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MOKSHA
di Elisabetta Manfucci
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PROLOGO
Le parole: schegge di Infinito

In principio era la Parola
e la Parola era presso Dio.
Il mondo fu creato per suo mezzo
ogni cosa ebbe il suo nome.
Alcuni Angeli
accolsero in sé le parole
trasformandosi in uomini
sperimentando il mondo
per mezzo dei cinque sensi
intingendo nell’inchiostro
le penne delle proprie ali
fu Dio
ad elevarli al di sopra degli uomini
donando loro il sesto senso:
l’Immaginazione
per mezzo della quale
iniziarono a catturare
schegge d’infinito
a condividerle poi
con gli uomini
grazie alle parole.



TITOLO: Moksha

Moksha era un Angelo ed in Cielo era un “guardanuvole”, come dire: un ausiliare del traffico. Smistava nuvole, incanalava venti e bufere, cicloni e semplici brezze. Bravo nel suo lavoro. Finché un giorno desiderò una vita diversa, una vita fatta di carne, grazie alla quale potere affondare le dita di luce tra le nuvole e stringerle nei suoi pugni, sentirne la consistenza, annusarne l’odore che, immaginava, doveva essere differente da un tipo all’altro, ascoltarne il suono – doveva essere un “zac” - quando l’angelo sarto le tagliava dalla barba di Dio. Gli angeli, infatti, non hanno i sensi come gli uomini. Sono esseri di luce e la loro è tutta un’altra dimensione!
Quel pensiero in Moksha divenne un chiodo fisso. Se la sua pelle fosse stata di sangue gli sarebbero comparse pure le occhiaie, come a tutti quelli che sognano con vigore qualcosa. Ma non un occhio, non una piuma tradì quello che il guardanuvole covava dentro di sé. Non lo aiutarono a distrarsi le nuvole nel cielo che, da qualche tempo a quella parte, avevano assunto delle sembianze ridicole: di canguri, con tanto di marsupio ad essere precisi. Canguri alti due spanne, con un buffo codino, bicipiti da stendere al tappeto ed una morbida sacca sulla pancia. In quella Moksha desiderò di entrare.
Accadde un giorno che, lasciando il luogo di lavoro, il guardanuvole spiccò un bel salto nella saccoccia di un canguro e, insieme, con un balzo, lasciarono il Cielo. Attraversarono l’etere, cambiando colore nell’arcobaleno che divide le sfere alte dalle basse, passarono per un ciclone ed un anticiclone, vorticarono stretti stretti in una trottola di polvere, grandine e brezza marina finché, il canguro si disciolse. Sparì: “puff!”. Così, in modo semplice, appena le zampe toccarono la sabbia diventando una nuvoletta di brina che l’oro del mattino mangia avido, sperando di diventare sempre più ricco.
Intanto, su nel Cielo, si creò un gran caos. Senza più il suo ausiliare del traffico le nuvole avevano iniziato ad ammassarsi l’una sull’altra. Serafini e Cherubini presero a scontrarsi, gli Angeli custodi andarono a tentoni per quanta nebbia si era creata intorno, ahimè, a risentirne furono gli uomini che li invocavano da mattino a notte fonda, affinché vegliassero su di loro. Dio in persona fu costretto ad intervenire. Si arrotolò la barba impedendo all’angelo sarto di tagliare altre nuvole paffute e chiamò, con voce grossa, Moksha. Ma questi non rispose. In un istante Dio capì tutto. TUTTO. Chiaro lampante nella sua mente, da sempre: nel presente, nel passato, nel futuro, la stessa storia che si ripeteva come un’ossessione: un angelo, uno dei suoi, il migliore dei suoi, aveva desiderato per sé qualcosa di diverso, diverso da ciò che Lui aveva pensato fin dalle origini.
Lo vide chiaramente in un istante. Dio capì che Moksha aveva desiderato di toccare, odorare, vedere con occhi nuovi, quel pazzo aveva desiderato perfino di ascoltare e gustare: la vita.
Il patatrac era ormai fatto. E Lui, Dio in persona, sarebbe dovuto intervenire ancora una volta, con fare amorevole, ma polso fermo, per rattoppare l’inevitabile.
Fu così che si chiuse nel suo studio. Pensò a lungo. Doveva dare una lezione a Moksha per il suo atto di ribellione ma, in qualche modo, non avrebbe potuto schiacciarlo, gli occhi del suo angelo dovevano guardare sempre al Cielo. E Dio capì che, da quel momento in poi, il suo angelo sarebbe diventato Scrittore.
Intanto Moksha aveva fatto proprio un bel tonfo sulla spiaggia. Forte fu l’impatto da perdere i sensi. Riaprì gli occhi che era notte fonda. Sentì una pesantezza mai sperimentata prima. Gridò quando s’accorse che le penne erano sparite, le sue mani iridescenti, diafane e pallide diventate come tinozze, con unghie sporche e pellicine smozzicate. E quando lo sguardo gli cadde in basso, bè, è proprio il caso di censurare: Moksha era nudo. Per lo spavento corse all’impazzata lungo la riva del mare. Senza sapere dove andare, con un cielo carico di nero sopra la testa ed un mare che ringhiava alla sua destra. E, quando smise di correre, erano passati già molti anni. Moksha si era dato una bella calmata. Aveva messo su casa: si era sposato, aveva perfino fatto due marmocchi, un maschio ed una femmina, ed era andato a vivere in riva al mare. Mattone dopo mattone si era costruito un faro. Scoprì subito di avere una spiccata manualità ma, quella scoperta, non fu l’unica. A sorprenderlo fu trovare, un giorno di luna piena, una penna delle sua antiche ali. Appena la vide la riconobbe. Giaceva in disparte: timida e bianca in un angolo della stanza. Si precipitò a raccoglierla, come fosse il suo inconfessabile segreto da proteggere e, lontano da occhi indiscreti, la osservò attentamente sotto la finestra. Lieve, soffice, ricamata di filigrana argentata, terminava con una punta che a vederla, bè, si: faceva proprio venire voglia di intingerla. Fu così che Moksha, senza capire perché lo stesse facendo, impugnò tremante la penna e la intinse nel calamaio pieno di inchiostro. Prese poi un foglio e, con il cuore in mano, d’istinto, gettò alcune righe. Quando le guardò si meravigliò lui per primo. Sul foglio era scritto: “Vivo in una piccola casa”. Una frase banale, a pronunciarla ad alta voce gli venne perfino da ridere, eppure, quel foglio lo nascose gelosamente dentro un cassetto, anche la penna, e lo chiuse a chiave. Poi si fece un cordino con un laccio della scarpa e si legò il pass partout al collo, affinché nessuno lo vedesse, affinché non potesse mai perderlo. E scese al piano di sotto, sua moglie già da un pezzo lo chiamava per la cena.
Quella sera, a tavola, la donna lo guardò come lo vedesse per la prima volta.
“Sicuro di sentirti bene?” gli disse notando che aveva occhi lucidi come carboni ardenti.
“Perché non ti misuri la febbre?”. Moksha quella mattina aveva lavorato duramente: riverniciato la casa a strisce bianche e rosse. Sua moglie si sentì piuttosto in colpa, dopotutto era lei a lamentarsi sempre della loro casa. Diceva la donna: “viviamo in una topaia, è tutta sporca, avrebbe bisogno di una bella ripulita!”. E così suo marito, per non sentirla più brontolare, da alcuni giorni, al di là delle proprie forze, faceva per lei l’impossibile.
“Non è niente” la rassicurò Moksha versandosi da bere “sono solo un po’ stanco, ma questo – disse sollevando il bicchiere colmo di Brunello di Montalcino – vedrai, mi rimetterà al mondo!”.
E, appena il liquido vermiglio si sciolse sotto la sua lingua, come lo sentisse per la prima volta in vita sua, Moksha sospirò.
“Lo vedi?” disse la donna con le orecchie attente ad ogni segnale del marito “tu stasera, non stai proprio bene”.
“Hai ragione” disse l’uomo alzandosi da tavola “mi andrò a stendere un po’ sul letto.
La donna lo osservò attentamente salire le scale a chiocciola ed allontanarsi dalla cucina.
Anche i bambini rimasero in silenzio per un istante, ma fu solo un istante, il tempo che il babbo sparisse dalla stanza per riprendere subito a vociare e scherzare.
“Finite subito la minestra!” disse loro la madre.
Intanto, al piano di sopra, Moksha si sfilò la chiave dal collo e, guardingo, aprì il cassetto. Prese penna e foglio, poi si avvicinò alla finestra. Qui c’era una grossa pianta di fico. Gli alberi erano cresciuti fin davanti la loro camera da letto. Sua moglie avrebbe voluto tagliarli, ma lui aveva sempre rimandato quel gravoso compito ed aveva fatto bene. Quella notte Moksha usò i rami del fico per saltar giù dalla finestra e, senza destare sospetto, fece due passi in riva al mare. Con la penna ed il foglio stretti nelle mani si allontanò dal Faro, lì dove la bruma era più scura e fitta, lì dove la possente scogliera, ormai da anni, lo attendeva.
Qui iniziò a scrivere:

TATTO
Vivo in una piccola casa in riva al mare per sentire i granelli di sabbia quando cammino a piedi nudi. Un’ora dopo il tramonto: è il momento della giornata che preferisco, quando fendo l’aria al crepuscolo ed accarezzo i cavi metallici dei pescherecci prima che prendano il largo. L’oscurità si poggia sul palmo delle mie mani e la bruma sfiora la pelle.
E’ notte, passeggio sulla riva, un’onda fredda e pungente mi sfiora le caviglie lasciandomi un bicchiere dalla forma panciuta. Vetro fino e levigato per il giorno del mio compleanno.
Brindo con il mare quando la coppa cade su uno scoglio di pece spaccandosi in mille pezzi che, non vedono l’ora d’ingoiare la notte: il suo faro, le stelle, perfino la penna, ruvida e maldestra, che mi porto in tasca. Alla meglio cerco di rimettere insieme i frammenti e, riuscendoci, il bicchiere torna pieno, pieno di un rosso rubino e corposo.

GUSTO
Le parole sono per me come barrique bordolesi: le assaporo sotto la lingua, meglio se profumano di rovere e sono intense ed acri. Parole come vino questa notte: vino dentro, senza confini come mare, libero fluisce nel cuore sprigionando i suoi aromi.
L’ultimo goccio lo regalo sempre alle onde che, avide, si sbronzano in un Brunello di montalcino d’hoc: asciutto, fruttato. Me le lascio alle spalle le ubriache! Se la sapranno cavare? Sono attratto dalle stelle. Chiudo gli occhi ed assaporo l’Orsa maggiore melata come quercia; confetto, fine e vellutato Cassiopea; acidula Lyra che mi raschia la gola se rido; anice ed erica Orione, al retrogusto di eucalipto.
Mentre guardo il cielo tornano i pescherecci.
Che sapore hanno le barche di notte? Di sale, rosmarino ed olio d’oliva. Sanno di brace e triglie mentre i pescatori aprono le reti sulla sabbia. Gli scampi tentano la fuga, aragoste ed astici si fanno scudo con le conchiglie di Saint-Jacques mentre affondo la mano e sollevo un granchio. Ha il sapore del sale e, libero, si nasconde sotto le onde. Come lui anche io mi allontano, dirigendomi al vecchio Faro.

UDITO
Garrula la voce dei gabbiani di notte quando, sopra il vecchio Faro, fanno a gara per superare l’eco della sirena. Per fortuna dura poco, il tempo di un giro, forse due, intorno alla scogliera. Qui si frangono le onde, colpiscono come code di sirene: a ritmo, calme e piatte, finché il vento non si alza e sotto il suo mantello copre ogni cosa.
Tutto un concerto di suoni, lo dirigo con la penna che ticchetta sul mio piccolo foglio.
Di notte al mare è tutto un tic, un fruscio: tutt’altro che silenzio. Ascolto il “tam tam” degli sgombri mentre risalgono la corrente, il suono di nacchere che le code di gamberetti lungo la costa. Nell’acqua le onde sonore viaggiano cinque volte più rapide che nell’aria e, i suoi abitanti hanno tre modi fondamentali di produrle: compiere bruschi movimenti, sfregare o percuotere parti dure del corpo, contrarre i muscoli della vescica natatoria che funziona da cassa di risonanza. Io sono dentro di loro.
Suoni mi avvolgono dentro e fuori. Tenendo all’erta l’orecchio dell’anima, così ho imparato a distinguerli.

OLFATTO
Annuso le mie mani: sanno di cera che brucia in una candela. Annuso la mia penna: ha il profumo di tutti i miei sogni: di ciò che sono stato, di ciò che sono, di ciò che vorrei essere. Sono stato bianco come il latte delle mucche appena munto, sono legna bruciacchiata sotto i carboni il fine settimana, vorrei essere un gabbiano, garrulo e veloce, che sente con il becco l’odore del mare tutte le notti. Il sale entra nelle nari, vieni amico mio: riempi i miei polmoni, brucia i miei desideri e aiuta l’animo ad esalare insieme a te. L’odore della lavanda mi avvolge mentre seggo sulla scogliera, l’odore delle barche che, di nuovo lontane, torneranno solo all’alba con merluzzi e triglie. L’odore della pelle schiusa in un bacio, di una saetta su un albero, l’odore di bruciato attraverso il sangue ed il midollo, dei tuoi capelli, delle reti in cui stanotte, piccolo animo, io mi confondo. L’odore delle mie lacrime sulle guance, una dietro l’altra, per segnare tutte le emozioni che da sempre mi porto dentro.

Moksha pianse quella notte, tutta la notte. Finché spuntò l’alba e l’aurora, addormentato sulla scogliera, lo sorprese.




VISTA
Hai mai visto amico mio qualcosa di così meraviglioso? Come descriverti quello che vedo ora?. Vorrei che anche tu lo immaginassi. Proverò con le mie parole:
…vivo in una piccola casa in riva al mare e nelle chiare albe d’estate, come questa, per un breve lasso di tempo dopo l’oro e l’arancio, dopo che la notte si è struccata per lasciarsi ammirare da un povero scrittore, la mia penna scorre lieve sul foglio e trattiene una scia di luce che, altrove, non potresti mai scorgere. In quel preciso istante i miei occhi diventano fosforescenti di un blu pallido ed io, a piedi nudi, cammino sulla spiaggia. Ecco che il mare mi lascia per caso un bicchiere dalla forma panciuta. Io lo raccolgo e penso che è strano: proprio il giorno del mio compleanno, pare proprio che il mare voglia brindare con me. Lo porto alle labbra e mi accorgo che dentro c’è una piccola conchiglia, colore peltro, leggermente viola, spruzzata di sabbia iridescente. La prendo in mano, di lontano, le imbarcazioni spengono, ora, le luci.

Accadde così che Dio donò a Moksha il sesto senso: l’immaginazione, affinché catturasse schegge impazzite di vita. Se guardi bene si sono conficcate pure nelle tue mani, nelle mani di uomini e donne, in mezzo ai quali, l’angelo guardanuvole di Dio aveva scelto di vivere.

© Elisabetta Manfucci



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