dovrai stare qui sopra. E io la odio questa disgraziata! - Federica aveva colpito la carrozzella con un pugno e si era rialzata, aveva afferrato la giacca ed era uscita sbattendo la porta.

Le cose erano andate così, per un po', ma alla fine, inevitabilmente, Stefano si era convinto; di tanto in tanto provava a mettersi in piedi e con le sue grucce compiva ogni giorno un percorso superiore.

Ma la sedia era sempre lì, muta e paziente.

- Mi sembra ora di riportare quest'arnese ad Alex, no? - disse una sera Federica indicando la sedia a rotelle. Ormai Stefano la usava di rado, essendo quasi in grado di muoversi con una sola stampella. Il ragazzo la guardò, ma non disse nulla... quasi provando una sorta d'assurdo dispiacere, al pensiero che quell'odioso oggetto fosse portato via.

- E non fare quella faccia, eh? - continuò Federica.

Spinse la sua sedia fino alla camera ed aiutò Stefano a sdraiarsi, poi la portò fuori, nel corridoi e, per buona misura, chiuse anche la porta. Non c'era nulla da fare, aveva odiato quella sedia sin dalla prima volta che l'aveva vista, anche se non avrebbe potuto spiegare il perché di tanto astio... certo, a nessuno può piacere un oggetto del genere, vista la sua triste funzione, ma quello che provava Federica era un sentimento per lei alieno, almeno se si considera che era rivolto ad un oggetto inanimato...

Si spogliò e si sdraiò anche lei, vicino a Stefano, poi fecero l'amore. Alla fine Stefano si addormentò e Federica se ne rimase a pensare a tutti quei mesi orribili, a tutto quel tempo all'ospedale e, dulcis in fundo, a quella sedia che, inutile negarlo, la terrorizzava. Si girò su un fianco ed indietreggiò fino a sentire il corpo di Stefano, caldo e silenzioso, e quasi si assopì, poi ci fu un rumore, fievole, strisciante e cigolante e lei aprì gli occhi nell'oscurità quasi totale: la sedia era lì, a sfidare l'impossibile e le offriva il suo sedile, quasi ad invitarla a salirci sopra... magari per sempre. La luce che filtrava dalla porta aperta e che giungeva dalle finestre della cucina, le conferiva un alone diabolico e nel momento in cui la ragazza si rese conto di ciò che vedeva, la sedia si mosse verso di lei, fino a cozzare contro il bordo del letto. Federica urlò e il suo fu un grido terribile che fece saltare Stefano dal letto. Federica si voltò verso di lui e prese a scuoterlo; Stefano accese la luce e poté vedere il suo sguardo e pensò, per un attimo, che Federica fosse impazzita.

- Che succede? Che c'è Federica? CHE SUCCEDE?

- LA SEDIA... LA SEDIA... OH, MIO DIO... - la ragazza era fuori di se.

- Calmati. Quale sedia?

- LA'! NON LA VEDI? - fece Federica sempre urlando e indicava dietro di se, ma senza avere il coraggio di voltarsi.

- Federica. Calmati! - le ingiunse Stefano e la colpì con uno schiaffo, piano.

La crisi isterica sembrò calmarsi e la ragazza precipitò sul cuscino, singhiozzando.

- Si può sapere che ti prende? - fece Stefano con dolcezza e l'abbracciò.

- MA SEI CIECO? NON LA VEDI? - riprese la ragazza divincolandosi e finalmente si voltò, ma davanti a lei, di fianco al letto, non c'era nulla e la porta era ancora chiusa.

- Ma... io...

- Hai sognato - fece Stefano e la strinse a se - Era solo un incubo.

- Un incubo... si... un incubo... - Federica tentava di convincersi, ma nella sua mente la sedia era ancora lì, minacciosa e reale.

- Su, vieni qua.

Stefano spense di nuovo la luce e tornò a sdraiarsi, facendo accoccolare la ragazza vicino a se. Dopo un po', un bel po', dormivano entrambi e la porta tornò ad aprirsi e la sedia scivolò cigolante fino a fermarsi ai piedi del letto.

E lì rimase per tutta la notte.

Il giorno dopo Federica, prima ancora che Stefano si svegliasse, caricò la sedia sulla sua S.W. e la riportò ad Alex.

L'ultima volta era stata qualche anno prima e forse per questo Alex si sentiva così nervoso.

Michela era una ragazza semplice e carina con lunghi capelli neri e i suoi occhi, il suo sguardo da gatta, erano stati un richiamo irresistibile per Alex che pure aveva giurato, dopo che anche Carla, la sua seconda moglie, se n'era andata, che non avrebbe più guardato in quel modo una donna. Ma poteva essere possibile una cosa del genere? Ovviamente no ed infatti, Michela, che pure aveva dieci anni meno di lui, lo aveva colpito come una presa di coscienza, gradevole e immediata.

Adesso l'aspettava a casa sua e, dopo due settimane che si frequentavano, sperava che fosse giunto finalmente il giorno tanto atteso. Le voleva bene, ma soprattutto la desiderava; impazziva per il profumo del suo corpo e per il sapore dei suoi baci e da quando l'aveva invitata a cena non aveva fatto altro che immaginarsela nel suo letto.

Già, perché negarlo?

Si era guardato intorno e aveva visto la sedia a rotelle che gli aveva riportato Federica, ancora dove lei l'aveva lasciata: chiusa vicino alle scale. L'aveva prese ed era corso a riporla nuovamente in soffitta e di nuovo si era chiesto perché non fosse andato, invece, a gettarla. Ma il campanello aveva suonato ed alla porta era Michela, sfavillante nella sua bellezza e con una gonna così corta da far preludere una serata straordinaria. Questo era importante, non la sedia... e così era stato per tutta la sua vita...

1964.

L'anno dell'incidente di Caterina; l'anno in cui la madre di Alex perse l'uso delle gambe. Ma non fu quello l'anno peggiore, su questo Alex, se solo ne fosse stato consapevole, avrebbe potuto giurare. I guai erano cominciati prima, molto prima, ed esattamente nel 1957, ad un anno dalla sua nascita.

Caterina e Luciano erano sposati da tre anni e il loro era sempre stato un matrimonio insolito, soprattutto dal punto di vista sessuale e questo, in gran parte, per il modo di vedere la vita di Caterina, convinta cattolica, ma anche perché essa "godeva" dell'appoggio incondizionato di sua sorella Luisa, una donna dal carattere forte e risoluto che non le permetteva di distrarsi dal suo compito (che era quello, a sentire lei, di servire il Signore) nemmeno per un momento e che considerava Luciano come il fardello pesante che Dio aveva dato a Caterina. Luisa era come un guardiano per sua sorella e la controllava in tutti gli elementi della sua vita.

Poi c'era stato il "fattaccio", come lo definiva Luisa, e questo aveva gettato Caterina nello sconforto più totale.

C'era un uomo, nella congrega che frequentavano, si chiamava Dante ed era il più arguto di tutti; era lui che si faceva carico delle incombenze ed era lui che parlava, quando si chiedevano preghiere per il mondo e per le loro anime soggiogate dal maligno. Era così diverso Dante da Luciano; erano davvero all'opposto e una notte, durante una convivenza fuori città, Dante e Caterina si erano incontrati nel corridoio dell'albergo e senza dirsi una parola si erano rinchiusi nella stanza di lui. Non c'era stato amore, non c'era stata passione, solo un breve e scellerato orgasmo che aveva reso Caterina madre di Alessandro.

Quando Luisa aveva saputo era quasi impazzita dal dolore e aveva ingiunto a sua sorella di tacere la sua colpa e di far credere a tutti, anche a Dante, che il figlio che portava in grembo fosse di Luciano. E così era stato.

Ma le cose erano cambiate da allora, forse per una sorta di consapevolezza inconscia, e quel sottile filo che univa le vite di Caterina e Luciano si era spezzato. Così Luciano se n'era andato, sconfitto e senza nemmeno provare rimorso per quello che credeva suo figlio.

L'incidente era avvenuto tre mesi dopo la "fuga" di Luciano e quando quel motociclo aveva investito Caterina, rompendogli due vertebre e rendendola paralitica, Luisa l'aveva convinta che era per la sua "colpa" che Dio la stava punendo e il fatto che Dante sarebbe morto pochi mesi dopo per un cancro alla prostata, non avrebbe fatto altro che aumentare le convinzioni di Luisa.

Un giorno di molti mesi più tardi, Luisa aveva messo a letto il piccolo Alex; poi, come ogni sera, aveva cominciato a tirare la sedia con Caterina, su per le scale.

- Io lo so cosa vuole il Signore da noi... - aveva detto Luisa, sbuffando e tirando per far salire alle ruote della sedia un gradino alla volta.

Caterina non aveva detto nulla, ammutolita dalla soggezione che provava nei confronti della sorella.

- Dio sa tutto! Dante è morto, Caterina. Tu sei sopra questa sedia, davvero non vedi il Suo disegno? - e con un ultimo sforzo l'aveva issata sul ballatoio del secondo piano.

- Hai ragione - disse Caterina e scoppiò a piangere - come sempre...

- Su, non fare così... tu e Dante avete sbagliato... ed avete pagato duramente la vostra colpa... ma Dio è buono e ti da ancora il modo di rimediare.

- Che vuoi dire?

- Lui vuole tuo figlio... non lo vedi quanto è buono?

- Mio figlio?

Luisa alzò le mani al cielo e gridò rapita.

- Non ha forse chiesto il suo unico figlio ad Abramo? Non gli ha forse detto di sacrificare Isacco nel Suo nome? Alex è il figlio della colpa, è lui che Iddio ti chiede.

- Mio figlio? - ripeté Caterina e finalmente capì: l'immagine di Alex, sdraiato sull'altare tra di loro le riempì la mente.

- NO! - urlò e Luisa trasalì.

- No? – ripeté sua sorella ed era disorientata, come se avesse sentito la più grande assurdità della storia dell'uomo.

- Mi hai sentito? - continuò Caterina e voltò la sua sedia verso di lei - Non avrete mio figlio! MAI!

- Dio stesso ha sacrificato Gesù per l'umanità e tu...

- NO! - ripeté Caterina.

- Non sai quello che dici.

- Smettila! Smettila! Non farete del male ad Alex, io ve lo impedirò.

Così dicendo Caterina si era voltata per andarsene nella sua camera e un rigurgito d'odio aveva aggredito il cuore di Luisa: non se ne sarebbe rimasta immobile a guardare Caterina rovinare tutti loro; non avrebbe osservato impotente la sua unica sorella addentrarsi per le vie del male.

"Perché non cadi? - pensò e in quel momento era ciò che più desiderava al mondo - Perché non precipiti dalle scale con quella tua dannata carrozzella? Perché non ti rompi l'osso del collo?"

Quest'ultimo pensiero fu come se l'avesse detto a voce alta. Caterina si voltò verso di lei, la bocca atteggiata in una O di sorpresa, e vide sua sorella con le mani sulle orecchie, quasi a non voler sentire nulla del resto del mondo, quasi a far sì che i suoi pensieri si materializzassero. Vide qualcos'altro, per un momento, una figura immota vicino sua sorella, una bestia oscena e silenziosa, messa nell'identica posa di Luisa, con le mani sulle orecchie e gli occhi fissi sulla sua carrozzella... e questa cominciò a muoversi, prima piano, poi con uno scatto improvviso si lanciò verso le scale, rovinando fino al pavimento del primo piano. In un frastuono di ferraglia e ossa rotte, Caterina si spezzò il collo e morì sul colpo, Luisa cominciò ad urlare ed Alex uscì dalla sua stanza, strillando anche lui e vedendo sua madre in terra. Ci fu un trambusto indescrivibile, qualcuno chiamò un'ambulanza, ma per Caterina fu del tutto inutile.

Poi ci fu il funerale e una volta tornati a casa, Luisa prese la sedia a rotelle ed andò a riporla in soffitta, come una reliquia o come qualcosa da nascondere.

Qualche mese dopo Luisa chiese ed ottenne la custodia di suo nipote e da quel giorno nulla più ebbe importanza per lei e il suo cervello, lentamente, cominciò ad andarsene alla deriva. Smise di frequentare la confraternita religiosa, smise di uscire di casa, vivendo come una sorta di incubo da cui non riusciva a svegliarsi. L'incidente di Caterina divenne confuso, così come i suoi propositi di sacrificare il bambino, ma non così la consapevolezza, appena soffusa, di aver messo in atto qualcosa di malvagio e terribile, che nulla aveva a che fare con il dio che tanto aveva adorato... o forse si.

Passarono dieci anni ed una domenica mattina Alex fu svegliato da una telefonata: era un poliziotto che gli comunicava che sua zia Luisa aveva avuto un incidente e che in quel momento si trovava in ospedale. Non c'era dunque fine a quella spirale di disgrazie? Alex era uscito immediatamente e quando era arrivato da sua zia l'aveva trovata sul letto, anestetizzata: avevano dovuto amputagli entrambe le gambe all'altezza del ginocchio: era stata travolta da un tram.

Dopo molti mesi la donna era tornata a casa e la sua mente aveva smesso di andare; sistemata sulla sedia che era appartenuta a Caterina, era Alex, ora, a doversi prendere cura di lei e andò così per i successivi due anni, fino a quando, una mattina di novembre, due giorno dopo il diciottesimo compleanno di Alex, la donna uscì dalla sua stanza, al secondo piano della casa e prese a spingersi verso il ballatoio. C'era un'infermiera che aiutava Alex ad assisterla, ma quella mattina, come spesso accadeva, era in ritardo. Luisa arrivò fino al parapetto e si fermò quasi nel punto in cui dodici anni prima aveva "agognato" la morte della sorella; abbassò gli occhi e con uno scatto d'ira afferrò le grandi ruote e si spinse verso le scale, lasciandosi cadere... come sua sorella ed esattamente come lei, morì spezzandosi il collo. Alex uscì dalla sua stanza e vide sua zia in terra e per un momento gli sembrò di precipitare indietro nel tempo: invece di Luisa vide sua madre, in un accavallarsi di disastri temporali. Poi corse a chiamare l'ambulanza, ma, come per Caterina, fu inutile: Luisa era già morta. Quando Alex tornò a casa quella sera, cominciò a piangere, sentendosi per la prima volta, davvero solo al mondo. Chiuse la sedia e andò a sistemarla in soffitta, dove rimase per i successivi venti anni...

La serata era andata proprio come se l'era immaginata. Michela era bella, dolce... quasi un sogno e quando si avvicinò a lui per baciarlo, Alex credette di svenire... Dio... il suo profumo: ma di che marca era? L'uomo che lo aveva creato doveva essere un genio.

Ci volle poco per ritrovarsi sdraiati sul letto della camera di Alex e fecero l'amore... anche quella ragazza doveva essere una specie di genio... sì, il genio della passionalità.

Erano quasi le due del mattino, quando si addormentarono: la testa di Michela poggiata sul suo petto, la sua mano a cingerle i fianchi. No, con lei non sarebbe andata come con le altre, lei era diversa. Fu questo l'ultimo pensiero che lo accompagnò nel mondo dei sogni.

Alle quattro in punto Michela si svegliò, doveva andare in bagno. Si alzò lentamente, cercando di non svegliare Alex ed uscì dalla stanza. Richiuse delicatamente la porta e si voltò per cercare l'interruttore, fu allora che sentì un rumore dietro di se, come un cigolio sommesso. Allungò la mano ed accese la luce e per poco non stramazzò al suolo dalla paura: c'era una sedia a rotelle dietro di lei; era di tessuto scozzese e la ragazza si chiese perché mai Alex avesse un oggetto tanto inquietante in casa. Si ripromise di chiederglielo la mattina successiva e si voltò per raggiungere il bagno: la sedia si mosse. Michela, incredula, fece un passo indietro e quella si spostò in avanti.

- Ma che diamine... - cominciò.

La sedia le si avventò contro.

La ragazza urlò ed Alex uscì correndo sul ballatoio, trovandosi davanti ad una scena da film del terrore. Poi la sedia raggiunse Michela, la issò sul suo sedile e si scagliò verso le scale.

- NOOOO!!!! - urlò Alex e il suo grido si fuse con quello di Michela.

La carrozzella si bloccò sul primo gradino e per qualche secondo restò in bilico, quasi che la forza dell'amore che i due provavano l'uno per l'altra, avesse in qualche modo potuto fermarla. Poi precipitò da basso, con lo stesso rumore di ferraglia e d'ossa rotte che aveva accompagnato le cadute di Caterina e di Luisa. Alex si lanciò sul parapetto e vide Michela in terra, assurdamente nella stessa posizione di sua madre, il suo collo era girato verso di lui... troppo girato e i suoi occhi lo fissavano attoniti. La sedia era in fondo alle scale, rovesciata, con le ruote che continuavano a girare velocemente. Fu allora che Alex capì, fu quello il momento in cui i "buchi neri" della sua infanzia s'illuminarono all'improvviso. Vide la bruciatura sullo schienale e ricordò di sua madre e di quella congrega di cui lei e sua zia facevano parte. Ora era chiaro: le due donne avevano fatto qualcosa, qualcosa di talmente orrendo da dare vita a quella sedia a rotelle, una vita demoniaca.

- Maledetta - urlò e improvvisamente la sedia compì una capriola e si capovolse, tornando nella posizione originale, poi si allontanò, da sola, in direzione della cucina. Il gridò morì sulle labbra di Alex che cominciò a scendere le scale, lentamente: dov'era andata quella dannata? I suoi occhi caddero su Michela, sempre immobile ai piedi delle scale.

- Oh, Michela. Povera Michela... - cominciò a piangere e le chiuse delicatamente gli occhi. Fu allora che la sedia sbucò alle sue spalle e lo colpì in pieno, mandandolo a sbattere contro il muro. Alex riuscì a scansarsi, appena un attimo prima che la sedia lo colpisse di nuovo e corse in cucina. Vi arrivò trafelato e terrorizzato e riuscì a prendere la bottiglia d'alcol etilico, di colore rosa, proprio mentre la sedia si catapultava nuovamente su di lui. Svitò il tappo della bottiglia e correndo le la lanciò il liquido addosso, poi afferrò il suo accendino e fece altrettanto: ci fu una vampata e le fiamme si propagarono immediatamente... ma ciò non fermò la sedia che continuò ad inseguirlo: ora, con tutte quelle fiamme che la avvolgevano, dava ancora di più l'idea della sua possessione demoniaca. Alex riuscì a scartare il primo attacco e si lanciò verso la sala; mentre la sedia, nel suo tragitto, incendiava le tende ed il divano, l'intera casa cominciò a bruciare. Alex fece per nascondersi in bagno, ma la carrozzella fu più veloce e colpì la porta nel momento in cui stava tentando di chiuderla, facendolo cadere; poi si fermò a pochi metri da lui, sempre crepitando per il fuoco che l'avvolgeva.

- Ancora non sei contenta? Non hai ancora saziato la tua fame infernale? - disse e nonostante tutto non riusciva a credere ai propri occhi. Nessuno al mondo avrebbe potuto convincerlo che quello che sentì subito dopo fu il frutto della sua immaginazione, ma se mai avesse potuto raccontarlo, Alex avrebbe giurato di aver sentito distintamente un "No". Il terrore più cieco s'impadronì di lui ed Alex si lanciò e verso la porta: doveva uscire da quella casa in fiamme, doveva allontanarsi da quell'assurdo attrezzo di morte. Ma ciò significò la fine per lui. Appena giunto nei pressi dell'uscita, con la sedia alle sue calcagna, una trave di legno si staccò dal soffitto e gli precipitò in pieno sul collo: Alex non sentì dolore, perché in meno di una frazione di secondo passò dal terrore all'oblio ed entrambi erano assoluti.

I pompieri arrivarono in fretta, ma della casa non restò praticamente nulla. Fu un vero miracolo quello che permise a due di loro di portare via il corpo apparentemente senza vita di Alex Martini che, quando giunse finalmente in ospedale, fu introdotto immediatamente in sala operatoria. Ma non ci fu molto da fare. Il suo corpo aveva subito ustioni di terzo e quarto grado, soprattutto il viso era storpiato da una smorfia sbilenca che gli dava l'aspetto di un clown ridanciano; la trave che gli era caduta addosso gli aveva disintegrato tre vertebre e i suoi centri motori. Alex era ancora vivo, quando uscì, sette ore dopo, dalla sala operatoria, ma era ormai era come un vegetale: era un completo tetraplegico.

Nelle rovine della casa di Alex i pompieri trovarono il corpo di Michela, quasi completamente carbonizzato ed anche i resti di una sedia a rotelle...

- E' stato fatto il possibile, per lui - fece il chirurgo - ora bisognerà vedere come reagirà alle terapie... ma non sono molto ottimista.

Si trovavano nella stanza di Alex, sdraiato sul letto e completamente immobile. Stefano era attonito, Federica terrorizzata.

- Morirà? - fece la ragazza.

- Diciamo che il pericolo di vita è scongiurato, però il vostro amico ha perso completamente e con molta probabilità, permanentemente l'uso delle gambe e delle braccia... nemmeno il collo è più in grado di muovere e poi... - il medico si bloccò e guardò il povero Alex.

- E poi? - lo esortò Stefano che pensava a quanto assurda fosse la vita: pochi mesi prima era lui in quell'ospedale ed Alex veniva a trovarlo.

- Voi siete i suoi migliori amici - riprese il chirurgo - e non voglio mentirvi. Alessandro è quasi un vegetale, ormai. Non è in grado di muoversi con nessuna parte del corpo, ha perso l'uso della parola e dai nostri test risulta che non può più nemmeno sentire.

Stefano lasciò la stampella con qui ancora si aiutava e cadde di schianto su una poltrona per lo shock.

- Come...?

- Purtroppo è così. Dio... o la natura... o che so io, è stato davvero crudele con lui. Non sarà professionalmente corretto da dire, ma sarebbe stato meglio che fosse morto.

- Che si può fare per lui? - chiese Federica, piangendo.

- Pochissimo, purtroppo. Non è in grado di intendere e soltanto il tempo ci dirà se il suo cervello potrà farlo tornare almeno ad un livello umano di coscienza... altrimenti si dovrà pensare alla donazione degli organi... purtroppo...

- Che gli succederà? - chiese Stefano, sempre più sbigottito.

- Tra qualche giorno dovremo dimetterlo... è inutile che stia qui, posso consigliarvi una clinica di lunga degenza. Lì, almeno, si prenderanno cura di lui... finché non si deciderà se...

- Nessuna donazione, per ora... e in ospedale lo accompagneremo noi - disse Federica e poco dopo se ne andarono.

Ma Dio... o la natura... o chissà chi, era stato ben più crudele di come aveva descritto il medico; Alex non era in grado di muovere nemmeno un muscolo del suo corpo e non poteva nemmeno parlare o sentire... oh, ma in quanto a capire... Alcune ore dopo l'intervento chirurgico, infatti, Alex era stato come scagliato di nuovo nel proprio corpo e la prima sensazione che aveva avuto era stata quella di entrare in una macchina avariata, in cui nulla più funzionasse. Aveva provato a muoversi e a parlare, ma l'unica cosa che sembrava funzionare era la vista. Vedeva le infermiere affaccendarsi presso di lui ed una di esse, di tanto in tanto, irrorargli del collirio negli occhi. Era muto ed era anche sordo e non come può esserlo qualcuno che temporaneamente perde l'uso dell'udito, in quel caso si potrebbe avvertire un suono basso e costante che copre tutto il resto, Alex era nel più completo oblio uditivo, dove nessun rumore, per quanto potente o sofisticato, poteva raggiungerlo. Era prigioniero in una macchina inservibile e non aveva modo alcuno per comunicare con il resto del mondo...

L'auto di Federica si fermò davanti alla clinica, appena dietro l'ambulanza che aveva portato Alex, poi lei e Stefano scesero lentamente. Alex fu accompagnato in una stanza sulla lettiga e i suoi due amici non gli lasciarono mai andare le mani. Piangeva entrambi, perché si sentivano come se lo stessero accompagnando al cimitero. Ma Alex li vedeva e gridava in cuor suo alle sue mani di stringersi, almeno un attimo, un solo secondo per far capire loro che poteva sentirli. Ma le sue mani erano morte, le sue gambe erano morte, solo la sua ragione era sopravvissuta, per impazzire al più presto, sperava.

- Torneremo a trovarti - fece Federica e lo baciò sulla guancia.

- Sì - confermò Stefano. I due si afferrarono per mano e si allontanarono a testa bassa.

- Buongiorno - fece un'infermiera grassottella all'indirizzo di Alex - non che tu possa sentirmi... né rispondermi... ma vogliamo andare alla finestra? Così potrai vedere i tuoi amici... poiché la vista è l'unica cosa che ti rimane.

Si fece aiutare da un inserviente e lo fece sedere su una sedia a rotelle, una di quelle con lo schienale alto e un apposito aggeggio che gli mantenesse dritto il collo, poi lo portò vicino alla finestra. Stefano e Federica, da basso, lo videro e gli mandarono un saluto, poi salirono sulla loro auto.

Una lacrima uscì solitaria dall'occhio sinistro di Alex e fu allora che egli notò il riflesso sul vetro e quel riflesso gli rivelò il grande specchio dietro di se. Vide la sua schiena e vide anche dov'era stato sistemato: una sedia a rotelle nera e grigia, ma lo schienale era di iuta, a disegno scozzese, nero, rosso e verde e con una grande bruciatura. Le pupille di Alex si allargarono e si allargarono ancora... mentre nella sua mente esplodeva un grido muto ed eterno.

La sedia era tornata.... alla... FINE

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