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Mille volti senza volto
di Ksenja Xabaras
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MILLE VOLTI SENZA VOLTO di Ksenja xabaras
ksenjasun@yahoo.it

La Genova che conosco è quella dai mille volti senza volto. Quella dei perché senza risposta, delle risposte senza perché. La città dei visi illuminati, dei mercanti di spezie, del porto, dei portuali, delle mani sporche, callose, che sanno di tabacco, che toccano in profondità le bocche aperte di giovani donne dal cuore spezzato. La città delle bocche che bevono latte, senza un padre in grado di consolare il pianto. Questa è la mia città, il suo ricordo persiste dentro ai miei pensieri. Genova, quella che conosco, quella che non conosco; è tutte quelle strade che mi hanno visto ondeggiare ubriaca, che mi hanno visto cadere e poi rialzare. Ci sono pietre su cui ho sbattuto la faccia, senza versare una goccia di sangue, dove ho sboccato piegata in due, sulle ginocchia deboli, con i capelli incrostati di vomito e spezie.
Le strade sono tutto e niente allo stesso modo in cui io, sono tutto e niente. Il primo ricordo risale alle strade strafatte di odori, incenso e spezie dai mille sensi, voci locali, dialetti, voci straniere che percuotono tutto questo pezzo di cielo, che sembra sospeso sopra le dita di mille mani, teso solo da un soffio, un pezzo di cielo pronto a cadere, a rovesciare l’ordine delle cose. La strada è la puttana più bella del mondo, ogni sera percorre la sua passerella, protagonista della notte, filtrata tra le voci, negli ultimi passi prima dell’alba, tagliuzzata da un groviglio di lame, da spiragli di luce, dove una carezza è allo stesso tempo uno schiaffo, una parola che andrà a conficcarsi in mezzo alle costole, per scarnificare e sfilacciare la carne del cuore.
Il caos è tutto quello che porto in dono, perché altro non c’è nelle mie tasche. Sono tasche bucate con pochi spiccioli, tasche ripiene di desolazione. La mia solitudine, la tua solitudine che sfiora una parola non detta, una parola sussurrata, leccata senza coscienza.
Genova, dove uomini raccolti ai bordi delle strade richiamano l’attenzione, chiedendo qualche sporca moneta, da infilare in altrettante sporche mani. Mani che lucidano sotto gli occhi impolverati piccole monete che risuonano dentro ai pugni, come piccoli strumenti di tortura, non ci sono abbastanza monete per riempire le mani, sempre troppo vuote, non ci saranno mai abbastanza monete. Gli occhi degli uomini si rispecchiano costantemente attraverso l’indifferenza di tutto questo mare, che stravolge anche l’uomo meno sensibile, che rende assuefatti delle piccole cose, che nasconde tutto quello che varrebbe la pena di amare. Gli occhi sono quasi chiusi, la notte è passata senza lasciare nessuna traccia nei ricordi, come quelle notti che sono venute dopo, e ancora dopo. Il mare sfrutta la forza costante della perdizione, del ricordo che svanisce lentamente dopo una sbornia, attraverso quest’acqua con le scarpe inzuppate, senza capire il mondo per quello che è. La città rende libero l’uomo schiavo, e rende schiavo l’uomo libero. Il sogno della città, rimanere immutata nel tempo, crescere attraverso tempi assimilati nella giusta misura, senza fretta, la vita ha il suo tempo, ogni frutto verrà colto alla giusta maturazione. Ogni piccolo particolare sarà cresciuto nel tepore, tenuto al caldo nell’attesa di un uomo, di una donna che lo saprà cogliere, che lo farà vivere nel ricordo, quando il giorno più lungo non basta per sopravvivere.
Genova mondo sommerso, dai mille volti senza volto. Acqua che ingorga i sorrisi, che vomitano acqua, bocche senza respiro, occhi senza occhi, bocche sdentate, terra incolta. Genova, figlia, madre di una città primitiva, strade aggrovigliate, pensieri che si contorcono sfuggendo al destino predefinito. Uomo della città, uomo delle strade. Perdita di coscienza, vicoli a perdersi, un equilibrio a perdere. Ti osservo dal mio canale di scolo, dove sembra possibile gettarsi senza sentire dolore, dove è possibile perdere la sostanza, il nome, il numero di riconoscimento. Luogo, gabbia, non luogo, coscienza, coercizione, isolamento, nulla, un bicchiere mezzo pieno, realtà condivisa, isolamento. La città che conosco è dentro al mio cuore, viva pulsante, pronta ad esplodere, ad emettere gemiti di terrore. La città che non conosco è li fuori, belva affamata, in attesa, sempre in attesa, rapace pronto a ghermire la pazienza, per nutrire i propri figli, per saziarli con l’ultimo boccone.
Volti senza volto in successione.
Volti senza volto in cerca di un’identità. Volti senza volto che circondano e nutrono le strade più affamate. Il buio sembra scendere più lentamente di ogni cosa, stende un velo gommoso sopra le teste risucchiate nel nulla, affogate in bicchieri di birra.
Un nuovo bicchiere da ingoiare velocemente, alla salute di questa città che non conosce il mio nome, che non ha sentito stringere le mie mani intorno alla sua gola. Passando le dita velocemente sul suo collo, l’ho sentita respirare, sussultare, ho annusato il suo desiderio per me, amante della città, delle luci notturne, della velocità, del vento freddo che ghiaccia le lacrime più calde, incrostando gli occhi fino alla prossima fermata. Fessure di osservazione, uomini seduti, voci di donne, profumi famigliari. Questa Genova che ho nel cuore, non mi ha amato abbastanza, attraverso le sue grida, mi sono infilata ancora più dentro le sue braccia, fino a sentire il sangue scorrere dentro la mia bocca, per sentirla assaggiare la mia lingua, levigare i miei denti con precisa diligenza, denti insanguinati, occhi pestati con tutta la forza che c’era. Si, mi sono infilata lentamente tra le sue braccia, in cerca di un po’ di calore, di una mezza parola scartata, del rifiuto dell’uomo, per comprendere il disagio del cuore, per non avere più paura, per non perdere l’orientamento, per non barcollare senza senso.
Lungo le strade posso abbandonarmi senza domande e risposte, senza curarmi di quei mille volti senza volto, che si stendono sulle strade, che si affiancano pretendendo il perché, un qualsiasi perché, per poter giustificare la non-consapevolezza, senza cedere il passo. Sono mille volti senza volto che percorrono lo stesso pezzo di strada nel verso opposto al mio, con forza uguale e contraria, nessuna paura brilla nei loro occhi.
Il giorno segue la notte senza sostegno. Gli occhi senza volto, sono riflessi sulle mani inchiodate ad un’asse di legno, nessun bisogno verrà soddisfatto, sangue sprecato, sangue versato inevitabilmente, succhiato avidamente da giovani bocche bisognose d’amore, sorseggiato alla salute del nuovo abbandono. La mia delusione è radicata in profondità tra le barche ancorate al porto, nel profumo dei vicoli invecchiati con costanza, ogni cosa ha il suo tempo, nell’incenso che brucia e ricopre questa vita, avvolgendomi, rendendomi schiava di questo profumo che dilania il cuore, che ama, che odia, che fa perdere l’orientamento, che mi fa addormentare all’ombra della sua luce.
Genova città illuminata da impercettibili luci, semi nascoste: sono luci infiltrate, incastonante negli occhi degli uomini perduti, dimenticati. Città dormitorio: un lungo sonno estenuante avvolge ogni piccolo dettaglio, che andrà perduto, divorato dal nulla dormiente. Giovani menti in abbandono, lungo i bordi delle strade, sporcate dai passi di mille uomini senza volto, menti pulsanti sulla pietra fredda, sconvolta, in una mattina gelida a Genova, sorseggiando con gli occhi il profumo di questo mare, che può farti dimenticare il perché tu sia li in quel momento, perché il cuore pulsa così forte, perché le lacrime tardano ad arrivare. Genova città del rifiuto, che abbandona i propri figli nella discarica vicino al cimitero, luogo senza raccolta differenziata, che non prende in considerazione le debolezze del cuore.
Genova, gatti randagi, flaccidi nella loro magrezza, donne rugose che tintinnano cibo per gatti tra le mani, come splendide regine di un mondo quasi sommerso, che escono di casa in vestaglia, un paio di ciabatte ai piedi. Genova città delle puttane agli angoli delle strade, dei supermercati, dei vespasiani che impestano le vie, che ricordano tempi lontani che non ho mai conosciuto. Genova ex-città distrutta dalla guerra. Genova città del medioevo, dei caruggi, dei palazzi antichi, della nobile ricchezza, città dei poveri, dei bambini perduti, annegata nel suo stesso mare, acqua e amore suicida nel bicchiere, del profumo desolante. Il mare, acqua che fa pensare, che mi fa gettare ogni giorno nelle sue acque sporche. Città, discarica, resti umani, residui del pasto cannibale, delle torri prigione, casa del boia, sangue versato e bevuto dentro a bicchieri di legno, serviti su vassoi lucenti, rubati. Madre amorevole che attende i suoi figli sulla porta di casa, nessun dono tra le mani.
Genova città aperta, braccia aperte, figli annegati nelle sue acque, corpi galleggianti, occhi aperti rivolti verso il cielo, per vedere l’ultima scintilla di amore bruciare dentro alla bocca, per soffocare il respiro, per inghiottire altra acqua, per smettere di vomitare sangue su questa terra debole, inutili parole, voci inascoltabili, che dimenticheranno. Nessuno saprà della mia sofferenza, nessun correggerà la propria strada, prenderà coscienza, o quello che volete, la domanda non avrà risposta, la risposta non sarà ascoltata. Rimarrà li, rinchiusa, dimenticata, nell’angolo più nero e abbandonato della città nascosto tra i rifiuti, in attesa dell’ultima consegna bagnata dalla notte. Genova.



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