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Adesso sanno e sanno anche attendere
di Roberto Lacchè
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Non si può fuggire dai propri demoni: ti rincorrono e ti riprendono sempre, inattesi e sorprendenti, anche quando sembra che hai finalmente trovato la pace e la serenità interiore.
E dilaniano peggio di prima.
Ero convinto d’averli seminati, i miei demoni, nascosto da quattro giorni in una stanzetta sordida di un motel di frontiera.
Avevo una scorta di lattine di birra, una stecca di sigarette e qualche genere alimentare per la sopravvivenza secondaria.
Ascoltavo i rumori del traffico della statale, sdraiato sopra un letto sfiancato come un’amaca, fumando, bevendo, con i nervi tesi a captare segnali che solo io potevo percepire.
La portoricana con l’aspirapolvere, quella del servizio in camera, con i capelli come uno zerbino di cocco, si teneva lontana dalla mia stanza, dopo un primo tentativo d’intrusione castrato con qualche bestemmia cavernosa.
S’era segnata, pia, roteando gli occhi da serva scema di ‘Via col vento’, e da quel momento cominciò a ciabattare nei pressi della mia porta in punta di piedi come per un saggio di danza.
Il padrone del motel, un uomo di mondo, già saldato per due settimane riguardo la camera, sapeva stare al suo posto, in portineria.
Io ero solo, dunque, e speravo che non mi riacciuffassero...


Non aiutano, di notte, se si è inquieti, le luci intermittenti dei neon dell’insegna di un motel: avessi avuto una pistola, o anche solo una fionda, avrei risolto il problema in maniera drastica.
Ero, invece, sciabolato da schizzi violetti, poi arancio, poi ancora verdini, con una pausa nera per lo scoppio di un neon probabilmente celeste.
Una mia verità discutibile: alle due e mezza anche gli autisti più nottambuli si fermano, in genere, per un sonnellino.
Assaporavo, quindi, solo fumo e silenzio.
Cigolò all’improvviso un’anta dell’armadio.
Mi dissi, arreso e stanco, che forse il mio scheletro d’armadio era di nuovo alle mie costole.
Distinsi la sagoma di una donna scarmigliata tra i lampi colorati dell’insegna di fuori.
Lei.
Aveva un aspetto maggiormente spettrale, in riverberi d’arancio e verdino, e macchie scure su una pelle disfatta e diafana, ulcerata profondamente, ributtante al solo vedere, con occhiaie profondamente infossate e uno sguardo mesto e severo, liquido.
Inutile l’agitarsi, per me: non era più una sorpresa da qualche tempo.
Stavolta, però, m’apparve con un’espressione maggiormente determinata.

“Non potrai mai sfuggire ai tuoi rimorsi, Al.
Gli scheletri degli armadi conoscono le ante di tutti gli armadi del mondo e viaggiano velocemente in equilibrio sull’onda dei ricordi di chi cerca il dimenticare…”

La figura rantolava un qualcosa che voleva essere un risolino malinconico.
Mi preparai per il ripasso: sfibrante e doloroso.
La donna ricominciò a parlare con voce dimessa e roca.

“Riesci a vederle queste macchie scure nella penombra, Al?
Lo sai che cosa sono, vero?
Lividi, e ferite coagulate.
Sono anche gli urti contro la porta della cantina, dove mi seppellisti viva: ricordi?
E’ stato terribile. Perché lo hai fatto?
Avresti potuto abbandonarmi lasciandomi un messaggio, una lettera: avrei compreso.
Avrei sofferto, ma avrei rispettato la tua decisione e me ne sarei fatta una ragione giustificandoti.
Invece mi hai causato una sofferenza indicibile e una morte orrenda.
Cerchi di dimenticare alla periferia del mondo, ma non riesci, vero, Al?
In effetti, è impossibile: è stata una fine troppo crudele…”

Inutile controbattere: era un copione già vissuto.
E poi non avevo attenuanti: ero stato davvero un bastardo.

“Stavolta sarà diverso, Al…
Sono stanca di correrti dietro per cercare di smuovere un briciolo di rimorso dal tuo cuore di ruggine.
Stavolta capirai.
Definitivamente.
Hai commesso una leggerezza, nel tuo liberarti di me in maniera così crudele, lo sai?
Li hai educati a odori e sapori.
Hanno apprezzato.
Adesso sanno, e sanno anche attendere, come hanno pazientato con me, per giorni e notti, stringendomi in un angolo buio di quella cantina, curiosi, senza sapere ancora nulla.
Da stanotte conoscerai la verità sul come sono stata e forse il tuo cuore sarà scalfito da una stilettata di pietà.
Adesso vado, Al…
Tanto ci rivedremo tra poco tempo…”

Si ritrasse impalpabile nell’armadio lasciandomi nuovamente solo con le luci intermittenti, tra il fumo e l’odore leggerissimo della birra, di quando intiepidisce.
Cercai di pensare ad altro.
Mi aveva ripreso. Mi avrebbe ripreso ancora. Per sempre.
Forse no.
Stavolta aveva parlato di capolinea.
Non sapevo se esserne contento o maggiormente inquieto...


Tutto ebbe inizio, poco dopo, con un rumore di cracker spezzato, quasi impercettibile, nella danza tra buio e luci da luna park dentro la camera, attraverso la tapparella.
Non diedi molta importanza al rumore.
Lo scricchiolio, tuttavia, si ripeté: un biscotto, una galletta sbriciolata, stavolta accompagnato da un leggerissimo fruscio e dal cigolio dell’anta dell’armadio che si schiudeva.
Mi rizzai a sedere sul letto e diedi un tiro alla sigaretta, ma forse più una poppata disperata ad un capezzolo.
Premetti più volte l’interruttore della lampada sul comodino, ma la stanza in quel momento era senza corrente elettrica.
Fuori, invece, l’arancio, il verdino e il violetto, con la pausa del celeste scoppiato, saltellavano una macumba contro l’anta lucida dell’armadio.
Mi parve di intravedere qualcosa di luccicante che si muoveva.
Il rumore dei crackers frantumati ora era continuo e stava tramutandosi in un rumore di pop corn frugati da una mano febbrile dentro un bicchierone di cartone al cinema.
Il fruscio era aumentato in un brulichio, in una spiacevole sensazione di creature in movimento.
Premetti più volte l’interruttore della luce, nel panico.
La lampadina all’improvviso s’accese, fioca, ma impietosa e raggelante.
Il pavimento era cosparso di scarafaggi lucidi e frenetici.
Uscivano a frotte dall’armadio, come se all’interno ci fosse stato un disinfestatore con un badile che li scaricava fuori.
Stavano invadendo l’intera stanza occupando ogni spazio tutto intorno al letto.
Rimasi senza fiato, inorridito da una visione così schifosa.
Mi resi conto che l’impatto visivo era frastornante, che gli scarafaggi sono repellenti, sì, ma anche sostanzialmente innocui, e però fui richiamato ad una vigile attenzione dalle ultime parole di lei – adesso sanno, e sanno anche attendere -.
Continuavano ad uscire dall’armadio, vomitati a plotoni, stratificandosi intorno a me in un tappeto lucido e zampettante che cresceva e s’alzava verso le sponde del letto.
Il ripiano del comodino era già invaso da uno strato uniforme nerastro che sembrava fissarmi.
Distinguevo antenne rivolte verso di me.
Mi stavano guardando.
Mi stavano aspettando.
Attendevano la mia morte per inedia, per paura, per un infarto.
Per poi assaggiarmi nella memoria degli odori e dei sapori che ricordavano di lei.
Inutile agitarmi: sarebbe stata una fine inevitabile a meno di non uscire dalla stanza.
Ma erano troppi, schifosi ed elettrici, e non avevo il coraggio di scavalcarli pestandone qualche centinaio con quel rumore che raschia la spina dorsale.
Il livello degli scarafaggi cresceva in una promiscuità di zampe, antenne, corpi umidi e luccicanti alla luce fioca della lampadina, semicoperta sempre da loro, in una girandola di colori esterni, ora infernali da sopportare.
La notte scivolò estenuante in sgocciolio di sudore e pensieri, e con la prima luce dell’alba sperai in un miracolo e nel ritorno alla normalità fuori d’ogni incubo.
Cessarono soltanto le luci dell’insegna del motel che si spense.
Crebbe ancora, invece, il livello degli insetti.
La stanza era invasa fino all’altezza del materasso e l’anta dell’armadio era ormai quasi del tutto aperta sotto la spinta di una miriade di altri scarafaggi.
Mi sentivo naufrago su un’isola deserta, circondato da una marea bruna che sciabordava lungo le sponde del letto con un curioso rumore di sfregamento, in paziente attesa.
Cominciai ad urlare, a pregare, a bestemmiare, a chiamarla per porre fine al tormento dell’attesa, ma il ruggito di un aspirapolvere coprì le mie invocazioni d’aiuto e il padrone del motel era davvero uomo di mondo per scomodarsi a curiosare.
Allora piansi.
Come un bambino.
Piansi per me, per la paura di morire divorato dagli scarafaggi, e non fu, dunque, un pianto di liberazione e redenzione.
Il brulicare di milioni di zampette continuò a graffiare il cervello già tagliuzzato dai continui sbriciolamenti di biscotti e gallette.
Ero senza fumo, senza birra.
Perdetti la cognizione del tempo, con altre girandole di colori intermittenti, con altro muoversi ipnotico d’antenne sempre più lunghe e di zampette sempre più intraprendenti.
Vigilanza, vigilanza, resistere… Svegli…
Ma le palpebre diventavano sempre più pesanti.
E il mare di scarafaggi s’increspava in onde nere brillanti scricchiolanti che inducevano all’arrendersi e all’abbandonarsi in sfinimento.
Mi osservavano, zampettando vicini, e attendevano la mia morte.
Non avrei potuto resistere all’infinito.
Sopraffatto dalla stanchezza e dalla tensione, dopo tempo estenuante, finalmente chiusi gli occhi…


Sto bene, adesso, in questa stanza bianca.
Il bianco rasserena e sbiadisce ricordi allucinanti e sensazioni dolorose.
Sono tranquillo, intontito da qualcosa che m’inebetisce, ma solido di una pesantezza sfinita che mi tranquillizza.
La stanza è imbottita fino al soffitto altissimo ed è illuminata a giorno da una luce calda e uniforme.
E non ha armadi…
Sono finalmente sereno: forse ho pagato…
M’inquieta soltanto, a volte, un lieve sfregare sotto il pavimento imbottito...
Ma cerco di scacciare, a fatica, pensieri…

© Roberto Lacchè



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