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Addio Regina
di Alice Bresciani
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La Marae è gremita di gente, che al freddo aspetta in silenzio l’inizio della cerimonia. Gli occhi lucidi sono puntati sui capi delle tribù, sui leader spirituali e politici a cui passa ora il difficile compito di guidare il popolo. Ad un tratto uno dei capi più anziani si alza e comincia ad intonare una cantilena, un lamento triste e dolce. Le persone attorno abbassano la testa, chiudono gli occhi e nel freddo di quel 18 agosto mattina piangono la loro regina. Mi guardo intorno, stanca dopo una notte passata in viaggio e con solo un’ora di sonno e mi sento ipnotizzata dal suono di una lingua mai sentita prima, mai neanche immaginata. É musicale, con la “r” arrotolata come la nostra, le stesse vocali, ma nessuna radice in comune. Mi sento coinvolta e rapita dall’emozione generale, dai gesti e dai vestiti tradizionali, dai tatuaggi sul viso e sul corpo che raccontano l’intera storia delle persone che li portano. Tra loro si stringono le mani, poi chiudono gli occhi e premono leggermente naso contro naso per qualche secondo. In questo modo si riconoscono parte di un mondo all’interno di un altro più grande. Se penso che sono capitata qui per caso, testimone di un evento unico a cui pochi estranei, pochi pakeha hanno potuto accedere, non mi sembra vero.
Da poco più di una settimana ho lasciato l’Italia e sono approdata in Nuova Zelanda dove passerò viaggiando i prossimi due mesi. Per i Maori, pakeha designa chi non fa parte del loro mondo, europeo, asiatico o neozelandese che sia e oggi ai funerali di Te Arkinui Dame Te Atairangikaahu, la regina maori che ha rappresentato il suo popolo davanti al mondo per 40 anni, ci sono solo pochi pakhia. Per un fortuito caso io sono tra loro. Mi sono trovata catapultata qui, fuori da ogni tempo e spazio da Bart, un mio amico neozelandese, studioso di lingua maori e a sua volta amico di alcuni esponenti della Comunità. Il giorno dopo la morte della regina, Bart è piombato al mio ostello a Wellington e mi ha detto: “Prepara lo zaino, che andiamo a nord. Porta qualcosa di nero. Ti spiego tutto in macchina”. In meno di mezz’ora eravamo in viaggio mentre la sera scendeva sul porto della capitale neozelandese. Con mio grande stupore scopro che sto per partecipare ad una cerimonia funebre molto particolare: l’ultimo saluto alla Regina maori.
I funerali andranno avanti per sette giorni ma i primi due sono a cerimonia chiusa e avvengono nella Turangawaewae Marae, la casa di ospitalità maori principale, che si trova nel villaggio di Ngarwawahia, a 100 km da Auckland. Il feretro è esposto al centro , ma è la Comunità in sé con il suo ricordo e il suo pianto a rappresentare il luogo simbolico del lutto. Al settimo giorno la bara della regina viene portata fino al fiume Waikato, caricata su una waka, piroga tradizionale maori e lasciata scivolare sull’acqua fino al luogo di sepoltura tradizionale, il monte Tapiri. Un ultimo saluto ad una donna forte, intelligente, amata e stimata sia dai maori che dai pakeha, i discendenti degli immigranti inglesi e co-abitanti di questo Paese fiabesco.
Osservo chi e che cosa mi circonda. All’interno di questo tempio regale ci sono totem che ripercorrono la spiritualità e la storia del popolo di origine polinesiana che per prima sbarcò in Nuova Zelanda in Aotearoa, la “lunga nuvola bianca”.
All’interno della Marae viene offerto cibo ed ospitalità per la notte ai visitatori e ai pellegrini. Le persone che siedono al tavolo con me parlano alternando inglese alla lingua maori; il clima all’interno è allegro, ma quando si esce al freddo per assistere alla cerimonia un velo di silenzio cala sulla comunità. I capi tribù parlano a turno, alcuni brandiscono un bastone e lo agitano mentre cantano. I più vecchi sembrano stregoni, con la barba lunga ed occhi magnetici. Nel tragitto dell’andata ho continuato a chiedere a Bart come avrei dovuto comportarmi e come si sarebbe svolta la cerimonia per evitare di offendere in qualsiasi modo una cultura a me totalmente sconosciuta. “Non lo so, un tale evento non capita tutti i giorni”, mi rispondeva secco ogni volta. La monarchia della regina Te Arkinui Dame, sesta in ordine di successione a partire dal 1858, è infatti quella più longeva nella storia maori.
Dopo i capi è la volta delle danze e dell’haka, la danza guerriera tradizionale. Mi sembra strano vivere tutto realmente; è già bizzarro realizzare che sono dall’altra parte del mondo, lontano da casa, dal mio paese e dal mio continente. Ritrovarmi partecipante ed osservatore di un mondo antico risulta quasi impossibile.
La regina portava avanti da sempre e con passione una missione ben precisa: conservare la lingua maori e continuare a tramandarla. Questo è un compito difficile nella società neozelandese, emblema di un intricato melting pot. A fianco delle due popolazioni nazionali, quella maori e quella di origine anglosassone vivono altre etnie in costante aumento: cinesi, giapponesi, indiani, malesi. Questi gruppi immigrati puntano a promuovere un processo di integrazione e riconoscimento culturale in Nuova Zelanda. Tra tante lingue che di solito si sentono per le strade di Wellington o di Auckland, quella maori è poco udibile, sormontata dalle altre. Per la prima volta ora riesco a sentirla in tutte le sue sfumature, carica della cultura originaria fatta di simboli ancestrali e in stretto contatto con la terra in quanto culla vitale. In questo momento esiste solo questa lingua, cantata, sospirata e resa viva da tutta la comunità.
Un po’ mi sento come se profanassi un luogo sacro a cui solo pochi sacerdoti possono accedere. La mia fisionomia europea contrasta in mezzo a quella così particolare maori. Impossibile passare inosservati. Eppure le persone intorno mi sorridono, mi offrono ospitalità per la notte, mi danno da mangiare. Senza farmi domande, senza chiedermi cosa ci faccia qui, così curiosa ed impacciata nello stesso tempo.
Al primogenito della regina, Toherita Paki, spetta ora il difficile compito di successione. La comunità se lo chiede: “E adesso ?”. Sarà il figlio un degno leader spirituale come lo era sua madre?. Lei, erede di una monarchia costituzionale, rappresentava il primo cittadino, una specie di stella polare per il suo popolo.
Dopo la cerimonia, osservo attentamente la sua foto sul “The New Zealand Herald”: una donna con un sorriso intenso ed ammaliante. Penso all’evento a cui ho appena assistito, ai visi commossi, agli occhi chiusi e alla fratellanza, alle nenie di addio e agli sguardi rivolti ai capi tribù. Bart ed io ripartiamo per Wellington stanchi ed infreddoliti.
Per l’ultima volta, Kia ora regina, addio.

© Alice Bresciani



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