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Fuori di città
di Fabio Calabrese
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Quella mattina l’umore di Mario era davvero pessimo: aveva dormito male, si era alzato tardi ed aveva fatto dieci minuti di attesa al terminale della metropolitana pneumatica dopo essersi perso appena per un soffio il convoglio in partenza, ed era arrivato al lavoro in ritardo. Si affrettò fino ai gradini di accesso dell’edificio grigiastro che ospitava la sede regionale del Ministero per la Programmazione Ambientale, e dovette giocoforza rallentare il passo: non era bene che colleghi e subordinati lo vedessero affrettarsi come un ragazzino che si è fatto venire la voglia di arrivare puntuale a scuola soltanto negli ultimi cinque minuti di tragitto.
Guardando dritto davanti a sé, con la testa leggermente bassa in modo da non incontrare lo sguardo dei colleghi che erano già seduti ai loro posti, raggiunse la porta del suo ufficio e diede uno sguardo all’orologio a muro sulla parete: le otto e un quarto. Per fortuna, il Programmatore Capo era in ferie, e il Direttore della Sottocommissione non doveva ancora aver terminato il giro dell’altra ala del palazzo, altrimenti una bella lavata di capo non gliela avrebbe tolta nessuno.
Si sedette alla consolle e si accese una quasigaretta di sintotabacco per togliersi dalla bocca il gusto schifoso del similcaffè riscaldato che lo accompagnava da quasi mezz’ora.
Era strano, si sorprese a pensare, Ernestina comprava il similcaffè, il latte, i croissant delle marche migliori, quelle che costavano un po’ di più, perché sapeva quanto lui ci tenesse alla colazione del mattino, che il più delle volte, a causa degli orari e dei turni di lavoro, era l’unico pasto che riuscivano a consumare assieme a casa; eppure gli veniva in mente quell’odore di latte tiepido, con quel che di pastoso, di così casalingo, che riempiva la cucina di sua madre al mattino, quando lui era piccolo. Ma già, a quei tempi il latte si mungeva ancora dalle mucche, e non veniva dalle colture idroponiche di soia. E il caffè, quello fatto con il caffè vero, importato dai tropici? E le brioches? Dio mio, non era certo vecchio, eppure ricordava il gusto della marmellata di albicocche, roba che a parlarne sembrava una cosa appartenente a secoli passati; oggi invece ci trovavi dentro una masserella di roba color marrone, gommosa e appiccicaticcia, e sapevi che era il gusto cioccolato solo perché era stampigliato così sulla confezione, e se poi ti prendevi la briga di andarti a leggere gli ingredienti indicati sul bordo dell’incarto in lettere microscopiche, scoprivi che a parte conservanti, coloranti, lecitina di soia, c’era l’uno per cento di burro di cacao.
Si sottrasse con un certo sforzo a quelle meditazioni culinarie e collegò il proprio terminale video; digitò un codice e ne ebbe in risposta una serie di dati che iniziarono a disporsi in file progressive dall’alto verso il basso sullo schermo del terminale.
Sembrava che tutto fosse in regola, ma non si poteva mai sapere. Il lavoro del Dipartimento Approvvigionamenti del Ministero per la Programmazione Ambientale era vitale per tutta la comunità, e in quella settimana in cui il Programmatore Capo era in ferie, se ci fosse stata qualche grana, sarebbe toccata a lui. Si concentrò sui dati degli approvvigionamenti: erano divisi in due bande, a sinistra la situazione stimata giornalmente sulla base del piano mensile, a destra la valutazione delle scorte e dei prelievi effettuati in tempo reale. Se la discrepanza per i generi contrassegnati come priorità avesse superato il dieci per cento, si sarebbero dovuti prendere provvedimenti, ma per ora ogni cosa sembrava regolare, contenuta entro i margini di fluttuazione previsti.
Si alzò in piedi con un gesto automatico mentre la porta dell’ufficio si apriva. Entrando l’aveva chiusa per non essere disturbato, ma la chiusura elettronica delle porte era programmata per essere aperta dal transit di funzionari di grado più elevato di quello dell’occupante dell’ufficio.
“Stia comodo, dottor Veraldi”, disse il Direttore della Sottocommissione, “E la prego, non mi faccia quell’aria da bambino che ha rubato la marmellata; più tardi mi presenterà le sue giustificazioni per il ritardo”.
Mario lo ricambiò con un formale “Si, signore” e con uno sguardo imbambolato. Quel tono da parte del Direttore, notoriamente un tipo pignolo con i dipendenti, era piuttosto insolito.
“Non è il caso di sprecare altro tempo per questa inezia”, proseguì il Direttore, “Ho un incarico piuttosto delicato che avevo in animo di affidare al nostro Programmatore Capo, ma poiché lui non è al momento disponibile, lei lo rimpiazzerà. So che è una persona di altrettanta fiducia e discrezione, dottor Veraldi. Passi nel mio ufficio fra un’ora. Per il momento, la lascio alle sue incombenze”.
Il Direttore uscì dalla stanza dopo aver aggiunto un breve saluto.
Per mezzo minuto, Mario continuò a fissare il monitor del terminale senza riuscire a prestare attenzione alle sequenze di cifre che scorrevano. Un incarico urgente, un incarico delicato…evidentemente un incarico confidenziale, poiché il Direttore non aveva ritenuto di comunicarglielo per le vie normali, c’era da guadagnarsi un avanzamento, chissà, forse avrebbe potuto permettersi…Ernestina sognava da tanto tempo un appartamento di tre stanze con il bagno dentro casa, magari addirittura in uno di quei quartieri residenziali dove l’acqua e la luce elettrica non venivano razionate. Mario sapeva di essere un funzionario capace e diligente e di aver raggiunto uno status abbastanza elevato nel Ministero della Programmazione Ambientale, una posizione considerata con invidia da molti, eppure, anche rifacendosi continuamente i conti in tasca e mettendo in programma i sacrifici più duri, quel sogno appariva impossibilmente lontano. Si riscosse, doveva perdere quella sua maledetta abitudine di girovagare con la mente tra sogni, ricordi e fantasie. Attese con crescente impazienza che fosse trascorsa mezz’ora, tre quarti d’ora, per avviarsi attraverso il dedalo di corridoi ed uffici del Ministero della Programmazione Ambientale ed arrivare all’ufficio del Direttore della Sottocommissione Approvvigionamenti senza troppo anticipo. Appena gli sembrò che fosse passato un lasso di tempo sufficiente, sgusciò fuori dall’ufficio con tanta foga da urtare una segretaria che passava in quel momento davanti alla sua porta.
“Dottor Veraldi!”, protestò la donna.
Mario la ignorò e si affrettò verso gli ascensori. Per arrivare all’ufficio del Direttore, doveva scendere fino all’atrio dell’edificio, che si trovava a - 50 (il suo ufficio era a - 14) e poi risalire con l’ascensore dell’altra ala quasi tutto il palazzo, fino a quattro piani dalla superficie.
Premette senza guardarli i bottoni della pulsantiera. Percorse quasi correndo il breve atrio a “pianterreno” (- 50) che divideva le due ali del palazzo, raggiunse gli ascensori dell’altra ala, entrò nella cabina e gettò un rapido sguardo alla pulsantiera, i cui numeri, disposti in una lunghissima fila, diminuivano di valore via via che lo sguardo si spostava verso l’alto, e questo, ricordò fuggevolmente, da ragazzo gli sarebbe certo sembrato una stranezza, eppure, Dio lo sapeva, aveva finito non solo per accettare quella disposizione come una cosa abituale, ma anche per comprendere che era perfettamente logica. Su in superficie, sotto la grande cupola di steelglass che divideva l’aria riciclata e disinfettata della città dall’atmosfera velenosa e dal catramoso e irrespirabile manto di smog della pianura Padana, lo spazio era scarso e troppo prezioso per adibirlo ad altro che ai quartieri residenziali. Tutto il resto: fabbriche, uffici, servizi, colture idroponiche, doveva, per forza di cose, essere schiaffato nel sottosuolo.
I conservazionisti locali (strana gente quei conservazionisti, Mario non aveva mai capito bene cosa volessero) avevano sostenuto un’accanita battaglia perché dell’antico centro storico di Milano, almeno piazza del Duomo, con quell’antica, orrenda mostruosità di guglie di pietra che si slanciavano verso il cielo come i denti di un animale selvaggio, non venisse smantellata, ma dieci milioni di persone avevano bisogno di spazio: c’erano già Venezia e Firenze.
L’ufficio del Direttore della Sottocommissione Approvvigionamenti occupava l’intero piano - 4. Mario si trovò, appena aperte le porte dell’ascensore, davanti ad un usciere, non gli rivolse la parola, ma, con un gesto da tempo abituale, si limitò ad indicargli il cartellino che portava sul risvolto della giacca. L’altro, altrettanto silenzioso, gli fece cenno di passare con un gesto vagamente ossequiente.
Percorse in fretta la sala d’attesa senza degnare di un’occhiata né la “vera moquette” che andava calpestando, né le grandi poltrone rivestite di “autentico skay”, né i quadri alle pareti, “dipinti originali di autentici trans-avanguardisti neo-informali del XX secolo”, per raggiungere l’anticamera dell’ufficio vero e proprio, il sancta sanctorum del Direttore, dove la segretaria personale del capo, la signorina Lanieri stava battendo qualcosa su di una preistorica Olivetti lettera 32. (I maligni dicevano che il capo aveva conservato un simile pezzo da museo al posto delle macchine elettroniche perché aveva paura che qualcuno dei sempre più frequenti black out potesse privarlo del piacere di dettare circolari ed ordini di servizio proprio in un momento in cui era in preda all’estasi creativa).
La signorina Lanieri era una donna attempata dall’espressione arcigna e dai lineamenti angolosi, il cui viso corrucciato appariva ancora più incongruo sbucando al disopra di un collettino di trine dal disegno elaborato che coronava una camicetta dall’assurdo colore rosa confetto.
“Signor Veraldi!”, disse brusca.
“Si?”
“Il direttore ha dovuto assentarsi un attimo, viene subito. Si accomodi pure dentro”.
Mario entrò nello studio e si sedette su di una delle poltrone che fronteggiavano la monumentale scrivania. Dietro di essa, alle spalle della poltrona dirigenziale, una specie di trono dallo schienale alto e i braccioli massicci, c’era una carta geografica dell’Italia a tutta parete. Dei grandi cerchi rossi indicavano le megalopoli a cupola di Roma, Milano, Torino, Napoli, Palermo; dei cerchietti più piccoli indicavano le città di Venezia e Firenze che, nonostante la scarsa convenienza a creare città a cupola di dimensioni così ridotte, si erano volute preservare per ragioni che di solito si definivano storiche, archeologiche, artistiche, culturali, ma che in realtà si riducevano a una sola: il turismo e il flusso di valuta straniera. Un cerchio di dimensioni intermedie indicava la città di Bologna. Delle linee gialle e dei tratteggi rossi indicavano rispettivamente le linee sotterranee della ferrovia pneumatica ed i percorsi aerei che collegavano le città , ma non c’era molto traffico fra l’una e l’altra. Vicino a Venezia, un quadrato giallo indicava l’area di Mestre- Porto Marghera, dove avevano sede gli impianti tecnologici ed i laboratori scientifici degli studiosi e dei tecnici che cercavano di preservare le rovine della città dogale dallo sprofondare nelle acque limacciose e avvelenate dell’Adriatico e di porre rimedio al deterioramento progressivo che la trasformazione di Venezia in città a cupola non era riuscita ad arrestare del tutto. Un tratteggio grigio indicava le zone inabitabili, cioè la quasi totalità della penisola.
La popolazione doveva essere tenuta sotto uno stretto controllo che quasi dappertutto riusciva rigoroso. Roma, Milano, Torino e Palermo avevano dieci milioni di abitanti ciascuna. Napoli, con una cupola un po’ più grande delle altre, avrebbe dovuto accoglierne quindici, ma si sapeva che c’erano oltre cinque milioni di “abusivi”, e Mario stentava a raffigurarsi cosa dovesse essere la vita in quel formicaio umano in cui lo spazio, l’aria, i rifornimenti di cibo, di acqua, di energia, erano in pratica dimezzati rispetto al fabbisogno standard delle altre città.
Bologna aveva solo cinque milioni di abitanti, ed addirittura solo centomila “operatori turistici”, comprese le famiglie vivevano a Firenze ridotta al solo centro storico, de altrettanti a Venezia, anche se l’“area di servizio” di Mestre era popolata da trecentomila persone. Altri centomila scarsi erano i cosiddetti “extracittadini”, addetti alle colture idroponiche sotterranee fuori dalle aree urbane, alla ferrovia pneumatica od alle stazioni di rilevamento in superficie, che vivevano in mini-cupole all’aperto. Complessivamente, si poteva stabilire a colpo d’occhio che la popolazione italiana ammontava a un po’ più di sessantacinque milioni di persone, ed il Ministero della Programmazione Ambientale doveva pensare a nutrire ed a smaltire i rifiuti di tutti.
La voce del Direttore della Sottocommissione, che era entrato in quel momento, lo riscosse dalle sue riflessioni.
“Bene, dottor Veraldi, vedo che è già qui. Non ho molto tempo, e non ne farò perdere a lei più del necessario”.
Si avvicinò alla scrivania ed abbassò la levetta dell’interfono.
“Signorina Lanieri”, disse, “Non desidero essere disturbato. Non faccia passare nessuno per il prossimo quarto d’ora”.
Si avvicinò alla parete e scostò un quadro, rivelando una piccola cassaforte.
“Veraldi”, aggiunse, “Le dispiace voltarsi verso la porta d’ingresso? Non sarebbe opportuno che lei mi osservasse mentre digito la combinazione”.
Mario si girò.
“Bene, Veraldi, torni pure a guardare”.
Il direttore teneva ora in mano un oggetto di colore nero lucido, di forma approssimativamente cubica, di una quindicina di centimetri di lato.
“Ecco, Veraldi”, disse, “Questo deve arrivare a Roma il più presto possibile, e preferisco che sia una persona fidata a portarlo. Il Programmatore Capo mi ha fatto altre volte di questi favori. Questo l’ha aiutato nella carriera, e stia sicuro che sarò riconoscente anche a lei”.
“Va bene, signor direttore”, rispose Mario, “Un salto a casa, avviso mia moglie, prendo due cose, e sono subito alla stazione del treno pneumatico”.
Il suo superiore lo guardò con aria di disapprovazione.
“Le ho detto “il più presto possibile”, aggiunse, “Non “con tutta calma”. Questo deve essere a Roma in mattinata. Lei non andrà al treno pneumatico, ma alla piattaforma del rocketaxi. Qui c’è il suo biglietto, servizio di Stato, naturalmente, e la sua prenotazione. Con il rocketaxi, lei può essere a Roma in un paio d’ore e di ritorno in altrettante. Può riuscire a fare tutto praticamente nel normale orario d’ufficio, non c’è bisogno che avvisi sua moglie, e nemmeno il suo ufficio, e non ha nulla da portarsi dietro. A Roma, alla piattaforma del rocketaxi troverà una persona a cui consegnerà la scatoletta, e si farà sparare per il viaggio di ritorno”.
S’interruppe ed osservò Mario, a cui parve di sorgere un sorriso vagamente ironico sulle labbra del suo superiore.
“Dica, Veraldi”, aggiunse, “Sia sincero. Ha già viaggiato con il rocketaxi? Non avrà mica paura?”
Mario di paura ne aveva: quello di farsi sparare con un proiettile, gli sembrava il modo più innaturale ed assurdo di viaggiare, ma si morse le labbra; c’era quel sogno, il grande sogno di Ernestina, un appartamento di tre vani con il bagno dentro casa, non poteva lasciarlo svanire in un soffio, come una bolla di sapone.
“Nessun problema, Direttore”, disse, “Conti pure su di me”.

Un tronco secondario, stranamente poco frequentato, della metropolitana pneumatica scaricò Mario alla stazione dei rocketaxi. Come mezzo di trasporto, Mario lo sapeva, il rocketaxi non era molto usato, e il viaggio doveva essere prenotato con una settimana di anticipo, ma il Direttore doveva appunto averlo fatto. Quel viaggio, sospettava, non doveva essere affatto una cosa improvvisata, e probabilmente il Programmatore Capo aveva preso le ferie proprio per non trovarsi dove ora si trovava lui.
Un ascensore lo portò in superficie, e si accorse, con un brivido di angoscia, di vedere dall’esterno una sezione della grande cupola cittadina sotto la quale si svolgeva la sua vita,, infatti la piattaforma del rocketaxi si trovava sotto una piccola cupola esterna che poteva essere aperta e depressurizzata per i lanci.
Il cielo, quell’ammasso di grigiastro sporco che un tempo era stato un’atmosfera respirabile, e che adesso ricopriva come un velenoso sudario una terra arida e sterile, non gli era mai parso così minacciosamente vicino. Quasi con fatica riuscì a staccarne gli occhi ed a posarli sul terminale del rocketaxi: una costruzione quadrata, brutta e massiccia da cui si protendeva una breve rampa parabolica.
Qualcuno era uscito dall’edificio e si dirigeva verso di lui, indossava una tuta azzurra del tipo che, da abito degli operai, nell’era dell’informatica, era diventata l’ambito contrassegno di tecnici e specialisti ad elevata qualificazione - ormai la classe lavoratrice a basso reddito era piuttosto rappresentata dalla schiera semianonima dei colletti bianchi - e le insegne di tecnico aeronautico.
“Dottor Veraldi”, disse l’uomo, “La stavamo aspettando”.
Mario lo seguì con rassegnazione. All’interno del terminale, venne preso in consegna da altri tecnici che gli fecero indossare sopra gli abiti una muta pressurizzabile e un respiratore, mentre altri spingevano il rocketaxi su di una rotaia che si prolungava nella rampa parabolica esterna.
Il rocketaxi era uno snello fuso metallico di forma aerodinamica, non molto più grande di un executive, di un aereo privato di quelli che erano in uso quando l’atmosfera era ancora respirabile: un veicolo che poteva trasportare un paio di passeggeri, oppure della merce di modesto ingombro e di elevato valore.
“Ha mai viaggiato su uno di questi, dottor Veraldi?”, chiese il tecnico che l’aveva accompagnato.
Mario accennò di no.
“Bene, dottore”, proseguì l’altro, “Allora sarà utile qualche piccola spiegazione: questo veicolo si chiama rocketaxi perché ha in comune con i taxi del passato due cose, è un veicolo pubblico, e il passeggero non esercita alcun controllo diretto sulla guida, ma non deve dare credito alla diceria che si tratti di una specie di proiettile che viene sparato. Si tratta, è vero, di un veicolo a razzo che raggiunge la massima velocità nelle fasi iniziali della sua traiettoria, per cui, subito dopo il lancio, per alcuni secondi lei si troverà sottoposto ad un’accelerazione leggermente sgradevole. Ma il rocketaxi è perfettamente sicuro. La rotta è controllata e corretta, microsecondo per microsecondo, da un computer a terra, che ha un doppio collegamento, mediante onde radio e laser, con il terminale del velivolo, che inoltre dispone di un sistema computerizzato autonomo che consente di reagire, entro certi limiti, in maniera flessibile a situazioni impreviste. Buon viaggio, dottor Veraldi!”
Quelle spiegazioni non avevano sortito affatto per Mario un effetto tranquillizzante. Si sedette con rassegnazione nella piccola cabina del veicolo, mentre i tecnici chiudevano su di lui il tettuccio di steelglass, incernierato come quello delle vecchie auto decappottabili.
“Se devo rischiare la vita”, andava pensando, “vorrei almeno sapere perché”.
Guardò la scatola che teneva sulle ginocchia: era nera, di forma approssimativamente cubica, di una quindicina di centimetri per lato, senza fessure e connessioni visibili. Riguardo al suo contenuto, si era scervellato inutilmente da quando era uscito dall’ufficio del Direttore. In un primo momento aveva pensato che potesse essere una di quelle microbatterie nucleari capaci di contenere l’energia necessaria ad una città per un anno nel palmo di una mano, come quella che costituiva il cuore della centrale di Quarto Oggiaro, ma la cosa non era per nulla plausibile: in questo caso, il contenitore sarebbe dovuto essere costituito da una massiccia schermatura di piombo, d’ingombro molto maggiore, e molto più pesante.
Il rumore violento dell’accensione dei razzi, poi l’accelerazione, un’impennata che lo schiacciò contro lo schienale imbottito del sedile e gli fece perdere conoscenza per una frazione di secondo; poi, quasi di colpo, più nulla: aveva l’impressione di essere fermo, di poter anche aprire quel dannato tettuccio e andarsene. Il velivolo viaggiava a velocità costante ed in perfetto assetto orizzontale. Il grigiore sporco oltre il parabrezza di steelglass non offriva punti di riferimento, ma Mario non osava aguzzare la vista. Davanti a lui, all'altezza della sua faccia, c’erano un cronometro digitale e un impianto radio.
“Milano!”, chiamò.
“La sentiamo, dottor Veraldi, forte e chiaro, un lancio perfetto. Si rilassi, dottore, è in buone mani, anzi in buoni chips. Se vuole comunicare con Roma, deve solo girare verso destra la manopola delle frequenze”.
Dopo qualche minuto, Mario si dispiacque di non essersi portato qualcosa da leggere. Tranne una lieve sensazione di pressione alle orecchie, il viaggio non si annunciava più emozionante di un tragitto nella metropolitana pneumatica.
Ma la tranquillità non durò molto. Si accorse che l’assetto del veicolo stava cambiando, e che puntava col muso verso il basso.
“Milano!”, gridò nella radio, “C’è qualcosa che non va”.
Non ottenne risposta. Girò allora la manopola delle frequenze per mettersi in contatto con Roma, ottenendo solo una serie di fischi, crepitii e scariche elettrostatiche. Un pensiero gli attraversò fulmineo la mente: non doveva essere solo un guasto alla radio, ma una tempesta magnetica; per questo non solo le comunicazioni, ma anche la guida elettromagnetica del rocketaxi era andata a pallino. Cercò di ricordare qualcosa a questo proposito, le sue nozioni di fisica erano piuttosto vaghe. C'entravano qualcosa le macchie solari e i flussi di radiazioni che investivano l'atmosfera terrestre; ma la guida laser avrebbe dovuto continuare a funzionare…cercò di aguzzare gli occhi nel grigio sporco del cielo davanti a sé. La monotona uniformità era leggermente cambiata, divenendo più chiara, una sorta di opacità brillante che rifletteva qualche raggio di sole come se venisse scomposto da minuscoli prismi. Qualche macchia bianchiccia si era depositata sul tettuccio …neve, non c’erano dubbi, stava nevicando, e questo significava che il controllo laser non esisteva più. Una nevicata in contemporanea con una tempesta magnetica, era il colmo della sfortuna, una combinazione di eventi che aveva un grado di probabilità talmente basso che Mario si chiese se i progettisti l’avessero preso in considerazione. In quel momento il rocketaxi era solo un proiettile senza controllo, l’altimetro indicava che il velivolo perdeva quota ad ogni frazione di secondo. Mario tentò disperatamente di ricordare: alla partenza era appena riuscito a vedere il rocketaxi dall’esterno, l’apertura alare di quel coso era sufficiente per una planata o sarebbe andato giù come un sasso? L’impatto col suolo arrivò mentre Mario ci stava ancora pensando.
L’urto, solo in parte ammortizzato dal seggiolino anti-accelerazione, lo fece schizzare obliquamente in avanti e verso l’alto, e sbattere contro la fusoliera metallica
Il dottor Mario Veraldi, funzionario della Sottocommissione Approvvigionamenti del Ministero della Programmazione Ambientale, compartimento di Milano, si rialzò intontito: era ancora tutto intero, salvo la botta sulla fronte. Certamente, di lì a poco si sarebbe ritrovato con un vistoso bernoccolo e un mal di testa di grosso calibro, ma le cose potevano andare peggio. Si chinò a raccogliere la scatoletta nera che l’urto gli aveva fatto schizzare via dal grembo. Vide con sorpresa che era aperta. L’urto aveva fatto scattare casualmente il pulsante segreto.
Ne osservò il contenuto: c’era una bobina da microfilm con un piccolo visore incorporato nella scatola stessa.
Fece scorrere la pellicola nel visore e l’osservò nell’apposito oculare, fotogramma per fotogramma. Ma che diavolo di significato aveva? Erano le fotocopie di dozzine di certificati azionari, diversi l’uno dall’altro solo per il numero di serie; tutte, ovviamente, azioni della Holding S.p.A., l’anonima società che dopo il Crollo Ambientale del 2010 e la costruzione delle città a cupola, aveva rilevato tutto quello che rimaneva di proprietà fondiaria e industriale non statale, società che a sua volta non era che la ramificazione italiana della gigantesca Holding Corporation, proprietaria da sola, si calcolava della pressoché totalità mondiale delle industrie, dei beni fondiari, dei servizi non appartenenti ai governi.
Poi Mario comprese: quelle non erano affatto copie microfilmate di certificati azionari. Nell’angolo superiore destro di ciascuna, quasi invisibile nonostante l’ingrandimento fornito dal visore, c’era un microchip che doveva rivelare l’autenticità del documento ad uno scanner elettronico. Quelle erano azioni della Holding S.p.A. La prima cosa che gli venne in mente, fu che il possesso delle azioni della Holding S.p.A., il massimo ed unico centro di potere extragovernativo da parte di un alto funzionario dello stato come il Direttore della Sottocommissione Approvvigionamenti era, se non proprio illegale, assai compromettente. La seconda, che si univa ad un gran senso di rabbia, che era stato preso in giro, menato per il naso a dovere. L’idea di portare delle pile atomiche gli era sembrata subito assurda, ma aveva continuato a pensare che quell’incarico, affidatogli in maniera così inconsueta, avesse una qualche importanza per la comunità. Per la vita dei milioni di cittadini delle megalopoli lombarda e laziale, ora si avvedeva di aver rischiato e di rischiare la vita unicamente per fare da galoppino al suo superiore in qualche ambigua transazione finanziaria, in qualche oscuro gioco di potere.
Prese la scatoletta e il suo contenuto, e li scagliò con rabbia in un angolo della cabina. Con tutta probabilità si trattava di una fortuna inestimabile, ma che per lui non sarebbe valsa una cicca, se qualcuno non veniva a soccorrerlo.
La terza considerazione era di genere ancora più lugubre: si trovava solo, a chissà quante centinaia di chilometri da qualsiasi centro abitato, chiuso in una specie di scatola di metallo, circondato per ogni dove da atmosfera velenosa.

Mario fissava le luci del cruscotto che si andavano spegnendo, la loro brillantezza si era trasformata in un baluginio opaco, avevano resistito appena qualche minuto più dell’illuminazione principale; gli sembrava che anche il riscaldamento del veicolo fosse andato a pallino, e che l’aria intorno a lui fosse decisamente più fredda, nonostante la tuta pressurizzabile. Probabilmente non c’erano guasti, era semplicemente l’energia che si andava esaurendo. Il rocketaxi era un velivolo concepito per spostamenti molto rapidi, e gli accumulatori elettrici dovevano avere un’autonomia piuttosto limitata. Quanto alla radio, da quando aveva toccato terra, Mario era riuscito a ricevere solo un assortimento vario di scariche, crepitii e fischi, che la tempesta magnetica fosse ancora in corso, o che si fosse danneggiata nell’urto.
“All’interno di un sistema isolato, la temperatura tende a diventare uniforme”. Quando aveva studiato a scuola il secondo principio della termodinamica, Mario non avrebbe mai pensato di doverlo un giorno sperimentare con tanta chiarezza.
Di motivi per essere ottimisti non ve n’erano davvero molti: la tempesta magnetica poteva aver sconvolto la vitale rete di comunicazioni che collegava i centri di mezzo pianeta, e non era affatto detto che chi di dovere non ci mettesse qualche giorno a farlo arrivare in cima alla lista delle priorità e ad organizzare le ricerche ed i soccorsi. Con sé, Mario non aveva portato niente da mangiare, ma quello che lo preoccupava di più era la limitata scorta di aria respirabile. Le sue prospettive future erano, in quattro parole: buio, freddo, fame e soffocamento.
Se voleva salvarsi, pensò, doveva muoversi. Probabilmente, la rotta del rocketaxi era la stessa della ferrovia sotterranea Milano - Roma e, con un po’ di fortuna, avrebbe potuto trovare un’uscita di sicurezza, o forse anche una stazione di superficie.
Si allacciò con attenzione la mascherina con il filtro respiratore che, in teoria, avrebbe dovuto selezionare le rare molecole di ossigeno presenti nella massa di ossido di carbonio, anidride solforosa e altri gas velenosi che componevano l’atmosfera. Sapeva che un’esposizione troppo prolungata sarebbe stata comunque letale, ma rimanere a bordo del velivolo, dove la scorta di ossigeno si andava esaurendo, era la morte sicura per soffocamento.
Con un ultimo attimo di esitazione, Mario aprì il portello ed uscì.
Fuori c’era più luce di quanta si aspettasse. L’aria, filtrata attraverso il respiratore, gli giungeva fresca e pungente ma non sgradevole. Il sole era tramontato, ma c’era la luna piena, e lo strato di neve sul suolo sembrava riflettere il chiarore e moltiplicarlo. Come mai dall’interno del rocketaxi gli era sembrato che fosse molto più buio?
Mario si chinò sul tettuccio. In quella luce, non era in grado di distinguere molto bene, ma sembrava che lo strato esterno di steelglass fosse coperto da una patina semiopaca di vernice grigiastra. Riabbassò il tettuccio sbattendolo con rabbia. Che razza di scherzo era quello? Si mise in cammino.
Dopo qualche centinaio di metri cominciò a sentirsi meglio. La tuta gli lasciava scoperte le mani e la testa, tranne la faccia che era coperta dalla maschera con il filtro respiratore, ma, dopo un primo momento, la sensazione dell’aria fredda sulla pelle non era affatto spiacevole, anzi aveva un effetto tonificante.
Più avanti c’erano delle rovine; si diresse verso di esse, passò accanto a una cosa spettrale che un tempo era stata un albero: il legno era scabro e grigiastro, i rami secchi si protendevano verso il cielo come braccia supplicanti in un gesto disperato.
Mario lo sfiorò; strano, la corteccia sembrava strappata via a bella posta. Sfiorò con la mano il tubo flessibile che collegava la mascherina al filtro respiratore per assicurarsi che fosse fissato bene. Che diavolo! Il filtro aveva una grossa ammaccatura su di un lato, e il tubo un taglio longitudinale di due buoni centimetri.
Per un istante, fu assalito da un’ondata di panico, poi rifletté: erano venti minuti, mezz’ora che stava respirando l’aria esterna, irrespirabile a quanto sapeva, a quanto aveva sempre creduto; avrebbe dovuto morire soffocato da molto tempo. Esitò, la sua mente faticava ad accettare l’idea di essere stato ferocemente preso in giro per tutta la vita. In un gesto di stizza, si tolse la maschera e la gettò via, così come aveva fatto con la preziosa scatola del Direttore della Sottocommissione.
Respirò a pieni polmoni: quell’aria aveva il gusto e l’odore migliori che avesse mai sentito, non c’era quell’eterno sentore di disinfettante che aleggiava nell’atmosfera delle città a cupola. Un’inattesa speranza si mescolava all’irritazione, facendo svanire l’incubo claustrofobico di poco prima. Se il mondo esterno era abitabile, era probabile che fosse abitato, e se qualcuno viveva lì attorno, per Giove, l’avrebbe trovato, di chiunque si trattasse.
S’incamminò di buon passo verso le rovine. Fino a poco prima, avrebbe trovato macabro accostarsi di notte, alla luce della luna, alle macerie di una casa distrutta, forse alle tracce di una vita cancellata dall’olocausto ambientale, ma ora aveva piuttosto l’impressione di muoversi fra le quinte di un teatro dove era allestita una rappresentazione.
Fra due ruderi smozzicati di muro che s’incrociavano ad angolo retto, c’era uno scheletro. Mario si chinò ad esaminarlo da vicino e lo toccò con la mano: non c’erano dubbi, quel coso era di plastica, di certo una scenografia studiata a beneficio di coloro che sorvolavano quella zona con i rocketaxi.
Si allontanò ancora. Più avanti c’erano degli altri alberi, un filare di piante dal tronco sottile e snello, e la corteccia biancastra; le sue cognizioni di botanica erano modeste, ma dovevano essere pioppi. Erano anch’essi spogli, data la stagione, ma avvicinandosi si vedeva che erano piante vive: c’erano delle piccole gemme sulla punta dei rami e, grattando appena la corteccia, si vedeva il verde vivo della linfa.

Per un momento, Mario credette di essere vittima di un’allucinazione o di un miraggio come quelli che, aveva letto una volta, potevano verificarsi nei deserti: davanti a lui il terreno coperto di neve cedeva di colpo, con un taglio netto, ad un suolo erboso, verde, punteggiato di cespugli. Poco oltre, il prato si trasformava in bosco, macchie di alberi frondosi dapprima radi, poi sempre più fitti, fino a formare un’unica, compatta massa lussureggiante.
Si stropicciò gli occhi, forse dipendeva dal freddo, dal sonno, dalla stanchezza od anche dalla fame che di ora in ora si era fatta sempre più insistente. La visione rimaneva ostinatamente là davanti a lui.
Dopo aver trovato le rovine fasulle, non se l’era sentita di tornare alla carcassa del rocketaxi, sapeva di aver visto troppo, e non era affatto certo che se qualcuno si era messo sulle sue tracce lo facesse con l’intento di soccorrerlo, o non piuttosto di tappargli la bocca per sempre. Si era allontanato in mezzo alla neve che a poco a poco si faceva più alta, ed aveva camminato per parecchie ore, sempre in moto per paura di un congelamento, poi si era ricordato dalle sue letture giovanili di romanzi d’avventura che la neve in sé stessa era un ottimo isolante termico, che addirittura era esistita una popolazione chiamata esquimesi che viveva in case fatte di neve pressata e ghiaccio.
Aveva scavato con le mani una buca nella neve, in un punto in cui questa si era accumulata al riparo di un grosso masso, e ci si era sdraiato dentro, usandola poi per coprirsi meglio che poteva. Si era appisolato in quella posizione, ma gli era difficile capire quanto avesse dormito. Si era svegliato intirizzito, ma a destarlo doveva essere stata la paura di morire congelato, nonostante le assicurazioni contrarie contenute nei libri di Jack London che aveva letto da ragazzo.
Si era rimesso in piedi e in cammino fino ad arrivare dove? Ormai era disposto ad accettare qualsiasi cosa: quello poteva essere anche il Paese degli Gnomi!
Si avvicinò. L’area innevata s’interrompeva con un bordo netto, come tagliata col coltello. Si trovò a calpestare l’erba, si, dopotutto era proprio erba. Da quel punto in avanti, l’aria diventava piacevolmente calda, un calore, si accorse, che saliva da terra, che sembrava irradiare da qualche fonte celata nel sottosuolo, Fece ancora qualche passo addentrandosi fra gli alberi. Mentre camminava fra i pini e i suoi passi facevano scricchiolare il folto tappeto di aghi secchi che copriva il suolo, si sentiva molto meglio ora che quell’inatteso tepore gli toglieva il freddo dalle ossa, ma era ancora mortalmente stanco. Trovò un punto in cui il bosco era folto, raccolse manciate di aghi secchi, fino a formare un giaciglio, poi rami in modo da coprirsi alla meglio con una coltre di frasche, si sdraiò e si addormentò nuovamente.
Si svegliò di nuovo, questa volta con la sensazione di aver dormito molto poco. C’era qualcuno lì, gente intorno a lui. Prima ancora di aprire gli occhi, avvertì un confuso parlottio di voci e una squillante risatina femminile.
Con uno sforzo, aprì gli occhi e si alzò in piedi quasi in un unico movimento.
Davanti a lui c’erano quattro giovani montati a cavallo, due ragazzi e due ragazze, che si erano disposti a raggiera con le bestie attorno a lui. Si sentiva ridicolo. Con fare impacciato, prese a scuotersi di dosso le foglie secche e il terriccio.
“Hallo mister”, disse uno dei due ragazzi, “How are you?”
“I ‘m”, rispose Mario facendo appello alla sua conoscenza scolastica dell’inglese, quando si accorse che il ragazzo non gli aveva chiesto chi fosse ma come stava, e che quei quattro non avevano affatto delle fisionomie anglosassoni.
“Non capisco”, disse.
“Good”, interloquì l’altro giovanotto, “Italian parla also, tu understai?”
le due ragazze erano rimaste a guardare, e Mario decise a sua volta che valeva la pena di guardarle: decisamente, erano delle figliole gradevoli d’aspetto, con dei top vistosamente scollati stampati a colori vivaci che non nascondevano nulla del loro contenuto, così come i jeans aderenti che finivano dentro gli stivaloni da amazzone; vistosamente truccate e con i lunghi capelli biondi ossigenati raccolti in acconciature fantasiose: avessero avuto un’aria un po’ meno da adolescenti, delle forme leggerissimamente più mature, sarebbero state perfette per il ruolo di cover girl, come quelle che decoravano i calendari e i poster che gli impiegati applicavano a profusione sulle pareti degli uffici del ministero.
Spostò l’attenzione sui ragazzi: due giovanotti dall’aria perbene, dai capelli corti, dalle camicie linde in puro cotone, che facevano college anche in quella tenuta equestre. Tutti e quattro erano puliti, eleganti, vivaci, ma senza anticonformismi troppo vistosi: rampolli-bene di famiglie dell’alta borghesia.
Si chiese per un attimo come dovesse apparire lui ai loro occhi.
“D’accordo”, disse, “Parliamo in italiano, per me è meglio. Ero in viaggio con il rocketaxi, ho avuto un incidente, sono precipitato”.
Il ragazzo fece un cenno con la mano.
“Talka piano, not so speed please, for me è troppo difficulty. Tu vieni from the city?”
Mario pensò che non aveva mai sentito nessuno esprimersi in un italiano così scadente. In fondo, non c’era da stupirsene: quei ragazzi venivano allevati da qualche balia svizzera - e la confederazione elvetica aveva da tempo risolto i problemi e gli impicci del trilinguismo con l’adozione dell’inglese - facevano le superiori in qualche college britannico, poi venivano mandati alla Harward Business School. La musica e gli spettacoli non li aiutavano di certo a familiarizzarsi con quella che in teoria avrebbe dovuto essere la loro lingua madre, né lo facevano le vacanze all’estero o i contatti sociali con altri ragazzi dello stesso ceto ugualmente anglicizzati. Il giovane aveva alluso alla città come a una cosa estranea e lontana. Ma dove vivevano? Dove si trovavano ora?
Gli pareva di essere sveglio a metà, di sognare, benché si sentisse attento e lucido, perché tutto ciò che vedeva a ogni passo contraddiceva la sua aspettativa, tutto ciò che aveva appreso sul mondo fuori di città: davanti ai suoi occhi si snodavano boschetti verdeggianti, prati ubertosi, alberi, cespugli, siepi, piante delle più diverse specie su cui si vedevano volare farfalle multicolori., fiori variopinti, uccelli in volo fra i rami degli alberi. Eppure, a parte tutto il resto, ricordò, si era in pieno inverno e poche miglia più in là ogni cosa era avvolta da uno spettrale manto di neve. Si accorse che il calore saliva dal terreno. Di certo c’era qualche sorgente di energia nascosta nel sottosuolo, destinata a garantire un tepore uniforme a quel piccolo eden.
Dopo una serie di saliscendi su e giù per il dorso di piccole colline dal morbido profilo arrotondato che rendevano il paesaggio piacevolmente vario, ad una svolta della strada, Mario vide il luogo in cui i suoi compagni erano diretti: sembrava un paese da favola, non lo si poteva descrivere in altro modo, un luogo da racconti per bambini e cartoni animati, uscito direttamente dalle finzioni in cui si cerca di presentare all’infanzia l’immagine di un mondo bello, sereno, lindo, grazioso: un agglomerato di casette di legno disposto nella valle con la naturalezza di una cosa viva, ciascuna diversa dall’altra anche se basate sul medesimo schema, belle, ariose, dipinte a colori vivaci o lasciate alla naturalità del legname non trattato, che solo a vederle ispiravano un senso di pace e di armonia.
All’ingresso del paese c’era un palo di legno con un cartello col nome dell’abitato, all’apparenza non dipinto ma marchiato a fuoco. Mario lo lesse perplesso: “Lobbyville”.
Si sentiva disorientato, gli pareva di recitare in uno sceneggiato televisivo. Lobbyville non sembrava un paese reale, ma la ricostruzione dello scenario di un vecchio musical western hollywoodiano. A parte le villette dagli interni eleganti mascherate da rustiche case di pionieri, Mario non aveva osservato nessuno intento a qualche attività produttiva, c’erano un emporio e un saloon (con discoteca da cui veniva già di primo mattino il suono di un’assordante disco music) che sembravano funzionare col sistema del self service, c’era un ufficio dello sceriffo con annessa prigione, vuoti e sbarrati, messi lì solo per fare colore. Niente cascinali, silos, nessun segno di attività agricola, a parte i giardinetti dalle aiole curatissime che circondavano le villette finto rustiche.
Più di tutto, però, gli sembrava strano guardarsi attorno e vedere in lontananza le colline innevate sotto il cielo grigio. Mentre il pese e le sue immediate adiacenze erano avvolti dall’aria tiepida di un’eterna primavera, quasi fossero una sorta di limbo temporale. La sensazione di pericolo che l’aveva accompagnato da quando era avvenuto l’incidente si andava attenuando e questo, lo sapeva, era rischioso: di certo aveva scoperto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere, e prima o poi avrebbero cercato di tappargli la bocca con metodi spicci, ma finora le persone che incontrava, in gran parte gente giovane, o di una giovanile e molto curata mezza età sprizzante fitness da tutti i pori, gli rivolgevano qualche vago gesto di saluto accompagnato da un sorriso di beneducata indifferenza e da qualche espressione inglese od in un italiano ibrido e stentato. Diavolo, quella gente era fasulla come il posto in cui viveva, se ne andavano in giro in tenuta da musical western hollywoodiano con le giacche di daino ornate da frange che pendevano dalle maniche, il cravattino, il cappello a larghe tese e tutto il resto, si vedeva lontano un miglio che quelli erano tutti figli di papà che avevano sempre avuto la vita facile, figli di quella ruling class a cui erano riservate tutte le primizie.
Il ragazzo che lo aveva portato in sella fino al paese lo aveva fatto venire a casa sua, una villetta finto rustica come le altre che, dietro la facciata stile pionieri, celava un interno elegante e pretenzioso. Qui Mario aveva potuto fare una doccia e cambiarsi con un abito che il giovane gli aveva prestato. Si sentiva un po’ ridicolo in quella bardatura, ma almeno non dava nell’occhio, aveva anche cominciato a farci l’orecchio all’inglese o a quello strano ibrido anglo-italiano che fungeva da idioma locale ed a produrne, all’occorrenza, un’imitazione quasi decente.
“Hallo! Do you ricordi? I’m Mary Luisa. We want entrare to drink qualcosa”.
“Vuoi dire to enter a bere something?”
“Si, is the same”.
La ragazza non aveva afferrato l’ironia nella battuta di Mario, sembrava che per loro esprimersi in quella maniera ibrida fosse del tutto naturale.
Era rimasto interdetto davanti alla porta del saloon chiedendosi quale sarebbe stata la prossima mossa, quando la ragazza gli si era avvicinata: era una delle due che avevano fatto parte del gruppo dei suoi salvatori quella mattina. Mario le dedicò più attenzione di quanto avesse fatto allora, spaventato e intontito di stanchezza: poteva avere diciotto-venti anni, alta, longilinea, flessuosa, con le rotondità ancora un po’ acerbe, giusto quel tanto da renderla ancora più attraente, e che i jeans attillati e la T-shirt striminzita mettevano bene in evidenza. Anche Ernestina era stata così diversi anni prima, solo con un che di più dolce, di più modesto, di più rassegnato, senza quell’aria di perfezione aggressiva da cover girl. La giovane aveva i capelli biondi, di un biondo molto chiaro, quasi platinato, che a Mario non sembrava naturale, ed un trucco molto accurato, nell’insieme era decisamente appetibile, concluse.
“Ok, andiamo”.
“Bene, let’s go”.
Visto da dentro, il locale sembrava proprio un saloon stile far west, tranne che era un self service e le consumazioni erano libere, ma questo Mario se l’aspettava: Lobbyville doveva essere un posto esclusivamente per i signori, dove i servitori non erano ammessi, di cui gli estranei alla classe dirigente non dovevano nemmeno sospettare l’esistenza, anche a costo di qualche piccola scomodità, tanto il lavoro grosso doveva essere fatto da macchine ben nascoste, la materializzazione di un antico sogno borghese, un piccolo eden per le elites, dal quale le classi lavoratrici e le loro antipatiche rivendicazioni erano categoricamente escluse.
Ma fu questione di poco. Presto nel cervello di Mario non vi fu spazio per riflessioni politiche, e nemmeno per la situazione di pericolo in cui forse si trovava: era al fianco di una donna giovane, affascinante e con tutta probabilità disponibile.
Mentre erano intenti a centellinare un long drink su di un tavolo finto rustico, seduti su due panche finto rustiche, Mary Luisa espresse un certo disappunto per il comportamento del loro amico, che lei chiamava ora Gianni ora Johnny (Mario decise fra sé di chiamarlo Jahnny), per avergli fornito abiti adatti e una doccia, ma non un posto dove andare o informazioni sufficienti per cavarsela in un luogo per lui così nuovo.
Mentre i minuti passavano, Mario si sentiva preda di una crescente euforia. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che si era seduto al tavolino di un bar in compagnia di una ragazza attraente come Mary Luisa? Anni, decenni, secoli? Gli sembrava quasi che quell’enorme intervallo di tempo gli si fosse scrollato di dosso, facendo riemergere i suoi vent’anni semidimenticati e insieme oscuramente, amaramente rimpianti. Mary Luisa era conscia dell’attrazione che esercitava su di lui. Ad un certo punto, sempre in quello strano anglo-italiano a cui ormai Mario non faceva più caso, disse:
“Sai, i ragazzi di qui sono tutti degli smidollati. Ho sempre desiderato incontrare un uomo della città, un vero uomo abituato ad affrontare le difficoltà della vita”.
Lui contemplò il bicchiere ormai quasi vuoto del long drink.
“E adesso?”, chiese.
“Adesso vieni a casa mia, poi studieremo una sistemazione”.

Mario riemerse lentamente dalle nebbie dell’incoscienza. Si guardò attorno, era buio, e per alcuni secondi non riuscì a capacitarsi né di dove si trovasse né di come vi fosse capitato.
“Dottor Veraldi, dottor Veraldi!”
La voce che l’aveva svegliato continuava a ripetere con insistenza il suo nome.
La memoria di Mario riprese a funzionare, come se da qualche parte fosse scattato un interruttore. Ricordò…Lobbyville, Mary Luisa. La ragazza l’aveva accompagnato a casa sua, dove gli aveva offerto una serata molto piacevole, con contorno di musica classica e di fiamme scoppiettanti in un vero caminetto acceso, e una cena che gli era parsa squisita, forse più per la genuinità degli ingredienti che per l’abilità di cuoca della giovane: quella era roba che a Milano non si vedeva nemmeno a pagarla a peso d’oro, e ci si nutriva dei contenuti collosi di scatolette, di cui ti chiedevi cos’altro mai ci fosse oltre ai coloranti ed ai conservanti. Poi erano andati a letto, e il dottor Mario Veraldi, funzionario della Sottocommissione Approvvigionamenti del Ministero della Programmazione Ambientale aveva scoperto di essere ancora un uomo capace di sfoggiare tutto l’ardore e l’esuberanza dei suoi anni giovanili, purché stimolato nella maniera giusta, cosa in cui Mary Luisa dimostrava una notevole maestria, infine, esausti e sazi, si erano addormentati.
La voce si fece più insistente: “Dottor Veraldi, dottor Veraldi, si svegli!”
Udì Mary Luisa interloquire: “Papà, daddy, io…”
“Ma sta zitta!”
Mario si sentì gelare il sangue, tutte le sue preoccupazioni gli tornarono addosso, con in più quella di dover affrontare il padre di una ragazza che aveva appena posseduto, ma non c’era nulla che potesse fare, tranne affrontare la situazione da uomo.
“Sono sveglio”, disse con voce calma.
“Bene”, disse l’altro, “Andiamo nel mio studio. Se non trova i calzoni e la imbarazza discutere in mutande, ai piedi del letto dovrebbe esserci una mia vestaglia. Tu, Maria Luisa, non ci seccare”.
Il padre della ragazza gli fece strada fino ad uno studio, arredato con una scrivania, due poltrone, una libreria a tutta parete e un paio di litografie di soggetto artistico.
L’uomo aveva un fisico asciutto, slanciato, da ex atleta, poteva avere al massimo dieci anni più di Mario, anche se i capelli bianchi, pettinati con cura, lo facevano sembrare un po’ più vecchio, vestiva un completo blu fine e costoso, come costosa e raffinata era la fragranza di dopobarba che emanava. I suoi modi disinvolti e sicuri rivelavano l’uomo di successo abituato a comandare.
“L’abbiamo cercata dappertutto, dottor Veraldi”, disse, “Ma non mi aspettavo di trovarla nel letto di mia figlia, anzi nel mio letto, per la precisione”.
“Signore, io…”
Troncò le scuse di Mario con un brusco gesto della mano.
“Lasci perdere”, disse, “Può essere sicuro che mia figlia sa tutto sull’uso dei contraccettivi, quanto alla sua verginità, per prendersela, avrebbe dovuto possedere quanto meno la macchina del tempo. Quando conoscerà un po’ meglio questo ambiente, si renderà conto che qui le donne sono tutte disinibite ed emancipate…un po’ puttanelle per i gusti di uno della nostra generazione, ma non posso pretendere che mia figlia sia diversa dalle altre. Ma parliamo di cose più serie. Lei sa dove si trova? Avrà già capito cos’è questo posto, non è vero?”
“Credo di averlo intuito”, rispose Mario in tono circospetto.
“Ma non ne è ancora sicuro, vuole una conferma”.
Il padre di Maria Luisa sogghignò lievemente, allungando gli angoli delle labbra.
“Et voilà, noi siamo i soci della Holding S.p.a, the ruling class, il potere mon ami. L’etat sommes nous, lo stato e naturalmente la proprietà privata”.
“Forse avrà trovato”, proseguì dopo una breve pausa, “quando andava a scuola, nei libri di storia e di filosofia il nome di Karl Marx, quel barbone imbecille di filosofo ebreo tedesco di due secoli fa, e le sue teorie cretine. La teoria del valore-lavoro, che sciocchezza! La verità è che il lavoro umano non ha nessun valore, nessun valore di mercato, dal momento che qualunque cosa un uomo faccia, si può sempre progettare una macchina in grado di fare la stessa cosa meglio di lui. Abbiamo cominciato a rendercene conto alla fine del secolo scorso: le classi lavoratrici non servivano più, erano solo una noia con le loro rivendicazioni sindacali e un’interferenza nella politica con i loro partiti di sinistra i cui leader non sempre si lasciavano corrompere, una minaccia a goderci in pace le nostre ricchezze, ma non potevamo scatenare un massacro generale”.
“Credo di capire quel che è successo dopo”, disse Mario, “Quando l’atmosfera al disopra dei paesi industriali si è fatta sempre più inquinata ed irrespirabile, ne avete approfittato per rinchiuderci nelle città a cupola, con il nostro consenso e per il nostro bene”.
“Esatto”, rispose l’altro senza mostrare emotività, “La natura ha grande capacità di rimarginare le proprie ferite, solo che la si lasci in pace, e poi i dati che possedevate al riguardo erano esagerati, ve li avevamo forniti noi”.
Mario si guardò attorno, come a cercare una via di scampo.
“E adesso che ho scoperto il vostro segreto, cosa intendete fare”, chiese, “Togliermi di mezzo?”
Il padre di Mary Luisa emise una risatina.
“Andiamo, dottor Veraldi, non siamo così incivili! E poi lei non se ne rende conto, ma ci ha reso un grosso favore”.
“Non capisco”.
“Ieri”, proseguì l’altro, “c’è stata a Roma un’importante riunione del Consiglio di amministrazione della Holding S.p.A. Le azioni che lei doveva portare da Milano non hanno potuto votare, e così si è creata una nuova maggioranza; c’è stato un ribaltamento ai vertici della Holding. Non le nascondo che se lei fosse stato trovato nelle prime ore dopo l’incidente, la sua vita sarebbe stata effettivamente in pericolo, ma ora, ora siamo sicuri della sua discrezione come di quella di ciascuno di noi, il nostro segreto è anche il suo, benvenuto nella classe dirigente”.
“Ma come?” Mario era frastornato.
“Quando tornerà a Milano, scoprirà che parecchie cose sono cambiate durante la sua assenza, e che l’aspetta una carriera molto rapida: Programmatore Capo, tanto per cominciare. Naturalmente, avrà presto una residenza, a Lobbyville od in uno qualunque, a sua scelta, degli altri villaggi vacanza sparsi per l’Italia”.
“Ma Ernestina?”, chiese ancora Mario.
“Ernestina è sua moglie, vero?”, chiese l’altro, “Ernestina, è un nome di così cattivo gusto proletario - contadino da essere delizioso, deliziosamente kitch. Beh, dottor Veraldi, qui la scelta spetta soltanto a lei: può portarla a vivere qui oppure tenerla all’oscuro e farsi un’amante in loco, per noi non ha la minima importanza, non sarebbe certo il primo di noi ad avere una doppia vita, ma ascolti bene il mio consiglio: finché non avrà deciso di farla venire qui, non le dica nulla. Ora è tardi, e direi di andarcene a dormire, solo non nel letto di mia figlia, rispettiamo almeno le forme”.

Era una mattina fresca e frizzante quando Mario si alzò e guardò l’orologio con vivo stupore: a quell’ora in città avrebbe solo desiderato di starsene a letto.
Mary Luisa e suo padre si alzarono un po’ dopo di lui, mentre Mario apriva una finestra e respirava a fondo quell’aria che sapeva così di pulito, di buono; era strano e insieme magnifico sentire quell’aria appena fresca sulla pelle e guardare fuori le cime lontane e la pianura circostante innevata. La neve: ricordò che anche da bambino, quando non c’erano le città a cupola, non aveva mai visto la neve bianca: veniva giù grigiastra e inquinata, e quasi prima che facesse in tempo a depositarsi sui marciapiedi, era divenuta di un brutto colore nerastro chiazzato di giallo.
Fecero colazione tutti e tre assieme. Mary Luisa e suo padre lo trattavano come un amico di vecchia data. Mario si sentiva felice, in armonia con sé stesso e con il mondo come non lo era stato da anni, aveva le narici piene di un dolce, sottile aroma che forse aveva conosciuto nei primissimi anni di vita o forse solo sognato: l’aroma lievemente resinoso del legno poroso, stagionato, che in qualche modo assorbiva e rimandava mescolati in una bizzarra sinfonia olfattiva gli odori, ridotti a traccia tenuissima, degli innumerevoli pasti che in quella cucina dovevano esser stati preparati. Di quanto si era privato l’uomo cittadino vivendo tra formica, plastica e metallo, ma era stata una scelta volontaria?
La colazione fu molto semplice, ma per Mario fu un’esperienza unica: caffè vero fatto con la caffettiera napoletana, latte fresco con un dito di panna, autentica confettura di frutta, vero burro.
Poi si rivestì, non con l’abito che gli aveva dato Jahnny, ma con i suoi vestiti, che nel frattempo erano stati lavati, asciugati e stirati.
Più tardi il padre della ragazza lo condusse con una piccola auto elettrica fuori da Lobbyville, fino all’ingresso sotterraneo di una fattoria idroponica: da lì avrebbe preso la sotterranea pneumatica per tornare a Milano.
Al momento di sollevare la botola per discendere la scaletta del pozzo che portava alla fattoria idroponica, Mario si sentì prendere da un senso di riluttanza, quasi di claustrofobia, sebbene stesse solo tornando alle condizioni in cui aveva trascorso quasi tutta la sua vita, o forse proprio per questo.
“Su, coraggio”, disse l’altro in tono vagamente paterno. Fece un ampio gesto circolare con il braccio, quasi a comprendere tutto l’orizzonte.
“Si ricordi”, disse, “che tutto questo sarà di nuovo suo ogni volta che lo vorrà”.
Mario aprì la botola e discese lungo il tunnel verticale.
Le fattorie idroponiche erano uno spettacolo considerato meritevole di essere visto, vi portavano spesso in visita i ragazzi delle scuole, quasi ad offrire loro un simulacro di campagna, e ne erano stati fatti innumerevoli documentari, ma Mario non era nello stato d’animo adatto per interessarsene, passò svelto davanti alle serre dove coltivavano ortaggi di svariato tipo, e raggiunse il tunnel di comunicazione che serviva agli addetti della fattoria, e talvolta al personale ispettivo che veniva in visita di controllo, lui stesso, come funzionario della Sottocommissione Approvvigionamenti, lo aveva fatto più volte.
Il veicolo pneumatico era un semplice cilindro metallico che veniva attirato da una parte del tunnel dal vuoto pneumatico e premuto dall’altra da una pressione doppia, anche qui, come per il rocketaxi, non c’era conducente, ma si trattava di un mezzo lento e noioso sulle grandi distanze, ma molto sicuro, che seguiva delle rotte prestabilite, scavate nella viva roccia.
Sedette a bordo: gli ci sarebbe voluta un’ora per arrivare in città, aveva tempo per pensare. Ernestina, come aveva detto il padre di Mary Luisa? “Un nome di così cattivo gusto da essere delizioso”, ed Ernestina somigliava al suo nome, era una donna troppo fragile, troppo mite, troppo casalinga, troppo quietamente rassegnata per reggere il confronto con i pescecani della ruling class, difficilmente avrebbe potuto trovarsi a suo agio in un posto come Lobbyville. Avrebbe avuto il suo appartamento di tre stanze o forse di quattro molto prima di quanto si era sognato, e sarebbe stata felice così, e poi c’era sempre tempo per raccontarle tutto. No, confessò alla fine a sé stesso, quelle erano tutte storie, la verità era che voleva avere le mani libere, con Mary Luisa o con altre, se se ne presentava l’occasione.
Si era quasi assopito, quando venne fatto sobbalzare dalla brusca frenata del mezzo pneumatico. Ruotò il portello a tenuta stagna e scese.
Il solito bailamme del traffico cittadino, il vocio della gente allineata sui marciapiedi mobili, quel rumore di fondo fatto di sussurrio, cigolii di scarpe e di borse, e ancora più in sottofondo il ritmico pulsare dei motori elettrici dei marciapiedi e delle pompe di aerazione per il ricambio dell’aria, lo investì con evidenza quasi fisica, si accorse come mai in vita sua dell’odore di disinfettante che impregnava l’aria di quell’assurdo formicaio, di quel labirinto di gallerie sotterranee che era la città di Milano.
Si accorse di provare una sorta di distacco, d’indifferenza verso le persone che lo circondavano, esseri condannati ad una scialba esistenza catacombale, che si affannavano, come lui stesso aveva fatto fino a due giorni prima, per arrivare ai vertici della scala sociale, senza saper che non erano null’altro che i vertici di un formicaio.
Scelse un marciapiede mobile che l’avrebbe portato a casa. Trascorse un quarto d’ora, una ventina di minuti, poi il marciapiede lo scaricò quasi davanti alla porta del suo appartamento, un bilocale con la camera da letto trasformabile in soggiorno e la cucina abitabile, ed era già molto di più di quanto fosse concesso a molti. Era strano, sembrava che nulla fosse cambiato, ed era cambiato tutto.
Aprì la porta, ed Ernestina, come se fosse stata tutto quel tempo dietro la soglia, gli corse incontro gettandosi letteralmente fra le sue braccia. Dopo aver conosciuto Mary Luisa, si accorse che l’attrazione sessuale già declinante verso quella creatura fragile e scialba, precocemente invecchiata, era scesa a livelli ormai infimi, ma insieme, curiosamente, sentì di provare verso di lei ed il suo patetico affetto una tenerezza sin allora mai provata, intensa, quasi dolorosa. Si, Ernestina in quegli anni si era silenziosamente consumata per lui, e lui non aveva altro per ripagarla se non la più dorata delle menzogne. Non c’era altro da fare, bastava guardarla per rendersi conto che portava su di sé, ineluttabilmente, le stimmate della razza dei perdenti..
Fu lei la prima a parlare. “Mi hanno telefonato dall’ufficio”, annunciò, “Mi hanno detto tutto. Caro, sono molto fiera di te”.
Lui rimase un attimo perplesso. Quel tutto non comprendeva di certo la verità, aveva sperato che lei fosse più precisa, in modo da poter confermare la scusa che quelli avevano inventato, ma, tant’era, non poteva che tenersi nel vago.
“Hanno detto”, proseguì Ernestina, “che hai la giornata libera, però, quando vuoi, dovresti passare un attimo sul lavoro”.
Mario fece una doccia, si cambiò, poi presero assieme una tazza di similcaffè.
L’impianto di condizionamento dell’atrio esterno dove, a metà fra il loro appartamento e quello dei vicini, si trovava il bagno comune (sempre la dannata necessità di non sprecare spazio né acqua), non funzionava, e Mario aveva percorso rabbrividendo con la pelle umida quei pochi metri di corridoio, e il similcaffè era molto più simil che caffè, una sbobba grigiastra e brodosa, ma, pensò con soddisfazione, non sarebbe durata ancora per molto: erano le ultime battute della sua vita da proletario.
Salutò Ernestina ed uscì, andò a prendere il marciapiede mobile fino alla doppia torre capovolta del Ministero della Programmazione Ambientale.
Arrivando al Ministero, non gli ci volle molto per accorgersi che c’era qualcosa d’insolito. D’impiegati in giro per i corridoi ce n’erano pochissimi, e quelli che c’erano si scambiavano appena un cenno rapido e nervoso quando s’incrociavano, o addirittura niente: era la stessa atmosfera cupa, plumbea e preoccupata, od anche peggio, di quattro anni prima, quando era giunta un’ispezione da Roma ad indagare su certi casi di presunta corruzione: qualcosa doveva essere passato con la forza di uno schiacciasassi sul loro monticello, sul loro bel mondo di formiche.
“Dottor Veraldi!”
Una dattilografa, una ragazza giovane assunta da poco, che conosceva di vista lo indirizzò all’altra torre, all’ufficio del Direttore della Sottocommissione Approvvigionamenti.
“Vada, vada subito”, disse, “E’ atteso”.
Mario non si fece pregare.
Mentre ridiscendeva al livello della strada (- 50), si chiese cosa avrebbe potuto dire al Direttore delle sue azioni perdute, poi decise con un’improvvisa ilarità di fregarsene: non gli conveniva al Gran Capo recriminare, quella era una faccenda alquanto illegale, sempre che fosse ancora lui il Melone Più Grosso, e non fosse già caduto in disgrazia.
Se nella prima torre c’era un’atmosfera plumbea e nervosa, nell’altra pareva di essere in un cimitero. Le persone che incontrava si affrettavano a scansarsi e gli lanciavano dietro strane occhiate sfuggenti. Vide, no incredibile, cosa ci faceva? Ma si, era proprio lei, la signorina Lanieri, di solito non scendeva mai ai piani bassi, a meno che…L’avevano mica retrocessa?
L’anziana donna camminava curva come sotto il peso di un’umiliazione schiacciante. Passando accanto a Mario si riscosse e l’osservo con uno sguardo carico di odio, un’espressione così malevolmente risentita da far pensare che stesse per saltargli addosso, poi gli girò le spalle in un’ostentazione di disprezzo, e si allontanò senza aver pronunciato una sillaba.
Mario decise d’ignorarla e, dopo un’alzata di spalle, si diresse all’ascensore per raggiungere l’ufficio del Direttore della Sottocommissione, lassù nell’attico (- 4).
Dopo essere filtrato attraverso il solito usciere che stavolta gli rivolse un cenno di saluto inaspettatamente ossequiente, quasi l’abbozzo di un inchino, Mario venne introdotto nel sancta sanctorum della Sottocommissione Approvvigionamenti.
Al posto della signorina Lanieri c’era una faccia nuova, un uomo giovane vestito con un abito grigio elegante, che olezzava di un dopobarba un po’ troppo intenso versato in quantità eccessiva.
Mario notò che anche la preistorica Olivetti lettera 32 era stata sostituita da un personal con stampante.
“Dottor Veraldi”, disse questi, “Che piacere vederla! Si accomodi. Io sono il segretario privato del nuovo direttore della Sottocommissione Approvvigionamenti. Il direttore la sta aspettando, è impaziente di conoscerla”.
Gli fece strada e l’annunciò. Il nuovo direttore, che si alzò in piedi per invitarlo ad entrare, era uno sconosciuto, eppure la sua fisionomia era in un certo senso familiare a Mario: era come se fosse un fratellastro del suo predecessore e del padre di Mary Luisa, la stessa aria impeccabile, curata in ogni dettaglio, lo stesso piglio sicuro da uomo di successo che non aveva mai la necessità di andare sopra tono, di alzare la voce per farsi ubbidire.
Strinse la mano a Mario e gli fece cenno di sedersi.
“Caro dottor Veraldi”, esordì, “Come probabilmente saprà, c’è stato un certo sommovimento ai vertici di questo ministero nelle ultime ventiquattro ore. Il mio predecessore è stato dispensato dal servizio, e dovrà rispondere alla magistratura di una serie di accuse molto pesanti: corruzione, peculato, interesse privato in atti d’ufficio. Anche il suo Programmatore Capo è stato arrestato per complicità, e tutto questo grazie ad un funzionario onesto ed integerrimo come lei. L’Amministrazione saprà esserle riconoscente. Lei è da oggi Programmatore Capo ma questo, vedrà, è soltanto l’inizio…A volte può essere doloroso tagliare i rami secchi, ma alla fine la saldezza delle istituzioni e la certezza del diritto vincono sempre”.
“Ah davvero?”
Mario aveva pronunciato quell’ “ah davvero” in tono marcatamente ironico. E il direttore lo guardò come se avesse appena pronunciato una bestemmia in chiesa.
Durante il viaggio di ritorno, Mario si era interrogato sul comportamento da tenere d’ora in avanti, assodato che era ormai un detentore di quel segreto che ne faceva un membro dell’elite dominante. Certo, il segreto era prezioso, e doveva stare ben attento a non lasciarselo sfuggire con la massa di coloro che credevano di decidere autonomamente della propria vita, ma con gli altri membri della classe dirigente doveva dimostrare di aver capito fino in fondo le regole del gioco e di essere determinato a salire quanto più in alto possibile nella scala sociale.
“IL potere economico da una parte”, continuò, “Dall’altra la società civile, le istituzioni democratiche che sono espressione della volontà popolare e mirano al bene della collettività.. Questa è una concezione da liberalismo ottocentesco o da socialismo alla De Amicis. Può essere certo che non sono più un bambino che crede alle favole .Il potere è uno, e tra potere economico e potere politico ci può essere al massimo una divisione di competenze”.
Il nuovo direttore lo guardò perplesso. “Dove vuole arrivare, dottor Veraldi?”, chiese.
“Non mi dica”, rispose Mario, “che non ha mai sentito parlare di posticini come Lobbyville”.
Il volto del Direttore della Sottocommissione Approvvigionamenti impallidì, per poi cominciare ad imporporarsi.
“E cosa vuol fare”, chiese, “mettersi a fare la rivoluzione?”
“Ci mancherebbe altro”, rispose Mario con disinvoltura, “Desidero solo che vi rendiate conto di non aver a che fare con un ingenuo. Sono consapevole del valore di un segreto come questo. Se tutti questi milioni di poveracci che vivono sotto le cupole di steelglass e dentro questi cunicoli a respirare aria riciclata tutti i giorni della loro vita, conoscessero la verità, ci farebbero a pezzi”.
Sottolineò bene quel ci, voleva che il Direttore della Sottocommissione si rendesse bene conto che ormai si sentiva solidale con gli interessi della classe dirigente.
“Bravo”, replicò il direttore, “Badi bene di non lasciarsi sfuggire una sillaba con nessuno di cui non può fidarsi ciecamente, neppure una mosca entrata nella sua stanza…e mi dica, ha già accennato della cosa a sua moglie?”
“No”, disse Mario, Neanche una parola, non ho ancora preso una decisione in merito”.
“Bene, ottimo. Mi raccomando la discrezione. Lei è una persona in gamba, dottor Veraldi, arriverà molto in alto e molto in fretta. Ora può andare, ha la giornata libera, si diverta”.
Dopo aver congedato Mario, il direttore prese il telefono e compose un numero.
“E’ uscito proprio adesso”, disse, “E’ tutto pronto? Bene, allora procedete”.

Mario uscì dal ministero di un umore raggiante: ce l’aveva fatta, li aveva in pugno. Decise che appena a casa avrebbe raccontato ogni cosa ad Ernestina, ogni cosa meno l’esperienza con Mary Luisa, era giusto che sua moglie condividesse la sua gioia.
Di lì a poco vi fu un contrattempo: il marciapiede mobile che avrebbe dovuto portarlo verso casa era fermo. L’agente addetto al traffico che incanalava i pedoni in altre direzioni gli spiegò che c’era un guasto alla centralina.
Era strano, pensò, fino a due giorni prima quell’inezia da nulla gli avrebbe dato ai nervi, così come provocava la reazione irata di molta gente intorno a lui, le formiche s’infastidivano per un sassolino caduto in mezzo al loro formicaio, ma Mario ormai poteva considerare tutto ciò nulla più di un paravento, oltre il quale si sarebbe svolta la sua vera vita.
L’agente stava spiegando ai passanti che bisognava fare una deviazione per raggiungere il marciapiede parallelo sul lato opposto della metropolitana pneumatica, anch’essa per il momento ferma.
Mario vide davanti a sé la colonna di persone che camminavano attraverso il tubo di cemento per arrivare dalla parte opposta, passando proprio davanti a un veicolo fermo, poi fu la sua volta di attraversare.
Proprio quando fu nel mezzo della massicciata, sentì un cigolio metallico ed uno schianto secco. Si girò a metà giusto in tempo per vedere il cilindro metallico del veicolo pneumatico che si precipitava verso di lui a velocità crescente. Fu l’ultima cosa che vide.
Non c’era aria sotto pressione in quel momento nella metropolitana, ma la pendenza del terreno in quel tratto e il peso del veicolo furono sufficienti. La successiva inchiesta accertò che i freni del veicolo e i ganci di arresto erano vecchi e logori, ed avevano ceduto all’improvviso, per cui la morte di Mario Veraldi doveva ritenersi dovuta a pura fatalità, e non c’erano responsabilità da imputare a chicchessia.
Il dottor Mario Veraldi, appena nominato Programmatore Capo della Sottocommissione Approvvigionamenti del Ministero della Programmazione Ambientale, ebbe un bel funerale a spese dell’Amministrazione, dopo che si fu riusciti a ricomporne in qualche modo i resti.

© Fabio Calabrese



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